Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“La bella addormentata”, ovvero un balletto da favola

E’ sempre piacevole interessante rivivere un balletto grandioso, che ha segnato la storia della danza classica, come La bella addormentata nel bosco.
Possiamo farlo con le parole di Eleonora.

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Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko

La bella addormentata nel bosco è l’apoteosi della danza con la sua altissima tecnica e i suoi estremi virtuosismi ma anche con i suoi ricchi costumi, opulenti e bellissimi, e ancora con le sue scenografie realistiche e avvolgenti, per trasportare realmente il pubblico nella favola. Insomma, è veramente il ‘balletto dei balletti’ come lo definiva il maître à danser di Nureyev.
Un balletto la cui prima versione fu creata nel 1890 dal grande coreografo Marius Petipa, definito “sinfonico” per il ruolo fondamentale che la musica svolge nell’organicità dell’intera creazione coreutica.
La bellissima musica di Tchajkovskij composta, con grande slancio, appositamente per questo balletto è una vera perla creativa conosciuta da molti, indipendentemente dal balletto, perché utilizzata anche in altri contesti, come per esempio da Walt Disney nel suo omonimo cartone animato.
Risaltano indubbiamente il famoso Adagio della Rosa nel I atto, il pas de caractère del Gatto con gli stivali e la Gatta Bianca con i loro pas de chat nel terzo atto, o ancora Panorama, un gioiello capace di vivere in modo autonomo dal resto della partitura musicale o infine il famosissimo walzer.
Rudolf Nureyev nel 1966 mette in scena per la prima volta al Teatro alla Scala la sua versione, che proprio nelle settimane scorse è ritornata di nuovo in scena sul palco scaligero, dopo ben 12 anni di assenza, con la messa in scena del 1993 che vede le bellissime scenografie e i magnifici e opulenti costumi del Premio Oscar Franca Squarciapino.
La versione di Nureyev è molto rispettosa dell’originale di Petipa pur introducendo una chiave di lettura più realistica. La favola di Perrault c’è, ma per esempio il regno di Florestano non è “un paese incantato” di fanciullesca memoria, ma un vero e proprio regno con la sua etichetta, le sue regole e le sue leggi. La figura maschile del Principe Désiré è maggiormente presente, tanto che i suoi assoli sia nel II che nel III atto riescono quasi ad eclissare la stessa protagonista Aurora.
Un balletto corale in cui i tanti personaggi della favola prendono vita attraverso sapienti creazioni coreografiche che descrivono le caratteristiche fisiche e psicologiche dei personaggi e in cui le tante eccellenze del corpo di ballo scaligero hanno la possibilità di mostrarsi al meglio.
Le sapienti e abili capacità di Petipa prima e di Nureyev poi riescono a creare composizioni che sembrano, e in parte lo sono, scritte in punta di scarpetta, alcuni passaggi infatti sono davvero un passo per ogni singola nota.
Il prologo si apre su una culla reale che fa bella mostra di sé sul fondo del palcoscenico. È nata Aurora, la figlia del Re Florestano e della Regina – interpretati da due glorie scaligere come Marta Romagna e Alessandro Grillo.

Marta Romagna

Grandi festeggiamenti a corte organizzati dal maestro di cerimonie Calabutte – un simpaticissimo e azzeccatissimo Riccardo Massimi – durante i quali fanno ingresso a corte le fate madrine, accompagnate dai loro cavalieri, ognuna delle quali porta in dono, per la piccola Aurora, le qualità di bellezza e di carattere che faranno di lei una perfetta principessa.

Le fate (ph. Teatro alla Scala)

La prima delle fate è Candide, che rappresenta l’innocenza della fanciulla. Grandi passi sulle punte e ampi movimenti delle braccia caratterizzano la sua danza.
Poi è la volta di Fleur de farine, la Fata dei Fiori di farina che, come la sua danza frenetica, veloce e friccicosa, porta grazia per la bambina.
E ancora Fée aux miettes, la Fata delle briciole, per garantire abbondanza. Emboîtés e sautés in punta la caratterizzano.
Poi Canari qui chante, la Fata dei canarini per donare una voce chiara e limpida. La sequenza veloce accompagnata dal movimento frenetico delle mani quasi fosse un tremolio, un sussurro a ricordare l’eloquenza.
La Fata Violante porta l’energia. Developpés e braccia tese con l’indice rivolto verso il basso rendono perfettamente l’idea della sua forza dirompente.
E per ultima la Fata Principale dona una vita lunga e prosperosa. Diagonali di sissones fouettés e arabesque la rappresentano.
Nei ruoli delle fate si sono alternate, nelle varie repliche Martina Arduino, Virna Toppi, la stessa Nicoletta Manni, e ancora Agnese di Clemente, Caterina Bianchi, Alessandra Vassallo, Maria Celeste Losa, Christelle Cenerelli, Gaia Andreanò, Alessandra Podini, Marta Gerani e Antonella Albano. Tutte assolutamente perfette, mostrando al meglio i loro talenti.
I festeggiamenti continuano quando inaspettatamente la musica, armonica e dai toni gioviali, diventa a un tratto dissonante e piena di tensione ed ecco comparire la malefica fata Carabosse – una fantastica Beatrice Carbone calata perfettamente nella parte (in alternanza in altre repliche a un altrettanto convincente e perfida Marta Romagna).
Arrabbiatissima per non essere stata invitata, è intenzionata a creare grande scompiglio a corte ma l’intervento della dolce, materna e tranquilla Fata dei Lillà – una grande Emanuela Montanari – la dissuade dai suoi propositi. Prima di andarsene però getta un maleficio sulla piccola Aurora: al suo sedicesimo compleanno si bucherà con un oggetto appuntito e la fanciulla morirà.
Ma la Fata dei Lillà rassicura che la fanciulla non morirà, cadrà piuttosto in un profondo sonno eterno dal quale solo il bacio d’amore la desterà.
Il re così fa bandire dal regno tutti gli oggetti appuntiti per paura che la maledizione si avveri.
Siamo nel I atto, alla festa di compleanno di Aurora, ormai diventata una ragazza: compie infatti 16 anni. Sulle note del famoso walzer gli ospiti si abbandonano a grandi festeggiamenti, poi ecco entrare Aurora. La prima donna della nostra serata è la splendida prima ballerina Nicoletta Manni – alternatasi, nelle altre repliche, con Polina Semionova e Martina Arduino entrambe bravissime, incisive, assolutamente all’altezza di questo ruolo.

Una scena dal Walzer (ph. Teatro alla Scala)

Il Re Florestano le presenta quattro principi provenienti da tutto il mondo – i bravissimi Marco Agostino, Gioacchino Starace, Edoardo Caporaletti e Nicola del Freo.
Ecco quindi il famoso Adagio della rosa, un pas des quatre in cui la ballerina è chiamata a esibirsi in un intenso momento tecnico.
In perfetto attitude deve concedere la sua mano a ciascuno dei quattro principi, staccandola ogni volta, rimanendo in equilibrio per poi passare la mano al principe successivo. Tutto questo per più volte con variazioni durante tutto l’adagio. Ma i virtuosismi non sono finiti, infatti subito dopo ecco che Aurora si lancia in un assolo in cui in una sequenza di pas de bourrée e ronds de jambe en l’air incanta tutta la corte.

Nicoletta Manni (ph. Teatro alla Scala)

La Manni, che non pecca certo di tecnica, risulta eccellente anche in questo ruolo, che affronta per la prima volta, al quale riesce a regalare freschezza ed eleganza.
Tutto sembra scorrere felicemente quando una vecchia offre un mazzo di fiori ad Aurora. La ragazza felice prende i fiori ma si punge e presto Aurora, insieme a tutto il castello, cade in un sonno profondo. Si scopre così che la vecchia non era altri che Carabosse sotto mentite spoglie.
All’apertura del II atto ci troviamo in una radura dove presto giungono il principe Désiré – un ottimo Timofej Andrijashenko – e il suo seguito, intenti a passare il loro tempo in battute di caccia, giochi, danze e divertimenti. Rimasto solo, il principe appare pensieroso, in un certo qual modo triste.
Ed ecco qui il famoso assolo del principe sulle note di violino.
Nureyev creò questo assolo per mettere in evidenza anche le qualità tecniche maschili. Una sequenza ricca e difficile che non risulta però vuota e artefatta come fosse un mero esercizio di stile ma, al contrario, estremamente espressiva, struggente, in sintonia con la dolcezza e tristezza delle note emesse dal violino e capace di creare quell’atmosfera colma di pathos che lascia il pubblico quasi senza fiato sino alla fine.
Andrijashenko esegue l’assolo in modo decisamente convincente, anche se la lettura personale di alcuni passaggi non mi ha convinto molto.
La Fata dei Lillà compare al Principe Désiré e gli racconta la triste storia di una fanciulla caduta in un sonno eterno. Il principe la ascolta e d’incanto come in un sogno si trova in mezzo a tante driadi. Tra loro riesce a scorgere Aurora e finalmente a raggiungerla.
Con lei balla un melanconico passo a due in cui la ragazza, nel sogno magico creato dalla Fata dei Lillà, non ha più quelle incertezze iniziali del I atto. Dona con convinzione la sua mano al principe Désiré e si lancia con sicurezza tra le sue braccia.
L’intesa tra la Manni e Andrijashenko è evidente. Bravi e ben affiatati ci regalano uno splendido passo a due che già fa immaginare cosa sarà il Pas de deux classique del III atto.
I due ballerini sicuri e convincenti eseguono al meglio anche le rispettive variazioni, entrambe apoteosi della tecnica.
Ben presto però il sogno svanisce e così il principe Désiré resta di nuovo solo. L’amore, comunque, ormai sbocciato nel suo cuore, per quella fanciulla sconosciuta, lo porta a seguire, su una barca incantata, la Fata che lo conduce al castello.
Qui Désiré si aggira tra i saloni silenziosi dove tutti, sotto l’incantesimo malefico, giacciono addormentati. In fondo a una sala scorge Aurora distesa nel suo letto. Le si avvicina e dopo averla baciata ecco che lei si desta, come tutto il resto della corte, e il castello torna a vivere.
Aurora corre dai suoi genitori a presentare Desirè come suo sposo. Re e Regina felici acconsentono.
Eccoci giunti al III e ultimo atto.
A corte si festeggia il matrimonio di Aurora e Désiré. Come da tradizione non può mancare un divertissement.
E così abbiamo il famoso passo a cinque interpretato da Virna Toppi e Nicola del Freo con Alessandra Vassallo, Gaia Andreanò e Christelle Cenerelli. La Toppi e del Freo, decisamente convincenti nel passo a due a cui segue la variazione maschile di un incisivo Del Freo, la cui sequenza coreografica fatta di plié alla seconda, entrechat six, arabesque, passé, grand jeté e così via segue pedissequamente la musica dal ritmo preciso e incalzante come il tempo scandito da un orologio del quale ricorda il suono delle lancette.
È la volta poi della variazione femminile eseguita perfettamente dalla Toppi con brio, così come la musica richiede. Questa risulta infatti estremamente scandita, ricordando quasi un trillo e dando la sensazione di leggerezza e vivacità e la sapienza di Petipa riesce davvero a creare movimenti di braccia e mani lievi e veloci che rendono perfettamente tale sensazione.
Poi è la volta del passo a tre di Vassallo, Andreanò e Cennerelli che si esibiscono sulla famosa musica ricordata da tutti come quella delle tre fate Flora, Fauna e Serena di Walt Disney quando, in una casetta nel bosco, devono decidere il colore del vestito di Rosaspina (Aurora).

Vittoria Valerio e Claudio Coviello (passo a due dell’Uccello Blu) – Virna Toppi e Nicola Del Freo

Terminato il passo a cinque con una velocissima coda, seguono i passi a due dell’Uccello Blu e del Gatto con gli stivali in cui la musica e la coreografia con l’uso di onomatopee riescono ad essere estremamente evocative dei personaggi che vanno a rappresentare.
Ecco quindi che alle prime note del flauto con la comparsa sulla scena dell’Uccello Blu e della sua Fiorina si ha subito la sensazione di vedere due uccelli. Il loro passo a due è davvero un pezzo di bravura unico, un pezzo d’accademia. Una sequenza coreografica creata ad arte con piccoli battements sur le cou de pied, brisé volé en avant e en arrière che, di concerto con la musica veloce, ritmica con il timbro sonoro del flauto, evocano il volteggiare soave degli uccellini da un ramo all’altro con il loro cinquettare.
Bravissimi in questi ruoli Claudio Coviello e Vittoria Valerio che come sempre mostrano grande tecnica e maestria – mi piace ricordare in alcune altre repliche anche Nino Sutera, già da tempo un ineguagliabile Uccello Blu.
La musica cambia, prende tutt’altro registro e diventa misteriosa ed entrano il Gatto con gli Stivali e la Gatta Bianca. I pas de chat e la pantomima fatta di immaginarie zampe e artigli caratterizza questo passo a due che ci porta alla mente il mondo felino. Un perfetto Federico Fresi – alternatosi nelle altre repliche ad un altrettanto super spiritoso ‘miagolante’ Chistian Fagetti – in compagnia di una perfetta ‘super civettuola’ Antonella Albano – o ad un’altra splendida Denise Gazzo – danno vita a due strepitosi gatti.

Antonella Albano e Federico Fresi (passo a due del Gatto con gli stivali)

A chiusura del divertissement ecco Aurora e Désiré di bianco magnificamente vestiti e il loro grand pas de deux classique.
La musica festosa e regale li accompagna nei passi, eseguiti all’unisono a sottolinearne l’unione matrimoniale. Belli il bacio della Manni dato al suo principe davanti a lei inginocchiato in arabesque penchée e anche la conclusione con la pose poisson dei due primi ballerini.
Andrijashenko al termine della sua variazione, eseguita davvero con piglio e grande sicurezza, viene grandemente applaudito con sinceri apprezzamenti, ma anche la Manni nel suo assolo volteggia sul palcoscenico con sicurezza e maestria interpretando un Aurora più matura che ormai ha il portamento da futura regina, strappando prolungati applausi.


Sempre piacevole e trascinante la conclusione, con tutta la corte che balla insieme ad Aurora e Désiré su un refrain che si ripete più volte, come la coreografia. Una festa senza fine come la felicità degli sposi che come in tutte le favole “…vissero felici e contenti”.
Mi piace ricordare, nelle altre rappresentazioni, oltre a quelli già citati nel pezzo anche:
– Claudio Coviello (Désiré ) nell’assolo del violino eseguito da lui magnificamente, con un trasporto e un controllo eccellenti,
– Martina Arduino e Marco Agostino (Aurora-Désiré e Passo a cinque) molto bravi entrambi. Spicca la Arduino per personalità,
– tutto il corpo di ballo, sempre ai massimi livelli per tecnica e interpretazione, e tutto il Teatro alla Scala per le eccellenze che possiede in tutti i settori da quello orchestrale, a quello scenografico, costumistico, trucco e parrucco.
Qualcuno potrebbe definire questo balletto ridondante dalla musica, alla coreografia e via dicendo ma per un balletto come questo, secondo me, non lo è.
Una favola non si crea con la semplicità!

(ove non segnalato le fotografie sono di Eleonora Bartalesi)

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