Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Svetlana Zakharova porta l’Amore in scena al Teatro Comunale di Bologna

Il racconto di Eleonora che, assieme a Cristina, ha assistito allo spettacolo Amore, portato sulle scene dalla Divina Svetlana Zakharova.

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In cartellone al Teatro Comunale di Bologna era di scena (14 e 15 ottobre) lo spettacolo di danza Amore, con protagonista assoluta la grandissima star del Bolshoi nonché étoile del Teatro alla Scala Svetlana Zakharova. Uno spettacolo presentato in anteprima circa due anni fa a Londra.
La serata, composta da tre parti – Francesca da Rimini, Rain Before It Falls, Strokes Through the Tail – aveva per filo conduttore, come si intuisce appunto dal titolo, l’amore.
Il primo pezzo, Francesca da Rimini – coreografia di Yuri Possokhov, musica di Tchaikovsky – vede in scena la storia di Paolo e Francesca, il loro amore sbocciato tra le pagine di un libro che, come canta Dante, fu galeotto come l’autore che lo scrisse, l’uccisione dei due amanti da parte del marito di lei Giovanni e, sul finale, l’immortalità di questo Amore reso tale da Dante, che parla di Paolo e Francesca proprio nel secondo anello (lussuriosi) dell’Inferno della Divina Commedia.
Personaggi reali quelli di Francesca da Polenta, Giovanni Malatesta o Gianciotto detto anche Gianne lo sciancato e Paolo suo fratello. Lei, sposa di Giovanni con matrimonio per procura, che la leggenda vuole innamorata del fratello più bello e aitante Paolo (già sposato) ma che in realtà la vede, per la storia, vittima del marito con un delitto d’onore truccato, il quale si sarebbe liberato della moglie per sposare Zambrasina dei Zambrasi, famiglia di Faenza con cui Giovanni voleva di fatto allearsi anche per un maggior vantaggio economico.
La scenografia di Maria Tregubova è sicuramente di quelle che colpiscono – enormi pezzi di sculture sospese raffiguranti corpi o parti di essi avvinghiati tra loro rendono l’idea di quale sia il tema anche nel suo aspetto più lussurioso, ossia il desiderio carnale, desiderio che sboccia, di fatto, tra i due.
Le splendide note, ovviamente della Francesca da Rimini di Tchaikovsky (utilizzate anche nel pdd finale di Onegin), fanno da sfondo ma anche in qualche modo è come se dettassero la stessa coreografia nei gesti e negli accenti.
Una grandiosa Zakharova impersona una Francesca che rinasce mentre legge le pagine del libro su Lancillotto, Re Artù e Ginevra, come se prendesse coscienza di sé e del suo desiderio sempre sopito che sboccia improvvisamente stando accanto a Paolo – interpretato da Dennis Rodkin – un uomo dall’animo sensibile come il suo.
Possokhov sfrutta sapientemente le linee della Zakharova, la di lei capacità di riempire il palco con il suo straordinario movimento sempre perfetto tecnicamente, sempre super controllato da renderla quasi irreale.
In alcune critiche che uscirono un paio d’anni fa, dopo la prima londinese, la coreografia veniva definita “più passabile che interessante”. Io invece la definirei piuttosto una buona coreografia con dei buoni spunti – penso per esempio a quando i due protagonisti ormai innamorati fanno rotolare la testa sulle braccia stese dell’altro fino a riunire le loro labbra in lunghi baci, oppure quando Giovanni sorprende i due amanti – l’ira che si sprigiona (sostenuta anche dall’apice della potentissima musica di Tchaikovsky) è devastante. Qui la coreografia è davvero potente, complice anche quella “carne di manzo selvaggia” come viene definito in alcune critiche Mikhail Lobhukin – un fisico il suo sicuramente atletico ma non certamente contraddistinto dall’eleganza coreutica – che risulta inevitabilmente dominatore della scena.

Svetlana Zakharova con Denis Rodkin (a sin.) e Mikhail Lobhukin (ph. Roberto Ricci)

Certo ci sono anche delle banalità o dei momenti non riusciti tipo l’amplesso dei due innamorati che forse risulta un po’ troppo lungo, a maggior ragione se poi alcuni dei passaggi sono i classici banali rotolamenti per terra senza aggiungere una passione veritiera tra i due. Eppure i due protagonisti – Zakharova e Rodkin – lavorano spessissimo insieme, anche al Bolshoi.
Ora, avendo visto la Zakharova in molti balletti e molto diversi tra loro, è evidente quanto sia cambiata: la freddezza che la pervadeva agli inizi ha lasciato il posto a ottimi slanci interpretativi pienamente convincenti come nella Dama delle Camelie, andata in scena al Teatro alla Scala due anni fa in coppia con Roberto Bolle. Credo quindi che dipenda un po’ dall’approccio di Rodkin che, pur essendo un ottimo ballerino, elegante nei movimenti e anche bello, il che non guasta mai, rimane a mio parere poco incline al “trasporto interpretativo”.
Molto bello il finale che, dopo la roboante scena dell’uccisione dei due amanti da parte di Giovanni – risalta qui la preparazione atletica di Lobukhin, con salti ed evoluzioni aeree spettacolari – vede entrare in scena due diavoli che, evocando il girone infernale dantesco, portano le anime dei protagonisti negli inferi e nella immortale leggenda.

Svetlana Zakharova al termine di Francesca da Rimini

Il secondo pezzo della serata è Rain Before It Falls – Prima che la pioggia cada – su coreografia di Patrick de Bana, e vede un inizio particolare e decisamente interessante.
Seduta a una scrivania, vestita con un lungo abito viola, lo sguardo rivolto nel vuoto, fisso davanti a sé, la Zakharova esegue alcuni movimenti con le braccia, dimostrando uno straordinario controllo del gesto. Impossibile distrarsi, lo sguardo resta catturato dalla sua presenza scenica, una vera e propria calamita.

Svetlana Zakharova con Patrick De Bana (ph. Jack Devant)

Poi in sequenza entrano i suoi partner, un eccellente Denis Savin (che ritroveremo anche nel terzo e conclusivo pezzo) e lo stesso De Bana con il quale balla per la maggior parte del tempo.
Rain Before It Falls è nato come un passo a due, non si capisce quindi cosa voglia significare questo restyling che lo trasforma in teoria in un passo a tre. In teoria, perché in pratica il terzo ballerino per la maggior parte del tempo sta seduto sul bordo del palco con le gambe penzolanti nella buca dell’orchestra. La sua presenza, pur restando incomprensibile, non passa sicuramente inosservata. Riesce – non saprei dire se questo sia intenzionale da parte del coreografo oppure no – a distogliere l’attenzione dello spettatore dal passo a due.
Sul sito di De Bana per la presentazione di questo pezzo c’è un estratto tratto proprio dal romanzo omonimo di Jonathan Coe che recita più o meno così:

«Penso a Marilyn Monroe. Penso a Marlene Dietrich. Penso a Maria Callas e Romy Schneider. Belle, talentuose, famose – ma sole.
Terribilmente, irrimediabilmente sole.
La solitudine diventa sempre una compagna e finisci per darle un volto: quello dell’Amore Assoluto.
Come una droga, che ti porta fuori di testa, si inventano un motivo per vivere ancora, una chimera.
E poi ci sono le persone dalla vita comune il cui destino si trasforma in un istante: un terremoto, lo schianto di un aereo….. famosi o sconosciuti sono uguali prima del vuoto abissale che si rifiuta, a cui ci si ribella nella violenza della disperazione.
Il destino, non usa pianti e lacrime: ritorna alle tue chimere e vivi, se puoi ancora.
‘….una chimera, un sogno, una cosa irreale, come la pioggia prima che cada’».

Forse quindi così come poco prima che cada la pioggia, nell’aria, si percepisce una strana, impalpabile, invisibile tensione, anche nella vita quando senti che qualcosa cambierà ma non hai nessun elemento concreto, reale per poterlo dire.
E forse il terzo personaggio è lì a rappresentare la causa, l’elemento scatenante, il colpevole.
Non male come pezzo, ma forse non completamente risolto per dare un messaggio chiaro allo spettatore attraverso la coreografia e la messa in scena.
Terza e ultima parte è Strokes Through the Tail di Marguerite Donlon.
Una chiusura di spettacolo decisamente più leggera e spiritosa sulle note della Sinfonia n. 40 di Mozart.
Un’inversione di ruoli tra la Zakharova e cinque ballerini uomini sottolineata anche dai costumi di Igor Chapurin che, partendo da lunghi tutù e passando attraverso dei pantaloncini per arrivare ai frac, mette in risalto la dicotomia delle differenze e di quanto si possa essere ingannati dalle difficoltà di un salto piuttosto che di un passo sulle punte.
I ruoli alla fine sono un po’ come delle gabbie che spesso non fanno comprendere le difficoltà, le peculiarità e le unicità di ciascuno.

Strokes Through the Tail (ph. Jack Devant)

Un pezzo in cui finalmente la Zakharova interagisce da pari a pari, dove non c’è, se vogliamo dire, la star messa su un piedistallo ma una ballerina che danza con gli altri facendo gli stessi passi. C’è da dire che la sua personalità, la sua presenza scenica, spicca comunque, quasi a sottolineare che non si diventa stelle per caso.
Un pezzo decisamente divertente e dinamico che sfrutta a pieno le tipiche evoluzioni musicali mozartiane, con brio e leggerezza.
Anche in questo finale risaltano Lobukhin e Savin oltre ai bravi fratelli Alexei e Anton Gainutdinov.
Il pubblico ha apprezzato decisamente questo terzo pezzo risultandone molto divertito.
Elemento aggiuntivo di valore la musica eseguita dal vivo, per il primo e terzo pezzo, dall’orchestra del Teatro Comunale di Bologna diretta dal maestro Pavel Klinichev.
Serata decisamente apprezzata dal pubblico che riserva molti scroscianti applausi a tutti i protagonisti e, in primis, alla stella indiscussa Svetlana Zakharova.
Esperimento questo di Amore in parte riuscito, che vede la Zakharova impegnata in alcuni elementi non usuali per lei ma che la vedono comunque vincente dal punto di vista dell’esecuzione, un po’ meno forse dal punto di vista coreografico che non sempre, anche se realizzato espressamente per l’étoile, ne risulta così all’altezza.

(ove non segnalato le fotografie sono di Eleonora Bartalesi)

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