Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“Lo Schiaccianoci”: una delicata parabola dell’adolescenza – Dalla creazione alla messa in scena: revisioni e curiosità

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Grande opera di fantasia e vero gioiello musicale, Lo Schiaccianoci è una sfavillante favola di Natale ed è ormai un appuntamento costante per le feste di fine anno in ogni angolo del mondo: viene allestito in più di cento teatri e non esiste grande compagnia che non lo conservi in repertorio.
I protagonisti della storia – una bambina di nome Clara e uno schiaccianoci destinato a diventare un bellissimo principe – vivono vicende straordinarie viaggiando nel mondo dei sogni.
Se le loro avventure incantano da sempre i più giovani, anche gli adulti vi partecipano con entusiasmo, leggendo in controluce una raffigurazione del difficile passaggio dalla giovinezza all’età adulta.

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Lo Schiaccianoci, cor. George Balanchine, in scena alla Scala nella stagione 2018-2019 (ph. Brescia e Amisano)

La genesi del balletto e l’intervento di Ivanov
La storia dell’ideazione e della realizzazione de Lo Schiaccianoci, secondo titolo della fortunata trilogia di balletti ciaikovskiani elaborati da Petipa per il Teatro Mariinsky di San Pietroburgo. È piuttosto lineare.
Dopo il trionfo della Bella addormentata, grande favola barocca nella quale lo spirito romantico aveva raggiunto le massime altezze tecniche ed espressive, il principe Vsevolovsky, direttore dei Teatri Imperiali, pensò fosse giunto il momento di fare un passo avanti raccontando una storia piena di fantasia ma più moderna e ambientata nel mondo reale. Insistette perciò perché il coreografo francese e il compositore russo lavorassero a un nuovo balletto per la stagione 1892.
Per la redazione del libretto Petipa si ispirò a un racconto dello scrittore tedesco Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, riletto però nella versione francese (Storia di uno Schiaccianoci, 1844) realizzata da Alexandre Dumas padre.
Questi, per semplificare la lettura e adattare il racconto a un pubblico giovanile, aveva privilegiato il lato fiabesco della vicenda eliminando gli aspetti più inquietanti e sinistri presenti nell’originale.
Il racconto di Hoffmann (Schiaccianoci e il Re dei Topi, 1816) è un piccolo capolavoro di fantasia e di magia: in esso convivono le innocenze dell’infanzia, le paure ancestrali, gli incantesimi delle scienze vicine alla stregoneria, le bambole meccaniche, perfino l’illusionismo.
Protagonista della vicenda, ambientata durante le feste natalizie, è un inventore e orologiaio che indossa una parrucca di vetro e una benda nera sull’occhio destro. Padrino della piccola Maria (nel balletto, Clara), figlia del consigliere sanitario Stahlbaum (nel balletto diventerà un sindaco), le consegna un curioso dono: uno schiaccianoci con la giacchetta da ussaro, calzoni eleganti e lucidi stivali. Grazie alla magia e dopo aver superato difficili prove, lo schiaccianoci si trasformerà nel principe delle favole e renderà felice la giovane.
Su questa base narrativa Petipa costruì una sceneggiatura precisa che Čaikovskij seguì di buon grado. Contrariamente a quanto è stato scritto sui rapporti di presunta sudditanza fra il musicista e il direttore del corpo di ballo, la collaborazione procedette senza difficoltà.
Unico vero intoppo fu l’improvvisa malattia che colpì il grande coreografo francese proprio nelle fasi iniziali della messa in scena del balletto. Petipa fu costretto a passare la mano al fedele assistente Lev Ivanov che ne seguì le indicazioni e vide poi riconosciuto il proprio ruolo in occasione della prima, quando la sua firma comparve accanto a quella del maestro.stella_glitter_natale

Un Čaikovskij sereno, all’apice del successo

Petr Ilic Čajkovskij, The Nutcracker, 1891-92. Score: Suite for a Large Orchestra. Milano, Biblioteca del Conservatorio “Giuseppe Verdi” (ph. Teatro alla Scala)

All’epoca in cui lavorava alla partitura dello Schiaccianoci, fra il 1891 e il 1892, Čaikovskij era al sommo della celebrità: le sue composizioni erano ormai conosciute e amate in tutto il mondo; riceveva onorificenze e aveva un forte seguito fra i giovani musicisti.
Le tournée in America e in Europa erano continui trionfi e la sua capacità lavorativa aveva raggiunto un’intensità straordinaria.
Čaikovskij aveva superato sia le infelicità sentimentali sia il trauma causato nel 1890 dalla rottura del rapporto con Nadeja Von Meck, sua finanziatrice e confidente.
Dopo lo straordinario successo dell’opera La dama di picche, in quel breve intervallo di tempo compose, oltre alla partitura per Lo Schiaccianoci, l’opera Jolanda e le musiche di scena per Amleto. Nel 1893 avrebbe poi visto la luce la sesta e ultima sinfonia, la Patetica, capolavoro dell’estrema letteratura sinfonica del romanticismo.stella_glitter_natale

Una prima di successo
Il risultato dello stato di grazia del musicista fu la realizzazione di un balletto perfetto, con due meravigliosi valzer (“dei fiocchi di neve” e “dei fiori”), in prezioso stile e formato romantico, con un pas de deux di rara bellezza, con il divertissement colorito nelle danze dei vari paesi, con brividi di paura e slanci di gioia liberatoria.

Olga Preobrajenska e Nicolai Legat

La partitura prevedeva un organico particolarmente ricco, in cui faceva il suo esordio la celesta, uno strumento che Čaikovskij aveva avuto modo di scoprire a Parigi nel 1891.
Prima di portare a termine l’orchestrazione del balletto, il musicista selezionò otto brani della partitura e li raccolse in una Suite che diresse riscuotendo un successo trionfale a San Pietroburgo il 7 marzo 1892.
La cronaca tramandataci del primo allestimento de Lo Schiaccianoci, il 5 dicembre 1892, racconta di un esito tranquillo e fortunato. Lo spettacolo piacque molto allo zar Alessandro III e alla sua famiglia e le critiche raccolte furono positive.
Fra gli interpreti si distinsero Antonietta Dell’Era (nel ruolo della Fata Confetto), Pavel Gerdt (il Principe), Nicolai Legat (Schiaccianoci), Olga Preobrayenska (Colombina), mentre la giovane protagonista era impersonata da un’allieva della Scuola di ballo. Dirigeva l’orchestra Riccardo Drigo; le scene erano di Mikail Botcharov e Konstantin Ivanov.

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Un suggestivo balletto in continua elaborazione
Dopo il successo della prima esecuzione a San Pietroburgo nel 1892, Lo Schiaccianoci ebbe numerose riprese fedeli sia al Mariinsky (coreografie di Gorsky, 1918; Vajnonen, 1934), sia al Bol’šoj di Mosca (Gorsky, 1919; Vajnonen, 1939; Grigorovič, 1966).
L’originale di Ivanov, anche se modificato in alcuni passaggi alla festa di Natale, venne sostanzialmente rispettato e furono mantenuti quasi tutti i temi del sogno di Clara e del Principe nel mondo della fantasia.
In Europa Occidentale il balletto esordì a Londra nel 1934 nell’allestimento di Nicholas Sergeyev; in Inghilterra si susseguirono negli anni varie edizioni, da quella di Frederick Ashton nel 1951 a quella di Peter Wright nel 1984.

Lo Schiaccianoci, Carla Fracci e Rudolf Nureyev (1970)

Negli Stati Uniti la prima versione integrale venne messa in scena nel 1944 a San Francisco con la coreografia di William Christensen, presto soppiantata da quella famosissima di George Balanchine (New York City Ballet, 1954). Per l’American Ballet Theatre, Mikhail Baryshnikov produsse nel 1976 una sua personale versione.
Nel frattempo Rudolf Nureyev aveva realizzato un’innovativa rilettura del balletto a Stoccolma nel 1967, poi rappresentata a Londra e nel 1969 alla Scala di Milano. In questa edizione, da vero deus ex machina della vicenda, egli assumeva il ruolo di Drosselmeyer e del Principe, servendosi della psicanalisi per spiegare la maturazione di Clara: la ragazza vince le paure infantili e si libera dal peso dei legami familiari grazie alla consapevolezza della sua conquistata femminilità.

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Non solo una favola
Quasi tutte le edizioni dello Schiaccianoci puntano sull’aspetto favolistico e natalizio, con l’immancabile presenza, nelle scenografie sia russe sia occidentali, di un immenso abete.
Il balletto è stato tuttavia rivisitato utilizzando anche altre ambientazioni e chiavi di lettura, e spesso con successo.
John Cranko, per esempio, nel 1966 a Stoccarda trasforma Clara dell’adolescente Lena imprigionata in un regno misterioso e salvata dal soldato Konrad; John Neumeier, nel 1971 ad Amburgo, racconta la storia di Marie, una bambina iniziata ai segreti della danza: la Fata non è altri che una étoile del Mariinsky, mentre Drosselmeyer è diventato Marius Petipa; Roland Petit, nel 1976 a Marsiglia, dà a Drosselmeyer le sembianze di uno spumeggiante Fred Astaire che renderà bellissimo il deforme Schiaccianoci; Amedeo Amodio, nel 1987 a Reggio Emilia, si rifà al racconto di

Lo Schiaccianoci, cor. Matthew Bourne

Hoffmann e alle narrazioni popolari per riscrivere una favola senza tempo, con marionette e ombre cinesi inventate dallo scenografo Lele Luzzati; Maurice Béjart, nel 1998 a Losanna, trasforma la fiaba in un viaggio nei suoi ricordi d’infanzia in compagnia della madre perduta e di Petipa; Jean-Christophe Maillot, nel 1999 a Montecarlo, ambienta la storia nel mondo del circo, con acrobazie, trapezisti e mille invenzioni illusionistiche, realizzando uno spettacolo unico e travolgente; Matthew Bourne, nel 2002 a Londra, sceneggia la storia in stile musical, partendo da un orfanotrofio vittoriano e arrivando a una pista di pattinaggio.
Altre edizioni di minore rilevanza sono state proposte in tutto il mondo. Per concludere questa panoramica citeremo soltanto la versione tradizionalissima di Alicia Alonso (1998, Ballet Nacional de Cuba) e lo sberleffo punk-rock di Mark Morris (1991, Bruxelles) che mette in parodia il consumismo contemporaneo.stella_glitter_natale

Variazioni sul tema
Se la grande complessità e articolazioni dell’originale racconto di Hoffmann continuano a offrire sempre nuovi spunti di riflessione a tutti coloro che vogliono rappresentarlo, rimane tuttavia sostanzialmente intatta la struttura di base adottata per il balletto.
Il libretto di Petipa, che sintetizza la versione “leggera” di Dumas padre, resta quindi il punto di riferimento per tutti.
Ogni Schiaccianoci risulta indubbiamente diverso dall’altro, ma è allo stesso tempo – per quanto possa sembrare paradossale – uguale al modello originale.stella_glitter_natale

Curiosità

Il mondo fantastico di Hoffmann
Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (Königsberg 1776 – Berlino 1822) fu geniale scrittore e musicista, attività queste che condivise con la carriera giudiziaria.
Tra le sue opere narrative più celebri, tutte realizzate fra il 1813 e il 1821, figurano tre raccolte di racconti: Pezzi di fantasie alla maniera di Callot ( di cui si ricordano Kreisleriana e Il vaso d’oro), i Pezzi notturni (che contengono L’uomo di sabbia) e I confratelli di San Serapione (in cui, accanto a La signorina di Scudéry e Il consigliere Krespel, compare Schiaccianoci e il Re dei topi).
Negli ultimi anni di vita diede alle stampe anche l’originale romanzo Opinioni sulla vita del gatto Murr.
La suggestiva poetica di Hoffmann si caratterizza per un radicale capovolgimento del senso comune: la realtà concreta appare assurda, inconcepibile; sono invece di facile e naturale comprensione i sogni, le magie e la follia. Quest’ultima ha il pregio di favorire l’intuizione delle più riposte verità psicologiche.
La produzione dello scrittore tedesco suscitò grande interesse nel corso dell’Ottocento e influenzò profondamente molti letterati dell’epoca, da Balzac a Poe, da Baudelaire a Dostoëvskij.
Le tematiche di Hoffmann, incentrate sulla dimensione del sogno e della magia e ricche di sottili rimandi psicologici, sono ben presenti anche nel racconto che ha ispirato la creazione del balletto Lo schiaccianoci.

La celesta di Auguste Mustel, chiamata “dulcitone”

Il debutto della celesta
Questo strumento musicale (noto anche come “celeste” o “celestino”) entrò a far parte di un’orchestra nel 1892, in occasione del primo allestimento de Lo schiaccianoci.
Čaikovskij lo utilizzò per sottolineare il carattere magico e onirico della danza della Fata Confetto.
Ideata e costruita nel 1886 dal francese Auguste Mustel, la celesta è uno strumento a tastiera che dispone, nella sua versione più diffusa, di quattro ottave. Il suono, dolce e purissimo, è prodotto da martelletti che, comandati dalla tastiera, percuotono delle lamine d’acciaio fissate ciascuna su una cassetta di risonanza.
Dopo Čaikovskij, molti altri musicisti, come per esempio Stravinsky, Bartok e Holst, hanno fatto ricorso per le loro composizioni alla particolare sonorità di questo strumento.

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