Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“La bella addormentata nel bosco”. Un sontuoso “balletto sinfonico” per le punte di diamante del Teatro alla Scala Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko

Desideravo molto vedere dal vivo questo che è considerato un “punto di non ritorno” nella storia del balletto classico: dopo la sua prima rappresentazione al Mariinsky di San Pieroburgo il 15 gennaio 1890, nacque una vera e propria rivoluzione romantica grazie alla quale il balletto, per grandezza sinfonica, drammaturgica e coreografica, acquisì una nuova dignità affiancandosi alla maestosità dell’opera lirica.
Eleonora e io avevamo optato per la recita del 5 luglio che avrebbe visto Svetlana Zakharova nel ruolo di Aurora (anche se la scelta fra lei e Polina Semionova era davvero ardua), ma poi il destino ha deciso diversamente, regalandoci una serata bellissima ed emozionante proprio perché ha inaspettatamente avuto come protagonista la “nostra” Prima Ballerina Nicoletta Manni, accompagnata dal previsto Timofej Andrijashenko nel ruolo del Principe Désiré.
La versione presentata alla Scala è quella che Rudolf Nureyev creò proprio per il teatro scaligero nel 1966 e che mancava dal Piermarini da ben dodici anni.
Lo stile nureyeviano faceva presupporre a priori opulenza e fastosità nella scenografia, nei costumi, nella coreografia stessa – pur restando in gran parte fedele all’originale di Petipa – ma non immaginavo che l’effetto complessivo sarebbe stato di un grande “wow”!


Le scene e i costumi del premio Oscar Franca Squarciapino si rivelano fin dalla prima apertura del sipario magnificenti e degni di una grandissima produzione: gli abiti della corte di Re Florestano del Primo Atto, riccamente decorati di broccati dai colori vivaci come il celeste, il blu, il verde, il rosa, tipici del Seicento, le ampie scollature e i cappelli piumati, cedono il posto nel Secondo Atto alla civetteria settecentesca tutta colori pastello, pizzi, nastri, fiori finti, bustini stretti e ampie gonne a cupola. Intramontabili i tutù, sempre presenti trasversalmente nei secoli, per i personaggi senza tempo come le Fate o la stessa Principessa Aurora, archetipo della fanciulla che prende coscienza del suo sbocciare in una giovane donna.
Ugualmente ricchi e sontuosi i fondali, dalla reggia di Re Florestano al bosco della visione del Secondo Atto al salone della festa di nozze del Terzo Atto. Un tutt’uno abbagliante con le musiche coinvolgenti e una coreografia che propone praticamente tutto il repertorio della danza accademica, per restituire un’immagine d’insieme della fiaba perfetta e capace di stupire grandi e piccini.
Il primo dei numerosi momenti molto piacevoli ricchi di danza vede impegnate le fate che, esibendosi ciascuna nelle proprie variazioni, consegnano i doni ad Aurora in occasione del suo battesimo. Conoscete il nome e la simbologia legata a ciascuna di loro? Ecco le principali.
La prima è Candide – Fata Candida, simbolo dei fiori bianchi che si portavano alla partoriente, raffigura l’innocenza del neonato e la bellezza e si muove con grandi passi sulle punte e movimenti ampi di braccia e busto.
Segue Fleur de farine-Fata dei Fiori di farina: con allusione alla campanula bianca, simboleggia la grazia per il neonato di sesso femminile e suscita grandi applausi per la sua danza nervosa, frenetica, una campanula svolazzante al vento.
La Fèe aux miettes è la Fata delle Briciole sparse – che richiama la consuetudine in base alla quale nelle case contadine una vecchia faceva cadere sulla fronte del neonato delle briciole di pane per garantirgli abbondanza di cibo durante l’esistenza – esegue una danza ricca di emboîtés e salti sulle punte.
Molto applaudita la frizzante Canari qui chante, la Fata dei Canarini cinguettanti: era considerato di buon auspicio il fatto che il primo suono percepito dal neonato fosse il canto di un canarino, che avrebbe donato al piccolo una voce chiara e limpida e una buona eloquenza. A imitazione del cinguettio, la velocissima variazione di Canari è accompagnata da un particolare gesto delle mani “in tremolo” come per evocare un bisbiglio indistinto.
Fata Violante, contrariamente alle altre fate, non deriva dal folclore russo, ma va piuttosto attribuita a un’invenzione di Petipa, che desiderava che alla principessa fosse riservato il dono dell’energia, che in quel periodo stava cominciando ad essere ampiamente impiegata. Ecco quindi i piccoli movimenti frenetici delle dita, con le braccia tese verso il basso e il dito indice che punta a terra, mentre la ballerina esegue piccoli développées.
E infine la notissima Fata dei Lillà, che rappresenta l’usanza contadina di porre il neonato per qualche momento sotto un arbusto di lillà per garantirgli una lunga vita, eseguendo fouettées e arabesques.
Ogni fata si immedesima nel dono che ha portato per la piccola Aurora ed è interpretata in modo davvero mirabile dalle ballerine scaligere – Martina Arduino, Alessandra Vassallo, Christelle Cenerelli, Gaia Andreanò, Agnese Di Clemente, Maria Celeste Losa, Virna Toppi ed Emanuela Montanari, splendida Fata dei Lillà – che strappano lunghi applausi al pubblico.
Molto bravi e applauditi anche i loro Cavalieri, sia nei passi a due che nelle danze d’insieme, e mi fa piacere ricordare anche loro perché sempre, anche in altre occasioni, danzatori di alto livello: Gabriele Corrado, Christian Fagetti, Andrea Risso, Andrea Crescenzi, Mattia Semperboni, Emanuele Cazzato e Walter Madau.
Ma l’atmosfera soave e allegra della cerimonia di presentazione della neonata viene presto sconvolta da lampi e musica stridula, grottesca: è il leit-motiv che accompagnerà ogni ingresso in scena della Fata Carabosse (chissà perché chiamata “fata” e non “strega”, rappresentando il male?) e della sua corte di topi feroci.
Una dirompente e perfettamente calata nella parte Beatrice Carbone, dopo aver espresso con gesti rabbiosi e mimica efficace il suo disappunto per non essere stata invitata alla festa, non accoglie le scuse dei regnanti e lancia la sua maledizione: al compimento del sedicesimo anno Aurora si pungerà e morirà all’istante.
Ma come in ogni fiaba educativa il Bene inizia fin d’ora a prevalere, mettendoci di fronte per la prima volta alla dicotomia Bene/Male, Fata dei Lillà/Carabosse.
Come scrive il critico Franco Pulcini: «La Bella racconta l’eterna sfida tra le forze del bene e quelle del male, la vittoria della luce, della bellezza, della gioia e dell’amore, sull’oscurità, la bruttezza, sul livore e l’odio. […] I due mondi non si contrappongono solo nell’introduzione, ma anche nel prosieguo della trama sinfonica ideata da Čajkovskij.
Il progressivo trionfo della Fata dei Lillà si percepisce subliminalmente atto per atto: mentre nel prologo la scena è invasa da Carabosse e il suo mondo musicale sembra avere la meglio, nel primo atto la contrapposizione è forte e, anche se la drammaticità della situazione è estesa alla scena dell’arresto dei contadini, colpevoli di usare pericolosi oggetti appuntiti, la musica della Fata dei Lillà inizia a farsi largo.
Già nel secondo atto, il mondo della fata buona fiorisce sulle putredini di un male ormai estinto.»
Questo contrasto fra Carabosse e la Fata dei Lillà permette di apprezzare ancora una volta le movenze delicate ed eleganti di Emanuela Montanari, in ogni sua interpretazione nel corso degli anni sempre morbida nel gesto e raffinata e sicura esecutrice del suo ruolo. In questo caso un’adorabile Fata dei Lillà.
La fata buona riesce a opporsi con la forza dell’amore al clima di terrore instaurato dalla fata cattiva e trasforma il maleficio in un incantesimo: la bella Aurora non morirà, ma si addormenterà fino a quando un principe non la sveglierà con un bacio.
Carabosse è sconfitta, se ne va in un turbinio di vesti nere e topi saltellanti, mentre i sorrisi tornano sui volti dei presenti e il clima gioioso e lieve riprende possesso della scena.

Beatrice Carbone ed Emanuela Montanari

L’Atto Primo si apre con i temuti aghi in primo piano: tre donne lavorano ai ferri ma, scoperte dal maestro di cerimonia, vengono subito arrestate poiché ogni tipo di ferro o fuso è stato bandito dal paese. Re Florestano è dapprima implacabile nel condannare a morte le donne disubbidienti, ma la Regina implora e ottiene clemenza, visto anche che quella è una giornata speciale: il sedicesimo compleanno di Aurora.
Questo è il momento in cui si aprono le danze e in cui, finalmente, appare sulla scena accompagnata dalle amiche la bellissima Nicoletta Manni che incarna splendidamente la giovane adolescente.

Nicoletta Manni (ph. dal web)

Anche in questo Atto sono molti i personaggi sulla scena, con costumi sontuosi e riccamente decorati, e ciascuno di loro si esibisce a lungo in un susseguirsi di danze che ben rendono l’idea di “balletto sinfonico”, termine coniato per sottolineare l’importanza della musica come organizzazione e svolgimento della, seppur flebile, trama.
Ma l’Atto Primo (scena seconda) è famoso soprattutto per il primo dei tre Adagi che scandiscono l’azione di questo danzatissimo balletto: è l’Adagio della Rosa, anche simbolicamente significativo poiché la rosa è il refrain di Aurora, simbolo sia della passione in boccio che della fugacità della vita.
In questo Adagio sono coinvolti, oltre ad Aurora, i quattro principi, provenienti da ogni parte del mondo, che aspirano alla sua mano ed è un momento tecnicamente molto impegnativo per la ballerina che ne incarna il ruolo e anche di suspense per lo spettatore.
Ella, infatti, passa a uno a uno i quattro cavalieri, in perfetto aplomb e in posa di attitude, concedendo la mano destra e poi staccandola, cercando di restare il più possibile in punta e in equilibrio da sola, come una fanciulla esitante che vada alla ricerca della sua sicurezza senza mai decidersi a dare la sua mano a uno solo fra i cavalieri che le offrono sostegno.
La musica e i passi si fondono in una deliziosa coreografia, e fragorosi sono gli applausi per una Nicoletta Manni in stato di grazia e per gli altrettanto degni principi (Marco Agostino, Gioacchino Starace, Edoardo Caporaletti e Nicola Del Freo).

Adagio della Rosa (ph. dal web)

Entusiasmante la vivace danza delle amiche di Aurora (Vittoria Valerio, Alessandra Vassallo, Gaia Andreanò, Christelle Cennerelli, Marta Gerani, Denise Gazzo, Alessia Auriemma e Agnese Di Clemente), che ci accompagna alla superba variazione della Manni, che la vede impegnata in pas de bourrée, ronds de jambe en l’air e cambi di port de bras, fino a che, furtivamente, una vecchina con un mantello scuro le si avvicina per porgerle un bouquet di fiori.
Aurora danza felice stringendo i fiori ma, all’improvviso, si punge… è l’avverarsi della maledizione di Carabosse, che appare esultante da sotto il mantello della vecchia. Sarà ancora una volta la Fata dei Lillà, la forza del Bene, a riportare la calma nella corte disperata per la perdita di sensi della fanciulla: Aurora dormirà…dormirà per cent’anni…e con lei tutti i cortigiani presenti, uno ad uno, si assopiscono.
Il mondo di Re Florestano si ferma, ma il tempo passa.
Al Secondo Atto è già trascorso un secolo e il sipario si apre sulla radura di un bosco in cui si sta organizzando una battuta di caccia. Siamo nel Settecento, come detto in precedenza i costumi sono cambiati, i cappelli piumati sono sostituiti dai tricorni e le giocose galanterie fra dame e cavalieri riportano alla mente le scene descritte nei quadri di Watteau.
Come il Primo Atto è memorabile per l’Adagio della Rosa, così il Secondo ha il suo fulcro nella Scena della Visione. Nureyev, infatti, nella sua versione, affida specificamente una parte più elaborata al Principe, dotandolo nel secondo atto di ben tre variazioni.
Assistiamo quindi a una toccante e tecnicamente molto complessa esibizione di Timofeij Andrijashenko, il principe Désiré che, triste per la mancanza d’amore, poco si integra con le danze della sua corte e, una volta lasciato solo, esegue un applauditissimo assolo su una musica malinconica. Al termine, mentre medita in solitudine, scorge la Fata dei Lillà che gli fa intravedere la bellissima principessa che lo attende: ella lo raggiunge, dapprima solo si sfiorano, non si toccano, ma infine intrecciano un passo a due appassionato dove la grande intesa della coppia Manni/Andrijashenko è palpabile. Seguono una variazione di Aurora e un pas de deux, ancora una volta molto applauditi dal pubblico, che accompagnano Aurora fuori di scena.

Nicoletta Manni (ph. Teatro alla Scala)

L’assolo di Désiré-Timofej Andrijashenko (ph. dal web)

E’ allora che la Fata dei Lillà invita il giovane Principe sconsolato a seguirla nella sua imbarcazione per raggiungere il palazzo incantato, dove, sconfitta definitivamente Carabosse, Désiré potrà entrare nella sala in cui, in una scena molto suggestiva, si avvicina con delicatezza a ogni personaggio presente, trovandolo addormentato, fino a che, sul fondo, non intravede il letto su cui giace Aurora: di slancio si avvicina e la bacia, facendo riprendere vita a tutta la scena.
Questo è un momento molto suggestivo, che colpisce il nostro immaginario nonostante già si sappia che l’amore trionferà, e la presenza scenica di Timofeij Andrijashenko, bellissimo e giovane principe, il suo tocco gentile e stupito alle figure addormentate simili a statue, la sua credibilissima interpretazione di un giovane che si trova a vivere un’esperienza al di là di ogni immaginazione, hanno valso al Primo Ballerino scaligero grandi applausi.
Dopo la benedizione di Aurora e Désiré da parte del Re e della Regina, il sipario si apre sul Terzo Atto, dedicato ai festeggiamenti per le nozze dei due giovani.
In quest’ultimo atto l’esile trama si perde del tutto, per sublimarsi nella grande tradizione del divertissement finale tipico dei balletti “à grand spectacle” che all’epoca spopolavano in tutta Europa.


Assistiamo infatti a un susseguirsi pressoché ininterrotto di entrées di grande effetto, con una carrellata di personaggi che ci conducono verso un’apoteosi della danza accademica e che culminerà nel meraviglioso Grand Pas de Deux di Aurora e Désiré, uno dei più straordinari esempi di classicità e rigore accademico, tanto da essere stato spesso eseguito da solo con il titolo “Le nozze di Aurora”.
Ma cos’è un divertissement?
Come ben esemplifica, ma in modo approfondito, la critica Marinella Guatterini, «La sua origine è antica: tra il XVII e il XVIII secolo la maggior parte delle commedie terminava con una sorta di intermezzo, frammisto di parti danzate e cantate, chiamato appunto divertissement, divertimento, al quale partecipavano tutti gli attori, i cantanti, i danzatori.
In epoca più recente furono chiamati divertissements i grandi pezzi coreografici introdotti nelle opere liriche.
All’interno di un balletto classico si chiama divertissement una serie di danze, assoli o ensembles, generalmente collocati alla fine del terzo atto, di cui Le nozze di Aurora (il titolo del terzo atto della Bella) è un esempio chiaro e compiuto, tanto che spesso viene rappresentato anche in forma autonoma.»
Molti sono infatti i personaggi e molte le danze che si susseguono lungo tutto questo Terzo Atto.
Dopo una briosa polonaise iniziale, in cui gli invitati danzano a coppie, compare ancora la Fata dei Lillà con altri ospiti, quindi è la volta del divertente duetto del Gatto con gli Stivali con la Gatta Bianca, primo intermezzo favolistico, in cui Federico Fresi e Antonella Albano fanno le fusa esibendo quel particolare pas de chat che ricorda i balzi del felino domestico e portando una ventata di ilarità. Davvero bravi e credibili nelle loro movenze “graffianti” e sinuose.

Antonella Albano e Federico Fresi

Segue il pas de deux della principessa Florine e dell’Uccello Azzurro, interpretato ottimamente da Vittoria Valerio e Claudio Coviello (già distintosi in alcune recite come principe Désiré). E’ un’esibizione dalla musica spumeggiante e dal notevole impegno tecnico: i movimenti di braccia e gambe suggeriscono il battito delle ali d’uccello e i passi veloci e aerei, che richiedono grande abilità, sono di notevole effetto scenico. Molto bella la posa “volante” nella quale Florine si innalza sulla spalla del partner.
Anche per loro, e in particolare per Coviello, ovazioni da parte del pubblico.

Vittoria Valerio e Claudio Coviello

Ma è il Grand Pas de Deux di Aurora e Désiré il momento più commovente e altamente tecnico di questo Atto; il momento in cui i due ballerini sfoggiano un’abilità esecutiva degna dei più grandi interpreti. Il pubblico lo riconosce e non risparmia applausi fragorosi sia a scena aperta sia, soprattutto, al termine dell’esibizione di Nicoletta e Timofej, salutati con acclamazioni e lodi.
E’ un pas de deux che resta nella storia della danza come uno dei più straordinari esempi di classicità e rigore accademico: con i suoi passi veloci, gli arabesques, le attitudes e le perfette balancés, la giovane principessa esprime la gioia dell’amore e la sicurezza ritrovata di una futura regina. In arabesque penchée bacia il suo principe inginocchiato e per tre volte si slancia verso di lui nella diagonale arricchita di altrettanti arditi poissons, splendidi da ammirare ed eseguiti da entrambi con gran classe.
Come ricorda Concetta Lo Iacono, docente di Storia della Danza e del Mimo, le interpreti storiche del ruolo di Aurora ne hanno sottolineato di volta in volta la dolcezza infantile (Carlotta Brianza), la grazia e l’eleganza (Margot Fonteyn), la luminosa bellezza (Carla Fracci) e la purezza formale (Natalia Makarova). Per quello che ho potuto osservare, Nicoletta Manni è riuscita a incarnare nello sviluppo dell’intero balletto tutte queste caratteristiche e a trasmetterle al meglio sia dal punto vista interpretativo che tecnico, con la misura e il garbo che sono la cifra distintiva della sua personalità.
Il principe Désiré esegue con grande abilità passi di grande spettacolarità, soprattutto jétés e manèges, mirati a mettere in mostra una tecnica coreutica tipicamente maschile.
Al termine dell’esibizione di Timofej Andrijashenko tra me e me non ho potuto non esclamare: «E’ nata una stella!», in parte perché la prova di Tima è stata davvero travolgente, per tecnica e personalità, in parte perché la risposta del pubblico è stata altrettanto travolgente arrivando quasi a una standing ovation.

Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko con il Direttore Felix Korobov

Inutile sottolineare che mi ha riempito di gioia il successo di questi due giovani Primi Ballerini, diventati meritatamente i beniamini del Teatro alla Scala, anche perché noi “divine” li seguiamo ormai da alcuni anni, li abbiamo visti nascere come ballerini, evolvere professionalmente di balletto in balletto, apprezzandoli fin dall’inizio e prevedendo per loro la luminosa carriera che hanno effettivamente intrapreso.
La bella addormentata si chiude in un tripudio di solennità e di clima festoso, al quale partecipano tutti gli invitati, con un’Apoteosi che vede i due protagonisti con la Fata dei Lillà, simbolo del bene che trionfa sulla malvagità.
La standing ovation e le migliaia di flash sono scattati alla riapertura del sipario per gli applausi finali, in un entusiasmo dirompente rivolto sia a tutti i bravissimi protagonisti della serata, sia alla magnificenza del balletto sia, infine, alla musica che modula in modo mirabile ogni momento della narrazione.
L’incontro dopo lo spettacolo con i nostri Primi Ballerini ha coronato un’altra serata indimenticabile al Teatro alla Scala.

Citazioni dal libretto di sala:
Concetta Lo Iacono, “Siamo i nostri sogni”, la Bella nel bosco dormiente
Marinella Guatterini, La danza nella Bella addormentata di R. Nureyev-Da L’ABC del balletto-La storia, i capolavori di ieri e di oggi, la tecnica, i grandi interpreti, Mondadori, Electa, 2006
Franco Pulcini, La Bella: musica in punta di piedi, con funambolico virtuosimo

(Ove non segnalato le fotografie sono personali)

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