Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“Iro Iro”: folgorazioni estetiche dal Paese del Sol Levante

Anni fa scelsi di denominare questo blog “Il padiglione d’oro” dopo aver letto l’omonimo libro di Yukio Mishima e aver visto le immagini abbaglianti e magiche del Kinkakuji.
Ora lo stupefacente tempio di Kyōto torna a trovarmi grazie alle pagine che Giorgio Amitrano in Iro Iro dedica alle “Folgorazioni estetiche”.
Queste sono alcune delle sue parole…

**********

Mi avevano detto che il Kinkakuji, il tempio del padiglione d’oro, mi avrebbe deluso. Nel 1950 era stato distrutto in un incendio, e interamente ricostruito cinque anni più tardi.
Le foglie dorate usate per rivestire la superficie esterna dell’edificio, mi spiegarono, erano troppo hade, cioè vistose, e davano al tempio un aspetto addirittura volgare. […]
Per fortuna non seguii il consiglio di quegli amici votati all’eleganza austera. Una mattina di novembre arrivai di buon’ora nella zona dove sorge il Kinkakuji, a nord di Kyōto. Inaspettatamente c’era la nebbia. Una nebbia non così fitta da far perdere l’orientamento, ma abbastanza densa da dare al paesaggio un aspetto insolito. Forse perché era presto, per il freddo, per la nebbia o per tutte queste ragioni insieme, c’era pochissima gente. Pagai il biglietto, entrai nel giardino e quando mi trovai davanti al padiglione ebbi un sussulto. Un vacillamento visivo, per dirla con Roland Barthes.
Chissà perché quando ci si trova di fronte a qualcosa di troppo bello si ha sempre la sensazione di sognare.
Immagino che sia perché l’esperienza non ci ha abituato a visioni di una bellezza così abbagliante, e quindi dubitiamo che possano appartenere alla realtà. Ho detto “abbagliante” ma la nebbia assorbiva in parte lo splendore dell’oro, un po’ come la neve attutisce i rumori. Poi il mio sguardo scese sullo stagno, il Kyokochi, che circonda l’edificio. Non c’era vento e il padiglione si rifletteva sulla superficie immobile dell’acqua come in uno specchio.
Anche il tempo si era fermato, e sarei rimasto lì all’infinito se non fosse stato per il freddo e l’umidità che penetravano nelle ossa.

Giorgio Amitrano, Iro Iro. Il Giappone tra pop e sublime

 

Laureatosi presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, Giorgio Amitrano è attualmente professore ordinario di Lingua, cultura e letteratura giapponese moderna e contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dello stesso ateneo, di cui dal novembre del 2010 è diventato Preside. Nel 2012 è stato nominato dal Ministero degli Affari Esteri Direttore dell’Istituto italiano di cultura di Tokyo.
È traduttore in italiano delle opere di Banana Yoshimoto e Haruki Murakami; ha anche tradotto romanzi di Yasunari Kawabata e Yasushi Inoue. Per il suo lavoro, ha vinto il Premio Alcantara nel 1999, il Premio Internazionale Noma nel 2001, il Premio Grinzane Cavour nel 2008 e il Premio speciale della giuria del Premio Monselice per la traduzione letteraria e scientifica nel 2012, tutti per la traduzione.
È vice direttore della rivista “Poetica”, mentre dal 2004 scrive per il mensile di arte figurativa e letteratura “Paragone”. È collaboratore sulle principali testate culturali italiane: “Corriere della Sera”, “la Repubblica”, “Il manifesto”, “Alias”, “L’indice dei libri del mese” e “Nuovi argomenti”.
Come autore, ha pubblicato a cura della Italian School of East Asian Studies il volume The New Japanese Novel: Popular Culture and Literary Tradition in the Work of Murakami Haruki and Yoshimoto Banana (1996) e per l’editore Feltrinelli Il mondo di Banana Yoshimoto (1999; edizione ampliata 2007). Sempre nel 2007, ha curato l’introduzione al libro I miei cani dell’artista Giosetta Fioroni.

Nel 2018 ha pubblicato Iro Iro. Il Giappone tra pop e sublime.
Iro in giapponese significa colore. Iro iro, raddoppiato, è una miscellanea variopinta, un insieme articolato e sorprendente.
E così è questo libro, che accompagna il lettore in un viaggio inaspettato e iridescente attraverso la vita, la cultura e le contraddizioni di un Paese che esprime forse più di qualsiasi altro l’inesauribile varietà delle emozioni, delle atmosfere, dei possibili modi di essere.
Scopriamo un popolo capace di provare il più innocente stupore infantile e allo stesso tempo di elaborare inquietanti perversioni; di emozionarsi davanti al glorioso splendore della fioritura dei ciliegi fino a provarne quasi paura; di correre verso il futuro a velocità ineguagliabili ma anche di rinnovare, con una costanza senza tempo, i riti della tradizione più antica. Dalle radici storiche della passione giapponese per il canto a una serata magica in un karaoke bar insieme a una scrittrice famosa; dagli imprevedibili esiti di un esercizio di calligrafia in un monastero al sottile confine che separa realtà e fantasia nelle pagine degli scrittori contemporanei, Giorgio Amitrano ci racconta il Giappone che ha imparato a conoscere e amare, al di là degli stereotipi, dei pregiudizi e delle cieche infatuazioni che da sempre l’Occidente coltiva nei confronti di questo Paese. Ci svela un Giappone autentico, sconosciuto, multiforme: il più vero.

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