Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Il “graphic journalism” di Igort: “Quaderni giapponesi: il vagabondo del manga”

Tutto era cominciato con la lettura dei diari di Matsuo Bashō, il poeta che cercava di fermare il tempo con la sua penna. Per lui viaggiare era uno stato interiore, un vagabondare senza una meta precisa, con il cuore pronto a cogliere ogni scintilla di vita.
I paesaggi, gli incontri, perfino le intemperie erano lo scopo di un girovagare pianificato in modo meravigliosamente incerto.
Bashō viaggiava senza protezione, attraversando anche territori infestati dai briganti. Incurante del pericolo.
Questo per lui non aveva nulla di eroico.
Semplicemente non se ne curava, preso com’era da una pratica di contemplazione che con gli anni gli aveva concesso un dono: l’abilità di cogliere l’attimo perfetto, da tradurre in poesia.
Ecco, fu questa idea, credo, ad affascinarmi e spingermi sulla strada, ancora una volta.
In cammino, senza una meta precisa, sarei andato incontro a qualcosa che avrebbe arricchito la mia piccola esistenza?
Il languore che precedeva ogni mio viaggio verso il Giappone si era risvegliato, così fu semplice, in fondo, abbandonarsi al destino, che certamente sapeva meglio di me cosa io cercassi.

Non conoscevo Igort e non ho mai amato il fumetto né la più moderna graphic novel.
Le mie esperienze si fermano a “Topolino” e a “Il monello” della mia infanzia.
Ma quando ho visto sullo scaffale della libreria i “Quaderni giapponesi” di Igort e li ho sfogliati, ne sono stata subito affascinata, dalle parole, dalle illustrazioni, dai soggetti trattati.
Affascinata, incuriosita, ammaliata.
Il vagabondo del manga è il secondo volume dei “Quaderni giapponesi”, che ho amato ancora più del primo (di cui vi racconterò in un’altra occasione).
Storie accompagnate da splendidi disegni, qualche fotografia, e da frasi a volte concise, a volte descrittive, ma sempre pervase da un non so che di poetico che fa gustare, agli occhi e al cuore, ogni singola parola, ogni racconto di un Giappone che si rivela sempre più un Paese di contraddizioni.
E così, con guide d’eccezione come Matsuo Bashō, Miyamoto Musashi e il suo Libro dei Cinque Anelli, Yasunari Kawabata, ma soprattutto con l’esperienza “sul campo” di Igort, scopriamo con leggerezza aspetti insoliti di un Paese fra modernità esasperata e tradizione, alcuni da sogno, altri che lasciano molti interrogativi nella mente.
I paesaggi innevati e gli onsen; la “città museo” di Kanazawa; gli spiriti malefici Yokai; lo Zen Soto; il Kumano Kodo e l’inaspettato incontro con dei cosplayer; Miyajima, isola fantasma «che giace addormentata nella baia di Hiroshima», da cui si vedono le luci della «città martire»; il pellegrinaggio nel Memorial Center di Hiroshima e i diari di Tamiki Hara.
E poi ancora il kintsugi e l’elogio dell’imperfezione; l’enigmatica “donna Orso” e la gioviale “Signora delle terme”; il rituale quasi magico della creazione della “washi” da parte del maestro Idani, che dice «Io non lavoro per i soldi, a me basta poter vivere facendo come si deve quello che amo».
Ma non è, come dicevo, tutta poesia… Ci sono gli “hikikomori”, oltre un milione in Giappone, giovani ribelli alla «competizione brutale» che la società nipponica impone a coloro che vogliono farsi strada nella vita e nel lavoro. E gli scatoloni di cartone infilati sotto un tavolo di una casa editrice fanno presagire una vita da “barboni” che fa rabbrividire.
E poi c’è Love Plus, l’amore ai tempi della tecnologia super avanzata, dove per gli “soushoku-kei” – gli erbivori – non c’è posto, non c’è tempo, non c’è cuore per una relazione vera. Tristezza che scivola nel giro di poche pagine verso lo sfavillio di colori e il caleidoscopio di oggettistica di ogni genere del «paese dei balocchi in cui ognuno ama perdersi», dove è necessario comprendere quella «categoria dello spirito» che è il “kawaī” per affrontare lo sconvolgente «impatto con una cultura ricchissima di mito, che nel corso di un secolo ha fabbricato tanta narrazione».
«Non puoi comprendere il Giappone se non comprendi il kawaī», dice Mikiko nel libro. E Igort chiosa: «All’eterno dilemma non so dare una risposta. Il Giappone moderno, sintesi rumorosa e meravigliosa di una proiezione della fantasia, o il Giappone antico, alla ricerca del mistero che si nasconde nel silenzio? Dopo tanti anni, tanti viaggi, ancora, caro lettore, non so cosa scegliere. Ma, in fondo, perché privarsi di qualcosa?»
Al termine di questo fantastico viaggio dello spirito, il cerchio si chiude, e tutto assume un altro significato ancora.
“Il telefono del vento”… sì, ne parlava anche Igort qui, tra queste pagine, ben prima che uscisse quell’opera unica di Laura Imai Messina di cui ho scritto qui, prima che si concretizzasse la collaborazione tra Laura e Igort che ha dato vita all’enorme successo del nuovissimo Tōkyō tutto l’anno, mio prossimo acquisto. Prima di tante cose, anche personali… e anche tutto questo ha assunto un significato nuovo

«Moshi moshi. Sono io, Hajime. Mi senti, Takako?»
Lo sanno tutti.
Il telefono della cabina non è collegato a nulla.
Lo chiamano “Il telefono del vento”. Che a quelle latitudini soffia forte.
Abbiamo bisogno di storie, per affrontare la vita, il dolore. Per curarci.

La biografia di Igor Tuveri, classe ’58, è ricchissima di attività – autore di fumetti, illustratore, saggista, musicista – difficilmente riassumibile in poche righe.
Nel corso degli anni Ottanta i suoi fumetti appaiono sulle pagine di molte riviste nazionali e internazionali tra cui “Linus”, “Alter”, “Frigidaire”, “Metal Hurlant”, “L’echo des Savanes”, “Vanity”, “The Face”.
Scrive i suoi articoli, saggi, riflessioni, per Il Manifesto, Reporter, Il Corriere della Sera, Repubblica.
Nel 1983, insieme a Brolli, Carpinteri, Jori, Kramsky e Mattotti, è fondatore di Valvoline, un gruppo di autori che, ispirandosi alle pratiche delle avanguardie storiche, stravolge le regole del fumetto d’avventura tradizionale.
I suoi lavori arrivano in America, pubblica regolarmente in Francia e in altri Paesi e, dagli anni Novanta, anche in Giappone (dove vive a lungo), creando la serie “Amore”, ambientata in Sicilia, e “Yuri”, entrambe edite dalla casa editrice Kodansha. Qui collabora con il musicista premio oscar Ryuichi Sakamoto in una storia scritta a quattro mani, che esce in Giappone e in Italia.
Nel campo musicale la su attività prosegue dal 1978 sino ai giorni nostri: canta, suona, compone, pubblica i suoi album con diverse formazioni in Germania, Francia, Italia.
I suoi disegni diventano tessuti, abiti, tappeti, serigrafie, sculture, giocattoli e quant’altro ed espone a New York, Tokyo, Parigi, Ginevra, Milano e alla Biennale di Venezia (1994) invitato dal regista Pedro Almodovar e Christian Leigh.
Nel 2000 fonda e dirige la casa editrice Coconino Press, con sede a Bologna.
La produzione “matura” di graphic novel di Igort è contrassegnata dalla svolta del graphic journalism con la serie dei Quaderni: i Quaderni giapponesi, quasi un graphic diary, in cui Igort racconta e ricorda la propria esperienza giapponese e il proprio amore per il Sol Levante; i Quaderni ucraini e i Quaderni russi, un doppio reportage sulle tracce di Anna Politkovskaja (la giornalista russa impegnata sul fronte dei diritti umani, assassinata nell’ottobre 2006) e nei Paesi dell’ex-unione sovietica, tra Ucraina, Russia e Siberia, dove l’autore ha vissuto e raccolto testimonianze dirette per quasi due anni. La trilogia si conclude con Pagine Nomadi, dove Igort racconta con documenti inediti i retroscena delle sue ricerche nell’ex-Urss.
Il successo internazionale vale a Igort una serie di riconoscimenti e collaborazioni anche nel campo del design. È il 1992 quando disegna uno Swatch bestseller illustrandone il quadrante con Yuri, un ragazzo a bordo di una bizzarra nave volante: le influenze giapponesi sono evidenti e il personaggio diventa poi in Giappone il protagonista di una serie di storie brevi.
Nel 2002 vede la luce 5 è il numero perfetto, noir napoletano, cominciato a disegnare a Tokyo e ultimato dopo circa dieci anni di elaborazione e riscrittura.
Il libro esce simultaneamente in sei Paesi e vince l’anno successivo il premio come libro dell’anno alla Fiera del libro di Francoforte.
Diventerà nel corso degli anni il libro di Igort più popolare.
Nel 2009 la casa editrice Coconino Press viene rilevata dal gruppo Fandango e nel febbraio 2017 Igort si lancia in nuove avventure. Nel maggio dello stesso anno diviene infatti direttore editoriale della nuova “Oblomov”, parte del gruppo editoriale “La nave di Teseo” di Elisabetta Sgarbi. E nel 2018 assume un altro incarico di rilievo: quello di direttore editoriale di Linus, storica rivista italiana del fumetto d’autore.
La sua attività di scrittore per il cinema si arricchisce. Dopo la sceneggiatura originale per il documentario Andy, The Shadow, sulla vita di Andy Warhol, prodotto per la mostra di Warhol a Venezia (Palazzo Grassi), collabora con diversi registi, Enza Negroni, Enrico Pau, Egidio Eronico, Pappi Corsicato, Johnnie To. Nel 2014 riprende la prima stesura di un progetto elaborato da Leonardo Guerra Seragnoli e Banana Yoshimoto e scrive la sceneggiatura definitiva di Last Summer, felice esordio alla regia dello stesso Leonardo Guerra Seragoli.
A novembre 2016, esce il romanzo My Generation, in cui si racconta la stagione del punk e della New Wave. Il volume, di 300 pagine circa, ha alcune tavole a fumetti e dei collage eseguiti dallo stesso Igort. Ma il libro è essenzialmente un romanzo.
Nello stesso mese esce per i tipi di Einaudi Gli assalti alle Panetterie, un volume scritto da Haruki Murakami e illustrato con gli acquerelli di Igort.
Nel luglio del 2018 è presentato al Biografilm Festival di Bologna il nuovo documentario sul lavoro in Giappone di Igort (Quaderni Giapponesi – Il vagabondo del manga), sempre per la regia di Domenico Distilo, dal titolo Manga Do, Igort e la via del manga, che vince il premio del pubblico.
L’estate dello stesso anno cominciano le riprese di 5 è il numero perfetto, film interpretato da Toni Servillo, Valeria Golino, Carlo Buccirosso, e tratto dal suo stesso best seller. La regia e la sceneggiatura sono di Igort. Il film viene presentato in anteprima al Festival di Venezia, e in seguito in numerosi altri festival internazionali (Annecy, Sitges, Busan, Pingyao, Los Angeles, New York, Ghent, Budapest).

(Illustrazioni di Igort)

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