Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

«Eccovi di nuovo, ombre ingannevoli…»: il Teatro Bol’šoj ospite alla Scala con “La Bayadère”

Per questo inizio autunno 2018 il Teatro alla Scala ci ha riservato una grandiosa sorpresa: mentre il Corpo di Ballo scaligero è impegnato a portare in tournée Giselle in Cina, il prestigioso Teatro Bol’šoj ha allestito la sua versione de La Bayadère con protagonisti, tra gli altri, l’étoile Svetlana Zakharova e il nostro Jacopo Tissi.
Sabato 8 ci siamo ritrovate in un gruppetto di “divine” per assistere alla seconda rappresentazione, che aveva come interpreti principali Ol’ga Smirnova (Nikiya), Margarita Sreiner (Gamzatti) e Semën Čudin (Solor).
Il Teatro Bol’šoj è da sempre uno dei simboli della cultura russa, il più importante teatro nazionale sovietico. Dopo varie vicissitudini dalla data della creazione della prima Compagnia teatrale stabile a Mosca (1776), e soprattutto i due incendi che, nel 1825 e nel 1853, distrussero gli edifici teatrali tra cui il Bol’šoj-Petrovskij, specializzato nelle produzioni di opera e balletto, il Bol’šoj riaprì al pubblico nel 1856.
Da allora l’edificio è rimasto sostanzialmente immutato.
I primi balletti furono creati da grandi maître de ballet francesi e italiani ma, in breve, furono sostituiti da giovani coreografi russi, che si concentrarono su balletti costruiti su temi nazionali.
Ma fu il Don Chisciotte di Marius Petipa, rappresentato la prima volta a Mosca il 26 dicembre 1869, a divenire il biglietto da visita della Compagnia moscovita.

1928: Il Teatro Bol’šoj (Photo by Topical Press Agency/Getty Images)

A seguito della Rivoluzione d’Ottobre del 1917, i critici più radicali cominciarono a richiedere la rimozione dei lavori classici dal repertorio, ma prevalsero voci più moderate e, nel periodo sovietico, opere e balletti ottocenteschi tradizionali continuarono a essere rappresentati accanto a lavori contemporanei.
Con lo spostamento della capitale da San Pietroburgo a Mosca, il Bol’šoj divenne il primo teatro della nazione, un ricettacolo dei migliori talenti creativi. Anche l’orchestra del Bol’šoj, che regge il confronto con le maggiori formazioni sinfoniche internazionali, ha sempre dato fama al teatro, come pure i suoi direttori.
Il Bol’šoj di oggi unisce l’orgoglio del suo retaggio artistico e la consapevolezza di dover crescere e svilupparsi per prosperare in un mondo in rapida evoluzione come quello in cui viviamo, proponendo così al pubblico sia capolavori del teatro musicale russo e occidentale del XIX secolo sia lavori appositamente commissionati.
Nel marzo 2016, Makhar Vaziev, già Direttore del Mariinskij e del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala, è stato nominato Direttore del Ballo. Dal febbraio 2014 Tugan Sochiev è Direttore musicale e Direttore principale del Teatro Bol’šoj.
La versione de La Bayadère moscovita che il Teatro alla Scala ha ospitato ad inizio Settembre porta la firma di Jurij Grigorovič, già interprete del balletto in tutte le vecchie produzioni pietroburghesi che l’era sovietica aveva ereditato dai tempi dello zar e “revisore” dell’originaria coreografia di Petipa nel 1991 e poi nel 2011 (per approfondire storia e trama de La Bayadère consiglio la lettura dei due articoli seguenti https://ilpadiglionedoro.wordpress.com/2018/08/26/la-bayadere-un-maleficio-sconfitto-da-un-bacio-damore-dalla-creazione-alla-messa-in-scena-revisioni-e-curiosita/
https://ilpadiglionedoro.wordpress.com/2018/08/29/la-bayadere-un-maleficio-sconfitto-da-un-bacio-damore-trama-e-note-di-stile/ )
E’ proprio questa seconda versione che egli presenta sul palcoscenico del Piermarini, versione che riprende le piacevoli e vivaci danze da lui introdotte per i fachiri, i negretti e l’intero Corpo di Ballo, ma rinnovata rispetto alla precedente per la soppressione del quarto e ultimo Atto in cui, mentre sono in corso le nozze fra Gamzatti e Solor, un terremoto provoca il crollo del tempio e la morte di tutti i presenti, permettendo un’unione eterna nell’aldilà fra Solor e Nikiya.
Grigorovič ha deciso di eliminare quest’ultima parte poiché riteneva che, dopo il sinfonico Atto del Regno delle Ombre, non fosse necessaria altra danza, come se questo momento meraviglioso ed elevatissimo di musica e arte coreutica dovesse rimanere l’ultima scena impressa nella mente dello spettatore.
In effetti da questo punto di vista non posso che dargli ragione. L’Atto bianco del Regno delle Ombre è uno dei momenti indimenticabili della storia della danza classica, forse il più suggestivo in assoluto, a mio parere ancor più dell’Atto bianco delle Willi in Giselle.

Quando, nella più totale oscurità, trentadue Ombre talmente eteree da sembrar provenire davvero dall’Aldilà, scendono da un praticabile posto in pendenza con arabesques penchées perfettamente sincroni, in un lasso di tempo che sembra estendersi all’infinito, non si può non lasciarsi prendere dall’emozione e seguire ogni port de bras, ogni passo, ipnoticamente sempre uguali a se stessi e per questo simbolo della perfezione eterna, respirando appena, lo sguardo fisso sulle incantevoli bianche Ombre.
La danza d’insieme che segue linee perfettamente geometriche, i graziosi assoli delle tre Ombre soliste, l’Adagio del velo che unisce per l’eternità Nikiya e Solor, non fanno che completare questo quadro talmente bello da essere commovente e che ha strappato tantissimi meritati applausi.

L’Adagio del velo

L’allestimento del Bol’šoj, sia riguardo alla scenografia che ai costumi, mi è abbastanza piaciuto. Anni luce lontano dall’opulenza molto orientale della mia prima Bayadère vista nel 2007 al Mariinskij di San Pietroburgo, anche eccessiva per colori, personaggi e animali presenti tutti insieme sulla scena, edifici decorati e quant’altro, ma di sicuro “effetto wow”. Lontano anche dallo stesso allestimento della Scala, più ricco nella scenografia e con costumi molto molto belli e raffinati. Questo è fin troppo sobrio a volte, di certo più vicino allo spirito contemporaneo, pur mantenendo il sapore di un Ottocento esotico.

Tra i molti personaggi de La Bayadère, sul fondo il Gran Bramino e il Rajah; al centro i fachiri, Gamzatti in tutù bianco, Solor e Nikiya in costume indiano rosso.

I protagonisti principali, Ol’ga Smirnova (Nikiya), Margarita Sreiner (Gamzatti) e Semën Čudin (Solor), non posso dire non siano stati bravi nell’insieme.
Smirnova e Čudin, in particolare, si sono distinti nei pas de deux del terzo Atto, molto accademici, in cui è stata valorizzata la loro precisa tecnica russa.
Non mi hanno invece entusiasmato nel primo passo a due, il momento dell’incontro fra Nikiya e Solor accanto al fuoco sacro: la tecnica non è stata supportata da quel calore interpretativo necessario a sottolineare questo che è l’istante cruciale della storia, il disvelarsi all’occhio nascosto del bramino di un amore proibito che sarà causa di morte.
Interpreti migliori invece negli assoli, sia quello di Solor che quello di Nikiya alla festa in onore di Gamzatti (buona interprete Margarita Sreiner in questo ruolo) anche se, ancora una volta, l’esecuzione della Smirnova mi ha lasciato un po’ delusa. Il dolente assolo di fronte ai promessi sposi deve trasmettere struggimento, dolore e rassegnazione, mascherati da gioia per le nozze, e non è una mera esibizione di passi. Non per niente è un banco di prova importante per una ballerina, un po’ come il momento della pazzia e della morte di Giselle.
Nella mia mente è viva l’interpretazione di Nikiya da parte di Svetlana Zakharova alla Scala e di Polina Semionova al Teatro dell’Opera di Roma: grandi personalità, grande passione, oltre a linee eleganti e a un port de bras (in particolare per la Zakharova) davvero strepitoso.
Inoltre il pas de deux del primo Atto con Zakharova e Bolle è indimenticabile per trasporto emotivo e per una pantomima appena accennata ma molto efficace.

Il Regno delle Ombre

Nel complesso la prova del balletto del Bol’soj mi ha un pochino deluso, forse perché le mie aspettative erano molto alte. Avrei visto volentieri Jacopo Tissi nel ruolo di Solor, ma al momento dell’acquisto del biglietto non erano ancora usciti i cast e quindi ci siamo affidate al caso.
Bisogna inoltre dire che il Corpo di Ballo del nostro Teatro alla Scala ha raggiunto un livello qualitativo molto elevato, fra i migliori in assoluto, e ci ha quindi abituato al meglio.
La Bayadère resta comunque un must da vedere per chi ama il balletto, proprio per l’accattivante e riuscito connubio fra l’esotismo di un India fiabesca e sontuosa che sempre affascina e la più vera classicità ottocentesca riproposta da un atto bianco davvero da sogno.

Applausi finali: le Ombre, Solor, Nikiya e le tre Ombre soliste (Dar’ja Bočkova, Dar’ja Khochlova e Antonina Čapkina) e il Direttore Pavel Sorokin

(Le note relative al Teatro Bol’šoj e alla versione di Grigorovich sono state rielaborate dal programma di sala del Teatro alla Scala)

(Le fotografie sono personali)

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