Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Duecento anni fa nasceva Marius Petipa, lo zar della danza

Riprendo l’articolo pubblicato su “Danza & Danza” da Domenico Rigotti in occasione del centenario della morte di Marius Petipa.

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Se sei figlio di un ballerino e di un’attrice facile immaginare quale può essere il tuo destino. Essere “figlio d’arte”.
Tuttalpiù dovrai scegliere se stare sotto il segno di Tersicore o di Thalia. Cioè essere danzatore o recitare Molière.
Marius Petipa, forse con qualche dispiacere per la madre, Victorine Grasseu, scelse, come il fratello Lucien, la carriera di papà Jean, che subito intravide in quel ragazzino vivace cresciuto lungo le strade azzurre e piene di vento di Marsiglia (dove era nato nel 1818, la Francia in piena Restaurazione) un talento certo superiore al suo.
Dal padre Marius riceve i primi rudimenti e, accanto a lui, sale sulla scena, tredicenne, in Dansomanie, prima a Bruxelles e poi nelle città di provincia francesi, anche a Nantes, dove il precoce e testardo Marius azzarda i suoi primi tentativi coreografici (La petite bohémienne, La Noce à Nantes).
Col padre intraprende anche, sul finire degli anni Trenta, un’audace tournée nel Nord America.
Ma se Marius voleva o doveva diventare un ballerino d’eccezione altro non c’era che andare a Parigi, ad imparare alla scuola del grande Vestris, il pontefice massimo della danza, dove era già passato il fratello maggiore Lucien.
Studi severi ma che recarono buoni frutti, tanto da aprirgli subito le porte del famoso Teatro dell’Opéra, scritturato come ballerino di demi-caractère.
In realtà nel teatro di rue Le Pelletier non rimase a lungo. Parigi era una bella città ma esistevano anche altri luoghi dove la danza godeva di favore e si poteva essere un piccolo principe.
Per esempio Bordeaux. Allora giù al sud, dove il sole è meno velato e il pubblico più caloroso. Mai però come quello di Madrid, città che occupa un capitolo importante dei suoi Lehjare. In fondo anche un ballerino è un Wilhelm Meister. Ha bisogno dei suoi anni di apprendistato se vuole emergere e diventare qualcuno.
A Madrid danza al Teatro del Circo e prende lezioni di danza spagnola, ma anche soddisfa il suo sogno di coreografo.
Nasce una serie di brevi balletti i cui soggetti tutti riflettono, seppur ingenuamente, il cuore e lo spirito iberici. Ecco (a lui la primogenitura) Carmen et son toréro, La perle de Séville e ancora L’aventure dun fille de Madrid, La fleur de Grenade, Départ pour la course des toureaux.
Di quella permanenza in una città così piena di luce e di vita se ne ricorderà quando un giorno, in un altro Paese ben più lontano destinato a diventare la sua seconda patria, firmerà la coreografia di quel Don Chisciotte, non certamente il suo lavoro migliore, ma dove svetta quel grand pas de deux finale che continua a essere considerato uno dei brani più alti (e di grande difficoltà) della letteratura coreutica classica.
Pas de deux, già, perché se il nome di Petipa godrà di fama perenne non sarà per il suo valore di ballerino, bensì di coreografo. Il più grande, il più celebre coreografo dell’Ottocento.
Anche se per diventarlo dovrà faticare, e tanto. Sgomitare in quella Pietroburgo che, nella seconda metà del secolo XIX, sarà la vera capitale mondiale della danza al posto di Parigi. E dove l’ostinato, caparbio, astuto Petipa, carico di bagagli, di idee, di fantasie come certi eroi di Jules Verne, vi arriverà nel 1847. Vi metterà radici e mai più le sradicherà.
Due matrimoni anche ad attenderlo. Il primo con Maria Surovshchikova, il secondo con Liubov Leonidovna.


Sarà dura per lui imporsi all’inizio come coreografo. Dura anche perché “su piazza”, cioè nei Teatri Imperiali, imperano (si passi la tautologia) due numi di cui non è facile sbarazzarsi: i suoi due illustri connazionali Jules Perrot (di cui sarà anche assistente) e Arthur Saint Léon. Solo quando i due grandi rivali usciranno di scena lui potrà raccogliere lo scettro. Farsi avanti e, passo dopo passo, coreografia dopo coreografia (quante? L’elenco ruberebbe un’intera colonna di giornale) diventare il dittatore assoluto.
Per lunghi decenni le sorti del balletto russo saranno nelle sue mani: magister di creazioni, di riprese, di promozioni e scritture di nuovi artisti (quanti nomi appaiono nelle sue Memorie che nel 2010, in coincidenza del centenario della sua morte, sono uscite in versione italiana, mirabilmente curata da Valentina Bonelli, per Gremese).


Sulle rive della Neva, si è detto, arriva nel 1848 con la fama di eccellente ballerino. Cosa che dimostra danzando nei balletti più in voga in quel periodo storico e tardoromantico. Titoli come Giselle, La Peri, Esmeralda, Le corsaire.
Soprattutto trionferà in quella “spagnolissima” Paquita di Mazillier che l’anno precedente era apparsa all’Opéra di Parigi.
Danzare gli piace, gli applausi lo fanno sentire importante, soprattutto se a fianco si trova una partner della statura della Ellsler. Ma il trentenne Petipa mira ad altro.
Mira a passare alla storia come il Noverre o l’Angiolini del suo secolo. Lo diventerà, ma dovrà pazientare ancora un poco prima di passare all’azione.
Dovrà attendere fino al 1862, allorché il Teatro Imperiale di Pietroburgo si trova nella necessità di allestire un nuovo balletto per l’idolo della danza del momento, l’italiana Carolina Rosati, che arrivava in Russia circonfusa da un alone leggendario, o quasi, come vent’anni prima era successo per la mitica Taglioni.

Carolina Rosati nella parte di Medora in Le Corsaire, 1856

Toccherà a lui la preziosa occasione, che coglie al volo. Nelle sei settimane concessegli realizzò Doc Faraon (La figlia del faraone), ballettone come da tempo non si vedeva (tre atti, sette scene e un epilogo) che lui stesso, insieme a Vernoy de Saint Georges aveva tratto dal (quasi) bestseller di Téophile Gautier Le roman d’une momie.
Lavoro faraonico che, con le sue quattro ore di durata e i suoi quattrocento interpreti, andò incontro ad un successo strepitoso. Un successo che valse al nostro la nomina a maître de ballet presso lo stesso Mariinskij.
A questa gigantesca Fille du Pharaon dove la Rosati trionfò, seguiranno l’oggi dimenticato Roi candule e il già citato Don Chisciotte, che ritroverà nel nostro tempo nuova fortuna grazie a Nureyev.
E poi ancora Tribly o il diavolo nel foyer e La Camargo.
(Ricordo anche il mio amato, e non menzionato nell’articolo, La Bayadère, del 1877. NdR)
Più tiepido favore invece, ma siamo già a un altro decennio, quello degli anni Settanta, incontreranno balletti che hanno per titolo Le avventure di Peleoe I briganti, mentre Roxana o La bella montenegrina fu il balletto che impose definitivamente il suo nome.
Lo impose anche perché, come avverrà parecchi anni dopo per La halte cavalerie(1896), Petipa, l’inesausto ricercatore di soggetti e basi storiche e preciso preparatore dei piani di composizione, “farcì” le sue opere di molte danze nazionali sapientemente “ballettizzate”.
Ma, ciò a parte, l’influenza di Petipa nel corso dell’evoluzione del balletto russo si tradusse soprattutto nell’introduzione sempre più frequente nell’azione di “a soli” e di pas de deux all’interno degli ensemble, come momenti dominanti della coreografia.
Con Petipa la pura danza finì con il prevalere. Così come il virtuosismo dei protagonisti, o meglio, della prima ballerina.
Pur non possedendo la fantasia di altri creatori che lo precedettero, egli fu tuttavia ineguagliabile creatore di passi nuovi e assai originali. Le sue variazioni fanno testo.
Né va sottaciuto come nel momento clou della sua carriera, coincidente anche con l’arrivo delle grandi étoile italiane, Petipa si trovò a collaborare con un musicista del talento e della grandezza di Čiaikovskij.
Dal loro fattivo incontro nacquero quei capolavori che mai usciranno dal repertorio: La bella addormentata nel bosco e Il lago dei cigni.

Il lago dei cigni

Per una ventina d’anni Petipa, il creatore dei pas de deux, il grande padre della pura tecnica accademica, il coreografo dallo stile seducente ed equilibrato, sarà lo zar assoluto della danza. Riverito. Temuto. Finché con l’arrivo del nuovo secolo il suo classicismo raffinato e la sua sensibilità stilistica non verranno considerati fuori moda e alla fine della sua carriera (non prima però di aver dato ancora un capolavoro, Raymonda) si troverà a fronteggiare un crescente antagonismo nato da una nuova generazione che voleva rafforzare il contenuto drammatico nei balletti.
Piccole cose al confronto con i capolavori del passato saranno i suoi ultimi tre balletti-miniatura. Saranno Ruses d’amour, Les millions d’Arlequin e Les saisons non altro che un colorato campionario di danze di fantasia spazianti dall’Arcadia alla Commedia dell’Arte al baccanale. E però ancora una volta ricche di grazia e sapienza compositiva. Un canto del cigno di un artista che alla danza aveva dato tutto se stesso e che adesso, vegliardo e pensionato (si ritirò definitivamente nel 1903 con un lauto stipendio di maître de ballet), guardava al nuovo che avanzava con sospetto ma senza rancore.
Considerato il Tolstoj della danza, per strana coincidenza Marius Petipa si spegneva proprio a pochi mesi di distanza dall’autore di Guerra e pace, il 14 luglio 1910. Non in una squallida stazioncina ferroviaria, quella di Astapovo, come il grande e ribelle russo vecchio della letteratura russa, ma nella serena quiete di Gurzuf in Crimea.

Domenico Rigotti, “Danza & Danza”, Giugno 2010

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