Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“Don Chisciotte”: amori e contrasti nella colorata Spagna – Dalla creazione alla messa in scena: revisioni e curiosità

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Creato nel 1869 da Marius Petipa per il Teatro Bolscioi di Mosca, il balletto riscosse grande successo presso il pubblico russo.
Commedia buffa “all’italiana”, esotismo zingaresco, un tocco spagnolo e virtuosismo estremo: questi gli ingredienti di uno spettacolo che si ispirava a un episodio marginale presente nel celebre romanzo di Miguel de Cervantes.
I veri protagonisti della vicenda sono due giovani che vivono una tormentata storia d’amore: Kitri, la leggiadra figlia di un oste, e Basilio, un barbiere di bell’aspetto ma povero.
Il padre della ragazza si oppone alle loro nozze, avendo già promesso Kitri in sposa a Gamache, un borioso ma agiato aristocratico. Anche grazie all’appoggio di Don Chisciotte, i due giovani riusciranno a coronare il loro sogno d’amore. Prima del lieto fine, dovranno però fuggire, nascondersi ed escogitare addirittura un finto suicidio.

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Timofei Stukolkin nei panni di Don Chisciotte (1871)

Sogno e realtà a lieto fine
Il Don Chisciotte del Cervantes, pubblicato all’inizio del Seicento, iniziò a suscitare l’interesse del mondo della danza già alla metà del secolo successivo.
Il primo balletto assimilabile alla versione moderna, incentrato cioè sulla vicenda dell’amore contrastato tra Quiteria (Kitri) e Basilio – un episodio narrato nella seconda parte del romanzo – fu presentato a Parigi nel 1801. Libretto e coreografia vennero realizzati da Louis-Jacques Milon sulle musiche composte da François Charlemagne Lefebre. L’allestimento ebbe tale successo da rimanere per vent’anni nella programmazione dell’Opéra.
Su questo stesso intreccio fu però la scuola del balletto romantico russo a creare, nella seconda metà del XIX secolo, la versione in grado di imporsi nella tradizione della danza. Dopo il successo de La figlia del Faraone (1862), Marius Petipa – nel pieno del risveglio intellettuale della società moscovita e con le nuove generazioni affascinate dai libri e dalle musiche dell’Europa occidentale – aveva deciso di proporre uno spettacolo nuovo, meno legato ai tradizionali canoni del melodramma e sotto molti aspetti più colto.
Sensibile e vicino ai nuovi fermenti, il grande maître de ballet pensò quindi di inserire nel tessuto classico della coreografia una vicenda che rimandava all’opera buffa e alla commedia dei sentimenti e un personaggio avulso dalla realtà: Don Chisciotte. La struttura del balletto, sulla linea segnata da Giselle, alternava realtà e sogno ma, in controtendenza, terminava con un lieto fine. Petipa coinvolse nella non semplice impresa Ludwig Minkus, un musicista destinato a divenire il principale compositore di balletto dell’epoca.
La versione, strutturata in un prologo, quattro atti e otto scene, esordì nel 1869 al Teatro Bolscioi di Mosca con un cast poco appariscente: Anna Sobeshchanskaya nel ruolo di Kitri e Sergei Sokolov nei panni di Basilio. Le scene e i costumi erano di Pavel Isakov, Fiodor Shenyan e Changuine; dirigeva l’orchestra lo stesso Minkus.
Il successo della prima moscovita indusse Petipa a proporre lo spettacolo anche a San Pietroburgo nel 1871. Per adeguarlo ai gusti del pubblico colto e raffinato della capitale dell’Impero zarista, rese i passi di danza più conformi al puro stile classico e modificò in parte anche il libretto: la nuova edizione prevedeva cinque atti e undici scene.
Per la prima volta una stessa ballerina, Alexandra Vergina, impersonava sia Kitri sia Dulcinea; l’episodio del sogno di Don Chisciotte divenne il più importante di tutto il balletto e assunse le connotazioni tipiche dell’atto bianco, elemento imprescindibile di qualsiasi produzione classica; lo spettacolo si concludeva, infine, con la morte di Don Chisciotte.stella_glitter_natale

Mathilda Kschessinskaya (Kitri/Dulcinea)

La revisione di Gorsky
In questa versione, il balletto continuò a essere rappresentato per circa un trentennio senza che fossero apportate modifiche di rilievo e senza ottenere particolari riscontri al di fuori della Russia.
La rivisitazione più importante fu compiuta dal coreografo Alexander Gorsky in due allestimenti in tre atti realizzati all’inizio del Novecento: a Mosca nel 1900 e a San Pietroburgo nel 902.
Nello spettacolo montato al Teatro Mariinsky, in particolare, il coreografo russo si affidò a un cast d’eccezione: Mathilda Kschessinska (Kitri), Nicolai Legat (Basilio), Aleksei Bulgakov (Don Chisciotte), Enrico Cecchetti (Sancho Panza), Pavel Gerdt (Gamache), Olga Preobayenska (ragazza di strada), Tamara Karsavina (Cupido) e Anna Pavlova (Juanita).
Gorsky si attenne in gran parte al libretto redatto da Petipa, ma introdusse nuovi dettagli realistici e, soprattutto, curò la caratterizzazione dei diversi personaggi. Il corpo di ballo non venne più trattato come una massa anonima e ciascun danzatore venne dotato di una propria personalità. Fondamentale alla buona riuscita del nuovo allestimento fu la collaborazione con i pittori Alexander Korovin e Konstantin Golovin, che si occuparono delle scene e dei costumi.
Nella versione di Gorsky il balletto rimase a lungo nel repertorio dei teatri dell’Unione Sovietica senza però raggiungere elevati livelli di popolarità. Il gran pas de deux di Kitri e Basilio divenne invece un momento di grande attrazione nei gala, in Russia come in Europa, e fu scelto dai maggiori danzatori come imprescindibile test di bravura.stella_glitter_natale

Nicoletta Manni (Kitri) e Timofej Andrijashenko (Basilio), Don Chisciotte cor. Rudolf Nureyev – Tournée del Teatro alla Scala in Cina – 2018

Nureyev e le versioni europee del balletto
Nel 1940 Rostislav Zakharov presentò al Teatro Bolscioi di Mosca una nuova versione del Don Chisciotte, basata sempre sul libretto di Petipa-Gorsky. A questo allestimento si sarebbero ispirate tutte le successive edizioni dei teatri russi fino all’avvento, nel 1994 della coreografia di Yuri Grigorovich per il Teatro Bolscioi di Mosca, seguita cinque anni più tardi dalla rilettura di Alexey Fadeyechev.
In Occidente il balletto fu lanciato da Rudolf Nureyev con la revisione realizzata nel 1966 per l’Opera di Vienna; il successo di questo allestimento vivace, spiritoso e brillante – da cui fu tratto anche un lungometraggio nel 1973 – fece sì che in breve tempo le maggiori compagnie mettessero il titolo in repertorio. Nureyev, che interpretava magistralmente la parte di Basilio, riprese le musiche di Minkus in un arrangiamento di John Lanchbery. La versione approdò al Teatro alla Scala nel 1980.
Al 1978 risale invece il Don Chisciotte di Mikhail Baryshnikov, che debuttò con grande successo all’American Ballet Theatre di New York che venne ripreso negli anni Novanta anche dal Royal Ballet di Londra.
Altre versioni degne di nota sono quelle di Nicolas Beriozoff (1982), Vladimir Vasiliev (1991) e Maximiliano Guerra. In quest’ultima, rappresentata nel 2000 a Stoccarda, si opera un’identificazione di Don Chisciotte con Cervantes.stella_glitter_natale

Le versioni basate su musiche differenti
Nel 1950 Ninette de Valois, gran dama del balletto inglese, mise in scena al Covent Garden di Londra, su suo soggetto e con musiche di Robert Gerhard, un songolare Don Chisciotte che venne interpretato dalle grandi star di quegli anni, tra cui Margot Fonteyn, Alexander Grant e Robert Helpmann.
A New York nel 1965 George Balanchine realizzò la sua versione su musica di Nicholas Nabokov; sul palcoscenico danzavano Suzanne Farrell (nel ruolo di Dulcinea), Deni Lamont (Sancho) e lo stesso Balanchine nella parte di Don Chisciotte. La compagnia era quella del New York City Ballet. Il grande coreografo non si curò tanto di Kitri e Basilio, ma puntò piuttosto sulla ricerca della purezza, sulla compresenza di fantasia e realtà e sull’esaltazione dell’ideale femminile, Dulcinea, vera protagonista dell’allestimento.
Bisogna infine segnalare il Ritratto di Don Chisciotte, con musica di Goffredo Petrassi e coreografia di Mario Pistoni. Questo balletto fu allestito al Teatro alla Scala di Milano nel 1967, con scene e costumi ideati da Lucio Fontana. La rappresentazione scaligera giungeva vent’anni dopo la prima parigina del balletto, diretta da Aurel M. Milloss, autore del libretto. La nuova versione, caratterizzata da toni mistici, presenta l’ascesi di Don Chisciotte, simbolo della condizione umana, verso la realizzazione del sogno che coincide con l’addio alla vita.stella_glitter_natale

Curiosità

La copertina della prima edizione

Il capolavoro di Cervantes
L’ingegnoso hidalgo Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes (1547-1616) – pubblicato in due parti nel 1605 e nel 1615 – è il ritratto di un anziano gentiluomo di campagna incantato dai libri d’avventura e deciso a diventare cavaliere errante per imporre i suoi ideali di pace, giustizia e amore in un mondo votato all’ingiustizia e all’immoralità.
Armato in modo ridicolo e in sella al decrepito cavallo Ronzinante, parte così in cerca di gloria, dedicando il suo cuore a una dama – in realtà una popolana – ribattezzata Dulcinea del Toboso.
Don Chisciotte vede il mondo con gli occhi della fantasia e le sue prime imprese finiscono maldestramente. Riportato a casa da un contadino che lo ha trovato pesto e sanguinante, il cavaliere non si dà per vinto e anzi riparte, questa volta accompagnato dal servo-scudiero Sancho Panza, un uomo modesto e di buon senso che cercherà inutilmente di porre rimedio alle follie del padrone.
Le loro avventure si tramuteranno inevitabilmente in tragedie: l’assalto ai mulini a vento scambiati per minacciosi giganti, frati trasfigurati in rapitori di nobili fanciulle, pecore e montoni che diventano un esercito ostile, galeotti liberati che maltrattano il proprio liberatore…
Ricondotto nuovamente a casa con l’inganno, Don Chisciotte riprende la ricerca della sua Dulcinea. Giunto a Barcellona, viene sconfitto nel corso di un duello dal Cavaliere della Bianca Luna, che in realtà è l’amico Carrasco travestito da guerriero. Questi, come premio, chiede e ottiene il ritorno suo e di Sancho nella Mancha. Deluso e incapace di sopportare la realtà della vita, Don Chisciotte muore nella solitudine dei suoi pensieri.

Un musicista votato al balletto
Ludwig Minkus (1826-1917), austriaco di origine polacca, è stato per circa trent’anni il più apprezzato compositore per balletto in Francia e in Russia, dove operò, fra San Pietroburgo e Mosca, dal 1853 al 1886.
Violinista e direttore d’orchestra, scrisse le musiche per una ventina di spettacoli, mostrando talento professionale e una vena melodica non appariscente ma sempre al servizio della coreografia e della danza.
Fra i suoi titoli più importanti, oltre al Don Chisciotte, vanno annoverati La Bayadère, La Camargo e La Source (composto in collaborazione con Léo Delibes).
Fu un buon artigiano e un fedele interprete delle richieste di un pubblico che ancora non aveva riconosciuto l’importanza della qualità della musica nel balletto.

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