Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“La Bayadère”: un maleficio sconfitto da un bacio d’amore – Dalla creazione alla messa in scena: revisioni e curiosità

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Gran balletto esotico creato da Marius Petipa con le musiche di Ludwig Minkus, La Bayadère debuttò a San Pietroburgo nel 1877.
La sfortunata vicenda d’amore tra il guerriero Solor e la bella Nikiya, la danzatrice del tempio, è ambientata in un’India rappresentata secondo le immaginifiche ricostruzioni degli artisti occidentali dell’Ottocento. Non mancano riti e cerimonie esoteriche, tradimenti e veleni, tutti elementi caratteristici del romanzo d’avventure che all’epoca veniva pubblicato con grande successo a puntate sui giornali.
Questo spettacolo giunse nel continente europeo negli anni Sessanta del Novecento, quando la compagnia del Teatro Kirov portò in tournée Il Regno delle Ombre, l’atto bianco del balletto.
La stessa proposta venne quindi riallestita da Rudolf Nureyev a Londra e a Parigi e da Natalia Makarova negli Stati Uniti.

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Dalla creazione alla messa in scena

L’ispirazione originale de La Bayadère non è documentabile con certezza. Gli stessi autori del libretto furono resi noti solo ventitré anni dopo la prima rappresentazione, avvenuta nel 1877, contravvenendo alla tradizione di pubblicare sulla “Gazzetta di San Pietroburgo”, in occasione del debutto, un articolo informativo.
Fu nel 1900, quando lo spettacolo fu riallestito al Teatro Mariinsky, che il giornale indicò lo scrittore e drammaturgo Sergej Khudekov come coautore accanto a Marius Petipa. Il coreografo franco-russo, tuttavia, continuò a rivendicarne la piena paternità.
Tra le diverse produzioni melodrammatiche di ispirazione esotica, molto di moda all’epoca, se ne può citare almeno una che potrebbe aver influenzato la creatività di Petipa: Le Dieu et la Bayadère. Tipico esempio di opéra-ballet – un genere molto amato in Francia già dal Seicento, in cui la danza si combinava a parti cantate – fu messo in scena all’Opéra di Parigi da Filippo Taglioni nel 1830.


Musicato da Daniel Auber, aveva per protagonista Zoloé, una baiadera di cui sono innamorati sia un notabile indiano che uno Sconosciuto.
La vita della danzatrice, interpretata dalla celebre Maria Taglioni, si conclude tragicamente con una condanna al rogo. Zoloé e lo Sconosciuto, che in realtà è il dio Brahma sceso tra gli uomini sotto mentite spoglie, possono così ricongiungersi nell’oltretomba.
L’intreccio, ispirato all’omonima ballata di Goethe, presenta alcune similitudini con la vicenda narrata dal balletto di Petipa.
La prima de La Bayadére, come già detto, si tenne a San Pietroburgo nel gennaio 1877, con scene e costumi firmati dal gruppo di pittori stabili dei Teatri Imperiali (Andreev, Bocharov, Lambin, Roller, Shishkov, Wagner).
Fra gli interpreti figuravano Ekaterina Vazem (Nikiya), Pavel Gerdt (Solor), Marie Petipa (Gamzatti), Lev Ivanov (il Rajah).
Il podio del direttore d’orchestra era occupato dallo stesso autore delle musiche, Ludwig Minkus.
Lo spettacolo colpì fortemente l’immaginazione del pubblico. I personaggi e le ambientazioni indiane erano naturalmente proposti secondo il gusto europeo del tempo, con interesse più agli effetti teatrali che alle effettive radici culturali.
Le stesse composizioni di Minkus non erano molto diverse da quelle create per altri balletti; al pubblico non sembrava strano che anche nelle più remote regioni del mondo si potesse danzare su ritmi di tradizione occidentale, e perfino a tempo di valzer.
Il richiamo all’Oriente del resto era soprattutto un’occasione per mostrare immagini oniriche o spettacolari.
Il successo fu tale che fra il 1877 e il 1885 furono allestite circa ottanta repliche.stella_glitter_natale

Un grande classico della tradizione russa

La profonda rivoluzione stilistica del mondo della danza imposta proprio da Marius Petipa ebbe inizio negli anni Novanta dell’Ottocento.
Superando le suggestioni dell’esotismo e del balletto d’avventura, il maître de ballet intraprese un processo di completa revisione basato sull’impiego di musiche di grande valore artistico e di trame più convincenti.
La Bayadère rimase tuttavia in repertorio e, nella prima metà del Novecento, ne furono realizzate numerose edizioni variamente modificate o abbreviate.
Nel 1900 lo stesso Petipa, ormai avviato alla fine della sua carriera, aveva riallestito il balletto. I testimoni del tempo ci tramandano la memoria di tagli nel tessuto musicale e di un maggiore sfarzo nelle scene.
Nella nuova edizione, le protagoniste del Regno delle Ombre erano addirittura quarantotto e non più trentadue. Accanto a Pavel Gerdt danzavano questa volta étoiles come Mathilde Kschessinska (Nikiya) e Olga Preobrajenskaja (Gamzatti).


Dopo l’edizione proposta da Alexandr Gorsky al Bol’šoj di Mosca nel 1904, La Bayadère fu rappresentata con alterne fortune anche al tempo dell’Unione Sovietica.
Tra le diverse versioni si segnalano soprattutto quella firmata da Fiodor Lopuchov (1920), seguita a Leningrado nel 1932 dalla ripresa elaborata dalla celebre insegnante di danza Agrippina Vaganova per la sua allieva più promettente, Marina Semenova.
Fu in quegli anni che l’ultimo atto dell’originale creazione di Petipa – in cui si narravano le nozze interrotte di Gamzatti e Solor, la rovinosa caduta del tempio e il viaggio di Solor e Nikiya verso una felicità ultraterrena – viene soppresso, probabilmente per la connotazione religiosa invisa al regime.
Il balletto si arricchì invece di ulteriori contributi, proposti sia dai coreografi sia dai danzatori.
La produzione che alla fine si impose fu quella allestita a Leningrado nel 1941 da Vladimir Ponomaryov e Vachtang Chabukiani e poi rivista nel 1952 da Nikolas Sergeyev: in questo allestimento, il ballerino Nikolai Zubkovsky creò per sé il nuovo personaggio dell’Idolo d’Oro e la rispettiva variazione.
Quando ancora faceva parte del Corpo di Ballo del Teatro Kirov, lo stesso Nureyev ebbe l’occasione di interpretare questa versione, che rimane tuttora nel repertorio del Mariinsky di San Pietroburgo.
Fra le produzioni degli anni più recenti, ricordiamo la coreografia curata da Oleg Vinogradov per il Balletto Kirov (1990) e la nuova lettura, che conserva l’episodio del crollo del tempio, presentata con successo da Yuri Grigorovich al Bol’šoj di Mosca (1991).
Infine, nel 2001, nell’ambizioso programma di riproposizione dei capolavori di Petipa, Makhar Vaziev, dal 1995 al 2008 direttore del Corpo di Ballo del Mariinsky, incaricò il coreografo Sergej Vikharev di ricostruire l’edizione originariamente allestita nel 1900 dal grande maître de ballet.
Lo spettacolo ha debuttato con successo a San Pietroburgo nel 2002.stella_glitter_natale

L’approdo in Occidente

Mentre, nella Russia zarista prima e nell’Unione Sovietica poi, La Bayadère, nelle sue varie riletture, continuava a rappresentare un titolo tradizionale, in Occidente rimase pressoché sconosciuta sino alla seconda metà del Novecento.
Furono proprio due artisti russi, Rudolf Nureyev e Natalia Makarova, a portare al successo il balletto anche nel Vecchio Continente e Oltreoceano.
Nel 1961 a Parigi la Compagnia del Teatro Kirov aveva presentato, durante una tournée, il solo Regno delle Ombre. Per i gusti occidentali, la versione integrale era infatti considerata troppo datata.
Nel Corpo di Ballo era presente Nureyev che, proprio in questa occasione, avrebbe preso la decisione di non fare più ritorno in patria.
Due anni più tardi il grande danzatore e coreografo allestì a Londra per il Royal Ballet la sua versione dell’atto bianco; accanto a lui, nel ruolo di Nikiya, si esibiva Margot Fonteyn.
Nel 1974 ripropose lo spettacolo all’Opéra di Parigi.
In quello stesso anno, il Regno delle Ombre venne messo in scena per la prima volta negli Stati Uniti: sotto la guida di Natalia Makarova, lo spettacolo fu presentato con successo all’American Ballet Theatre di New York.
Alla coreografa russa si deve anche il primo allestimento completo de La Bayadère mai apparso in Occidente: il debutto avvenne nel 1980 al Metropolitan Opera House di New York.
La sua rilettura, che si basava sulle consolidate produzioni sovietiche degli anni Quaranta e Cinquanta, ripristinava anche l’atto finale dell’originale balletto di Petipa.
Questo spettacolo, riproposto a Londra nel 1989, è tutt’ora presente nel repertorio del Royal Ballet, del Teatro alla Scala e di altri complessi europei.

Rudolf Nureyev interpreta la “sua” Bayadère nelle vesti di Solor con Olga Moissieva (Nikiya)

Alla fine del 1991, anche Rudolf Nureyev, all’epoca direttore artistico del Ballet dell’Opéra di Parigi, decise di produrre la versione integrale del balletto con cui aveva esordito in Occidente.
In condizioni di salute ormai molto gravi, e avvalendosi perciò della preziosa collaborazione di amici e colleghi come Ninel Kurgapkina e Patrice Bart, dedicò anima e corpo alla creazione del suo ultimo spettacolo di danza.
Presentato nel 1992, lo spettacolo, che univa alla genialità coreografica un’attenta cura alla progettazione di costumi e scene, riscosse un clamoroso successo di pubblico e di critica.
Rispetto alla lettura proposta dalla Makarova, fedele alla lezione del Kirov, Nureyev interpretò la grammatica del balletto classico in modo moderno e fantasioso, costruendo passaggi, gesti, entrate e a solo secondo un gusto più europeo.
Nureyev ripropone l’atto conclusivo del Regno delle Ombre con grande rispetto dell’originale, scegliendo anche delicatissimi costumi e una scenografia intensamente poetica. Le piccole innovazioni apportate, come il duetto del velo di Solor e Nikiya rivisto per suggerire una sorta di reciproco rispecchiamento spirituale dei due protagonisti, non ne modificano in modo significativo l’insieme.
Per il resto, Nureyev ha eliminato gran parte della mimica ottocentesca, uscendo dai tradizionali allestimenti sovietici.
Ha invece mantenuto quasi intatti il divertissement del secondo atto e il pas de deux di Nikiya e dello Schiavo.
Gli interventi più consistenti riguardano le parti maschili d’insieme, arricchite di velocità all’inizio della seconda scena del primo atto e, in quello successivo, nella più femminile danza dei ventagli.

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Curiosità

Pavel Gerdt, il primo grande russo
Interprete di quasi tutti i grandi balletti dell’era Petipa, è stato il primo artista russo a imporsi nel firmamento della danza classica.
Nacque a San Pietroburgo nel 1844 e, dopo una prestigiosa carriera di ballerino, restò sulla scena, eseguendo parti mimiche, fino a pochi mesi dalla morte, avvenuta nel 1917.
Interpretò La Camargo, La bella addormentata, Kalkabrino, Il lago dei cigni, Lo Schiaccianoci, Cenerentola, Halte de cavalerie, Raymonda, Ruses d’amour, coprendo tutto l’arco delle creazioni di Marius Petipa fino ai primi anni del Novecento.
E’ unanimemente considerato uno dei maggiori danseurs nobles di ogni tempo, anche se bisogna ricordare che all’epoca la figura dominante della danza era la prima ballerina.
Dal 1880 iniziò ad insegnare alla Scuola del Teatro Imperiale. Fra i suoi allievi, vi furono alcuni dei più famosi artisti russi: Anna Pavlova, Tamara Karsavina, Michail Fokin e Vaslav Nijinsky.

Pavel Gerdt nelle vesti di Damis in Ruses d’amour

Le baiadere, ballerine sacre
“Baiadera” è una parola che deriva dal portoghese “bailadera”, termine con cui i viaggiatori europei indicavano la tipica danzatrice dei templi indiani.
Il nome originale di questa figura era invece “devadasi”, il cui significato è “serva del Dio”.
Con la scoperta dei mondi lontani e il grande trionfo dell’esotismo, gli occidentali adottarono presto questo affascinante personaggio e nell’Ottocento ne fecero un piccolo mito, privato di ogni connotazione liturgica e intriso invece di piacere e di non nascoste trasgressioni.
Impiegate negli spettacoli di varietà, le baiadere diedero origine a una moda fortunata. A Parigi, a cavallo fra Ottocento e Novecento, nei più famosi e frequentati tabarin si esibivano vere o false danzatrici che usavano gesti e posizioni della tradizione indiana. Non si trattava di interpreti di altissimo livello, tuttavia i loro spettacoli influenzarono importanti personaggi della danza libera americana come Doris Humphrey e ispirarono persino la leggendaria Mata Hari, che aveva appreso qualche passo esotico durante gli anni trascorsi in Indonesia e che si esibì anche al Teatro alla Scala.

Antica raffigurazione di devadasi

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