Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Nei panni di Virginia Woolf: Alessandra Ferri torna alla Scala con il sensazionale “Woolf Works”

«…How can we combine the old words in new orders so they survive,
so they create beauty, so that they tell the truth? That is the question.»
Come possiamo combinare le vecchie parole in nuovi ordini così che sopravvivano,
così che creino bellezza, così che dicano la verità? Questo è il punto.»
(Virginia Woolf, BBC, 1937, registrazione radiofonica del saggio On Craftsmanship)

Non è “solo” un balletto. E’ un’esperienza teatrale completa e complessa quella di Woolf Works, andato in questi giorni in scena al Teatro alla Scala. E’ danza classica, danza moderna, studio musicale ardito e profondo, introspezione psicologica, letteratura, ricerca costumistica e di trucco scenografico. Un’esperienza culturale a tutto tondo.
E non poteva che essere così, poiché il balletto è nato dall’incontro di tre personalità forti e paradigmatiche appartenenti a tre diverse generazioni: Virginia Woolf – la scrittrice; Alessandra Ferri – la ballerina; Wayne McGregor – il coreografo.
Virginia Woolf non ha bisogno di presentazioni: ha segnato un’epoca, quella a cavallo fa XIX e XX secolo, con la sua scrittura fuori dalle regole, le sue tematiche femministe, il suo “male di vivere” anticipatore di quello che diventerà un leit-motiv in pieno Novecento.
Alessandra Ferri, ballerina di passione e temperamento, dopo aver iniziato la sua ascesa al Royal Ballet a soli diciannove con ruoli da protagonista affidatile da Kenneth MacMillan, risponde alla chiamata di Michail Baryšnikov e vola all’American Ballet Theatre di New York ove resterà fino al 2007, anno del suo addio alle scene, continuando a mantenere il ruolo di Prima Ballerina Assoluta al Teatro Alla Scala. Nel 2013 torna a ballare, al Festival di Spoleto, e poi ci sarà Broadway e di nuovo Londra e New York, con creazioni disegnate su di lei. Ma sarà anche di nuovo Giulietta, a Milano e a New York. Nel 2015 il coreografo britannico Wayne McGregor crea con lei e per lei Woolf Works, che le valse l’Oliver Award for Outstanding Achievement in Dance, a sottolineare il grandissimo traguardo raggiunto in quella che lei definisce la sua seconda vita. Scrivo solo questo per introdurre la figura di Alessandra Ferri, perché a voler parlare di lei un libro intero non basterebbe.
Wayne McGregor, pluripremiato coreografo e regista, internazionalmente riconosciuto per le rivoluzionarie innovazioni interpretative che hanno radicalmente ridefinito la danza dei nostri giorni, è spinto da un’insaziabile curiosità sul movimento e le sue potenzialità creative. Le sue ricerche lo hanno portato a un dialogo interdisciplinare con le più varie forme artistiche, discipline scientifiche e invenzioni tecnologiche. Con un suo “laboratorio creativo” nello Studio Wayne McGregor e con la sua Compagnia, instancabile e trasversale nei suoi innumerevoli progetti che si aprono al teatro, all’opera, alla prosa, ai video musicali, alla tv e al cinema, McGregor è dal 2006 Resident Choreographer al Royal Ballet, dove le sue produzioni sono acclamate per la loro audace riconfigurazione del linguaggio classico. Primo e unico coreografo residente con un background contemporaneo, proprio per il Royal Ballet crea nel 2015 Woolf Works.
Al di là dell’ambito della danza “pura”, McGregor ha diretto come regista opere presso il Teatro alla Scala di Milano e la Royal Opera House, nonché creato coreografie per il cinema, pièce teatrali, musical, sfilate di moda, installazioni presso importanti gallerie d’arte; ha curato i movimenti coreografici di Harry Potter e il calice di fuoco e, nel 2011, del videoclip Lotus Flower dei Radiohead.
Ha creato coreografie per le più importanti compagnie di danza quali il Ballet National de l’Opéra de Paris, Balletto del Teatro alla Scala, NDT1, Stuttgarter Ballett, English National Ballet, New York City Ballet, The Australian Ballet. Nel luglio 2012 ha diretto il “Big Dance Trafalgar Square”, evento nel contesto dei giochi olimpici di Londra 2012 che ha coinvolto un migliaio di persone.
Grazie alle sue sperimentazioni, McGregor ha ricevuto una lunga serie di nomination e premi.

Fatte le “presentazioni”, proviamo ad addentrarci in quest’opera d’arte, i cui tre atti sono stati ispirati da tre famosissimi romanzi della Woolf (Mrs Dalloway, 1925; Orlando, 1928; Le onde, 1931), ma anche da lettere, saggi, diari, scritti autobiografici, che hanno permesso di trasporre sul palcoscenico un vero e proprio viaggio emozionale attraverso la vita e la personalità della scrittrice.
Fin dai primissimi secondi la vita di Virginia Woolf entra a far parte di noi: è la sua voce registrata, le parole che ho posto all’inizio di questo articolo e che aprono il primo Atto.

I now, I then

«Lei sapeva che cosa le mancava. Non era la bellezza, non era l’intelligenza. Era qualcosa dentro, che si irradia dal centro; un calore che spacca le superfici e increspa gli orli del freddo contatto tra un uomo e una donna, o tra due donne. Oscuramente lei lo sentiva.»
(Mrs. Dalloway)

Nel giugno 1923, Clarissa Dalloway passeggia per le strade di Londra, in cerca di fiori per la festa che darà quella sera. Mentre cammina, il ricordo della sua giovinezza riaffiora, in particolare il rapporto molto intimo con un’amica; l’arrivo di Peter, un vecchio corteggiatore di ritorno dall’India, la riporterà indietro a una magica estate del 1890. Intanto anche Septimus, un ex militare con disturbi da stress post-traumatico e ossessionato dal ricordo dell’amico Evans, ucciso durante la Prima Guerra Mondiale, vaga per le strade di Londra e, dopo essere stato rinchiuso in una clinica per malati mentali dal suo psicologo, preso dalla disperazione si getta dalla finestra davanti agli occhi della moglie. Clarissa Dalloway riceverà la triste notizia dallo psicologo stesso al momento del suo arrivo alla festa.
Oltre ad Alessandra Ferri-Clarissa e al suo partner Federico Bonelli (Principal del Royal Ballet, nel ruolo di Peter), i protagonisti di questa sezione sono i primi ballerini Mick Zeni (nel ruolo di Richard, marito di Clarissa), Timofej Andrijashenko (Septimus), Claudio Coviello (Evans) e Martina Arduino (Lucrezia, moglie di Septimus). Quindi Agnese Di Clemente (Sally) e Caterina Bianchi (Clarissa giovane).
Questo atto, così come gli altri due, trae ispirazione da un’opera letteraria, senza essere però né descrittivo né didascalico. Il coreografo piuttosto, attraverso l’intrecciarsi dei duetti, l’intercalare degli assoli, il dialogo fra Clarissa giovane e Clarissa matura contemporaneamente sul palcoscenico, scandaglia i rapporti umani, la sofferenza e la bellezza che gli eventi producono nell’animo dei protagonisti.

Federico Bonelli, Caterina Bianchi, Alessandra Ferri, Mick Zeni, Agnese Di Clemente (Ph. Brescia e Amisano, Teatro alla Scala)

E’ un atto profondamente lirico e poetico nei passi a due delle coppie Ferri-Bonelli / Ferri-Zeni / Ferri-Andrijashenko; delicato e giocoso nell’interazione fra Clarissa matura e Clarissa giovane e di entrambe con l’amica Sally; drammatico nella suggestione della relazione fra Septimus e la moglie e, soprattutto, nel dolore del pas de deux Andrijashenko-Coviello, commilitoni legati dallo stesso destino di atrocità e, alla fine, di morte.

Timofej Andrijashenko e Claudio Coviello (Ph. Brescia e Amisano, Teatro alla Scala)

I personaggi entrano ed escono da grandi riquadri in legno, una sorta di cornici sulle quali vengono proiettate immagini e luci e che sembra fungano da porte aperte sul tempo, tra passato e presente. Quel tempo continuamente ricordato e scandito dal tipico rintocco del Big Ben.
Bravissimi tutti i protagonisti, con la freschezza e leggerezza delle ballerine più giovani e l’intensità interpretativa degli artisti più maturi.
Non avevo mai visto la Ferri dal vivo e devo dire che l’ho trovata davvero incredibile, adesso forse ancora più di un tempo, poiché la maturità ha arricchito la sua interpretazione, donandole ancora di più la capacità di fondersi con i suoi personaggi «[…] rendendoli intensi, comunicativi e umanamente credibili. Con Woolf Works la Ferri conquista oggi il suo ritorno alla Scala, teatro in cui ha mosso i suoi primi passi nella danza.» (Leonetta Bentivoglio)
Ed è la stessa Ferri che così commenta questo capolavoro di McGregor dal punto di vista tecnico: «In principio, il modo specialissimo con cui Wayne affronta la creazione rischia di far “sballare” un danzatore classico. E’ come se lo obbligasse a dimenticare ciò che sa per poi fargli ritrovare lo stesso linguaggio arrivandoci da un’altra parte.»
Infatti la tecnica del coreografo britannico lascia un po’ spiazzati all’inizio: è danza classica, ma interpretata in modo moderno, rimanendo tuttavia riconoscibilissima anche nei movimenti spezzati o in quel tipico movimento flessuoso che coinvolge busto e testa e che si ritrova in tutto il balletto.
Passiamo al secondo Atto.

Becomings

«La vita gli sembrava di una lunghezza prodigiosa. Eppure, essa trascorreva in un lampo. Ma anche quando si allungava interminabile, i minuti si gonfiavano più che mai, e gli pareva di errare solitario nei deserti di vasta eternità, mancava il tempo per svolgere e decifrare quelle pergamene fittamente annotate che trent’anni trascorsi tra gli uomini e le donne gli avevano arrotolato strettamente nel cuore e nel cervello.» (Orlando)

Orlando, giovane cortigiano presso la regina Elisabetta I, vive una vita che si dipana attraverso i secoli, dal XVII al XIX, e i sessi. Nato uomo nell’Inghilterra elisabettiana, dopo un sonno di sette giorni decide di andare come ambasciatore a Costantinopoli. Qui, dopo diversi anni di onorata carriera, dorme ancora per sette giorni, si risveglia donna e inizia una nuova vita. Si unisce quindi a una carovana di zingari, vive svariate avventure e infine, tornato a Londra, frequenta l’alta e la bassa società, cedendo quindi ai corteggiamenti di un avventuriero. Il romanzo termina nel 1928, quando Orlando, ancora donna, è ormai scrittore di successo.
Come evidenza la drammaturga per l’opera, Uzma Hameed, «Orlando, in contrasto con la prospettiva malinconica, intimista di Mrs. Dalloway, ha molte delle qualità del realismo magico o addirittura della science fiction: stravaganza, fantasy e viaggio nel tempo. […] Dei tre romanzi è quello con la trama più lineare, più ricco di particolari descrittivi d’epoca.
Il romanzo è una specie di virtuosistica corsa trafelata, che ricorda la celebre citazione in cui la Woolf paragona la vita a un “viaggio in metropolitana lanciati a cinquanta miglia all’ora-per atterrare dall’altra parte senza più una sola forcina nei capelli”»

Nicoletta Manni e Christian Fagetti (Ph. Brescia e Amisano, Teatro alla Scala)

E anche noi spettatori abbiamo seguito i danzatori in questa corsa attraverso i secoli, entrando e uscendo da coni di luce e ombra, raggi laser multicolori che avvolgevano tutta la sala, costumi in oro lucente talvolta uguali per maschi e femmine, alcuni ballerini maschi con una sorta di cortissimo tutù rigido ad evidenziare lo scambio dei sessi, per arrivare alla fine con tutti gli artisti vestiti allo stesso modo – una tutina color carne – quasi a voler annullare ogni differenza di sesso.
I rapporti sono fugaci, i movimenti sincopati, i passi a due veloci senza trascurare tuttavia armonia e delicatezza.

Virna Toppi e Nicola Del Freo

Come sottolinea Nadia Fusini, « Uno scherzo, un divertissement è Orlando. Ironico, gioioso […] In Orlando il tempo sprofonda in gallerie e corridoi che si inseguono, nei cunicoli del castello di Knole e nei secoli, per poi ironicamente sortire al presente della data precisa in cui la scrittrice mette giù la penna-il giorno giovedì 11 ottobre 1928». In Becomings viene mostrata una visione vertiginosa del passare del tempo: «un vasto universo in continuo mutamento, ove la vita è energia che trascorre attraverso molteplici forme».

Virna Toppi e Nicola Del Freo (Ph. Brescia e Amisano, Teatro alla Scala)

Anche qui mi fa piacere citare uno per uno tutti i protagonisti, perché sono stati a dir poco grandiosi, pieni di energia, eccezionali nei loro ruoli, nei quali ognuno di loro si è evidenziato nelle proprie specifiche caratteristiche interpretative: Nicoletta Manni, Virna Toppi, Maria Celeste Losa, Agnese Di Clemente, Artina Arduino, Timofej Andrijashenko, Nicola Del Freo, Valerio Lunadei, Gabriele Corrado, Claudio Coviello, Christian Fagetti, Marco Agostino.
Tantissimi applausi e ovazioni per il Corpo di Ballo scaligero, che ha dato vita a una splendida prova.
E noi nell’intervallo abbiamo tirato il fiato, dopo questa fantasmagorica corsa nei secoli, per poi accostarci in rispettoso silenzio e commozione al terzo Atto, attraverso le parole che la Woolf lasciò scritte al marito prima di riempirsi le tasche di sassi e lasciarsi annegare nel fiume Ouse.

Virginia Woolf e il marito Richard (ph. dal web)

«Carissimo,
sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai, lo so. Vedi, non riesco neanche a scrivere come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi.»

Tuesday

«“Se potessi credere” disse Rhoda “di essere destinata a invecchiare nella vana ricerca e nel mutamento, allora mi libererei dalla mia paura: nulla persiste. Un momento non conduce a un altro. La porta si apre e la tigre spicca il salto. Non mi avete vista arrivare. Ho fatto un giro attorno alle sedie per evitare l’orrore di quel salto. Ho paura di voi tutti. Ho paura della scossa, della sensazione che mi balza addosso, perché non so padroneggiarla come fate voi – non so far colare un momento in quello successivo. Per me sono tutti violenti, separati l’uno dall’altro; e cado sotto il colpo del momento che voi mi sarete addosso, per farmi a pezzi. Non ho una meta in vista. Non so come far scorrere un minuto nell’altro, un’ora nell’altra, risolvendole tutte per qualche forza naturale, finché non formano quel tutto unico e indivisibile che voi chiamate vita.”» (Le onde)

Grandiosa ed elegiaca, Le onde (1931) è l’opera più sperimentale di Virginia Woolf, concepita come risposta alla propria mancanza di prole e, per contrasto, alla trionfante maternità della sorella Vanessa. Essa è strutturata sotto forma di soliloqui dei sei protagonisti della storia (oltre a un settimo personaggio, che però non si sente mai parlare con la propria voce), che maturano dall’infanzia alla vecchiaia, esplorando i concetti dell’individualità, dell’io, della comunità. Ogni pagina è scandita da simboli di naturale decadenza e rinnovamento, il più importante dei quali è il mare, che ricorre continuamente.

Alessandra Ferri e Federico Bonelli (ph. Brescia e Amisano, Teatro alla Scala)

Sono infatti le onde del mare che, proiettate su di uno schermo, fanno da sfondo alla danza elegiaca di questo Atto, che vede una dolente e profonda Alessandra Ferri impegnata in drammatici assoli e in duetti con Federico Bonelli, interprete altrettanto sensibile, mentre una gioiosa Virna Toppi (che incarna forse la sorella della Woolf?) gioca con i bambini.

Alessandra Ferri e Virna Toppi

(Ph. Brescia e Amisano, Teatro alla Scala)

La morte di Virginia accade come sottotraccia: non viene mai spiegata allo spettatore, ma l’idea e la consapevolezza del suicidio permea ogni attimo di danza.
Anche ne Le onde, come in Mrs. Dalloway e in Orlando, personaggio invisibile ma sempre presente, nelle opere letterarie come sul palcoscenico, è il Tempo: dal Tempo verticale e possente del Big Ben in I Now, I Then, attraverso il Tempo orizzontale velocissimo di Becomings, siamo arrivati al Tempo eterno e ritmico del moto ondoso di Tuesday.
Applausi a non finire e numerose chiamate al proscenio per tutti gli artisti hanno suggellato una serata di certo tra le più riuscite del Teatro alla Scala.

(Ph. Brescia e Amisano, Teatro alla Scala)

In chiusura, come non parlare delle musiche che ci hanno accompagnato lungo questo percorso emotivo nella vita e nelle opere di Virginia Woolf, ma anche nell’animo di una grande interprete come Alessandra Ferri?
L’autore Max Richter spiega che sono serviti ben tre anni di ricerca e sperimentazione per trovare un linguaggio musicale aderente al concept di Woolf Works, poiché ogni sezione necessitava di una sua logica musicale che creasse però una coesione, dando un’impronta musicale complessiva. Si è quindi optato per un connubio fra orchestra, solisti e musica elettronica pre-registrata.
Nel primo Atto le melodie associate ai vari protagonisti sono connesse fra loro, perché i personaggi hanno avuto dei legami nella loro vita. Invece la musica di Septimus (che nel libro non si incontra mai con Clarissa), profonda e drammatica, si basa «sulla tecnica tipicamente inglese del basso continuo, sopra il quale si sviluppa il violoncello solista, iniziando nel registro più basso dello strumento e innalzandosi fino a uno spazio al di là nella nostra vista.»

Federico Bonelli, Alessandra Ferri, Virna Toppi

Per Becomings, invece, Richter ha pensato alla “variazione” cioè a «quel procedimento in cui un tema musicale riconoscibile viene trasformato e disposto diversamente, in modo da rivelare nuovi aspetti di sé». Il tema scelto per queste variazioni è il famoso frammento della Follia, utilizzato da molti compositori a partire dal Seicento, adottando però mezzi espressivi contemporanei: quindi variazioni per formazione da camera, ma anche completamente elettroniche.
Nel terzo Atto il tema è il suicidio, come nel primo Atto. Ecco quindi che Richter ha scritto una musica che avesse attinenza con l’episodio di Septimus, strutturandola intorno a un basso continuo: «I profili melodici si accumulano, simili a onde, per una ventina di minuti e includono un assolo per soprano, come se fosse una figura solitaria sommersa nell’oceanica trama orchestrale.»
Il risultato complessivo è mirabile, perfettamente in sintonia sia con gli stati d’animo trasmessi dai personaggi che con le vicende narrate.
Non da meno è stato il lavoro del make-up artist, Kabuki, che ha realizzato il trucco dei ballerini con un ricerca maniacale del dettaglio. Si passa dal trucco classico e naturale di I Now, I Then, a quello scenografico e teatrale di Becomings (con fili d’oro nello spazio tra la palpebra e le sopracciglia e nella parte inferiore, fino allo zigomo, in modo che potessero catturare le luci del palco e creare una sorta di ragnatela) a un make-up quasi astratto in Tuesday, caratterizzato da un intreccio di linee bianche e nere.
Anche qui l’effetto è stato grandioso e chiaramente visibile anche dal palco dove ci trovavamo.

Tutti gli artisti al curtain call

Woolf Works è andato ben oltre le mie aspettative. Avevo deciso di assistere a questo balletto perché probabilmente sarebbe stata l’unica occasione per vedere Alessandra Ferri dal vivo, ma non pensavo che mi avrebbe colpito ed emozionato così tanto e che avrei ammirato in egual misura – pur conoscendone bene il valore – tutto il Corpo di Ballo scaligero.
Che dire…grazie al Teatro alla Scala per aver portato in Italia in prima assoluta questo capolavoro!

Spunti per la descrizione del balletto tratti dal programma di sala:
“Torno alla Scala con Virginia” Conversazione di Leonetta Bentivoglio con Alessandra Ferri
Uzma Hameed, “Prospettive woolfiane”
Max Richter, “Comporre la musica per Woolf Works”
Nadia Fusini, “Il ritmo della vita, come una danza”

(Ove non segnalato le fotografie sono personali)

Annunci

I vostri pensieri

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Pensieri Scritti - l'essenza - io esisto

- Si crea ciò che il cuore pensa - @ElyGioia

Cap's Blog

La musica ha inizio dove finiscono le parole

Italo Kyogen Project

伊太郎狂言プロジェクト

Mr.Loto

... è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo ... (A. Baricco)

'mypersonalspoonriverblog®

Amore è uno sguardo dentro un altro sguardo che non riesce più a mentire

Penne d'Oriente

Giappone, Corea e Cina: un universo di letture ancora da scoprire!

Memorie di una Geisha, multiblog internazionale di HAIKU di ispirazione giapponese

Ci ispiriamo agli antichi maestri giapponesi che cantarono la bellezza della natura e del cosmo, in 17 sillabe che chiamarono HAIKU

Il fiume scorre ancora

Blog letterario di Eufemia Griffo

Arte&Cultura

Arte, cultura, beni culturali, ... e non solo.

Un Dente di Leone

La quinta età: un soffio di vento sul dente di leone

Picture live

Vivir con amor

vengodalmare

« Io sono un trasmettitore, irradio. Le mie opere sono le mie antenne » (Joseph Beuys)

mammacomepiove!

Donna. Mamma. Sognatrice. In proporzioni variabili.

La poesia di un arabesque

"La danza è il linguaggio nascosto dell'anima" Martha Graham

Polvere o stelle

racconti, emozioni e pensieri danzanti

IO, ME E ME STESSA

Per andare nel posto che non sai devi prendere la strada che non conosci

Il Canto delle Muse

La cosa importante è di non smettere mai di interrogarsi. La curiosità esiste per ragioni proprie. Non si può fare a meno di provare riverenza quando si osservano i misteri dell'eternità, della vita, la meravigliosa struttura della realtà. Basta cercare ogni giorno di capire un po' il mistero. Non perdere mai una sacra curiosità. ( Albert Einstein )

... è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo ... (A. Baricco)

Orizzonti blog

blog di viaggi

Pinocchio non c'è più

Per liberi pensatori e pensatori liberi

L'angolino di Ale

... è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo ... (A. Baricco)

DANZA/DANZARE

considerazioni, training, racconti

Di acqua marina di Lucia Griffo

Just another WordPress.com site

17 e 17

UN PO' PIU' DI TWITTER, UN PO' MENO DI UN BLOG

Studia Humanitatis - παιδεία

«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

jalesh

Just another WordPress.com site

Cetta De Luca

io scrivo

filintrecciati

Just another WordPress.com site

OHMYBLOG | PAOLOSTELLA

just an other actor's blog

Sakura No Hana...

Composizioni in metrica giapponese

Versi in rima sciolta...

Versi che dipingono la natura e non solo...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: