Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“Il ristorante dell’amore ritrovato” di Ito Ogawa: un luogo dove capire il significato profondo dell’esistere

Le foglie degli alberi sulle montagne tutt’intorno mutavano colore di giorno in giorno e le ore di luce diventavano sempre meno. Sognavo che il mio ristorante potesse suscitare nelle persone una sensazione al tempo stesso di meraviglia e d’intimità, come se fosse uno di quei posti che si è sicuri di aver già visto ma in cui non si è mai messo piede: qualcosa di simile a una caverna segreta, dove ognuno potesse provare sollievo e addirittura ritrovare il proprio sé. Per questo doveva avere un aspetto dolce e grazioso.

 

L’immagine del Lumachino nella mia mente si faceva giorno dopo giorno più consistente. Sarebbe stato un ristorante molto particolare, riservata a non più di una coppia al giorno. Avrei chiesto in anticipo ai clienti, tramite un colloquio oppure via fax o per e-mail, cosa preferissero mangiare e quanto intendessero spendere. Ma non mi sarei limitata semplicemente ai loro gusti in fatto di cibi, e avrei posto domande anche riguardo alla loro famiglia, ai desideri, ai sogni futuri e via dicendo. In base al risultato finale, avrei infine predisposto un menù ad hoc.
L’orario della cena sarebbe stato un po’ in anticipo rispetto al solito, intorno alle sei, in modo da evitare che si facesse troppo tardi e si dovessero patire il chiacchiericcio e il karaoke del vicino Snack Amur. Inoltre, in linea con il nome del ristorante, il pasto si sarebbe consumato all’insegna della calma più assoluta, per cui evitati di collocare orologi in sala e decisi di ricorrere, in caso di necessità, a un semplice timer da cucina.
Sarebbe stato assolutamente vietato fumare, dato che il fumo influisce sul sapore del cibo. E poi niente musica, perché volevo che i clienti ascoltassero i suoni della cucina e le voci degli uccelli e degli animali del bosco.
Se chiudevo gli occhi, riuscivo già a vedere tutto come fosse vero.

Avevo ormai imparato che al mondo esistevano cose impossibili da affrontare solo con le proprie forze. Ciò che siamo in grado di determinare grazie ai nostri semplici desideri, pensavo, è niente se paragonato a quanto invece continua ad accadere indipendentemente dalla nostra volontà, come un fiume sconfinato che scorre inarrestabile per volere di qualcuno o di qualcosa molto più grande di noi. Sapevo che nella vita c’erano più cose brutte che belle, e questo era vero in particolare nel mio caso. Mi sforzavo di vivere alla giornata, cercando la felicità nelle piccole cose, eppure… eppure.

Ito Ogawa, Il ristorante dell’amore ritrovato

Ringo, una ragazza che lavora nelle cucine di un ristorante turco di Tokyo, rientra una sera a casa con l’intenzione di preparare una cena succulenta per il suo fidanzato col quale convive da un po’. Con suo sommo sgomento, però, scopre che l’appartamento è completamente vuoto. Niente televisore, lavatrice, frigorifero, mobili, tende, niente di niente. Spariti persino gli utensili in cucina, il mortaio di epoca Meiji ereditato dalla nonna materna, la casseruola Le Creuset acquistata con la paga del suo primo impiego, il coltello italiano ricevuto in occasione del suo ventesimo compleanno. È, soprattutto, sparito il fidanzato indiano, maitre nel ristorante accanto al suo, un ragazzo con la pelle profumata di spezie. Lo choc di Ringo è tale che resta impietrita al centro della casa desolatamente vuota, la voce che non le esce più dalla bocca. Decide allora di ritornare al villaggio natio, dove non mette più piede da quando, quindicenne, è scappata di casa in un giorno di primavera. Là, appartata nella quiete dei monti, matura il suo dolore. Una mattina, però, osservando il granaio della casa materna, Ringo ha un’idea singolare per tornare pienamente alla vita: aprire un ristorante per non più di una coppia al giorno, con un menu ad hoc, ritagliato sulla fisionomia e i possibili desideri dei clienti.
Con l’aiuto del valente Kuma-san, il cui cuore è stato infranto dalla bella Shinorita, un’argentina scappata in città, Ringo risistema il granaio: pareti tinteggiate d’arancio, posate di epoca vittoriana e di epoca Taish e, nel giro di qualche mese, Il Lumachino, così la ragazza battezza il ristorante, apre i battenti.
La prima cliente è la Concubina, la triste amante di un influente politico locale passato a miglior vita diversi anni prima: dopo aver mangiato al Lumachino, la donna diventa di colpo allegra e piena di vita. Gente che si innamora, che si perdona, che ritrova la gioia di vivere: la notizia del potere magico del Lumachino sui clienti si diffonde in tutto il circondario e il successo è così garantito, poiché tutti vogliono sedersi alla tavola del ristorante dell’amore ritrovato.

Nata nel 1973, Ito Ogawa è laureata in Letteratura Classica Giapponese. Ha esordito come scrittrice nel 1999.
Nel gennaio 2008 pubblica il suo romanzo d’esordio, Shokudo Katatsumuri (letteralmente Il ristorante lumaca) la cui versione in lingua italiana è stata pubblicata nel maggio 2010 da Neri Pozza con il titolo Il ristorante dell’amore ritrovato. Il romanzo si è aggiudicato il Premio Bancarella della Cucina 2011 e la versione cinematografica è uscita sugli schermi giapponesi nel 2010.
Sempre con Neri Pozza sono stati pubblicati La cena degli addii (2012) e La locanda degli amori diversi (2016).

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