Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“Danza o muori”: l’inno alla vita di Ahmad Joudeh

«… io non voglio amare da morire, io voglio vivere d’amore»

Questo scrive Ahmad al termine della sua autobiografia, Danza o muori, in una lettera indirizzata alla madre Ram il 21 maggio di quest’anno, dopo 250 pagine di dolore fisico e spirituale, di dubbi, di odio, ma anche di speranza, entusiasmo e solidarietà.
Duecentocinquanta pagine che partono leggermente in sordina, ma che ben presto catturano l’anima e ti tengono attaccato a ogni parola, ti fanno soffrire e arrabbiare, come soffre e si arrabbia il protagonista, e ti scagliano sempre più profondamente nelle ferite di una Siria lacerata da quella guerra che scorre quotidianamente sugli schermi delle nostre tv.
Sembra lontana, mediata dalle telecamere dei reporter, invece è qui, nelle parole di Ahmad, nel suo coraggio che non è solo «Dance or Die», ma anche quello di sfidare i cecchini per salvare le persone che ama, di sopravvivere a una situazione familiare che precipita sempre più nel baratro dell’intolleranza e della violenza, di schivare le bombe per donare qualche momento di serenità e speranza nel futuro a ragazzini e ragazzine che trovano nelle lezioni di danza sue e dell’amico Said la forza di affrontare la dura quotidianità.
Mentre gli occhi scorrono avidi tra le pagine, non riesco a non vedere sovrapposte alle parole le immagini di Ahmad Joudeh mentre danza con Roberto Bolle e sembra che tutto questo dolore sia lontano anni luce ormai.

Invece no, è sempre e continuamente presente nella vita del ballerino siriano, anzi no, palestinese, anzi no, apolide, rifugiato, che ha fatto propria la missione di far conoscere il dramma del suo popolo e di aiutare, con la sua arte e ancor più con la sua personale esperienza, i bambini meno fortunati.
In questi giorni è in Italia per promuovere il suo libro e incontrare i ragazzi nelle scuole per raccontare la propria esperienza e portare il suo messaggio di pace e di fiducia nei propri sogni.
Il 28 novembre parteciperà anche all’evento “Dance4Life” – che si terrà al Teatro Carcano di Milano – organizzato da Sos Villaggi dei Bambini per raccogliere fondi a favore dei progetti dell’organizzazione in Siria.

Dopo la prefazione a firma di Roberto Bolle che, invitando Ahmed al suo seguitissimo show di gennaio su Rai 1 “Danza con me” e danzando con lui sulle note del toccante Inshallah eseguito da Sting, lo ha lanciato nell’olimpo della notorietà, il ballerino e coreografo siriano ci racconta brevemente la storia della sua famiglia e poi si presenta.
«Gennaio 2013, Yarmouk.
Io sono Ahmad. Ahmad Joudeh. Porto il nome di mio nonno, ho ventitré anni e da sempre il mio mondo è il quartiere di Yarmouk
E’ in questo quartiere periferico di Damasco che Ahmad vive e segue le lezioni di danza, di nascosto da tutti eccetto la mamma, in una casa a più piani dove abitano tutti i suoi cari, genitori, fratelli, zii, come nelle grandi famiglie patriarcali dell’Italia di un tempo. Un quartiere dove «si viveva all’aperto, tutti insieme, e le strade erano piene di gente che andava, veniva, o semplicemente se ne stava lì a guardare il passeggio». E lui amava osservare il brulichio del suo mondo standosene sdraiato sul tetto di casa, lasciando spaziare lo sguardo sullo skyline frastagliato della città, punteggiato da minareti, cupole di moschee e antenne paraboliche.
Poi «con l’inizio della guerra in Siria, le cose sono bruscamente cambiate».
Ahmad ci accompagna nella sua vita tramite flashback, che come fotogrammi cinematografici ci trasportano dall’infanzia abbastanza serena al primo desiderio di “cambiare aria”, andarsene almeno per un po’.
E’ il 2014 quando si candida per partecipare a un reality show sulla danza, ma il suo status di apolide (nato a Damasco, ma di origine palestinese, dunque palestinese per la Siria ma siriano per la Palestina) non gli permette di avere un passaporto e l’iter per ottenere un visto per Beirut si inceppa. Niente di fatto.
Voltiamo pagina e scopriamo la prima melodia che lo ha fatto innamorare della danza, Il lago dei cigni, ascoltiamo il fratello che suona e lui, Ahmed, che ha una bella voce e quindi canta, sotto la guida dura ed esigente di un padre-padrone che, anni dopo, osteggerà in modo sempre più plateale la sua passione per la danza arrivando persino a prenderlo a pugni e a colpirlo con furiosa violenza alle caviglie. Distrutto, ridotto in briciole… è questo il suo stato d’animo dopo un dolore così forte che gli sconquassava il cuore.
Non solo, come conseguenza il matrimonio dei genitori si sfascia e il padre arriva a portarsi in casa la nuova compagna, sistemandosi nelle stanze che Ahmed, insieme al nonno, aveva costruito e dove lui viveva: le sue poche cose vengono buttate sulle scale.
Una lacrima scorre sulle guance leggendo le sue parole: «Ero solo, senza più un posto nel mondo. Tanto valeva rimanere là sul marciapiede, la sacca di danza ai piedi pronta all’uso per il giorno dopo, aspettando che il sole calasse del tutto e che la notte mi rendesse, finalmente, invisibile».
Ahmad, che danza «per sfuggire agli orrori della vita e ritrovare la sua dolcezza…perché la guerra mi ha portato via tutto, meno che me stesso», che quando si muove le sue mani «sembrano colombe alla ricerca della pace», che nel settembre 2014 riesce finalmente ad andare a Beirut perché selezionato per partecipare alla trasmissione tv destinata a giovani talenti “You Think You Can Dance”, non ce la fa tuttavia a liberarsi dai ricordi dolorosi di una famiglia difficile, dei corpi a brandelli lungo le strade, delle esplosioni violente delle bombe, delle fughe nei rifugi sotterranei, delle ingiustizie che ha subito in silenzio, perché «la condizione del rifugiato è questa: essendo nato dalla parte sbagliata, deve stare zitto e limitarsi a ringraziare chi gli permette di rimanere in vita pur condannandolo a un’esistenza d’inferno”.

Una condizione che lo ha persino portato, un giorno del 2008, appena diciottenne, a prendere una lametta da barba e ad incidersi le vene, per liberarsi di una vita che sembrava diventata intollerabile.
Destino volle che Ahmad non vincesse quella trasmissione, sebbene molti fossero convinti del contrario e la sua popolarità fosse tale che a Beirut venisse quasi assalito per strada dai fans.
Un’arma a doppio taglio, la popolarità. Tornato a Damasco, inizia a insegnare in tre scuole, lavora come danzatore, inizia a guadagnare, si iscrive all’Istituto Superiore di Arti Drammatiche, ma portare avanti la sua causa umanitaria gli costa le minacce dell’Isis, a lui e alla sua famiglia.
E lui sfida l’Isis, tatuandosi sulla nuca “Dance or Die” in arabo, a indicare il punto esatto dove i boia di Daesh avrebbero dovuto calare il loro coltello per far tacere la sua voce.
Sfida chiunque per inseguire il suo sogno, attraversando Damasco in bicicletta perché ancora non può permettersi una macchina, evitando se possibile i chekpoint e chiedendosi cosa sarebbe successo se lo avessero fermato, essendo talvolta costretto a umiliarsi per poter avere il via libera, ma senza cedere mai.
Sfida anche un problema, un problema serio, di salute, e testardo ripete: «Se devo morire, morirò. Ma lo farò ballando, su un palco, non certo sul lettino di una sala operatoria».
Danza o muori, sempre e comunque.
Un mese dopo queste parole disperate, nel maggio 2016, gira il famoso video sul tetto di un alto edificio, rischiando di scivolare ma incurante del pericolo, perché ormai nulla importava e qualunque cosa poteva ucciderlo. Meglio morire di danza quindi.
Sono poche pagine disperate, dense di parole forti, piene di rabbia e risentimento verso una vita troppo dura, sostenuta solo e sempre dalla danza.

Posta il video su YouTube e ha successo.
E qui Ahmed ci rivela che su YouTube studiava tutto quello che poteva del suo idolo, Roberto Bolle, per lui un modello come ballerino e come persona. Talvolta mette gli auricolari e alza al massimo l’audio, perché solo la danza dà un senso alla sua vita.
La forza dei social network, spesso demonizzati, ma che possono anche avere un valore salvifico.
E la salvezza per Ahmed arriva proprio tramite un social, un contatto su Facebook, uno scambio di mail, l’inizio di un’amicizia con Roozbeh Kaboly, reporter e giornalista per la televisione olandese, che è rimasto colpito dal messaggio trasmesso da Ahmed e desidera girare dei video per raccontare la sua storia.
Ahmed danza fra le strade impolverate e le case bombardate del suo quartiere, sotto gli occhi dei miliziani dell’Isis; danza nell’anfiteatro di Palmira, insanguinato dalle esecuzioni di massa. Fa’ venire i brividi la descrizione degli stati d’animo di coloro che presero parte a questo progetto e sembra di sentire sulla propria pelle la paura e gli sguardi dei cecchini, e forse la disperazione che ha portato a compiere questo gesto estremo di rivendicazione della propria libertà.
Il resto è storia recente.
Il primo contatto con il Dutch National Ballet, l’arrivo incredulo ad Amsterdam nell’ottobre 2016 e l’inserimento nella Compagnia di ballo, l’incontro inaspettato con il suo idolo, Roberto Bolle, che proprio ad Amsterdam stava provando un pezzo con Anna Tsygankova.
Nella capitale olandese Ahmed inizia una nuova vita: continua a usare la bicicletta, si stupisce del clima di libertà e tolleranza, studia una nuova lingua, si addentra in una nuova cultura, partecipa a feste, cerca di fare nuove amicizie.
E’ tutto così diverso, ma non è sufficiente per cancellare la vita passata, il senso di panico che a volte lo assale, la nostalgia per la sua patria, sua madre, il suo amico del cuore.

Sono malinconiche e dense di speranza fatalista le ultime pagine di questo libro intenso, che a tratti commuove e a tratti colpisce duro come un pugno allo stomaco. Sono pagine anche di solitudine, perché profondo è il divario fra chi ha vissuto nella guerra e nel terrore e chi nemmeno si rende conto della fortuna di vivere in pace e di dare per scontata la serenità quotidiana.
«Deve venire da qui la vera solitudine che provo, ho un rapporto con la vita diverso dalla gente che incontro e non posso spiegarglielo, perché nessuno vuole sentire certe storie”, pensava Ahmad mentre terminava l’anno 2016.
Invece si sbagliava. In molte, moltissime persone hanno voluto e vogliono ascoltare le sue storie, il racconto della sua vita e i sentimenti di libertà e speranza che egli è in grado di trasmettere con le parole e con quello sguardo dolce che è riuscito a guardare oltre l’inferno che ha dovuto attraversare per arrivare fino a noi.

(ph. Naarden / Studio / Ahmad / Danser / Nationaal Ballet / NOB)

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3 commenti su ““Danza o muori”: l’inno alla vita di Ahmad Joudeh

  1. wolfghost
    novembre 25, 2018

    Più che il libro, che sicuramente è molto interessante, è da ammirare l’uomo per la capacità enorme di non arrendersi nonostante tutte le difficoltà!
    E grazie a questo bel post che lo hanno fatto conoscere a chi passava di qua 🙂

    Piace a 1 persona

    • ilpadiglionedoro
      novembre 27, 2018

      Sempre grazie a te, Francesco 🙂 Il libro in effetti è molto interessante, proprio perché c’è una persona coraggiosa e tenace che ha vissuto, suo malgrado, tutto quello che descrive. E’ molto bello che, in una recente intervista, abbia detto di aver passato, in questi due anni in cui ha vissuto ad Amsterdam, più tempo in Italia che in Olanda. E’ stato un po’ adottato dal nostro Paese, anche se è diventato famoso solo all’inizio di quest’anno grazie alla nostra Etoile Roberto Bolle 😉

      Mi piace

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