Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Il Romanticismo a Milano: volti, luoghi, storie dell’Italia moderna

«E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando»
(Giacomo Leopardi, L’infinito, 1819)

Le Gallerie d’Italia e il Museo Poldi Pezzoli, a Milano, ospitano fino al 17 marzo prossimo una mostra molto coinvolgente e di suggestiva atmosfera dal titolo “Romanticismo”, dedicata alla nascita e allo sviluppo dell’arte romantica in Italia.
E’ una mostra significativa, sia per i capolavori esposti – circa duecento opere – sia per lo scopo che il curatore Fernando Mazzocca si è prefisso: presentare un affresco esauriente e inedito delle varie tematiche secondo le quali si è sviluppata l’arte romantica in Italia, ponendolo talvolta in confronto con il corrispettivo europeo.
Per motivi di tempo – il tempo sempre tiranno! – ho potuto visitare solo le Gallerie d’Italia, che danno comunque un’ampia panoramica della tematica presa in esame e, come sempre, regalano un colpo d’occhio notevole già all’ingresso nel salone centrale attorno al quale si aprono le varie sale espositive.


Vi sono infatti disposte tutt’intorno alcune sculture, nudi maschili e femminili in particolare, che rappresentano l’affermazione di una nuova sensibilità rispetto al concetto di “bello” canoviano. In particolare una delle opere più significative del secolo, La fiducia in Dio, di Lorenzo Bartolini, commissionata da Rosina Poldi Pezzoli per ricordare il marito defunto.

Lorenzo Bartolini, La fiducia in Dio (1833-1836)

Si tratta di un nudo castissimo, che ritrae una modella in atteggiamento di riposo, cui fanno da contrappunto i corpi bambini di Bacco ad opera sempre di Bartolini e di Giovanni Dupré.

Lorenzo Bartolini, L’ammostatore (1842-1844) – Giovanni Dupré, Bacchino della Crittogama (1859)

La definitiva affermazione del Romanticismo in scultura è segnata tuttavia da due grandi opere manifesto, che precedono e testimoniano la svolta storica risorgimentale del 1848. Si tratta di figure di genere eroico, in dimensioni monumentali: il Masaniello di Alessandro Puttinati e lo Spartaco di Vincenzo Vela, che rappresentano i controversi protagonisti di due rivolte di popolo ove era in gioco la libertà. Il grande senso di movimento che nasce dalla posa estremamente dinamica, la tensione del gesto e dell’espressione stessa del viso, restituiscono una carica emotiva palpabile in tutto lo spazio circostante.

Vincenzo Vela, Spartaco (1850) – Alessandro Puttinati, Masaniello (1846)

Ma veniamo al fulcro della mostra, la pittura.
La prima sezione, “Una finestra sull’infinito”, è dedicata all’emblema della visione romantica della realtà, la veduta con finestra appunto, elemento caratteristico dell’età romantica, una curiosa combinazione di ciò che si trova al di qua (perlopiù l’interno di una stanza) e quello che si trova al di là (un paesaggio o l’infinito).
Come scrive Federico Giannini, citando lo storico dell’arte Lorenz Eitner e il suo saggio The open window and the storm-tossed boat: an essay in the iconography of Romanticism (La finestra aperta e la nave nel mezzo della tempesta: un saggio sull’iconografia del romanticismo, 1955, nella sua recensione alla mostra pubblicata in “Finestre sull’arte”: «Eitner scriveva che la finestra dava corpo a uno dei temi preferiti della letteratura romantica: il desiderio, irrealizzabile, di lasciarsi alle spalle il proprio mondo e le angustie della propria esistenza per accogliere l’infinito. O, in altri termini, quello struggimento cui i tedeschi diedero il nome di Sehnsucht, e che nel 1834 sarebbe diventato (proprio col titolo Sehnsucht) il soggetto d’una lirica di Joseph von Eichendorff che non poteva che aprirsi col motivo della finestra: è[…] “Le stelle brillavano di luce dorata / E io stavo solo alla finestra / E ascoltavo il suono distante / Del corno della posta nella campagna calma. / Il cuore mi s’incendiò in corpo / E io pensavo segretamente: / Ah, se solo potessi viaggiare anch’io là / in questa magnifica notte d’estate!”».

Caspar David Friedrich, Luna nascente sul mare (1821)

La visione che l’artista romantico dà di questo soggetto è fortemente interiorizzata, restituendo la natura in una rappresentazione emotiva assolutamente personale, un altrove ove proiettare i propri sentimenti.
Ecco quindi una carrellata di capolavori altamente poetici e pervasi di un particolare senso luministico. In primis l’artista romantico per eccellenza, Caspar David Friedrich, ma anche un Carlo Canella che ritrae il pittore veronese Giuseppe Canella nel suo studio riportando la realtà alla propria esperienza individuale.

Caspar David Friedrich, Vista dalla studio dell’artista, finestra di sinistra (1805-1806)

Carlo Canella, Ritratto del pittore Giuseppe Canella nel suo studio di Milano (1837)

Basta spostarsi di pochi passi e si entra nel vivo del, per così di dire, immaginario romantico, con la nozione di sublime. In “Cime tempestose. L’emozione del sublime”, così come nella sezione successiva, “Le Alpi, cattedrali della terra” risulta evidente come la nuova sensibilità romantica abbia fatto la sua comparsa, agli inizi del secolo XIX, proprio nella pittura di paesaggio, quasi vent’anni prima rispetto alla più celebrata pittura storica.
Protagonisti di questa prima fase sono grandi paesaggisti piemontesi come Giovanni Battista De Gubernatis e Giuseppe Pietro Bagetti i quali, utilizzando una tecnica molto personale come l’acquerello, restituiscono l’immagine di una natura incontaminata, dominata da eventi atmosferici che, come nel romanzo di Emily Brontë, mettono in sintonia l’uomo con la natura.
Il vento, in particolare, e i suoi effetti, diventano il soggetto di questi quadri, perché è proprio in circostanze particolari, legate all’eccezionalità del sublime, che il cielo, le nuvole, le piante e tutto il paesaggio si possono svelare e mettersi in comunicazione con la nostra anima.

Giuseppe Pietro Bagetti, Paesaggio (Sottobosco con alberi spezzati) (1810-1830)

Giovanni Battista De Gubernatis, Paesaggio nella bufera con castello a quattro torri e grande trifora sovrastante il portale (1803)

Gli stessi paesaggisti piemontesi si sono per primi dedicati alla rappresentazione della bellezza sublime delle Alpi, un aspetto del paesaggio italiano mai considerato prima e che vennero alla ribalta quando furono “violate” da Napoleone all’inizio dell’Ottocento.
In particolare Bagetti, che fu al seguito delle truppe napoleoniche di cui rappresentò le leggendarie battaglie, riuscì a interpretare con la sua pittura il sentimento dell’infinito e dello smarrimento che si prova di fronte a questo spettacolo maestoso.

Giuseppe Pietro Bagetti, La Sacra di San Michele (1825-1830)

Giuseppe Pietro Bagetti, Salita al Moncenisio (1809 ca)

Ancora la natura è l’incontrastata protagonista delle sezioni “La natura come spettacolo e come stato d’animo”, “Lo stupore della notte” e “Il paesaggio. Dall’invenzione alla realtà”.
La sommessa bellezza della campagna lombarda modificata dal lavoro dell’uomo, che ha trovato un grande interprete nel Manzoni dei Promessi Sposi, viene poeticamente descritta da Giuseppe Bisi e Luigi Basiletti.
Grandi cascate, dove l’acqua mostra la sua forza in uno spettacolo che evoca di nuovo il concetto di “sublime”, e vedute della campagna romana mettono a confronto pittori italiani e Jean-Baptiste-Camille Corot, ciascuno con i propri inconfondibili tratti pittorici.

Luigi Basiletti, Veduta della Franciacorta dalla villa dei conti Ducco a Camignone (1832-1833)

Luigi Basiletti, La cascata di Tivoli (L’Aniene a Tivoli) (1803-1810)

Jean-Baptiste-Camille Corot, La cascata delle Marmore (1826)

Ma la vera grande scoperta del paesaggio romantico è il fascino della notte, quando la natura sembra velarsi di mistero ed entrare in sintonia con il cuore dell’uomo. Ritroviamo Bagetti – che si rivela uno dei più versatili testimoni del Romanticismo italiano – cui si deve la più riuscita rappresentazione della luce della luna.
Splendidi il Notturno a Capri di Salvatore Fergola, che getta uno sguardo da sogno su Marina Piccola illuminata dalla luce soffusa della luna, con i faraglioni velati da una luce argentea.

Joseph Rebell, Burrasca al chiaro di luna nel golfo di Napoli (1822)

Salvatore Fergola, Notturno a Capri (1843 ca)

Va ascritta al periodo romantico la novità del “paesaggio istoriato”, cioè la rappresentazione di località ove hanno avuto luogo avvenimenti storici. In “Il paesaggio. Dall’invenzione alla realtà” vengono infatti esposte diverse tele dell’aristocratico torinese Massimo D’Azeglio, al quale si deve l’introduzione e la fortuna di questo genere artistico, accanto a un altro pittore di successo, il conte francese Turpin de Crissé.
Verso la metà del XIX secolo si andò sempre più affermando una diversa rappresentazione della realtà, grazie in particolare a due pittori eccentrici e irrequieti, il lombardo Piccio e il veneto Caffi, un grande viaggiatore. Nelle loro opere sono gli effetti luministici e atmosferici a prevalere sul soggetto stesso, tanto da poterli quasi considerare anticipatori dell’Impressionismo.

Massimo D’Azeglio, La morte del conte Josselin de Montmorency (presso Tolemaide in Palestina) (1825)

Nella sezione successiva restiamo nel vedutismo, ma di tutt’altro genere. “La veduta. Tra immagini urbane e architetture” propone opere di pittori, alcuni dei quali formatisi all’Accademia di Brera e con una prima esperienza nel campo della pittura scenografica teatrale, che si sono dedicati alla valorizzazione dei monumenti, antichi e moderni, del nostro Paese, accanto alla rappresentazione della vita quotidiana. Per questo particolare genere venne coniata la definizione di “pittura urbana”.
Accanto alle sempre presenti vedute di rovine classiche troviamo anche una riscoperta tipicamente romantica dell’architettura gotica. Tipici esempi le opere di Giovanni Migliara e Angelo Inganni.

Giovanni Migliara, Veduta dell’esterno dell’abbazia Altacomba (1833)

Angelo Inganni, Veduta della Piazza del Duomo dal Coperto dei Figini (1842)

Luigi Bisi, Il coro della chiesa di Brou con i monumenti di Filiberto Duca di Savoia, di Margherita d’Austria e di Margherita di Borbone (1842)

Con “Luci mediterranee. La Scuola di Posillipo” scendiamo dal Nord al Sud Italia per incontrare numerose magnifiche vedute, capolavori di artisti italiani e stranieri, che dimostrano la vitalità della cosiddetta Scuola di Posillipo. Il nome deriva naturalmente dalla splendida località di Napoli dove questi artisti erano soliti incontrarsi e confrontarsi su un nuovo modo di rappresentare la natura.
I dipinti di Pitloo, Gigante, Duclère, Smargiassi, Fergola, Catel, Vervloet, Ščedrin, ambìti da collezionisti di tutto il mondo, hanno immortalato la bellezza di Amalfi, Napoli, Sorrento e altre località della zona, predilette dai viaggiatori stranieri che, dopo l’interruzione dovuta alle guerre napoleoniche, avevano ripreso le rotte del Gran Tour.

Anton Sminck Van Pitloo, La spiaggia di Chiaia da Mergellina (1829)

Sil’vestr Feodosievič Ščedrin, Veduta di Mergellina (1826)

Salvatore Fergola, Sifone nel golfo di Procida (1842)

Joseph Mallord William Turner, Il lago d’Averno, Enea e la Sibilla Cumana (1814-1815 ca)

Raffaele Carelli, Scoglio d’Amalfi con il convento dei Cappuccini (1829)(particolare)

L’acqua continua a essere incontrastata protagonista anche della sezione intitolata “Impressioni di acqua e di luce. I Navigli, Venezia e la Senna”.
Considerati gli eredi dei vedutisti veneziani, in particolare di Canaletto, i grandi interpreti della veduta moderna come Giuseppe Bisi, Giuseppe Canella, Angelo Inganni e Ippolito Caffi descrivono nelle loro opere la particolare atmosfera di tre città – Milano, Venezia e Parigi – dove l’acqua era una delle componenti più affascinanti e suggestive.

Giuseppe Canella, Veduta del canale Naviglio presa sul ponte di San Marco (1834)

Ippolito Caffi, Neve e nebbia (Neve e nebbia in Canal Grande) (1847 ca)

Giuseppe Canella, La Cité e il Pont Neuf, presi dal Quai du Louvre (1832)

Straordinario è l’effetto che la luce crea riverberandosi sull’acqua (quasi surreale è l’Eclisse di sole alle Fondamenta Nuove), così come il riflesso della trasparenza del cielo, degli edifici e dell’animazione delle strade.

Ippolito Caffi, Eclisse di sole alle Fondamenta Nuove (1849)

Le ultime sezioni sono dedicate alla ritrattistica. Insolita la parte riguardante “Alessandro Manzoni: I Promessi Sposi”, con gli unici due ritratti dello scrittore, notoriamente molto schivo e contrario a farsi immortalare su tela: il primo, del 1835, concesso al genero Massimo D’Azeglio e all’amico Giuseppe Molteni; il secondo, del 1841, quando posò per ben quindici sedute di fronte a Francesco Hayez per il popolarissimo dipinto di cui verrà realizzata anche una seconda versione.
Il confronto fra questi famosi dipinti mostra due Manzoni profondamente diversi: uno più giovane, ritratto in piedi, sullo sfondo di un paesaggio, con un libro in mano; uno più anziano, seduto con la tabacchiera in mano, ove viene privilegiata la resa dell’animo dell’uomo.

Giuseppe Molteni e Massimo D’Azeglio, Ritratto di Alessandro Manzoni (1835)

Francesco Hayez, Ritratto di Alessandro Manzoni (1841)

Affiancano i ritratti alcune opere ispirate ai personaggi dei Promessi Sposi, opere ancora di Molteni e Hayez, ma anche di Eliseo Sala e Andrea Gastaldi, a riprova della popolarità goduta dal romanzo.

Giuseppe Molteni, Busto di donna al vero, la Lucia dei Promessi Sposi (1852)

Eliseo Sala, Lucia Mondella che guarda dalla finestra se ritorna il suo fidanzato nel giorno stabilito per le nozze (1843)

Nella sala successiva fanno splendida mostra di sé superbi ed eleganti “ritratti istoriati” (vale a dire ambientati in spazi definiti con mirabile minuzia descrittiva) di artisti come Giuseppe Molteni e di nuovo Francesco Hayez.
Interessante il raffronto che è possibile fare tra il Ritratto di Antonio Visconti Aimi di Molteni, che raffigura il giovane marchese all’interno della sua abitazione, circondato dagli oggetti a lui cari e caratterizzanti la sua personalità, e il Ritratto della contessa Teresa Zumali Marsili con il figlio Giuseppe, di Hayez, dove ritroviamo riecheggiamenti cinquecenteschi e simbolici (nei colori tenui, le forme allungate, la posa che richiama quella di una Madonna col Bambino) in un’immagine solenne e umanamente molto intensa.

Giuseppe Molteni, Ritratto di Antonio Visconti Aimi (1830-1835)

Francesco Hayez, Ritratto della contessa Teresa Zumali Marsili con il figlio Giuseppe (1833)

Le due sezioni successive accostano tematiche opposte – nudo e religiosità – volutamente presentate nella stessa sala, con opere di Gaetano Motelli e le eroine sensuali di Hayez (tra cui la splendida Meditazione e Nudo di donna-Modella in riposo).

Francesco Hayez, La meditazione sulla storia d’Italia (1851)

Francesco Hayez, Nudo di donna (Modella in riposo) (1850-1860)

E poi l’innocenza di Eva tentata dal serpente di Natale Schiavoni e la lascivia della scultura intitolata Orgia di Torquato Della Torre. che ha per protagonista una donna nuda che s’abbandona scomposta su di un trono dopo un amplesso.

Torquato Della Torre, Orgia (1827-1855)

L’aspetto religioso, che persegue tuttavia una maggior adesione alla realtà, è invece proposto tramite pittori come Giacomo Trécourt (L’educazione della Vergine) o Domenico Induno (Un episodio del diluvio), il primo più tranquillo e rassicurante, il secondo potente e drammatico pur nella sua staticità.

Giacomo Trecourt, L’educazione della Vergine (1839)

Domenico Induno, Un episodio del diluvio (1844)

Sala dopo sala ci stiamo avviando verso la fine di questa ricchissima, per opere e per temi trattati, esposizione.
Il riscatto dei miserabili” propone struggenti e tenerissimi ritratti dello strato più basso della società, osservando i quali sembra di vivere tra le pagine di Dickens o Zola. In particolare le raffigurazioni di bambini di Molteni sono davvero splendide e toccano il cuore per la loro aderenza al vero e i loro sguardi colmi di dignità.

Giuseppe Molteni, Spazzacamino (1840-1845)

Nonostante la fortuna del paesaggio e del ritratto, anche nel periodo romantico la grande pittura storica continua a essere considerata il genere più nobile, in grado di donare la fama a un pittore. La sua missione educativa nel far conoscere e rivivere, non più la mitologia e l’antichità, ma le vicende dell’Italia moderna, le ha dato un significato politico, facendone una delle espressioni culturali del Risorgimento.
Indiscusso protagonista ancora una volta Francesco Hayez: nei suoi eroi moderni, come Romeo e Giulietta o l’infelice Caterina Cornaro, si è identificata la gioventù destinata a realizzare l’unità d’Italia.

Francesco Hayez, L’ultimo bacio dato a Giulietta da Romeo (1823)

Francesco Hayez, Giorgio Cornaro inviato a Cipro dalla Repubblica Veneta fa conoscere a Caterina Cornaro, sua parente, ch’ella non è più padrona del suo regno, poiché lo stendardo del Leone sventola già sulla fortezza dell’isola (1842)

I capolavori di Pasquale Massacra, Ludovico Lipparini, Cesare Mussini e Sebastiano De Albertis sperimentano nuovi linguaggi su un tema senza tempo, la morte dell’eroe: Francesco Ferrucci finito da Maramaldo e Marco Botsaris, immolatosi come Byron per la libertà della Grecia.
Con lo sguardo traboccante di paesaggi che nel nostro immaginario si sono ormai consolidati come “romantici” per eccellenza, di ritratti sfavillanti nei colori oppure profondissimi nella loro umanità e spessore psicologico, di inni al valore e al sacrificio di sé per il compimento dei più alti ideali, prima di lasciare le Gallerie è necessario soffermarsi anche sullo scalone dove sono esposti quattro costumi provenienti dal Teatro alla Scala.
Come spiega la locandina, il Piermarini è storicamente palcoscenico del Romanticismo, grazie prima alla presenza di compositori come Bellini, Donizetti Verdi e in certa misura Rossini, e poi per la capacità di far rivivere le loro opere.
Quattro costumi per quattro eroine: Norina (per Don Pasquale di Donizetti, realizzato da Luigi Sapelli, in arte Caramba), Fenena, la figlia del re di Babilonia (per Nabucco di Verdi, firmato da Odette Nicoletti), Lucia di Lammermoor (per l’opera omonima di Donizetti, creato da Pier Luigi Pier’Alli) e infine Anna Bolena (per l’opera sempre di Donizetti, ideato per Maria Callas da Nicola Benois).

I costumi del Teatro alla Scala

Con questi veri e propri capolavori dell’arte sartoriale e dell’opera lirica si conclude il nostro viaggio nel Romanticismo, che ci ha fatto capire quanto questo periodo artistico-letterario sia stato ricco di opere e protagonisti, in una stagione storicamente molto importante, nel quale la nostra Madre Patria riuscì, infine, a portare a compimento la sua unità.

(Le fotografie sono personali)

Per chi desiderasse approfondire la figura di Francesco Hayez, rimando a questo mio articolo sulla meravigliosa mostra allestita sempre alle Gallerie d’Italia nel 2016.

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2 commenti su “Il Romanticismo a Milano: volti, luoghi, storie dell’Italia moderna

  1. wolfghost
    febbraio 26, 2019

    Che spettacolo queste opere! Per quanto mi riguarda sono la dimostrazione che mai una foto, per quanto fantastica, può sostituire la magia espressa da dipinti come questi!
    Bellissimo articolo, ma in questo blog ho smesso di stupirmene da tempo 😉
    http://www.wolfghost.com

    Piace a 1 persona

    • ilpadiglionedoro
      febbraio 28, 2019

      Grazie Francesco per i tuoi complimenti, sempre troppo gentile 🙂 Comunque è vero: di fronte alle opere d’arte si resta sempre incantati, non importa quante volte tu le abbia viste.

      Mi piace

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