Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

«Nulla di quanto facciamo sposta la storia del mondo, tutto lo fa»: il “kaze no denwa” in “Quel che affidiamo al vento” di Laura Imai Messina

Credo che a tutti capiti di parlare nel proprio intimo con le persone care non più in vita. Ma chi lo ha mai fatto sollevando la cornetta di un telefono? E cosa importa se non ci sono fili collegati quando il vento trasporta le nostre parole, o i nostri pensieri…
Solo i giapponesi potevano ideare uno strumento così speciale come il “kaze no denwa”, il telefono del vento.
Sulla Montagna della Balena, che si affaccia sull’Oceano Pacifico nei pressi della città di Otsuchi, c’è una cabina telefonica bianca con le pareti di vetro che – in perfetto stile giapponese -diventa tutt’uno con il giardino che la circonda, chiamato Bell Gardia.
(https://bell-gardia.jp/about_en/)
All’interno un telefono nero collegato con il vento e un quaderno dove annotare pensieri ed emozioni.


La cabina si trova nella proprietà di Itaru Sasaki, che tramite questo telefono senza fili trovò un poco di sollievo dall’aver perso, nel 2010, un carissimo cugino, quasi un fratello per lui. «Non potendo più raccontare i miei pensieri a lui attraverso una normale telefonata, ho deciso che essi sarebbero stati trasportati dal vento», dice Sasaki.
Dal 2011, anno in cui il terribile tsunami devastò la costa giapponese di Tōhoku causando la morte di quasi ventimila persone, Bell Gardia è diventato il luogo dove le persone si recano – e da allora sono migliaia – per “telefonare” al vento le parole per i loro cari perduti.


Infatti, quando il terremoto e poi lo tsunami colpirono la città in cui viveva Sasaki e uccisero il 10% degli abitanti, egli decise di aprire il proprio giardino a tutti coloro che desiderassero utilizzare il “telefono del vento”.
La storia della cabina telefonica bianca è diventata anche un documentario “Il telefono del vento – sussurri alle famiglie perdute”, creato dalla tv pubblica giapponese e un libro intitolato “Il telefono del vento – Quello che ho visto al telefono nei sei anni dal terremoto”.
Per quest’anno, inoltre, è prevista l’uscita di un film intitolato “The Phone of the Wind”, diretto da Nobuhiro Suwa.

Ma il mio “libro del cuore” su questo argomento è Quel che affidiamo al vento di Laura Imai Messina, scrittrice che seguo in ogni social (instagram, facebook, twitter, ma soprattutto il suo sito https://www.lauraimaimessina.com/giapponemonamour/)
Proprio sul sito, in questo articolo, è possibile leggere la genesi del libro che, come Laura sottolinea, è stato «come un’ubriacatura, un innamoramento». Lo stesso innamoramento che ha còlto i suoi lettori, i quali hanno in breve catapultato Quel che affidiamo al vento nell’olimpo dei best seller, venduto in oltre venti paesi e con numerose ristampe a un solo mese dall’uscita.
L’argomento potrebbe sembrare “pesante”, triste, doloroso, ma Laura Imai Messina, con il suo stile pienamente in sintonia con il suo Paese d’adozione, riesce a renderlo leggero – nella più pura accezione calviniana – e al contempo profondo, lieve e meditativo, sereno. Ciò che resta nel cuore al termine della lettura è un senso di pace sorridente, probabilmente quanto c’è di più vicino a quel sollievo provato da coloro che si recano a Bell Gardia e vi trovano davvero un telefono per parlare con il cielo.

«Ho pianto scrivendo questo libro, ma in proporzione ho sorriso più volte di tenerezza.
Perché abbiamo tutti dentro di noi il seme della morte, e accettare che quella pianta cresca parallelamente a quella che ci porta alla vita, è importante.»
(Laura Imai Messina)

Yui e Takeshi scoprirono nel tempo che il Telefono del Vento era come un verbo che si declinava diverso per ogni persona, che i lutti si somigliavano tutti e, insieme, non si somigliavano affatto.
C’era un ragazzino che andava lì ogni sera a leggere ad alta voce il giornale per il nonno, c’erano molti che andavano a piangere e basta. Qualcuno andava a consolare un defunto che non aveva avuto sepoltura, disperso chissà dove, sul fondo del mare o in uno dei tanti cumuli d’ossa che scava la guerra. C’era anche una madre che aveva perso i suoi tre figli nello tsunami e non si rassegnava al silenzio, e allora parlava parlava, per riempire il vuoto rimasto. C’era una bambina che chiamava il proprio cane, che gli chiedeva come fosse nell’aldilà; un ragazzino delle elementari che voleva salutare un compagnetto di scuola che no, morto non era, ma che non vedeva più da quando i genitori erano dovuti tornare in Cina. Gli mancava tanto giocare con lui.
A frequentare quel luogo si capiva un po’ più di come funzionava la gente.

Sul fianco scosceso di Kujira-yama, la Montagna della Balena, si spalanca un immenso giardino chiamato Bell Gardia. In mezzo è installata una cabina, al cui interno riposa un telefono non collegato, che trasporta le voci nel vento. Da tutto il Giappone vi convogliano ogni anno migliaia di persone che hanno perduto qualcuno, che alzano la cornetta per parlare con chi è nell’aldilà. Quando su quella zona si abbatte un uragano di immane violenza, da lontano accorre una donna, pronta a proteggere il giardino a costo della sua vita. Si chiama Yui, ha trent’anni e una data separa quella che era da quella che è: 11 marzo 2011. Quel giorno lo tsunami spazzò via il paese in cui abitava, inghiottì la madre e la figlia, le sottrasse la gioia di essere al mondo. Venuta per caso a conoscenza di quel luogo surreale, Yui va a visitarlo e a Bell Gardia incontra Takeshi, un medico che vive a Tokyo e ha una bimba di quattro anni, muta dal giorno in cui è morta la madre. Per rimarginare la vita serve coraggio, fortuna e un luogo comune in cui dipanare il racconto prudente di sé. E ora che quel luogo prezioso rischia di esserle portato via dall’uragano, Yui decide di affrontare il vento, quello che scuote la terra così come quello che solleva le voci di chi non c’è più. E poi? E poi Yui lo avrebbe presto scoperto. Che è un vero miracolo l’amore. Anche il secondo, anche quello che arriva per sbaglio. Perché quando nessuno si attende il miracolo, il miracolo avviene.
Laura Imai Messina ci conduce in un luogo realmente esistente nel nord-est del Giappone, toccando con delicatezza la tragedia dello tsunami del 2011, e consegnandoci un mondo fragile ma denso di speranza, una storia di resilienza la cui più grande magia risiede nella realtà.

Laura Imai Messina è nata a Roma. A 23 anni si è trasferita a Tōkyō dove ha conseguito un PhD presso la Tōkyō University of Foreign Studies. Insegna in alcune delle più prestigiose università della capitale.
Sposata con Ryosuke, ha due bambini, Sosuke ed Emilio.
Ha esordito con successo nel 2014 con Tokyo orizzontale (Piemme). Nel 2018, sempre per Piemme, è uscito Non oso dire la gioia e per Vallardi il bestseller Wa. La via giapponese all’armonia.

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