Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

L’infatuazione per il Giappone attraverso i secoli: giapponismo e impressioni d’Oriente

L’intero Giappone è pura invenzione. Non esiste un Paese simile, non esiste gente del genere…I giapponesi sono semplicemente una moda, una pura tendenza artistica.
Oscar Wilde, Intenzioni (1889), vol. 7


Assolutamente da non perdere il progetto dedicato all’Oriente che il MUDEC di Milano ospiterà nelle sue sale fino al prossimo 2 febbraio, con lo scopo di raccontare da diversi punti di vista – artistico, storico ed etnografico – i reciproci scambi tra Asia ed Europa attraverso il tempo. In mostra circa 200 opere tra dipinti, stampe, oggetti d’arredo, sculture e oggetti di arte applicata, provenienti da importanti musei italiani ed europei e da collezionisti privati.
Non una sola mostra, ma bensì due.
La prima, “Impressioni d’Oriente. Arte e collezionismo tra Europa e Giappone”, approfondisce la tematica del “giapponismo”, termine con cui nella seconda metà del XIX secolo venne definita quella fascinazione subita dal mondo europeo venuto a contatto con l’arte, la filosofia, la cultura del Paese del Sol Levante.

Dalla collezione “Cappelli e ventagli”, che raccoglie 124 opere dal XVIII al XX secolo

La seconda mostra riguarda più specificatamente l’Italia: “Quando il Giappone scoprì l’Italia. Storie di incontri. 1585-1890” illustra i primi rapporti fra il nostro Paese e il mondo giapponese e indaga l’immaginario che si andava formando da entrambe le parti in un momento così importante di apertura al mondo, sia da parte europea che da parte nipponica.
Non la solita esposizione sull’arte giapponese quindi, ma uno spaccato molto particolare che può mostrare risvolti decisamente inediti.
Prendetevi un pomeriggio libero, perché il percorso è abbastanza lungo e molto variegato e merita la dovuta attenzione.

Qui e sotto: Hanae Mori, Kimono per Cio Cio-San (Madama Butterfly), Teatro alla Scala, stagione 1985-1986 (Fondazione Teatro alla Scala di Milano)


In questo primo articolo cercherò di riassumere (un parolone in questo caso) il percorso espositivo della prima mostra visitata, “Impressioni d’Oriente”.
Come introduzione possiamo sottolineare di nuovo come il termine “giapponismo” venga comunemente usato per indicare quella mania per tutto ciò che proveniva dal Giappone e che, nel corso dell’Ottocento, si sviluppò in un’Europa in piena evoluzione economica e culturale, alla ricerca di nuove fonti di ispirazione e attratta dall’esotismo di Paesi fino ad allora sconosciuti.

Tama Kiyohara Ragusa (1861-1939), Paravento con fenicotteri (Legno – Collezione privata, Roma)

Quale Paese più sconosciuto del Giappone? Dopo 250 anni di isolamento autoimposto, nel 1854 esso si riaprì al commercio estero favorendo così un massiccio scambio di merci e idee con un’Europa alla ricerca di novità.
Le Esposizioni Universali di Parigi del 1867 e del 1878 furono la cassa di risonanza di questo fenomeno: gente comune, artisti, collezionisti, mercanti, signore à la page, furono tutti presi da un’attrazione “fatale”, più o meno frivola o seria, per tutto ciò che sapeva d’Oriente. A ogni livello del giapponismo emersero stereotipi che mescolavano realtà e finzione, elementi autentici ed elementi fasulli.

Utagawa Hiroshige (Andō Hiroshige) (1797-1858), Ehon Edo Miyage (vol. 2 e vol. 4), Picture Book of the Souvenirs of Edo (Xilografie – Musée Marmottan Monet, Paris)

Tranquillo Cremona (1837-1878), Marco Polo davanti al Gran Khan dei Tartari, 1863 (Olio su tela – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma)

Il rapporto che l’Occidente aveva con l’Estremo Oriente era abbastanza ambiguo.
Quando era meno conosciuto l’Oriente era oggetto di fantasie e immaginato popolato da mistici saggi o da bellicosi guerrieri, animati da uno spirito nobile e da un remoto distacco.
Giunti al XIX secolo, però, l’Occidente che si riteneva il modello universale di civilizzazione guardava alle altre culture giudicandole come inadeguate. Il pensiero colonialista riduceva il Giappone a un paese stagnante, popolato da fanciulli ingenui che avevano bisogno di essere guidati. Tuttavia la “nobile” cultura degli shōgun e dei samurai esercitava un grande fascino su un secolo ossessionato dalla Storia dell’Uomo come l’Ottocento, rispondendo ai sogni romantici di chi avrebbe desiderato un passato più eroico.

Georgette Meunier (1859-1951), Cineserie, 1890 (?) (Pastello su carta – Museé des Beaux-Arts, Tournai)

Henri Fantin-Latour (1836-1904), Natura morta con torso e fiori, 1874 (Olio su tela – Konstmuseum, Göteborg)

Al momento dell’Esposizione Universale di Parigi del 1867, il giapponismo era al suo culmine, tanto che sia una delegazione ufficiale nipponica sia mercanti e collezionisti occidentali vi parteciparono con mostre di arte giapponese più o meno autentiche.
Tra i primi commercianti seri vi furono i fratelli Sichel, oltre allo scrittore e intenditore Edmond de Goncourt. Ma fu il tedesco Siegfried Bing, il quale iniziò la propria attività di mercante d’arte orientale nei primi anni Settanta, ad affermarsi come principale promotore dell’arte giapponese a Parigi e livello internazionale. Insieme a Hayashi Tadamasa, Bing divenne il più importante mercante d’arte nipponica e fece di Parigi il centro mondiale del giapponismo.

Anonimo giapponese, Altare domestico (Legno con intarsi in avorio, metalli, madreperle e superfici laccate urushi – Collezione privata)

Particolare

In Italia personaggi di spicco furono il finanziere Enrico Cernuschi (1821-1896), milanese d’origine e parigino d’adozione, e il conte Giovanni Battista Lucini Passalacqua (1841-1890), di origini comasche ma gravitante su Milano.

Vasi dal Musée Cernuschi, Paris

1. Anonimo giapponese, bruciaprofumi a forma di gatto (XVIII-XIX, bronzo) – 2. Kimoura Toun, Drago (XIX, bronzo) – 3. Anonimo giapponese, Bruciaprofumi a forma di leone cinese (XVIII-XIX, bronzo) – 4. Anonimo giapponese, Bue (XIX, Grès) – 5. Anonimo giapponese, Vaso (XVIII-XIX, bronzo) – 6. Anonimo giapponese, Bruciaprofumi a forma d’aragosta (XVIII-XIX, bronzo) (Musée Cernuschi, Paris)

Entrambi si recarono in Giappone intorno al 1870, in un momento propizio per il collezionismo a causa dei grandi rivolgimenti sociali che seguirono la restaurazione del potere imperiale (1868): l’abolizione del sistema feudale da un lato e la persecuzione del buddhismo dall’altro riversarono sul mercato una grande quantità di oggetti, e i due ebbero così occasione di realizzare preziose collezioni.

Fotografo anonimo, Il Museo Cernuschi, 1880 (Musée Cernuschi, Paris)

A proposito di collezioni, molto particolare era il museo creato dall’industriale francese Guimet, originariamente concepito museo come una “fabbrica Scientifica”, in cui presentare le religioni e la filosofia dell’antichità classica accanto a quelle dell’Estremo Oriente.
Tuttavia la maggior parte dei giapponisti rimase a casa propria, ma non per questo ebbe minore influenza, unendo le scoperte degli esploratori a uno studio di tipo speculativo ed esplorando la cultura del Giappone alla ricerca di spunti che potessero rivelarne la vera natura.

Utagawa Kunisada (Utagawa Toyokuni III) (1786-1865), Contemplando i susini in fiore di notte (dal Genji monogatari), 1855 Xilografie – Collezione privata, Copenhagen)

Utagawa Hiroshige (Andō Hiroshige) (1797-1858), La baia di Uraga nella provincia di Sagami (dalla serie Porti del Giappone), c. 1837 (Xilografia – Collezione privata)

Katsushika Hokusai (1760-1849), La stazione di Hodogaya sulla via del Tōkaidō(dalla serie 36 vedute del Monte Fuji), c. 1831 (Xilografia – Museo delle Civiltà-Museo d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, Roma)

Fra le creazioni più amate dai giapponisti ottocenteschi non possono non esserci le bellissime stampe ukiyio-e. Arrivate in enorme quantità in Europa già a partire dal Settecento, solo nell’Ottocento, insieme alle porcellane e alle lacche, assurgono a testimonianza della ricchezza dell’antica cultura del Giappone, benché spesso si trattasse di prodotti del tutto nuovi, fatti su misura per il gusto occidentale.

Illustratore anonimo, Le Japon Artistique, rivista mensile pubblicata da Siegfried Bing (1838-1905), 1888-91 (Collezione privata)

Ma questo era solo un dettaglio. Per alcuni, il Giappone contemporaneo aveva conservato i valori di autenticità dell’antica Grecia: l’arte nipponica era innata e naturale, non artificiosamente lontana dalla vita come nell’Occidente moderno.

Émile Verhaeren (1855-1916), testo – Kwasson (Kason Suzuki, 1860-1919), illustrazioni, Tokyo, 1896 (Collezione privata). Il volume contiene 6 poesie del simbolista belga É. Verhaeren e 14 stampe di Kwasson.

Era dunque un’arte autentica, non contaminata da quella che veniva percepita come la decadenza delle accademie occidentali e dei loro regali patroni; essere giapponisti poteva quindi implicare una certa libertà artistica e persino il radicalismo politico.
Fattore comune a tutti era il piacere di trasformare l’influenza giapponese in arte europea nuova. Pensiamo al giardino con le ninfee creato da Monet a Giverny o alla Madama Butterfly di Puccini: nell’ultimo quarto del XIX secolo, l’assimilazione culturale dell’Estremo Oriente da parte dell’Occidente stava ormai diventando un fatto acquisito.

Il trionfo del kimono in Occidente porta con sé promesse di mala e di fascino, mentre per le moga (modern girls) e per i mobo (modern boys) del Sol Levante l’abito occidentale è irresistibilmente “contemporaneo” e funzionale.

Édouard Manet (1832-1883), Jeanne (Primavera), 1882 (Acquaforte e acquatinta su carta – States Museum fur Kunst, Copenhagen).
La posa “giapponista” di Jeanne e il trattamento aperto dello sfondo vengono valorizzati dalla trasposizione dal dipinto alla stampa.

Oltre alle stampe ukiyo-e, un altro manufatto giapponese che incontrò un enorme successo nel mondo occidentale fu il kimono.
I kimono (letteralmente “cosa indossata”) furono fin da subito eletti a soggetto preferito da molti artisti nei loro atelier, indossati ora da una donna giapponese d’invenzione, ora da una modella sognante, ora da una signora alla moda nella tranquillità della propria abitazione o durante una festa in maschera.

A dx: Atelier Fortuna Venezia, Kimono, 2019 (Seta e velluto, stampato a mano) – A sin.: Mariano Fortuny y Madrazo (1871-1949), Abito “Delphos”, 1910-11 (Seta e velluto – Venetia Studium, Venezia)

Ma anche la produzione tessile occidentale viene influenzata dai motivi decorativi tradizionali e asimmetrici – come i crisantemi, le onde, le rondini – e, rappresentando con la sua semplicità una sfida alla prigionia dei corsetti, il kimono diviene un pezzo indispensabile del guardaroba più alla moda.

Anonimo giapponese, Katagami, Primo periodo Meiji (Stencil, carta di gelso, lacca – Collezione privata, Copenhagen).
I katagami sono stendili costituiti da sottili strati di carta washi, resi impermeabili dalla polpa di cachi e quindi ritagliati, che venivano utilizzati per imprimere sui tessuti un motivo ornamentale. Con la modernizzazione del Giappone interi lotti di katagami vennero immessi sul mercato. Acquisiti da diversi musei europei di arte applicata, divennero un’importante fonte di ispirazione.

Nonostante l’arte europea fosse fedele ad un certo ideale neoclassico, lineare e privo di orpelli, la nuova sensibilità si muove verso una direzione più esotica che ricorda un pochino l’arte Rococò. Una finissima maestria nella fattura combinata ad un squisita raffinatezza porta artisti e artigiani ad esprimere la propria epoca ricercando nuovi modi di fondere forma, stile e decorazione.

Anonimo giapponese, Kimono e obi, Fine sec. XIX (Seta di Nishijin, Kyoto – Collezione privata)

George Auriol, Ballerina e bambini, c. 1890 (Acquerello su carta – Collezione privata).
Il ventaglio è opera di un assiduo frequentatore del celebre cabaret “Le Chat Noir” di Montmartre.

Paul Gauguin (1848-1903), Paesaggio della Martinica, 1887 (Acquerello, pastello, guazzo – The Fan Museum, London)

Léon-François Comerre (1850-1916), Ritratto della signorina Achille-Fould in abito giapponese, c. 1885 (Olio su tela – Collezione privata)

Fra le moltissime opere esposte, una sorpresa è riservata da una serie di quadri di piccole dimensioni che Giuseppe De Nittis dipinse quando, nel 1872, si spostò temporaneamente da Parigi alle pendici del Vesuvio e rivelò la sua vicinanza all’arte giapponese.

Katsushika Hokusai (1760-1849), Cento vedute del Monte Fuji (vol. 3), 1834-35 (Xilografia – Civico Museo d’Arte Orientale, Trieste)

Utagawa Hiroshige (AndōHiroshige) (1797-1858), La stazione di Hara. Il Monte Fuji di mattina (dalla serie Le 53 stazioni della via del Tōkaidō), 1833 (Xilografia – Museo delle Civiltà-Museo d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, Roma)

Rifacendosi infatti alle numerosissime vedute del Monte Fuji, la montagna sacra del Giappone, immortalata da grandi artisti come Katsushika Hokusai e Utagawa Hiroshige, scelse come soggetto dei suoi studi il Vesuvio, colto da diverse prospettive e in diversi momenti della giornata, in cui la lezione giapponese sembra essere già stata interiorizzata.

Giuseppe De Nittis (1846-1884), Dodici vedute del Vesuvio (Sulle falde del Vesuvio), 1872 (Olio su tavola – Galleria d’Arte Moderna – Milano)

Nel 1880 Émile Zola aveva criticato Manet e i suoi seguaci per la loro eccessiva dipendenza dal giapponismo. Questa assunzione in toto di un’arte straniera non era una cosa naturale: secondo lui, la vera arte doveva riflettere la natura autentica di un popolo.
A fine secolo, però, l’arte era cambiata: l’equilibrio tra arti decorative e belle arti si era modificato, ora la forma aveva più rilevanza del contenuto e il giapponismo svolse un ruolo predominante in questa fase di modernizzazione.

Vincent Van Gogh (1853-1890), Tronchi nell’erba, 1890 (Olio su tela – Köller-Müller Museum, Otterlo)

Gerolamo Induno (1825-1890), La giapponesina, 1880-85 (Olio su tela – Collezione privata, courtesy Enrico Gallerie d’Arte, Milano)

Procedendo nel percorso espositivo, scopriamo che il giapponismo ebbe una grande influenza sulle arti grafiche del mondo occidentale.
Quando, intorno al 1870, l’industria della stampa entrò repentinamente in una nuova era, gli artisti videro nella grafica una nuova opportunità di diffondere le proprie opere, oltre che di guadagnarsi da vivere, e inaugurarono una fase di intensa sperimentazione tra i diversi strumenti e generi artistici.

Illustratore anonimo, Copertina della rivista “Le Frou-frou. Grand journal parisien des modes et des arts” (Litografia – Collezione privata)

La liberta di stampa in Francia (1868) accelerò il processo; ogni giorno venivano fondati nuovi periodici, che facevano a gara per attirare l’attenzione del pubblico. La richiesta di immagini aumentò, aprendo agli artisti un nuovo terreno d’azione, più popolare. La qualità assai varia unita alla grande quantità creò un fertile clima consumistico, e una diversa cultura della stampa finì per influenzare lo stile popolare e intrinsecamente grafico delle arti applicate giapponesi.

Henry de Toulouse-Lautrec (1864-1901), “Confetti“, 1894 (Litografia – Designmuseum, Copenhagen)

Henry de Toulouse-Lautrec, Agli Ambassadeurs (Cantante di caffè concerto), 1894 (Litografia – States Museum for Kunst, Copenhagen). In questa come in altre stampe è probabile che l’artista abbia guardato alle stampe giapponesi destinate al teatro kabuki, che enfatizzavano il carattere del personaggio per mezzo di espressioni e pose drammatiche.

Pochi artisti esemplificano la rivoluzione di fine Ottocento nell’industria della stampa meglio di Henry de Toulouse-Lautrec, il quale si dedicò quasi esclusivamente alle arti grafiche.
Padre del manifesto artistico e pioniere della democratizzazione dell’arte per mezzo del formato a stampa, il suo straordinario talento spaziò da semplici locandine teatrali per spettacoli e riviste a edizioni di lusso per intenditori
Nella selezione di sue opere qui presentata, spiccano la concisione giapponista e l’originalità del suo genio di artista.

Henry de Toulouse-Lautrec, La passeggera della cabina 54 (In crociera), 1895 (Litografia – Designmuseum, Copenhagen)

Henry de Toulouse-Lautrec, Donna e tinozza (dalla serie “Elles“), 1896 (Litografia – States Museum for Kunst, Copenhagen).
Come le stampe di Utamaro dedicate alle cortigiane dello Yoshiwara, il quartiere dei piaceri di Edo, “Elles” è una raccolta di litografie (dieci) che ritraggono la quotidianità della vita di prostitute nelle case di tolleranza che le ospitavano.

Ma il Giappone, dal canto suo, che influenza ha subito da questo import/export di idee e cultura?
Il curatore della mostra evidenzia il fatto che, sebbene le loro arti e la loro cultura fossero state accolte in Occidente come originali, artificiali e naturali al tempo stesso, in patria i giapponesi soffrivano di bassa autostima, di un certo senso di inferiorità provocato dalla lentezza del progresso e da una certa resistenza ad importare la modernità occidentale.
Nonostante questo, viene evidenziato come, nel periodo dal 1875 al 1920, sia emerso in Giappone quello che si sarebbe rivelato un fertile impegno delle arti e della cultura, oltre – e spesso contro – gli stereotipi orientalisti.
In una specifica sezione vengono presentate alcune delle tante aree di scambio tra tentativi occidentali e tentativi orientali di cimentarsi con la complessa ma stimolante “arte della modernità”: dal giapponismo europeo sul punto di trasformarsi in Art Nouveau ai notevoli adattamenti, da parte di artisti giapponesi, delle più recenti tendenze culturali europee.
Si parte esaminando i kakemono (letteralmente “cosa appesa”), cioè quei rotoli verticali composti da un dipinto o da una calligrafia su seta o su carta inserito all’interno di una montatura di carta o di tessuto, destinati a essere esposti solo temporaneamente in specifici momenti dell’anno e in occasioni particolari.

Anonimo europeo, Kakemono con ramo fiorito e firme di reali europei, Seconda metà sec. XIX (Acquerello e inchiostro su carta – Museo Napoleonico, Roma)

Anonimo europeo, Kakemono con uccelli e ramo fiorito e firme di poeti francesi, Seconda metà sec. XIX (Acquerello e inchiostro su carta – Museo Napoleonico, Roma)

I kakemono esposti sono quelli conservati nel Museo Napoleonico di Roma e che appartennero al conte Giuseppe (Gegè) Primoli (1851-1927). Si tratta di un curioso ibrido, specchio dei tempi in cui furono prodotti: realizzati in molti casi alla maniera giapponese, furono utilizzati dal conte come esotico libro degli ospiti, ove raccogliere le firme e le dediche degli amici appartenenti al mondo dell’arte e a quello dell’aristocrazia italiana e francese – poeti provenzali, attrici, uomini politici, celebri scrittori – a partire dal 1884. Il tutto intorno a motivi decorativi tipici giapponesi come un fiore di peonia o una gru, dipinti che richiamano il genere “fiori e uccelli” (kachō-ga), tanto popolare in Estremo Oriente.

Fotografo anonimo, Giuseppe Primoli nel suo palazzo a Roma, c. 1885 (Fondazione Primoli, Roma)

Fotografo anonimo, Giuseppe Primoli nel suo palazzo a Roma, c. 1911-12 (Fondazione Primoli, Roma)

A sin.: Anonimo europeo, Kakemono con fiori e rami fioriti e firme di attrici francesi – A dx.: Anonimo europeo, Kakemono con farfalla e fioritura e firme di poeti francesi. Entrambe le opere sono della seconda metà sec. XIX (Acquerello e inchiostro su carta – Museo Napoleonico, Roma)

Troviamo quindi esposte altre quattro stampe di due dei maestri giapponesi dell’ukiyo-e, il genere più amato dagli artisti occidentali ottocenteschi, caratterizzato da una prospettiva fluttuante, linee nette e colori puri, senza chiaroscuro.

Utagawa Hiroshige (Andō Hiroshige) (1797-1858), La stazione di Yoshida (dalla serie Le 53 stazioni della via del Tōkaidō), 1833 (Xilografia – Museo delle Civiltà-Museo d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, Roma)

Katsushika Hokusai (1760-1849), Cargo e barche di pescatori presso l’isola di Tsukuda (dalla serie 36 vedute del monte Fuji), 1831-33 (Xilografia – Civico Museo d’Arte Orientale, Trieste)

Viene tuttavia evidenziato che, nonostante le frontiere ancora chiuse, già verso la fine del Settecento gli artisti giapponesi vennero a conoscenza della prospettiva rinascimentale e degli ideali paesaggistici occidentali e forse occidentalizzarono in qualche modo il proprio stile, facilitando così anche il successivo adattamento da parte degli artisti europei. La domanda che ci si pone è: forse Occidente e Oriente si incontrarono a metà strada?

Utagawa Hiroshige (Andō Hiroshige) (1797-1858), Aprile sul ponte Nihonbashi, le prime palamite (dalla serie Cento famose vedute di Edo), 1854 (Xilografia – Museo delle Civiltà-Museo d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, Roma)

Utagawa Hiroshige (Andō Hiroshige) (1797-1858), Il negozio di bauli da viaggio (dalla serie Le 53 stazioni della via del Tōkaidō), 1847-52 (Xilografia – Museo delle Civiltà-Museo d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, Roma)

Nelle sale successive incontriamo due dei personaggi che maggiormente favorirono gli scambi “giapponisti”: Vittore Gubicy de Dragon e Vincenzo Ragusa.
Il primo, mercante, poi critico d’arte e quindi pittore, fu attivo a Milano fin dagli anni Settanta dell’Ottocento ed ebbe modo di entrare in contatto con vari contesti giapponisti. Punto di riferimento per i giovani artisti milanesi, condivise la propria passione, tra gli altri, con Giovanni Segantini, non esitando anche a regalare stampe e kakemono.

Vittore Grubicy de Dragon (1851-1920), Inverno in montagna (Dalla finestra a Miazzina), 1898-1903 (Olio su tela – Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma)

Vincenzo Ragusa, scultore palermitano, fu un importante ponte tra la cultura artistica italiana e quella giapponese. Mentre era apprezzato docente alla Kōbu Bijutsu Gakkō (Scuola Tecnica di Belle arti) di Tōkyō (1876-1882), dove introdusse le tecniche di scultura europee, Ragusa costituì una raccolta di oltre 4000 oggetti: egli ammirava l’alta qualità e l’artigianalità del Paese e il suo obiettivo era fondare a Palermo un Museo giapponese con annessa una scuola-officina, che inaugurò nel 1884.

Vincenzo Ragusa (1841-1927), Conducente di risciò, 1833 (Terracotta – Galleria d’Arte Moderna “Empedocle Restivo”, Palermo)

Vi insegnarono acquerello e disegno la sua futura moglie, Tama Kiyohara (1861-1939), ricamo la sorella di lei Chiyo e laccatura il cognato Einosuke. Fu un’esperienza unica, anche se di brevissima durata a causa di ostacoli economici e burocratici. La sua preziosa collezione è oggi custodita presso il Museo Preistorico Etnografico Luigi Pigorini di Roma.

Tama Kiyohara Ragusa (1861-1939), Scena popolare giapponese, c. 1889 (China su carta giapponese – Accademia di Belle Arti di Brera, Milano)

Shiro Kasamatsu (1898-1991), Ginza di notte, 1934 (Xilografia – Scholten Collection)

Itō Shinsui (Itō Hajime) (1898-1972), Notte di neve (dalla serie Dodici immagini di bellezze moderne), 1923 (Xilografia – Scholten Collection)

Kaburaki Kiyokata (1878-1972), Illustrazione per il romanzo “Chikyōdai” (“Fratello e sorella adottivi”) di Kikuchi Yūkō, 1904 (Xilografia – Collezione privata)

Ma ora spostiamoci in Giappone, dove ai primi del Novecento nacque la Shirakaba (Associazione della betulla bianca), un sodalizio di artisti e intellettuali con sede a Tōkyō, che pubblicò la rivista letteraria omonima dal 1910 al 1923. La loro venerazione per Van Gogh, Cézanne e Rodin (al quale appartenevano, avendole ricevute in dono dal gruppo stesso, le sei xilografie qui esposte) fu spronata da fervide letture di volumi di autori occidentali contemporanei sugli eroi del modernismo.
Questa loro visione sostanzialmente progressista dell’arte influenzò – anche in modo conflittuale – le neonate scuole d’arte ufficiali giapponesi, anch’esse importate in larga misura dall’Occidente.
E’ stato citato Auguste Rodin, di cui sono esposte alcune sculture in cui si notano le due tendenze principali riconoscibili nella sua arte a partire dal 1900 circa: quella greca e quella giapponese. Egli coltivava la propria immagine di artista “naturale”, che operava al di fuori delle convenzioni. Ciò si confaceva alla concezione del Giappone come terra di innata creatività e senso artistico, analoga all’idealizzazione occidentale dell’antica Grecia.

Auguste Rodin (1840-1917), Vaso Saigon “Les Limbes et les Sirènes” (saggi di cottura), c. 1888 (Porcellana di Sèvres, Base: legno nero – Musée Rodin, Paris)

Fotografo anonimo, Auguste Rodin nel suo studio (Musée Rodin, Paris)

Ecco quindi che Rodin guardò all’Oriente alla ricerca di ispirazione tecnica ed estetica. Le sue fonti spaziano dalle pose della danzatrice Hanako alle antiche tecniche coreane di smaltatura della ceramica, passando per la calligrafia. Il suo vaso “Saigon” e i saggi di cottura per la fabbrica di porcellane Sèvres denotano una mescolanza di elementi orientali e occidentali, nonché un legame con la produzione commerciale di oggetti.

Fotografo anonimo, “Piccola ombra n. 1 “di Auguste Rodin nel giardino di Tanaka Uson, 25.12.1911 (Gelatina d’argento – Musée Rodin, Paris)
Rodin inviò tre piccole sculture in Giappone, per ricambiare l’omaggio di trenta unito-e che gli erano stati mandati in dono in occasione del suo 70° compleanno dalla Shirakaba. Le opere, appena giunte a destinazione, furono subito fotografate nel giardino di uno dei membri dell’associazione, mostrando come arte e natura fossero un terreno comune agli artisti giapponesi ed europei. La grande arte era “arrivata a casa”.

Auguste Rodin, Maschera di Hanako, 1911 (Pasta vitrea – Musée Rodin, Paris).
Rodin vide per la prima volta la danzatrice e attrice Hanako all’Exposition Coloniale a Marsiglia nel 1906. Rimase folgorato dall’aspetto e dal talento di questa bellezza in miniatura, che gli fece da modella a partire dal 1907. La tecnica usata per quest’opera, originaria dell’Antico Egitto e incentivata dal gusto Art Nouveau, era tornata di gran moda intorno al 1900.

Fotografo anonimo, Ritratto di Hanako (al secolo Hisa Ōta, 1868-1945), c. 1910 (Aristotipo – Musée Rodin, Paris)

Non poteva mancare la musica in questa lunga storia dell’infatuazione per l’Estremo Oriente. “Quando uno non può pagarsi un viaggio, bisogna immaginarlo con la fantasia”: con queste parole, nel 1903, Claude Debussy annunciava la pubblicazione della suite pianistica intitolata Estampes, ricco di contrasti ritmici e timbrici tipici della musica giavanese.
Nel 1910 Ravel, nella suite Ma Mère l’Oye, arricchì il brano Laideronnette, impératrice des pagodes con mille esotici tintinnii che trasportavano l’uditorio nell’irrealtà delle fiabe dell’infanzia.
Di qua dalle Alpi, nel 1904 vedeva la luce uno dei massimi capolavori del teatro lirico, la Madama Butterfly di Giacomo Puccini, ancor oggi radicata nel nostro immaginario come la più
commovente associazione tra costumi giapponesi e la tragedia del destino umano.

Galileo Chini (1873-1956), Paravento “Turandot”, 1926 (Olio su tela – Collezione privata, Parma). Su invito di Puccini, Chini collaborò alla realizzazione delle scenografie per la sua Turandot. Chini dipinse scene che rappresentano una rievocazione fantastica dell’Estremo Oriente che si mescola all’esperienza diretta vissuta dall’artista. Questo paravento proviene dalla Turandot allestita nella Sala Moresca del Grand Hotel et de Milan di Salsomaggiore Terme.

(Le fotografie sono personali)

I vostri pensieri

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Freebutterfly

Siamo fatti solo di ali. Infinite ali.

La Lettrice Assorta

Leggo storie, condivido impressioni

Italo Kyogen Project

伊太郎狂言プロジェクト

Mr.Loto

... è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo ... (A. Baricco)

Penne d'Oriente

Giappone, Corea e Cina: un universo di letture ancora da scoprire

Memorie di una Geisha, multiblog internazionale di HAIKU di ispirazione giapponese

Ci ispiriamo agli antichi maestri giapponesi che cantarono la bellezza della natura e del cosmo, in 17 sillabe che chiamarono HAIKU

Il fiume scorre ancora

Blog letterario di Eufemia Griffo

Arte&Cultura

Arte, cultura, beni culturali, ... e non solo.

Un Dente di Leone

La quinta età: un soffio di vento sul dente di leone

Picture live

Vivir con amor

vengodalmare

« Io sono un trasmettitore, irradio. Le mie opere sono le mie antenne » (Joseph Beuys)

mammacomepiove!

Donna. Mamma. Sognatrice. In proporzioni variabili.

La poesia di un arabesque

"La danza è il linguaggio nascosto dell'anima" Martha Graham

Polvere o stelle

racconti, emozioni e pensieri danzanti

IO, ME E ME STESSA

Per andare nel posto che non sai devi prendere la strada che non conosci

Il Canto delle Muse

La cosa importante è di non smettere mai di interrogarsi. La curiosità esiste per ragioni proprie. Non si può fare a meno di provare riverenza quando si osservano i misteri dell'eternità, della vita, la meravigliosa struttura della realtà. Basta cercare ogni giorno di capire un po' il mistero. Non perdere mai una sacra curiosità. ( Albert Einstein )

... è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo ... (A. Baricco)

Orizzonti blog

blog di viaggi di Patrick Colgan

Pinocchio non c'è più

Per liberi pensatori e pensatori liberi

L'angolino di Ale

... è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo ... (A. Baricco)

DANZA/DANZARE

considerazioni, training, racconti

Di acqua marina di Lucia Griffo

Just another WordPress.com site

17 e 17

UN PO' PIU' DI TWITTER, UN PO' MENO DI UN BLOG

Studia Humanitatis - παιδεία

ΟYΤΩΣ AΤΑΛΑIΠΩΡΟΣ ΤΟIΣ ΠΟΛΛΟIΣ H ΖHΤΗΣΙΣ ΤHΣ AΛΗΘΕIΑΣ, ΚΑI EΠI ΤA EΤΟIΜΑ ΜAΛΛΟΝ ΤΡEΠΟΝΤΑΙ. «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità e molti si volgono volentieri verso ciò che è più a portata di mano». (Thuc. I 20, 3)

jalesh

Just another WordPress.com site

Cetta De Luca

io scrivo

filintrecciati

Just another WordPress.com site

OHMYBLOG | PAOLOSTELLA

just an other actor's blog

Sakura No Hana...

Composizioni in metrica giapponese

Versi in rima sciolta...

Versi che dipingono la natura e non solo...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: