Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“No humani pictor”: dentro la pittura di Antonello da Messina

Durante l’ultima trasferta a Milano in occasione del balletto Woolf Works ho visitato la mostra che Palazzo Reale dedica fino al 2 giugno ad Antonello da Messina.
Conoscevo questo artista soprattutto per i suoi dipinti forse più famosi: San Girolamo nello studio (che adoro) e la dolcissima Annunciata. Ci tenevo quindi a incontrare “dal vivo” anche le altre opere.
In esposizione 19 delle 35 opere del Maestro, scampate a tragici avvenimenti naturali come alluvioni, terremoti, maremoti e all’incuria e ignoranza degli uomini. Quelle rimaste sono disperse in varie raccolte, in Italia e all’estero (Sicilia, Londra, Romania, Washington, Berlino, Firenze, Pavia, Piacenza, Roma, Venezia, Torino, Bergamo), e molte hanno subito restauri che hanno alterato la loro struttura originaria.
Per secoli Antonio de Antonio, “Antonellus messaneus” nell’autografia (Messina, 1430-1479), è stato un mito ma, dopo solo un’ottantina d’anni dalla sua morte, se ne era persa ogni traccia. Restavano solo racconti grazie ai quali Giorgio Vasari, nelle sue Vite, poté ricostruirne una vita romanzata.
Sarà Giovanni Battista Cavalcaselle – nato nel 1819 a Legnago in provincia di Verona (mio conterraneo) e profondo studioso dell’arte italiana, tanto da pubblicare l’History of Painting in North Italy, la prima sistemazione critica della pittura nell’Italia settentrionale, fondata su migliaia di pagine di annotazioni e disegni – a ricostruire per primo una plausibile cronologia dell’artista messinese, sempre grazie ai suoi taccuini e alle ricerche faticosamente condotte in Sicilia nel 1860. Grazie alla collaborazione con la Biblioteca Marciana di Venezia, sono presentati in mostra 19 disegni, di cui 7 taccuini e 12 fogli, dei quali alcuni su doppia pagina, testimonianza della sua amorevole ricostruzione del primo catalogo di Antonello.
Guidati quindi dal Cavalcaselle si inizia il percorso alla scoperta di Antonello da Messina, e già nella prima sala troviamo un capolavoro: è il San Girolamo nello studio, proveniente dalla National Gallery di Londra. L’opera illustra al meglio il successo e l’ammirazione che Antonello riscosse fin da subito a Venezia, dove si lodavano le opere dei “ponentini”, i maestri fiamminghi. Ne ritroviamo infatti i caratteri tipici nella minuzia descrittiva, nella mirabile architettura prospettica sapientemente coadiuvata da una luminosità tersa, nella definizione dei dettagli, simbolici e non. E’ un’opera davvero mirabile, da osservare attentamente in ogni particolare e che non smette di incuriosire.
Inizialmente era stata attribuita al pittore fiammingo van Eyck, ma quando Calvalcaselle la vide nel 1854 in casa del collezionista Baring, iniziò a studiare attentamente ogni singolo dettaglio, portando alla certa attribuzione dell’opera ad Antonello.

San Girolamo nello studio, 1474 ca., Londra, National Gallery

Particolari

Le note del Cavalcaselle sul San Girolamo

Da dove nasce questo amore dei veneziani per i franco-fiamminghi e l’influenza da essi esercitata sul Nostro? Naturalmente dall’intensa circolazione di uomini e merci, anche di opere d’arte, non solo dal Nord Europa, ma anche dall’Oriente e dal Nord Africa verso i grandi porti italiani, in primis Napoli, Messina, Roma e, appunto, Venezia. E’ in questa congiuntura artistica e culturale che si sviluppa l’originalità creativa di Antonello, il quale lascerà a Venezia un contributo di opere subito apprezzate: pale d’altare, ritratti, tavolette di devozione privata.
L’altro capolavoro che incontriamo è la ben nota Crocifissione di Sibiu. In essa possiamo vedere sintetizzate suggestioni fiamminghe, contributi catalani e tradizione italiana, tutti elementi appresi da Colantonio, presso il quale fu a bottega a Napoli. Notiamo, infatti, i modi borgognoni nella parte inferiore, con le Marie, San Giovanni e parte del paesaggio; mentre la parte alta, con Cristo e i due ladroni, ha forme più classiche nella scansione dello spazio. La scelta di ambientare la crocifissione in un paesaggio reale – messinese, dove trovano posto il monastero brasiliano di San Salvatore, il forte di Matagrifone e anche le isole Eolie, nella realtà non visibili da Messina – è tipica della devotio moderna, per cui l’adesione emotiva al significato della scena avviene anche attraverso la meditazione sulla quotidianità, attualizzando il sacro.

Crocifissione di Sibiu, 1463-1465 ca., Museo Nazionale di Bucarest, Romania

Cavalcaselle non potè ammirare la Crocifissione di Sibiu, ma studiò attentamente quella di Anversa, firmata e datata 1475, che mostra una mirabile tecnica nella costruzione spaziale e nella rappresentazione anatomica e prospettica dei ladroni, in una compresenza di elementi fiamminghi (crocifissione in altura) e altri tipicamente italiani (il paesaggio)

Antonello fu anche uno dei maggiori ritrattisti del tempo, molto abile nel cogliere l’intima essenza della persona. Questa sua abilità si può notare in quadri celebri come Ritratto d’uomo (Ritratto di ignoto marinaio), ove l’effigiato, con scatto repentino del capo ed espressione lievemente ironica, sembra quasi spiare lo spazio dell’osservatore. In quest’opera, forse per la prima volta, compare sul parapetto la scritta, simulante un’incisione, in lettere capitali maiuscole, “ANTONELLUS MESSANEUS PINXIT”.

Ritratto d’uomo (Ritratto di ignoto marinaio), 1470 ca., Cefalù, Museo della Fondazione Culturale Mandralisca

La tavola, seppure depauperata nello sfondo, è conservata magnificamente nell’incarnato. E’ una delle immagini più coinvolgenti di Antonello anche perché l’effigiato è presentato da un punto di vista molto ravvicinato, per cui è possibile vedere con nitidezza le caratteristiche che il pittore ha voluto evidenziare: non eccedere, ridurre al minimo il decoro delle vesti, concentrare tutta l’attenzione nello sguardo e nell’espressione, lavorare sull’ambiguità del sorriso lievemente ironico, curare il dettaglio personale (ciuffetto ribelle che esce dal cappuccio).
Nella stessa sala sono esposti altri due ritratti, sicuramente meno “intriganti” del precedente.

Ritratto d’uomo, 1468-1470 ca., Pavia, Musei Civici, Pinacoteca Malaspina

Ritratto di giovane, 1474, Filadelfia, Philadelphia Museum of Art, The John G. Johnson Collection

Come si diceva all’inizio, molte opere di Antonello sono andate perdute, in toto o parzialmente. E’ il caso di tre belle tavole – riemerse a Bologna intorno al 1980 – che facevano parte di un polittico smembrato e in parte perduto. Splendido il forte ritratto di Benedetto anziano e ancora una volta molto curati i dettagli, come il libro che Giovanni presenta di taglio; ancora presenti elementi fiamminghi, come gli angeli reggicorona.

San Giovanni Evangelista, Madonna col Bambino e due angeli reggicorona, San Benedetto, 1471-1472 ca., Firenze, Galleria degli Uffizi

Nella parete accanto le probabili tre bellissime cuspidi che raffigurano con eleganza e sapiente gusto decorativo i dottori della Chiesa: San Girolamo, San Gregorio Magno e Sant’Agostino, che forse occupavano il registro superiore di un polittico disperso (forse quello di San Gregorio).

I Dottori della Chiesa: Sant’Agostino, San Girolamo, San Gregorio Magno, 1472-1473, Palermo, Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis

Già…i polittici dispersi…
Mi fa piacere riportare per esteso dal pannello esplicativo dedicato la tormentata vicenda proprio del polittico che Antonello realizzò intorno al 1473 per la chiesa consacrata a San Gregorio a Messina, annessa al convento delle monache benedettine di Santa Maria extra moenia. Portato in Calabria sessant’anni dopo, per il trasferimento del monastero, rientrò a Messina in un nuovo edificio, ma non fu più ricomposto. Sistemato nel 1901 nei medesimi locali dell’ex-monastero di San Gregorio, diventato Museo Civico Peloritano, fu investito dal crollo dell’edificio nel terremoto del 28 dicembre 1908. Rimase più giorni sotto la pioggia violenta, da cui le gravissime perdite che oggi riscontriamo, in particolare nell’Annunciata.

Polittico di San Gregorio, Messina

Polittico di San Gregorio: particolari

L’Annunciazione di Siracusa, invece, rimase ininterrottamente nel luogo per il quale fu eseguita: la chiesa di Santa Maria Annunziata di Palazzolo Acreide, nei pressi di Siracusa. Anch’essa fu danneggiata da un terremoto (nel 1693), poi dall’umidità e anche dall’incuria umana. Fu l’ultima opera compiuta prima della partenza per Venezia.

L’Annunciazione di Siracusa

Annunciazione: particolari


Queste due sfortunate opere non sono esposte alla mostra (forse per l’impossibilità di trasportarle senza danneggiare ulteriormente ciò che resta di integro), che presenta invece al loro posto delle fotografie con dettagliate didascalie di particolari che mettono in evidenza alcune caratteristiche tecniche e pittoriche del loro autore.
Giovan Battista Cavalcaselle vide nel parlatorio del convento di San Gregorio il polittico smembrato, firmato e datato 1473 e lo definì «opera stupenda che giustifica le lodi degli scrittori veneziani riguardo Antonello».

Gli appunti del Cavalcaselle

Un’altra opera della quale restano solo tre frammenti centrali conservati a Vienna è la Pala di San Cassiano, capolavoro che segna una svolta nella storia della pittura veneziana.
Commissionata dal patrizio Piero Bon per il suo altare nell’omonima chiesa della città lagunare, fu rimossa agli inizi del Seicento, smembrata in cinque frammenti entrando poi nella collezione di Lord Hamilton. Quindi le cinque tavole passarono nella collezione dell’Arciduca Leopoldo Guglielmo d’Asburgo e furono riprodotte a olio dal pittore e incisore fiammingo David Teniers. Grazie alle tele rimaste e a queste incisioni, si è potuta ricostruire la composizione complessiva della pala. Gli unici frammenti sicuri e conosciuti sono i tre centrali (che ebbero vita controversa e “avventurosa””) della Madonna con il Bambino e dei Santi Nicola di Bari, Orsola e Domenico.
Tuttavia il poco che è rimasto permette di ricostruire la grandiosa pala unificata, stupendo esempio di quella che sarà definita “sacra conversazione”. Gli effetti luministici, le trasparenze, gli effetti sui tessuti, la singolarità dei ritratti, la varietà dei dettagli fungeranno da insegnamento a più generazioni di pittori.

Pala di San Cassiano, 1475-1476, Vienna, Kunsthistorisches Museum (ph. dal web)

Dopo aver superato un’altra sala dedicata ancora a ritratti, provenienti da Torino e Roma, mirabili per l’equilibrata individuazione del carattere e dei dettagli fisici, magnifico esempio della novità della ritrattistica di Antonello, capace di costruire una sintesi psicologica e di restituirci caratteri e personalità di uomini comuni, si arriva ad un quadro in cui è evidente l’intervento di altra mano, ben diversa da quella del Nostro.

Ritratto d’uomo (Michele Vianello?), 1475 ca., Roma, Polo Museale Romano, Galleria Borghese

Ritratto d’uomo (anche detto Ritratto Trivulzio), 1476, Torino, Museo Civico d’Arte Antica, Palazzo Madama

Gli appunti di Giovan Battista Cavalcaselle

Si tratta di una Madonna con bambino, che dall’Inghilterra arrivò nel 1937 alla Galleria Nazionale di Washington, subendo però, nei vari passaggi, ridipinture e puliture. E’ comunque chiaro che la giovane Madonna è opera di Antonello, diversamente da molti particolari, come le mani e lo stesso Bambino.

Madonna col Bambino (Madonna Benson), 1475 ca., Washington, National Gallery of Art

Nella sala successiva ci troviamo di fronte all’opera che è un po’ il simbolo di tutta la produzione di Antonello e che, non per niente, viene definita “l’icona perfetta”. E’ proprio lei, l’incantevole Annunciata.
Come leggiamo nel pannello introduttivo, questo dipinto, capolavoro assoluto nella storia dell’arte, celebre per la mano aggettante in forte scorcio, per l’economia eloquente dell’impaginato e del gesto e per il timbro particolarissimo del blu oltremare del manto, è uno dei più alti esiti del Quattrocento italiano.

Annunciata, 1475-1476, Palermo, Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis

In quest’opera Antonello è del tutto moderno, per quanto riguarda il colore, la sobrietà e la geometria grafica, scardinando l’impaginazione tradizionale delle scene dell’annunciazione e condensando l’evento sacro nella sola figura della Vergine. La fanciulla viene colta in un momento estremamente intimo e denso di emozioni e turbamento, mentre il suo sguardo e il suo gesto sono rivolti alla presenza misteriosa, al soprannaturale che si è manifestato.

Annunciata, particolari

E’ davvero incantevole e non è possibile non restare ammirati a osservarla per lunghi minuti.
A seguire Ecce Homo (Cristo alla colonna), una profonda e commovente visione personale del Cristo, indicativa dell’arte di Antonello nell’accuratezza dei particolari: le ombre della corda sul petto e sulla clavicola, l’intensità delle lacrime, la cura nella definizione dei capelli e la loro distinzione rispetto alla barba.

Ecce Homo (Cristo alla colonna), 1475, Piacenza, Collegio Alberoni

Splendido è anche il foglio eseguito a matita dal Cavalcaselle, la nostra guida attraverso le opere del pittore siciliano, e accurate le note a margine che precisano il “rilievo” dei capelli, le “gocce di sangue”, i “denti” e “la lingua”, per concludere che nei “muscoli si vede il modello, non il vero dolore ma lo sforzo, l’imitazione del dolore”.


In chiusura della mostra è esposta un’altra Madonna con il Bambino, l’unica opera firmata dal figlio di Antonello, Jacobello. Era stato un collaboratore della bottega e si fece carico di completare l’opera che la morte impedì al padre di terminare. Il quadro spicca per la logica geometrica, evidente nella contrapposizione fra le orizzontali dei ripiani e le solide verticali centrali che sostengono la struttura della scena, mentre esili colonne mediano il passaggio dal drappo d’onore al paesaggio sullo sfondo. Geometrica anche la perfetta circonferenza della testa del Bambino e il delicato ovale del volto della Madre.
L’iscrizione, datata 1480, è una commovente offerta di devozione filiale. In essa infatti si legge: “Jacobus Anto.lli filiu no humani pictoris me fecit” – Jacobello, figlio di Antonello, pittore non umano mi diede la vita”, a sottolineare l’enorme ammirazione artistica che il figlio aveva nei confronti del padre.

Jacobello di Antonello da Messina, Madonna col Bambino, 1480, Bergamo, Accademia Carrara

Nonostante alcune critiche che sono state mosse a questo allestimento (ad esempio la mancanza di alcune opere di cui si parla ampiamente, sostituite da fotografie di dettagli; il non aggiungere nulla di nuovo rispetto ad altre mostre allestite in passato su Antonello; l’assenza di una inquadratura storica del periodo per meglio collocare e capire l’opera del pittore), critiche che non posso che condividere, ho trovato la mostra molto interessante soprattutto per la possibilità data a una grande quantità di visitatori di approfondire l’opera di un pittore non conosciutissimo, i cui lavori sono sparsi in tutto il mondo quindi difficilmente visibili in gran numero com’è invece stato possibile in questa occasione.
Ne risulta la figura di un artista affascinante, in grado di rendere con fine introspezione la psicologia degli uomini e delle donne ritratti, dotato di mirabile tecnica pittorica presa dai maestri fiamminghi contemporanei e rielaborata tramite le influenze venete, per creare inconfondibili capolavori.

(Ove non segnalato le fotografie sono personali)

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2 commenti su ““No humani pictor”: dentro la pittura di Antonello da Messina

  1. Neda
    maggio 3, 2019

    Infinite grazie per questo tuo articolo, bello e molto interessante.
    Ho sempre amato questo autore proprio per la sua “originalità” e bravura.

    Mi piace

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