Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Tami, Milledraghi, Loto della Saggezza: tanti volti per una sola donna – “La virtù femminile” di Harumi Setouchi

Cartolina inviata da Pechino in Francia raffigurante una geisha (1908)

Quel paesaggio raffinato e minuto pareva lo scenario di un teatro, sullo sfondo del quale campeggiava il verde del monte Ogura. All’improvviso, da quello che si sarebbe potuto chiamare il lato destro di un palco, apparve una figura. Davanti agli occhi di Ryōko fu aperto con gesti rapidi un ombrello con un’intelaiatura viola. Sotto l’ombrello, tenuto inclinato, stava ferma, salda su una gamba poggiata un po’ avanti, una piccola, delicata monaca, che indossava una tonaca nera. Aveva l’aspetto di una fanciulla.
Piegava leggermente verso la spalla il bianco, luminoso volto dalla classica forma a seme di melone, come un burattino del Bunraku, dalla lucida testa rasata, lievemente bluastra. Gli occhi lunghi e obliqui, a forma di datteri, scrutavano il cielo da sotto l’ombrellino e parevano anch’essi occhi di una bambola, a mandorla, intagliati dallo scalpello di un famoso artista. Ryōko rimase abbagliata dalla bellezza e dalla perfetta eleganza della monaca.
Doveva essere Loto della Saggezza, cui era affidato il tempio di Giō.
Continuando a fissare il cielo, sollevò l’ombrellino e chinandosi passò velocemente davanti a Ryōko. La sua figura e le movenze ricordavano quelle di un’attrice su un palcoscenico: il risultato di una lunga abitudine alla danza.
(Farfalle nere)

 

Una geisha e una maiko negli anni Venti

Trascorsero due giorni, poi Ryōko si recò al tempio di Giō.
Gi aceri del giardino avevano ormai perso tutte le foglie e protendevano i loro rami nudi verso il cielo azzurro.
Ryōko si fermò estasiata nel giardino, indugiando a chiedere il permesso di entrare; osservava i vividi colori delle foglie che ne ricoprivano il terreno. A un tratto udì alle spalle la voce della monaca Loto della Saggezza:
«Continuo a contemplarle, senza decidermi a raccoglierle. Quando cadono le foglie il giardino è ancora più colorito di quando gli alberi sono in fiore e gli aceri ricoperti di foglie rosse»

Il corpo di Nagasawa, diverso da quello bianco e flessuoso di Otomune, non affascinava, ma neppure disgustava la fanciulla.
Quando rimanevano soli, l’uomo, solitamente taciturno, conversava piacevolmente con lei: era infatti una rarità trovare una ragazza capace di esprimere con veemenza i suoi sentimenti, di maledire gli uomini e di criticare la vita. Il corpo di Mille Draghi aveva per lui il gusto aspro della frutta ancora acerba. La sua ingenuità e la sua inesperienza erano una piacevole, fresca sorpresa, ma non bastavano a soddisfare il gusto troppo raffinato di un esperto come lui, desideroso di provare forti emozioni.
Divenuta indipendente grazie al denaro di Nagasawa, Mille Draghi riscuoteva sempre maggior successo, era famosa e molto richiesta. Dopo essere divenuta una delle cinque geisha più celebri di Shinbashi, era riuscita a eguagliare Diecimila Draghi. Ormai la sua posizione era indiscussa.
Dal suo arrivo a Tōkyō era trascorso un anno, simile a un sogno. Un anno che a lei era parso più intenso e più lungo di dieci anni del suo passato. La fiducia in se stessa e l’ambizione, che le avevano consentito di salire sull’onda della fortuna, aggiungevano splendore alla sua bellezza. La vita traboccava luminosa in ogni suo sguardo, in ogni suo gesto.
(L’ebbrezza di un sogno)

 

[…] anche nei momenti più critici della sua vita c’era sempre un uomo pronto a offrire denaro e a non risparmiare fatica per lei.
Chissà quando sarebbe terminato il suo karma di donna in questo mondo, come aveva detto il maestro Kaihan, chissà quando le sarebbe stato consentito di varcare la porta di un mondo puro. Disprezzava e detestava la tenacia e l’ostinazione con cui riaffiorava prepotente in lei il desiderio di vivere, nonostante la gravità della malattia. Allo stesso modo con il quale aveva sopportato rapporti carnali con uomini che non le piacevano, facendo violenza ai suoi sentimenti, similmente in quel momento, benché non avesse alcun desiderio di vivere, il suo corpo si aggrappava vergognosamente e caparbiamente alla vita.
(L’uccello di fuoco)

Che senso aveva la vita di una donna? Per esempio di una donna come la monaca Loto della Saggezza, che aveva trascorso metà della vita in modo così vario e così avventuroso, poteva davvero aver raggiunto l’illuminazione dopo essersi rinchiusa a quarant’anni in quel tempio?
«Il tempio di Giō mi sembra la destinazione finale delle sofferenze e delle passioni di un essere umano e nello stesso tempo anche la sinistra tomba delle passioni sempre più radicate in individui che fino alla morte non sono riusciti a trovare la luce. Alla sera, quando le foglie degli aceri rosseggiano, sento un brivido nella schiena, perché mi pare di vedere avvampare le ossessioni di gente che non ha raggiunto la vera illuminazione Kiyomori, Giō, Hotoke e persino io e Wasaburō»
(La prima veste)

 

Harumi Setouchi, La virtù femminile

Dopo essere stata venduta dalla nonna a soli dieci anni alla più famosa okiya (casa di geisha) di Tokyo, Tami diventa una delle più ricercate geisha giapponesi, ammirata e amata da nobili, industriali, uomini politici, attori. Tami ama i kimono dalle falde larghe che si agitano «come una marea che si ritiri da una spiaggia», ama truccarsi «come una marionetta del Bunraku» e obbedire ai riti più sottili della sua arte, ma non esita a fuggire col suo amante a Hollywood, a vestirsi all’occidentale, a gettarsi fra le braccia di una giovane ereditiera americana, a invaghirsi di un giovane studente a Parigi e, infine, a ritirarsi in un piccolo tempio tra i boschi di bambù di Saga e, con il nome di Loto della Saggezza, condurre una rigorosa vita monacale e lasciare ancora nutrirsi alla fiamma del desiderio soltanto i suoi bellissimi occhi.
Romanzo che ci conduce nelle stanze segrete dell’animo femminile, là dove la “virtù” contempla anche il coraggio della trasgressione, La virtù femminile è una delle opere più importanti della narrativa giapponese contemporanea.

Harumi Setouchi, nata nel 1922 a Tokushim, nello Shikoku, in una famiglia specializzata nella vendita di oggetti sacri, frequenta l’Università Cristiana Femminile di Tokyo e si laurea specializzandosi in letteratura giapponese. Si sposa, tramite matrimonio combinato, quando frequenta ancora l’università, e si trasferisce a Pechino con il marito dopo la laurea. Torna in Giappone nel 1946 e divorzia dal marito in seguito di una relazione con uno degli studenti di questi.
Si trasferisce poi a Tokyo per perseguire la carriera di scrittrice, che inizia con l’acclamata biografia letteraria della scrittrice moderna Toshiko Tamura (1884-1945), per cui vince un premio. Una delle sue prime storie, Kashin, del 1957, viene criticata come opera pornografica per via dell’utilizzo esplicito della parola “utero”e le è valsa il soprannome di shikyū no sakka (“scrittrice dell’utero”). Setouchi esplora le profondità delle emozioni femminili, il desiderio provato dalle donne per gli uomini e i rapporti promiscui.
Ha inoltre scritto romanzi autobiografici in cui illustra le sue relazioni adulterine. Ha vinto il Premio per la Letteratura Femminile nel 1963 per uno dei suoi primi romanzi, Natsu no owari (La fine dell’estate), che ha venduto negli anni Sessanta oltre un milione di copie ed è stato poi adattato in un film.
A causa delle tematiche controverse trattate nei suoi romanzi, Jakuchō viene esclusa per cinque anni dalle riviste letterarie prestigiose che pubblicavano racconti di letteratura alta. Di conseguenza Setouchi si dedica in quel periodo alla scrittura di chūkan shōsetsu (romanzi nel mezzo, ovvero romanzi che si trovano a metà tra la letteratura popolare, detta taishu bungaku, e quella alta) per diverse riviste meno rinomate.
Durante la sua carriera ha ricevuto uno dei più prestigiosi premi letterari del Giappone, ovvero il Premio Tanizaki, per il romanzo Hana ni toe nel 1992. Nel 2006 ha ricevuto il più alto elogio culturale, l’Ordine della Cultura, per il suo contributo alla letteratura giapponese. È anche stata presidentessa dell’Università di Tsuruga in Tsuruga, nella prefettura di Fukui, dal 1988 al 1992.
Nel 2008 ha cominciato a scrivere un keitai shōsetsu (romanzo per cellulare) intitolato Ashita no niji utilizzando lo pseudonimo “Purple”
Setouchi è inoltre la più recente scrittrice giapponese ad aver prodotto una traduzione in giapponese moderno del Genji monogatari (Storia di Genji, il principe splendente), che ha venduto oltre due milioni di copie.
In un’intervista Setouchi racconta che, a causa di una crisi esistenziale, ha iniziato cercare un significato più profondo alla sua vita, prendendo i voti nel 1973 e diventando una monaca buddhista della scuola Tendai. Nel 2007 è stata assegnata come monaca al tempio Chūson, situato in Hiraizumi, nella prefettura di Iwate, e ha ricevuto il nome Jakuchō, che significa “ascolto silenzioso e solitario”. Nello stesso periodo Setouchi è diventata anche un’attivista sociale, ha costruito un centro per le donne ed è diventata una consulente spirituale.
Oggi è inoltre conosciuta per la sua opposizione alla pena di morte in Giappone e per il suo viaggio in Iraq dopo la guerra del Golfo per distribuire dei medicinali. A maggio del 2012 ha digiunato in protesta contro la riapertura delle centrali nucleari giapponesi in seguito alla crisi di Fukushima, paragonando l’evento alle bombe nucleari della seconda guerra mondiale.

(foto dal web)

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