Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Come si scrive la danza? La notazione (*) dagli inizi settecenteschi ai nostri giorni

Come sono stati trasmessi attraverso i secoli i passi, le posizioni delle braccia e del corpo che vediamo nei balletti?
Attraverso le “notazioni”.
È questo l’argomento che ha incuriosito Eleonora e che l’ha spinta a fare alcune ricerche, riportate con la consueta profondità e chiarezza nell’articolo che segue.

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Mi sono sempre chiesta come nel passato (oggi infatti ormai si usano le riprese video) venissero graficamente rappresentate le coreografie.
Già, perché così come la musica ha un suo metodo convenzionale di scrittura anche la danza ha necessitato, nel corso dei secoli, del suo.
Sarà capitato a tutti, visitando un museo archeologico, di imbattersi in un antico vaso su cui compaiono figure divine mentre danzano al ritmo di un flauto o di una cetra.
Le prime forme di notazione potremmo quindi dire che sono iconografiche.
Nel corso del tempo però prenderanno forma tipologie di notazione sempre più formate e complesse.
I primissimi accenni di una qualche notazione cominciano ad affiorare in Italia.
Nel 1425 infatti Domenico da Piacenza detto Domenichino – uno dei primi maestri di danza alla corte degli Este di Ferrara, che riuscì a far considerare la danza allo stesso livello delle altre arti e di conseguenza anche il mestiere ad essa correlato – pubblica il suo De arte saltandi at choreas ducendi/De la arte di ballare at danzare.
Nel suo testo, diviso tra teoria e pratica, forse per primo si cimenta in una specie di notazione della danza riportando una serie di balli e di danze con le loro descrizioni.
Sempre in Italia altro personaggio che accennerà ad una qualche forma di notazione è Guglielmo Ebreo da Pesaro. Rinominato Giovanni Ambrosio dopo la sua conversione – allievo di Domenico da Piacenza, coreografo, maestro di ballo, compositore presso svariate corti italiane dell’epoca – pubblicherà nel 1463 il De pratica seu arte tripudii vulgare opusculum in cui descrive la Piva, il Salterello, il Passo doppio ed altre danze.
Altro volume di pseudo notazione coreografica è Il Ballarino di Fabrizio Caroso da Sermoneta.
Sulla copertina è già dichiarato esplicitamente ciò che verrà trattato nel volume: «…. s’insegnano diverse sorti di balli, e balletti si all’uso d’Italia, come a quello di Francia, e Spagna…»


Nel 1589 Jehan Touborot, anagranma di Thoinot Arbeau – grande appassionato di danza -, decide di pubblicare Orchésographie, un trattato in forma di dialogo attraverso il quale tutti possono facilmente imparare e praticare l’onesto esercizio delle danze, in cui riporta le danze famose dell’epoca con i passi, la musica e la struttura.


Giunti poi nel ‘600 con la trasformazione della danza da danza di corte (vedi le controdanze) a danza di teatro, a seguito della fondazione dell’Académie Royale de Danse nel 1661, risultò palese la necessità di un metodo di codificazione e rappresentazione delle coreografie.
Ancor di più col sorgere della corrente neoclassica, di un nuovo gusto plasmato dalle prime scoperte dei reperti archeologici che evidenziavano come l’antico mondo greco avesse già a suo tempo studiato e analizzato i rapporti dimensionali del corpo umano, la plasticità di esso, l’armonia delle forme per il raggiungimento di una bellezza che sarà poi il faro anche della danza classica nel corso dei secoli.
Il primo metodo di rappresentazioni fu quello di Pierre Beauchamps – danzatore, coreografo, musicista, primo direttore dell’Academie Royale de Danse, inventore dell’en dehors e codificatore delle cinque posizioni (già a suo tempo inventate e usate dai maestri italiani del ‘500 ma mai codificate) – dal titolo Choréographie pubblicato da Fuillet nel 1700.
Questo sistema, attraverso una visione orizzontale dall’alto, descriveva tramite una serie di disegni le varie figure coreografiche in cui veniva evidenziata la linea centrale del corpo su cui si innestavano i simboli delle gambe con i vari movimenti descritti nello spazio e ripartiti secondo le misure musicali.

Esempio di notazione coreografica secondo Beauchamps

Questo sistema, con cui erano state trascritte moltissime coreografie tra il ‘600 ed il ‘700, ben presto però non è più in grado di assolvere al suo compito, col modificarsi della danza attraverso anche la contaminazione con altri generi tipo il grottesco italiano, con l’ampliarsi dei movimenti, con i nuovi passi che si sviluppano in un solo tempo, con l’en dehors ormai codificato a 90 gradi, le gambe che si alzano oltre l’angolo retto, con i salti, col maggior numero di rotazioni – non più prerogativa solo maschile, con le braccia che si sollevano oltre la testa – mai contemplato nella danza cosiddetta “ancien régime”.
Ecco che Jean-Etienne Despréaux, tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800, con il suo metodo di notazione Terpsi-choro-graphie (utilizzato ma mai pubblicato e completato) crea due sistemi, uno analitico e uno abbreviato, che riproducono i movimenti in corrispondenza del pentagramma musicale.
Nel sistema analitico, la visione è verticale con il punto di vista frontale che mostra l’ampiezza e l’altezza dei vari movimenti ed i passi sono illustrati con una sequenza di immagini.
Anche in questo caso però sono riprodotti solo gli arti inferiori ed il corpo.
La testa e le braccia invece non compaiono perché riaffiora la vecchia scuola di pensiero secondo cui solo i passi sono da considerarsi importanti da un punto di vista tecnico mentre le braccia, essendo usate molto nella pantomima e quindi provenienti da altre arti, non sono considerate degne di nota.
Tramite le lettere Z, L e J viene rappresentata la linea delle gambe nelle tre posizioni di plié, tesa e mezza-punta.
Vengono usate lettere anche per lo spostamento del corpo e delle gambe (avanti, indietro, di lato) oltre ad alcune sigle tipo Pir per pirouette.
Nel 1852 ecco che August Saint-Léon inventa il suo famoso Sténochorégraphie, sistema di scrittura della danza che servirà anche ai fini di una corretta conservazione delle coreografie, evitando così episodi di plagio.
Un metodo che descrive solo i passi ma non la pantomima, che Saint-Léon ritiene troppo legata alla sensibilità dell’interprete e quindi non schematizzabile.
Saint-Leon si concentra così su due elementi:
1) la descrizione della tecnica
2) lo spostamento dei ballerini sulla scena
Per il primo usa simboli musicali modificati per un riconoscimento immediato che riporta su un “pentagramma coreografico”, composto da cinque righe come il pentagramma musicale (peraltro presente sotto il “pentagramma coreografico” per creare un parallelismo tra la musica e la coreografia) su cui sono rappresentate le gambe, con l’aggiunta di un sesto rigo leggermente staccato dagli altri su cui si trovano testa, torace e braccia.
Per il secondo invece la figura viene raffigurata in alto o in basso sul “pentagramma coreografico” che rappresenta il palcoscenico e le sue righe sono le varie quinte.
Questo spiega anche il perché, nella raffigurazione degli arti inferiori, i movimenti in avanti sono verso il basso e quelli indietro sono verso l’alto.
La visione è quindi quella dello “spettatore-coreografo”.

Esempi di simboli per le posizioni delle braccia nel sistema di Saint-Léon

Esempi di simboli per rappresentare alcuni passi a terra e in aria nel sistema di Saint-Léon

Esempi di simboli per rappresentare il rond de jambe nel sistema di Saint-Léon

Esempi di una completa notazione coreografica nel sistema di Saint-Léon

Nel 1854 Carlo Blasis pubblica Delle composizioni coreografiche.
Questa pubblicazione purtroppo non è arrivata ai nostri giorni ma tracce parziali del suo contenuto si possono rinvenire nelle trascrizioni di alcune coreografie, nelle quali possiamo trovare planimetrie, passi, enchaînements, attitudes e mimica.
Successivamente, nel 1855 August Bournonville pensa ad un metodo che possa descrivere tutti gli aspetti di un balletto ma al contempo sia il più semplice possibile, scrive infatti: «Conserviamo tutti i termini della vecchia scuola. Reperiamo dei segni semplici per contrassegnare le direzioni e delle abbreviazioni comprensibili, al fine di restringere lo spazio della frase sotto le battute della partitura.
Diamo alla pantomima la forma di un dialogo evitando la molteplicità dei gesti convenzionali.»
Scrive, così, la coreografia parallelamente al pentagramma musicale, riporta sigle costruite sui termini oltre a segni convenzionali ricavati dalle note musicali.
Il metodo di trascrizione Sténochorégraphie doveva diventare, nelle intenzioni di Saint-Léon, un elemento integrato nella formazione didattica della danza ma così non fu.
Ciò nonostante, successivamente, molti maestri o danzatori, che si cimentarono nella stesura di nuovi metodi di trascrizione, si ispirarono a questo sistema come Enrico Cecchetti con la sua trascrizione in italiano del 1885 oppure come Friederick Albert Zorn con il suo Grammatile der Tanz-Kunst del 1887, un sistema di trascrizione usato sia per la danza teatrale che per quella da sala.
Zorn aveva rielaborato il sistema di Saint-Léon compattando il pentagramma a sei righe in una sola, rappresentante il pavimento e riunendo la parte superiore con quella inferiore del corpo in un’unica figura. Quindi anche lui in qualche modo ritorna alle rappresentazioni tramite le figurine tradizionali degli inizi.

Esempio di notazione coreografica col sistema Zorn

Nel 1892 Vladimir Stepanov aveva pubblicato il suo Alphabet des Mouvements du corps humain. Il suo sistema era abbastanza complicato in quanto si basava sulla trasformazione del movimento analizzato anatomicamente in simboli astratti ispirati ai simboli musicali.
Il nuovo secolo (‘900) vede svilupparsi due sistemi di notazione ancora in uso.
Il primo è di Rudolf Laban, creato nel 1928 e conosciuto con il nome di Notazione Laban o Kinetographie Laban.
Gli elementi presi in considerazione da Laban sono lo spazio, il tempo, il peso e il flusso.
In uno spartito posto verticalmente, in cui la linea centrale rappresenta l’appoggio, con uno stesso segno vengono rappresentati la direzione del movimento (avanti, indietro, di lato), l’altezza dello stesso (alto, basso, sulle punte), la parte del corpo in movimento (gambe o braccia).

Sequenza di alcuni segni usati nella notazione Laban in cui si evidenzia come la campitura diversa all’interno dello stesso segno (vuota, nera, a righe inclinate) stia ad indicare l’altezza del movimento

Si possono individuare anche la successione dei movimenti (in verticale) e la contemporaneità di esecuzione (in orizzontale).


Altri segni invece indicano tra le altre anche le giravolte, i salti, le traiettorie, e così via.

Il secondo è la Notazione Benesh o Coreografia, creato nel 1948 da Rudolf e Joan Benesh.
Questo sistema (usato anche al Royal Ballet), è un sistema con una forte somiglianza con il metodo musicale e, come molti sistemi precedenti, la notazione viene riportata su un pentagramma che affianca quello musicale riportante la partitura.
L’idea è quella di inquadrare visivamente un ballerino da dietro, le cui singole parti sono rappresentate sulle righe del pentagramma. Abbiamo così, partendo dall’alto, sul primo rigo la testa, sul secondo le spalle e poi via via la vita, le ginocchia e i piedi.

Piccoli segni costituiti da brevi segmenti orizzontali e verticali o un punto stanno ad indicare la posizione, per esempio di un piede o di una mano, in linea con il corpo, davanti o dietro.

Si conclude qui questo viaggio virtuale nel mondo della notazione coreutica, che dalla fine degli anni ’80 si è arricchito di un ulteriore step con l’utilizzo di un software Life Forms, inventato e creato specificatamente da Merce Cunningham – ballerino della compagnia di Martha Graham, ideatore di una danza astratta lontana dalla narrazione cosiddetta “post-modern”, creatore dell’idea di un balletto quasi creato sul momento dando vita in scena ad un “laboratorio” e non più al classico “spettacolo” – convinto che le nuove tecnologie possano arricchire, semplificare e velocizzare il processo creativo, permettendo anche di poter vedere e rivedere i singoli movimenti.

(*) la notazione della danza è la rappresentazione grafica dei movimenti danzati

Bibliografia:
– Notazioni della danza – Wikipedia
La sténochoréographie, 1852, di Arthur Saint-Léon, a cura di Flavia Pappacena (progetto finalizzato CNR), Libreria Musicale Italiana, 2006
– Wikipedia per alcuni personaggi come Laban, Cunningham e altri
– Guglielmo Ebreo da Pesaro, Dizionario Biografico, Enciclopedia Treccani

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2 commenti su “Come si scrive la danza? La notazione (*) dagli inizi settecenteschi ai nostri giorni

  1. Neda
    settembre 18, 2018

    Veramente interessante, tutto questo è nuovo per me. Grazie.

    Piace a 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il settembre 17, 2018 da in Danza, Eleonora racconta con tag , , , , , , .
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