Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“Giappone. Storie d’amore e di guerra”: le immagini dell’ukiyo in mostra a Bologna

Palazzo Albergati, a Bologna, ospiterà fino al 9 Settembre 2018 un’ampia mostra dedicata all’ukiyo, il “mondo fluttuante” rappresentato da grandi artisti giapponesi tramite xilografie che hanno reso famosa in tutto il mondo l’elegante e raffinata atmosfera del periodo Edo (dal nome della capitale Edo, l’odierna Tokyo).
I protagonisti di Giappone. Storie d’amore e guerra sono geisha e samurai, donne bellissime ed eroi leggendari, attori kabuki, animali fantastici, mondi visionari e paesaggi bizzarri, che maestri come Hiroshige, Utamaro, Hokusai, Kuniyoshi, ci restituiscono in tutta la loro vivezza e peculiarità.
Le dieci sezioni della mostra si snodano nelle sale di Palazzo Albergati, edificato dall’omonima famiglia bolognese nel centro della città, a partire dal 28 Aprile 1519. Caratteristica la lunga facciata – ben 54,70 metri – che assunse la sua forma definitiva solo nel 1612. All’interno sale di varie dimensioni, le cui decorazioni dei soffitti fanno spesso distogliere lo sguardo dalle opere esposte.

Alcuni soffitti decorati a Palazzo Albergati

Il “mondo fluttuante”, ukiyo, si sviluppò tra il XVII e il XIX secolo (periodo dominato dalla famiglia Tokugawa, fino all’avvento dell’era Meiji che aprì il Giappone agli influssi occidentali) in seguito al formarsi di un nuovo ceto borghese, escluso dal potere politico ma economicamente importante, che sviluppò una cultura opposta a quella ufficiale.
Come ben spiega il pannello esplicativo di inizio mostra «Il significato del termine ukiyo nel Giappone medioevale era “questo mondo di dolore” (inteso come il ciclo continuo di morte e rinascita dal quale sfuggire conseguendo l’illuminazione). Per i cittadini della rinascenza giapponese, i chōnin, il concetto di ukiyo venne traslato, in un’allusione scherzosa, con un termine omofono, per esprimere nuovi valori edonistici e descrivere lo stilizzato mondo del piacere che si stava evolvendo».
Ecco quindi la grande fioritura di stampe e disegni chiamati “ukiyo-e”, appunto “disegno dell’ukiyo”, che ritraggono il mondo di delizie e piaceri della vita e della natura tipico di questo periodo storico.

Utagawa Kunisada (1786-1864), Bijing che legge una lettera alla luce di una lanterna di pietra (serie “Incontri segreti al chiarore di luna”)

L’ukiyo-e si sviluppò soprattutto a Edo e nella regione del Kamigata (Osaka e Kyoto), con delle differenze sostanziali nelle tematiche trattate.
A Edo prevalsero le bijin-e e le shung (stampe di “beltà” e stampe erotiche), le fukei-e e kachō-e (vedute di paesaggi naturali e stampe di fiori e uccelli), le musha-e (guerrieri del passato o mitologici), le mitate-e (allegorie e parodie). In contrasto, i soggetti prescelti dalla scuola del Kamigata furono quasi esclusivamente gli interpreti del mondo teatrale del bunraku e del kabuki.
Sicuramente le immagini più note anche a chi non si interessa particolarmente di arte giapponese sono quelle raffiguranti le bijin, le beltà, secondo la concezione nipponica dell’epoca.

Isoda Koryūsai, Due giovani su una veranda (attivo 1766-1788)

La donna ukiyo, che sia geisha, nobildonna o borghese, rispecchia la nuova cultura edonistica. Sono quindi figure molto sensuali, i cui atteggiamenti suggeriscono una gioia fisica per la seduzione e, al tempo stesso, la consapevolezza della nuova, seppur illusoria, importanza sociale. Ecco quindi sfilare davanti ai nostri occhi ammiccanti geisha (non prostitute, come vengono spesso interpretate nel mondo occidentale, bensì artiste, danzatrici e suonatrici di vari strumenti, esperte nell’arte della conversazione); e poi raffinate ōiran, cortigiane d’alto rango intrattenitrici nei quartieri del piacere, anch’esse esperte di arti e del bel dire.

Kikugawa Eizan (1787-1867), Tamazakura Banshō, Campane serali di Tamazakura (Serie “Otto vedute paragonate al genji)

Kitagawa Utamaro II (1753-1804), Setchū bijin, Bella donna sotto la neve

Primarie nella produzione ukiyo sono le immagini della primavera, shunga, un genere interpretato dalla cultura occidentale come licenzioso, sulla base della propria concezione dell’erotismo condizionata dal cattolicesimo.
Nel nuovo mondo borghese dei chōnin, in contrasto con la rigida cultura neoconfuciana ufficiale, le shunga assurgono al ruolo di manuali per fanciulle o fonte di stimoli per donne e uomini soli. Queste opere forniscono un’immagine erotica esagerata, con organi sessuali dalle dimensioni inverosimili, abbracci degni di esperti contorsionisti e improbabili scenografie: il tutto restituisce un sottile senso dell’ironia e una giocosa visione del sesso, ben lontana da qualsiasi senso di peccato.

La sala dedicata al genere shunga

Una successiva sezione della mostra è dedicata all’olimpo shintoista e buddhista.
Ricordiamo che lo shintō è la religione autoctona a carattere animistico, sviluppatasi nella preistoria e le cui divinità primordiali, Inazagi e Izanami, fratello e sorella nonché marito e moglie, fecero emergere il Paese del Sol Levante dalle profondità marine e procrearono le successive generazioni di divinità e gli uomini. Lo shintoismo considera ogni elemento della natura come dotato di un proprio spirito, il kami, onorato semplicemente tramite offerte e purificazioni con l’acqua.

Benten, uno dei sette dei della fortuna

La via del Buddha, butsu-dō, fu introdotta in Giappone nel 552 e la sua contrapposizione con lo shintō determinò inizialmente un violento scontro fra i rispettivi seguaci. Tuttavia la dottrina della non-violenza non riuscì mai ad intaccare le radicate posizioni shintoiste, anzi, ne dovette entrare in simbiosi, riconoscendo i kami quali manifestazioni, seppur circoscritte, delle entità buddhiste, riconoscendo loro la dignità di Bodhisattva.
Tale sincretismo religioso fu accolto favorevolmente sia dalla nobiltà che dalla popolazione.

Kannon, bodhisattva della compassione

Ad inizio articolo abbiamo detto che le ukiyo-e della regione di Osaka e Kyoto sono famose per le loro raffigurazioni di attori teatrali.
In tema di teatro nipponico, molto conosciuto è il “teatro ” – risalente all’epoca Muromachi (1333-1573) – in cui la parola è traducibile come “la capacità e il talento” riferiti all’attore; quindi, per estensione, ad una rappresentazione teatrale classica.
Caratteristica del teatro è una grande essenzialità, il prevalere dell’evocazione dei sentimenti piuttosto che dell’azione. In un intreccio di giochi di parole venivano narrate allusioni storiche e letterarie con voce alterata e supportate da gesti stilizzati, coro e musica.

A sin.: maschera per ruoli di fanciulla; a dx: maschera per ruoli demoniaci

I protagonisti sono uno shite, colui che agisce, il personaggio principale il cui volto è sempre coperto da una maschera, e uno waki, colui che sta a fianco, a volto scoperto.
La scenografia è costituita da un semplice disegno di un pino, flauti e tamburi accompagnano il canto e ritmano le danze, mentre il coro commenta le azioni e sostiene lo shite.
I drammi sono inframmezzati da intermezzi comici, detti kyōgen (“parole senza senso”), quale contrappunto alla precedente tensione.

Kōgyo Tsukioka (1869-1927), Ama (serie “Nōgaku zue, disegni del teatro nō”)

L’altro famosissimo genere teatrale giapponese è il kabuki, in origine letteralmente “deviare”, quindi trasgredire. I suoi ideogrammi oggi significano “arte del canto e della danza”.
Uno spettacolo kabuki si incentra sulla performance individuale di un attore, che racconta il soggetto della pièce attraverso lunghi monologhi, pose, mimica, passi di danza, melodie musicali.
Le stampe kabuki dunque non rappresentavano solo l’attore in una sua recita, ma erano vere e proprie fotografie di un determinato momento particolarmente importante dell’opera teatrale e ne rievocavano l’intera atmosfera.

Utagawa Kunisada III (1848-1920), L’edificio di Taira Kiyomori

In una così ampia e accurata mostra sul Giappone del periodo Edo non poteva mancare la sezione dedicata ai guerrieri samurai.
Nel 1835 Hokusai concepì un gruppo di volumetti illustrati sul tema degli antichi guerrieri cinesi e giapponesi, fra i più importanti della sua produzione per la qualità delle immagini e il vigore del tratto.La classe guerriera dei samurai ascese al potere in seguito alla sconfitta del clan dei Taira, avvenuta nel 1185 presso la baia di Nagato, da parte del clan dei Minamoto. Yoritomo, ricevuto il titolo di shōgun, fondò il primo bakufu, governo della tenda (cioè militare) della storia giapponese, con capitale Kamakura. L’imperatore perse gradualmente il suo potere e fu ridimensionato a capo di stato puramente simbolico e cerimoniale.

Armatura di samurai e le illustrazioni di Hokusai

I samurai (samurai è, letteralmente, “colui che serve”) si costituirono in una casta esclusivamente militare e seguirono un rigido codice d’onore chiamato bushidō, il cammino del guerriero, nel quale il precetto principale prevedeva la fedeltà assoluta nei confronti del proprio daimyō, il signore feudale.

Tachi, Tantō: daishō, combinazione delle due spade a rappresentare il potere (o classe sociale) e l’onore. Era costituita fino al XVII sec. da tachi e tantō. In seguito da katana e wakizashi.

Katana e supporto

Nel periodo ukiyo erano già passati due secoli dalle ultime grandi battaglie dei samurai, ma il ricordo delle loro gesta eroiche era ancora molto vivo, alimentato dalla nostalgia per queste figure e dai sogni di avventura dei comuni cittadini irregimentati nella vita quotidiana. Ciò favorì la grande popolarità dei romanzi e delle incisioni, musha-e, sui famosi guerrieri del passato.
Interessante la didascalia che accompagna la sezione “Artisti quasi fotoreporter”, che riporto integralmente: «Dopo la restaurazione Meiji (1868) le musha-e divennero un forte veicolo propagandistico per creare e alimentare nella popolazione, attraverso l’esaltazione di antichi eroi e gesta, una nuova coesione nazionale attorno alla figura dell’imperatore.
Il nascente imperialismo, nel corso delle campagne militari sino/giapponese (1894-95) per la supremazia sulla Corea e contro l’impero russo (1904-05) per contrastarne la presenza nella Manciuria, invitò gli artisti, pur tenendoli lontani dal fronte, a pubblicizzare col proprio lavoro (le senso-e, stampe di guerra) gli aspetti salienti e le vittorie delle stesse.»

Utagawa Kokunimasa (1874-1944), Notevole episodio nella gloria del Divino Impero

Delicatissime e molto belle sono le stampe dedicate al mondo della natura, particolarmente amato dagli artisti dell’ukiyo, che ricercavano in essa quell’anima chiamata, come abbiamo visto, “kami”. La natura era concepita come espressione del fluire del tempo attraverso l’avvicendarsi delle stagioni, e in questo era complementare alla vicenda degli uomini, dei quali rifletteva anche virtù e sentimenti.

Keisai Eisen (1790-1848), Notte di pioggia allo Yoshiwara

Ecco allora la gru, simbolo di lunga vita, così come il pino e la tartaruga; la carpa, emblema di forza, coraggio e perseveranza; il gallo, simbolo di alta stima; la camelia, fiore senza profumo e con connotazioni di cattivo auspicio poiché non perde i petali ma l’intera corolla.

Keinen Imao (1845-1924), Ciliegio in fiore e uccellino kigitaki

Caratteristiche dell’arte giapponese di questo periodo sono le “serie”, cioè soggetti (soprattutto determinati aspetti del paesaggio) particolarmente amati o che riscossero un notevole successo e quindi riprodotti più e più volte, visti da varie angolature e in diversi momenti dell’anno o del giorno.
E’ il caso, ad esempio, della serie in tre album Fugaku hyakkei, Cento vedute del Fuji di Katsushika Hokusai che vide, nel giro di circa mezzo secolo, ben tre edizioni, ciascuna con più tirature, che presentavano immagini tese a richiamare una potenza misteriosa, una divinità evocata nella sua forma più pura ed elegante.
Due sono gli aspetti che caratterizzano l’opera: in primo luogo la montagna stessa, che incanta per l’atmosfera magica da cui è permeata e il profondo senso religioso e filosofico; in secondo luogo la rappresentazione di un’umanità eterogenea e sempre viva e attiva in prima persona oppure presente come meravigliato spettatore dello spettacolo naturale che gli si stende davanti allo sguardo.

Katsushika Hokusai (1760-1849), Il Fuji in distanza da Shimotsuke (Nelle “Cronache di Nikkō” viene citato un leggendario pino sul monte Nantai la cui crescita lo aveva portato a formare un ponte attraverso l’intera vallata. I preti del vicino tempio sul monte si arrampicavano su di esso come pratica votiva e i pellegrini diretti al tempio di Tōshō lo attraversavano per evitare la discesa e poi la risalita della valle).

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, quando ormai l’ukiyo era del tutto in declino, alcuni editori pubblicarono copie di capolavori dei maestri del passato, divenuti ormai rari e costosi, utilizzando le stesse tecniche di incisione e stampa e dando vita a opere comunque pregevoli. Quando però il Giappone si aprì al mercato estero e la domanda si fece più ampia, queste opere vennero eseguite non più da artisti ma da artigiani, che restituirono un’atmosfera più fredda e statica, a discapito della qualità originaria.
In chiusura di mostra sono esposti alcuni zuanchō, album che raccoglievano i disegni di stampe effettuate su tessuto alla fine del XIX secolo con l’utilizzo di colori all’anilina importati dall’Occidente. Molti artisti, provenienti da diverse scuole di pittura, si cimentarono a ideare nuovi disegni e impostazioni grafiche per i nuovi modelli.

Furuya Korin (1875-1910), Ruscello

Iida Shikō (att. prima metà XX sec.), Kiyohara no fukayabo

Lasciamo questa ampia e suggestiva carrellata di arte giapponese con una sezione che, secondo me, riassume in sé tutta l’anima giapponese.
Si tratta delle fotografie dei primi fotografi del Paese del Sol Levante, che subirono indubbiamente il fascino della pittura ukiyo, sia per la scelta dei soggetti, che per le inquadrature e la successiva coloritura a stampa avvenuta. Le fotografie (collotipi), infatti, venivano colorate a mano da pittori specializzati nell’imitazione delle popolari stampe policrome degli artisti che operavano con tecniche xilografiche.
La fotografia, quindi, viene intesa come il mezzo attraverso cui il nuovo Giappone utilizza una tecnica artistica d’importazione come la fotografia per fissare per sempre la tradizione del vecchio Giappone.

 

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2 commenti su ““Giappone. Storie d’amore e di guerra”: le immagini dell’ukiyo in mostra a Bologna

  1. Neda
    maggio 17, 2018

    Molto interessante. Grazie.

    Mi piace

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