Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Metamorfosi di un’anima – Il ritorno di Alessandra Ferri al Teatro alla Scala nel capolavoro di McGregor “Woolf Works”

Riviviamo insieme ad Eleonora la serata del 14 Aprile scorso al Teatro alla Scala.

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Woolf Works è il magistrale incontro virtuale tra Virginia Woolf e Alessandra Ferri, due figure iconiche, ognuna nel suo tempo e nel suo mondo artistico con in comune una spiccata sensibilità che ha fatto esprimere loro, la prima nella scrittura e l’altra nella danza, le contraddizioni dell’anima e la visceralità dell’esistere.
Wayne McGregor per la sua pluripremiata coreografia, andata in scena per la prima volta nel 2015 al Royal Opera House – Covent Garden, è partito proprio dalla Ferri.
Infatti, come lei stessa racconta, quando Wayne la cercò perché impersonasse la Woolf in questa sua nuova coreografia le disse “ho bisogno dell’anima di Viriginia e tu puoi darmela”.
La scelta di McGregor di dedicare un balletto alla Woolf, inizialmente, sorprese un po’, soprattutto se rapportata agli elementi identificativi di McGregor che ne fanno un coreografo amante della super tecnologia e delle neuroscienze e della commistione di linguaggi diversi.
Ma poi, proprio analizzando le caratteristiche narrative della Woolf, che ne fanno una scrittrice moderna già proiettata nel XX secolo e i suoi interessi collaterali ad altre forme artistiche espressive tipo pittura, musica ma anche cinema e fotografia, si capisce quanto le differenze e le distanze tra i due non siano poi così ampie.
Ma la vera domanda che i più si sono posti è stata “Perché dedicare un balletto intero a Virginia Woolf?“.
Forse perché nel suo pensiero e nelle sue opere c’è più danza e movimento di quanto non si pensi.
Come dicevo prima, Virginia Woolf è incontestabilmente una scrittrice che sente profondamente i venti di cambiamento e anche le nubi fosche che porta il nuovo secolo. Si pone quindi delle domande tra cui quale sia il ruolo dello scrittore, il significato del suo mestiere in questo nuovo quadro che si va delineando via, via.
E come ci fa notare Nadia Fusini, scrittrice nonché tra le maggiori traduttrici di Virginia Woolf, la risposta che quest’ultima si dà è la vita, o meglio, il suo verbo correlato “vivere” che in quanto verbo non può che contenere il movimento, il divenire, il passare del tempo.
Difficile quindi riuscire a rappresentare questo incalzante rifuggire continuo, le sensazioni e i sentimenti provati così fugacemente che cerchiamo di fissare con i ricordi ma che inevitabilmente riescono a fermare solo una piccola parte dell’enorme turbinio che viviamo interiormente.
In questo quadro quindi è inevitabile che anche lo stile di scrittura debba modificarsi per meglio rappresentare il vivere, diventando così più fluido, leggero, metamorfico.
Nella sua creazione McGregor ha dovuto affrontare alcune scelte creative. In primis, come raccontare Virginia Woolf.
La sua scelta è stata quella di farlo attraverso le opere piuttosto che attraverso la vita della scrittrice, proprio perché le opere sono di fatto più simbolicamente ed essenzialmente rappresentative del di lei essere.
McGregor poi ha optato per rappresentare più di una opera, dal momento che la molteplicità è in grado di dare una risposta composita, varia e sfaccettata di quella che è l’essenza del pensiero woolfiano. I tre testi selezionati per rappresentare l’universo di Virginia sono Mrs Dalloway, Orlando e infine Le Onde.
Non potendo però in uno spettacolo in tre atti mettere in scena i tre racconti in modo organico e didascalico con fatti e personaggi, si è scelto di portare in scena l’essenza di ciascun romanzo facendo in modo che, come racconta Uzma Hameed drammaturga, “assistere al balletto fosse come leggere la Woolf dando allo spettatore solo la quantità di dettagli sufficienti a permettergli di orientarsi….. trasmettendo la luminosità, la sonorità e l’intensità del suo mondo, la freschezza assoluta della sua visione”.
Lo spettacolo si apre con la voce di Virginia Woolf, in una rara e unica registrazione in cui la scrittrice sottolinea la difficoltà di scrivere a causa dei significati che le parole hanno assunto nel corso dei secoli o nell’uso quotidiano tra la gente, nelle case o tra le strade.
In I now, I then – tratto da Mrs Dalloway – il presente si intreccia con il passato come a rivivere un déja-vu e i grandi riquadri presenti sul palcoscenico sono talvolta finestre aperte su uno spaccato di vita che i protagonisti stanno vivendo, oppure cornici che racchiudono sensazioni vissute ormai passate, fissate in quadri o in foto immaginarie.
E così la Clarissa Dalloway di oggi, il cui presente la vede raffinata nobildonna inglese accanto al marito Richard, distrattamente guarda attraverso una di quelle cornici e col pensiero corre al suo passato quando ancora giovane (Caterina Bianchi) era innamorata di Peter e felice con l’amica Sally (Agnese Di Clemente).

Da sinistra: Mick Zeni, Alessandra Ferri, Caterina Bianchi, Federico Bonelli, Agnese Di Clemente (ph. Brescia e Amisano)

Molto bella questa scena anche scenograficamente: l’idea della presenza simultanea dello stesso personaggio in età diverse è davvero affascinante.
Bravissima Caterina Bianchi, ottime linee le sue; risaltano inoltre non solo la sua tecnica e musicalità ma anche una estrema leggiadria e morbidezza.
Molto brava anche Agnese Di Clemente nel rendere la complicità con Clarissa in un rapporto dai risvolti, a tratti, ambigui.
Ma ecco che uno di quei riquadri diventa la finestra aperta sulla vita di un giovane veterano di guerra, Septimius (Timofej Andrijashenko), ormai impazzito per aver visto morire il suo compagno d’armi Evans (Claudio Coviello) e niente può fare la moglie Rezia (Martina Arduino) per guarirlo e sottrarlo al suo destino di morte.

Timofej Andrijashenko e Claudio Coviello (ph. Brescia e Amisano)

Bellissimo questo spaccato che vede un assolutamente convincente Timofeij Andrijashenko rendere al meglio il dramma di Septimius sia da un punto di vista coreografico che interpretativo – prova ne è che Kevin O’Hara direttore del Royal Ballet lo ha invitato a Londra per ricoprire il ruolo di Romeo accanto a Melissa Hamilton in due recite in Romeo and Juliet di MacMillan.
Molto bravi e convincenti anche Claudio Coviello e Martina Arduino.
Struggente il pdd di Septimius e Rezia in cui quest’ultima cerca invano di dare all’uomo un motivo per vivere una nuova speranza.
Ma eccoci nuovamente catapultati attraverso uno dei grandi riquadri, qui immaginaria finestra, nel salone di casa Dalloway e mentre in sottofondo i rumori di piatti, bicchieri, le chiacchiere ci fanno immaginare una grande festa comprendiamo come la notizia del suicidio di quel giovane sconosciuto abbia turbato Clarissa. È come se la notizia l’avesse svegliata da una sorta di torpore, facendole mettere in discussione le scelte fatte nel passato.
Bellissimo il pdd di Clarissa/Woolf (Alessandra Ferri) con Peter (Federico Bonelli). Ferri-Bonelli ci restituiscono davvero la gioia e la felicità di un amore giovanile puro, sincero, travolgente a cui Clarissa ha rinunciato per la sua attrazione verso le convenzioni sociali e le sicurezze economiche, da cui Peter in fondo è sempre fuggito. Ma le loro anime erano simili, troppo simili probabilmente per sposarsi.

Alessandra Ferri e Federico Bonelli (ph. Brescia e Amisano)

E altrettanto bello l’incontro immaginario tra Clarissa e Septimius. Un incontro di comuni sofferenze dell’anima, di infelicità invisibili esteriormente ma molto concrete nei loro effetti, una comunanza questa più con la Woolf che con la sua creatura letteraria, Clarissa. Una specie di terapia catartica che la Woolf ricercava nella scrittura.
Il finale vede in scena contemporaneamente Richard (un bravissimo Mick Zeni, una certezza per il pubblico della Scala), Clarissa, Clarissa giovane, Sally e Peter. È il passato e il presente che si incontrano.
I movimenti fluidi, estremamente morbidi e arrotondati della coreografia ricreano visivamente l’energia che scorre tra loro e che talvolta li rende uguali, talvolta il naturale frutto di se stessi. Quello scorrere alternato delle mani davanti al volto rende l’idea di un cambiamento che però di fatto non muta la natura intima e l’essenza di ciascuno di loro.
Il secondo pezzo, in un’atmosfera del tutto differente, è Becomings – tratto da Orlando – e come nel libro è una cavalcata attraverso i secoli in un continuo divenire ininterrotto di vite che si incrociano, si separano, si allontanano, si riavvicinano. Simili e al contempo diverse. Energia pura che si crea, muore e rinasce.
Semplicemente fantastico, travolgente, un connubio di coreografia e musica pressoché perfetto.
Come dichiara lo stesso ‪Max Richter‬, autore della musica, in questo pezzo ha usato la tecnica delle variazioni sul tema per dare l’idea di qualcosa di intimamente stabile, perdurante; un unico filo conduttore che attraversa il tempo e lo spazio senza però mai essere esattamente uguale a se stesso. Molte delle variazioni sono elettroniche e fanno uso di segnali e sequenze sintetizzate che nell’idea del compositore riflettono non solo i cambiamenti temporali ma anche quelli personali.
Qui il corpo di ballo della Scala e i suoi solisti e primi ballerini regalano magia pura, dimostrando davvero di non essere secondi a nessuno.
Una sequenza veloce ed energica di assoli, passi a due, a tre, d’insieme che si susseguono a ritmo serrato su questa musica ritmata e coinvolgente, a tratti d’atmosfera, che con l’apporto di fasci luminosi e luci psichedeliche rende tutto moderno e contemporaneo, senza però perdere il senso più profondo e artistico della coreografia.
Nicoletta Manni, Virna Toppi, Maria Celeste Losa, Agnese di Clemente, Martina Arduino, Timofeij Andrijashenko, Nicola Del Freo, Valerio Lunadei, Gabriele Corrado, Claudio Coviello, Christian Fagetti e Marco Agostino tutti bravissimi e centrati nelle loro esibizioni.
Si inizia con Gabriele Corrado in un abito estremanente barocco color oro per proseguire via via con costumi sempre più essenziali e moderni.

Nicola Del Freo e Christian Fagetti (ph. Brescia e Amisano)

Un trucco molto particolare, anch’esso sulle nuance dell’oro, che ha come risultato la scomparsa mascherata delle sopracciglia dando l’idea di creature extraterrene senza quasi sessualità per esprimere, come nelle intenzioni della Woolf, la brevità della vita umana a confronto dell’immensità del tempo e dello spazio.
Molto belli e ben riusciti i passi a due di Nicoletta Manni e Christian Fagetti, di Virna Toppi e Marco Agostino e anche quello sempre della Manni con Timofeij Andrijashenko.
Splendida la Manni che ancora una volta dimostra la sua versatilità, passando con disinvoltura da ruoli eterei come Giselle a ruoli romantici come Marguerite ne La dama delle camelie a ruoli, come questo, così contemporanei, dalle linee moderne ed essenziali in cui evidenzia la ritmicità e l’estrema scioltezza ed elasticità.
Bravissimo Christian Fagetti che conferma la sua bravura tecnica ed interpretativa, ogni volta in crescita e in continuo divenire, rivelandosi uno degli elementi del corpo di ballo scaligero tra i più notevoli.
Timofeij Andrijashenko, del quale già ho sottolineato la bravura, è presente anche in questa seconda parte in cui mostra l’estrema intesa che lo unisce alla Manni in un passo a due particolarmente sensuale dal forte impatto visivo.

Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko (ph. Brescia e Amisano)

Tra fasci di luci blu, Virna Toppi e Marco Agostino si fanno spazio, invece, per un altro passo a due questa volta dalle linee morbide e plastiche.
Il finale è poi estremamente adrenalinico ed epico con il passaggio di tutti e dodici i ballerini che attraversano i due iniziali, poi raddoppiati, coni di luce sparati dall’alto ognuno con diversi passi, pirouettes, movimenti di braccia, salti e altro ancora ad evidenziare l’individualità di ciascuno e quasi a ricreare una specie di velocissimo déja-vu di tutti i secoli e i personaggi vissuti che poi, sul finire, si uniformano a costituire l’unicum Orlando.
La terza e ultima parte è Tuesday – tratto da Le Onde – in parte ispirato alla maternità della sorella della Woolf, con la presenza iniziale di sei piccoli, e in parte alla vicenda personale e tragica del suo suicidio, in acqua, evidenziato dall’iniziale lettura della commovente lettera d’addio che la Woolf scrisse al marito….
Carissimo,
sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai, lo so. Vedi, non riesco neanche a scrivere come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi“.

(ph. Brescia e Amisano)

Il rumore delle onde, che risuona nella sala, rievoca ed evidenzia al pubblico quanto questo suono sia al contempo sempre uguale e sempre differente, come ogni singola onda sia uguale alle altre ma anche così diversamente unica. Alle volte sembra di sentire una voce fuori dal coro che poi ben presto torna a uniformarsi allo stesso. E tutto questo sembra di vederlo vivere e palpitare sul palco.
La coreografia immaginata da McGregor ricrea splendidamente l’idea del mare, del suo continuo divenire, delle onde e del loro nascere, vivere e morire sulla battigia, scomparendo e magari riapparendo al largo in un ciclo continuo. E in mezzo alle onde, lei, Virginia. I suoi contorni, la sua individualità ancora si stagliano sul mare ma poi piano piano il suo essere tende ad affievolirsi, a sbiadire diventando via, via come le onde.

Alessandra Ferri e Federico Bonelli (ph. Tristram Kenton ROH)

Bellissimo questo passaggio in cui la straordinaria Alessandra Ferri all’unisono con gli altri ballerini esegue la stessa sequenza, così semplice, accademica eppure dal significato profondo.
Un elemento, quello dell’utilizzo di passi base o di semplici port de bras, magari eseguiti giornalmente nelle lezioni alla sbarra, al quale McGregor riesce a regalare risalto e significati importanti.
Tuesday si conclude così, in modo poetico e struggente, con il corpo della Woolf che giace, inerme e solitario, sul palco.
Una Alessandra Ferri grandiosa che dona veramente, a questo spettacolo, come nelle intenzioni del coreografo, l’anima di Virginia Woolf. I suoi gesti sembrano scaturire davvero dal suo più profondo prima ancora che dal movimento. Classe e personalità infinite che rendono unica la sua capacità di essere ballerina sul palco.
Uno spettacolo bellissimo questo di Woolf Works, al quale Wayne McGregor ha dato vita donandogli un’anima poetica dal cuore classico contenuta in una veste essenziale e a tratti moderna e multimediale, che lascia allo spettatore il senso più aulico della danza come non si vedeva da tempo, specialmente in un lavoro contemporaneo.
Il bello dello stile coreografico di Wayne McGregor sta nel suo essere moderno, nella capacità di suscitare emozioni, pur rimanendo in uno stile classico. Come afferma la stessa Ferri, lo stile di McGregor rappresenta la direzione in cui sta andando il nuovo balletto classico e ha inventato un vero e proprio linguaggio fatto di movimenti inusuali, esplorando l’anima dei personaggi e non i semplici accadimenti.

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