Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

REVOLUTIJA. In mostra a Bologna la storia e l’arte della Russia del primo ventennio del ‘900

Il MAMbo, Museo di Arte Moderna di Bologna, propone fino al 13 Maggio una mostra che merita sicuramente un’attenta visita, una mostra al di fuori dei soliti schemi triti e ritriti che richiamano folle oceaniche di visitatori, una mostra che svela artisti rimasti per molto tempo all’ombra di altri più famosi e risvolti inediti della profonda e tormentata storia della Nazione Russa. Si tratta di “Revolutija. Da Chagall a Malevich, da Repin a Kandinsky. Capolavori dal Museo di Stato Russo, San Pietroburgo”, con oltre settanta opere provenienti dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo,
Prima di entrare nel vivo del percorso artistico, penso sia interessante introdurre brevemente il MAMbo e l’area cittadina nel quale si trova, la “Manifattura delle Arti”. Storicamente adibita ad attività produttive e commerciali, essa rappresenta attualmente il polo culturale della città di Bologna. La sua trasformazione è avvenuta grazie a un importante progetto di recupero di alcuni edifici storici come l’ex Forno del Pan (ora sede appunto del MAMbo), l’ex Macello (ora sede del DMS-Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università), l’ex Manifattura Tabacchi (oggi Cineteca) e l’ex Salara (oggi Cassero, centro per la comunità LGBT, con un programma di spettacoli teatrali, di danza e serate disco).

Il distretto culturale “Manifattura delle Arti” di Bologna (ph. dal web)

Nello specifico, il MAMbo ha scelto di dedicare i propri spazi espositivi alla sperimentazione nel campo dell’arte contemporanea, sia attraverso esposizioni temporanee che con la collezione permanente. All’interno vi si trova anche il Museo Morandi, la più ampia e rilevante collezione pubblica al mondo dedicata a Giorgio Morandi, con un patrimonio di 264 opere tra dipinti, acquerelli, disegni e acqueforti.
E’ inoltre possibile accedere alla biblioteca, che propone un ampio patrimonio di libri, riviste e cataloghi nazionali e internazionali, d’arte moderna e contemporanea oltre ad una sezione specifica dedicata a Morandi.
Lo scorso anno ho visitato sia la collezione permanente che il Museo Morandi e devo dire di essere rimasta impressionata per la qualità e la quantità delle opere esposte, oltre che per il suggestivo percorso espositivo.
Ma torniamo alla mostra dedicata ai primi decenni dell’arte russa, ripercorrendo la quale ci si imbatte continuamente negli eventi drammatici e incalzanti che hanno caratterizzato la storia di quel periodo.


All’ingresso della mostra il visitatore è accolto da una frase evocativa di Kazimir Malevich: «Nei profondi nascondigli dell’arte si trovano i segreti dei fatti dei colpi di Stato, della riorganizzazione della vita delle persone», mentre il primo dei numerosi pannelli esplicativi, sempre preziosi, ricorda: «Tutto ciò che accadde nella Russia dei primi due decenni del Novecento in un modo o nell’altro trovò riflesso nella cultura del Paese. Il suo avanguardismo, manifestatosi brillantemente all’inizio degli anni Dieci, maturò nel corso dei decenni e per molti versi fu fecondato dagli avvenimenti storici».
Bellissime le fotografie d’epoca, spesso di fotografi sconosciuti, che introducono storicamente i quadri che andremo ad ammirare nelle sale seguenti.

Fotografo sconosciuto, “Leningrado. Lavoratrici” – Jacob Steisberg, “Una stanza del Palazzo d’Inverno il giorno dopo l’attacco” – Fotografo sconosciuto, “Pietrogrado. L’imperatore Nicola II e la famiglia”

L’Impero russo di inizio XX secolo era una nazione fra le più arretrate d’Europa, nonostante le eccezionali dimensioni territoriali. I segnali di malcontento della popolazione verso un regime zarista retrogrado e chiuso a difesa del suo carattere autocratico (che aveva assunto fin dai tempi della Russia moscovita) si moltiplicarono a partire dai primi anni del secolo, sotto forma di vaste rivolte di operai e contadini.
Nel 1905 la Domenica di sangue, una manifestazione di massa svoltasi il 22 gennaio davanti al Palazzo d’Inverno (nell’allora Pietrogrado), alla quale parteciparono decine di migliaia di persone e culminata in un massacro da parte delle forze di polizia, fu l’episodio che scatenò la rivoluzione russa di quell’anno.
Di fronte alla crisi dei poteri, incapaci di riportare l’ordine, sorsero spontaneamente molti “soviet” (consigli), cioè rappresentanze popolari elette sui luoghi di lavoro. Il più importante era quello di Pietroburgo, il quale assunse la guida del movimento rivoluzionario ed esercitò un notevole potere in tutta la Russia. In ottobre lo Zar parve disposto a cedere e promise libertà politiche e istituzioni rappresentative (Manifesto d’Ottobre). Tra le altre cose, venne eletta anche una Duma, ossia un parlamento, anche se con poteri limitati e un sistema elettorale non del tutto equo. Tuttavia essa fu ben presto sciolta, così come la seconda.
A questo punto il governo modificò la legge elettorale in modo tale che il voto di un grande proprietario contava ben cinquecento volte quello di un operaio e poté così disporre di un’assemblea più docile, composta perlopiù da aristocratici.
In tal modo la Russia tornò a essere un regime sostanzialmente assolutista.

Il’ja Repin, Che vastità!, 1903

Il’ja Repin, 17 Ottobre 1905, 1905

La situazione non cambia fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Nel 1917 la Russia era un Paese stremato, con una popolazione provata da tre anni di guerra a fianco di Francia e Inghilterra, guerra che aveva già causato milioni di vittime.
La rivoluzione che ebbe luogo quell’anno, in un lungo periodo compreso tra febbraio (rivoluzione di febbraio) e novembre (la più famosa rivoluzione d’ottobre, per via della differenza fra i calendari giuliano e gregoriano) ebbe come effetto immediato la distruzione del regime zarista e la costituzione dell’Unione Sovietica, sotto la guida del capo bolscevico Vladimir Il’ič Ul’janov, più noto come Lenin. Fu un evento sociopolitico la cui portata travalicò i confini della Russia; l’Unione Sovietica, lo Stato nato dalla rivoluzione, fu il primo tentativo di applicazione pratica su scala nazionale delle teorie sociali ed economiche di Karl Marx e Friedrich Engels.
Tutti questi eventi che sconvolsero un’intera nazione rafforzarono gli umori rivoluzionari della società e, di conseguenza, del mondo dell’arte. Pittori “di corte”, possiamo dire, come Repin o Serov, iniziarono a ritrarre la realtà contemporanea; Vodkin e Suchaev, artisti neoclassici, dipinsero la Prima Guerra Mondiale.

Nathan Alt’man, Ritratto di Anna Achmatova, 1915

L’inizio del Novecento fu uno dei periodi più fruttuosi dell’arte russa. Le grandi correnti europee di quegli anni – simbolismo, Jugendstil, fauvismo, futurismo, ecc. – furono assimilate dai maestri russi.
In particolare il Futurismo era considerato da Malevich fondamentale nella formazione della cultura russa, sebbene esso si ritrovi solo in alcune opere.

Natal’ja Gončarova, Ciclista, 1913

Lo stile neoprimitivista, legato alla scoperta della bellezza della cultura nazionale, trovò la sua massima espressione in particolare nelle opere di Natal’ja Gončarova e Michail Larionov, i quali ebbero un ruolo primario anche nella formazione della stilistica delle opere di molti maestri che facevano parte dell’associazione “Il fante di quadri” (Il’ja Maškov, Pëtr Končalovskij, Aristarch Lentulov e altri).

Boris Kustodiev, La moglie del mercante, 1915

Filipp Maljavin, Due ragazze contadine, intorno al 1910

Il’ja Maškov, Autoritratto con Končalovskij, 1910

Vasilij Kandinskij e Kazimir Malevič furono i maestri della “non-oggettività” o “astrazione”. Ampio spazio della mostra è dedicato alle opere di Malevich, che rivelò al mondo un approccio del tutto nuovo all’arte con i suoi Quadrato nero e Quadrato rosso.
Malevich dichiarò il quadrato un’opera del Suprematismo, un movimento da lui proclamato ma che ebbe solo una manciata di sostenitori tra l’avanguardia russa, in quanto venne sovrastato dal fratello costruttivismo, il cui manifesto si armonizzava meglio con le concezioni ideologiche del governo rivoluzionario comunista durante i primi giorni dell’Unione Sovietica.
La parola suprematismo deriva dal pensiero di Malevič, secondo il quale l’arte astratta sarebbe superiore a quella figurativa: infatti in un quadro figurativo vediamo rappresentato un qualsiasi oggetto o forma vivente, mentre nell’opera suprematista non c’è che un solo elemento, il colore, che viene espresso nel miglior modo possibile in un dipinto astratto.
Tra i “fedelissimi” del suprematismo troviamo, fra gli altri, Ivan Kljun e Ol’ga Rozanova la quale, pur concordando con le idee di Malevič, amò sempre il decorativismo in quella che lei stessa definì “scrittura a colori”.

Kazimir Malevich, Quadrato rosso (Realismo pittorico di contadina in due dimensioni), 1915

Ol’ga Rozanova, Composizione non-oggettiva (Suprematismo), 1916

Molto curiosa la Composizione con la Gioconda, che ha come sottotitolo Eclisse parziale. Come spiega la didascalia «Nei giorni in cui Malevič stava lavorando a questa tela, sui giornali veniva riportata la notizia che gli astronomi stavano osservando un’eclissi di sole. Utilizzando questa informazione era come se Malevič si giustificasse agli occhi degli spettatori per le assurdità contenute nell’opera.
La Gioconda è riprodotta in miniatura, come un ritaglio di giornale con l’annuncio della vendita di qualcosa. Secondo i ricordi dell’autore, sulle labbra della Gioconda era stata incollata una sigaretta, poi andata perduta. I rettangoli bianco e nero compongono la vera base del quadro, mettendo da parte la Gioconda, che è cancellata con una croce di colore rosso. […] l’assurdo diventa un mezzo per negare il classico a favore del nuovo».

Kazimir Malevič, Composizione con la Gioconda (Eclisse parziale), 1914

Quasi nello stesso periodo, alla fine del 1913, Malevič, insieme ai poeti Aleksej Kručënich e Velimir Chlebnikov e al compositore Michail Matjušin, mise in scena al teatro Luna Park di San Pietroburgo l’opera-mistero Vittoria sul sole, della quale sono esposti i costumi, mentre il filmato scorre sulla parete di fondo.

Costumi di Vittoria sul sole

La lotta degli uomini del futuro contro le vecchie tradizioni incarnate dal sole, rosso e rotondo, è l’idea portante dell’opera. Alla fine dello spettacolo gli uomini del futuro distruggono il sipario sul quale il Sole è invece raffigurato nero e quadrato. Proprio in questo spettacolo comparve infatti per la prima volta l’idea del Quadrato Nero come metafora del nuovo.
Nel 1915, alla mostra “0.10. Ultima mostra futurista” Malevič espose l’opera Quadrato Nero che cambiò in maniera radicale la linea di sviluppo dell’arte contemporanea.

Kazimir Malevič, Quadrato nero, 1915

Accanto a Malevič non poteva mancare Vasilij Kandinskij, propugnatore, nei primi dieci anni del Novecento, dell’astrattismo, che si differenziava sostanzialmente dalla non-oggettività di Malevič. Kandinskij, rinunciando al racconto dettagliato nel quadro, rivendicava il diritto di riprodurre con il colore il ritmo, le sensazioni, le emozioni che pervadono la persona nelle diverse circostanze.
Rappresentativo in tal senso è Crepuscolare, in cui l’artista trasmette su tela il turbamento da lui provato durante gli avvenimenti rivoluzionari in Russia. La paura e l’insicurezza per il futuro, espresse dal colore scuro, con forme appuntite, aggressive, rispecchiano il suo stato d’animo di quel periodo.

Vasilij Kandinskij, Crepuscolare, 1917

Una grande sala è dedicata a vari artisti che hanno rappresentato ciascuno con la propria interpretazione e il proprio stile il periodo della Prima Guerra Mondiale.
E’ il crudo realismo di Kuz’ma Petrov-Vodkin, Pavel Filonov, Vasilij Suchaev; la povertà della gente di Boris Grigor’ev e Aleksandr Drevin, ma anche la gioia di vivere e la speranza di certe opere di Marc Chagall.

Kuz’ma Petrov-Vodkin, Vergine della Tenerezza dei cuori cattivi, 1914-15

Boris Grigor’ev, Villaggio, 1918

Pavel Filonov, Il banchetto dei re, 1912-13 / «…ieri la trojka* ha chiesto a Paver Nikolaevich di staccare dalla parete Il banchetto dei re, di metterlo sul cavalletto per studiare il metodo di lavoro. Per questo io dico: eccoli, sono tutti qui – Hitler, Chamberlain, Mussolini e tutti i fascisti del mondo…» *trojka: tre graduati del KGB che ai tempi di Stalin emettevano le condanne in assenza dell’imputato (Dal diario di Ekaterina Serebrjakova, moglie di Pavel Filonov, 1940)

Marc Chagall, La passeggiata, 1917-18

Dopo che la Russia Sovietica firmò il trattato di pace di Brest-Litovsk con la Germania e uscì dal conflitto mondiale (3 marzo 1918), gli inglesi, presto coadiuvati da statunitensi, francesi e altre forze controrivoluzionarie, cercarono di riportare la despotica monarchia zarista al potere, sperando di salvaguardare ed espandere i loro interessi in Russia e contemporaneamente assicurare la continuità del potere borghese nei loro Paesi, infliggendo una sonora sconfitta al movimento operaio internazionale. A causa dell’intervento delle potenze straniere nella neonata e ancora instabile repubblica si innescò una sanguinosa guerra civile, che perdurò fino al 1920 e provocò milioni di vittime.
Dopo la morte di Lenin nel 1924, la direzione del nuovo Stato si consolidò nelle mani di Iosif Stalin. Nell’arco di pochi anni, Stalin trasformò il proprio potere in una vera e propria dittatura. Il regime staliniano causò milioni di vittime, tra le quali oppositori politici, noti o sospettati, e militari che vengono giustiziati o esiliati in Siberia durante le cosiddette “grandi purghe” degli anni Trenta.
La discussione artistica che si era instaurata in precedenza fra i due poli (favorevoli e oppositori della rivoluzione) fu soppiantata e vinta da una terza forza: il realismo socialista, che si affermò nell’Unione Sovietica nel 1932 come espressione dell’ideologia totalitaria staliniana.
Proprio del 1932 è Presentimento complesso, che riproduce in modo preciso l’umore di Malevich in quel periodo. «Il colore giallo limone brillante della camicia del contadino riempie lo spazio del quadro come un grido. Lo sfondo, una casa rossa isolata sul campo deserto, rafforza il suono di tristezza dato dal colore giallo».

Kazimir Malevič, Presentimento complesso (Torso in camicia gialla), 1932 circa

Il realismo socialista negò completamente tutte le altre correnti e suo scopo fu di proporre solamente opere ottimiste, comprensibili alle persone semplici, grazie alle quali erano diventate famose le conquiste del Paese, del Partito comunista, dell’attività dei suoi capi per il bene del popolo.
La vita proponeva una cosa nuova, una persona nuova, una nuova gioventù comunista (iscritta al Komsomol), studenti-lavoratori, il lavoro nelle fabbriche. A partire dal 1932 alle mostre d’arte vennero ammesse solo quelle opere che rispondevano in pieno al nuovo stile pittorico e all’immagine della nuova società che si voleva dare.
Le opere di molti artisti russi che avevano rispecchiato la varietà di temi, stili, maniere nel corso dei primi vent’anni del XX secolo non rispondevano più ai nuovi requisiti e furono quindi cancellate dalla storia della cultura.

Kazimir Malevič, Ragazze in un campo, 1928-32

Aleksandr Samochvalov, Reparto tessile, 1929

Aleksandr Samochvalov, La riparazione della locomotiva a vapore, 1931

In mostra opere caratteristiche di questa corrente del “realismo socialista”, di Isaak Brodskij, Vladimir Malagis, Vera Muchina.

Isaac Brodskij, Consegna della bandiera dei comunardi parigini agli operai moscoviti sul campo di Chodynka a Mosca, entro il 1932

Il Ritratto di I. V. Stalin dipinto da Filonov sotto la forte pressione degli amici per guadagnare un po’ fu rifiutato dalla commissione perché non rispondente ai requisiti del realismo socialista.

Pavel Filonov, Ritratto di I. V. Stalin, 1936

In conclusione del pannello introduttivo alla mostra, viene chiarito che «negli anni della perestrojka gli spettatori russi e stranieri hanno visto le opere non soltanto di Chagall, Malevich, Filonov, ma anche di Petrov-Vodkin, Serebrjakova, Maljavin e altri. Naturalmente, in Occidente hanno richiamato interesse in primis i non-oggettivisti radicali: Kandinsky, Malevich, Filonov.
Sullo sfondo di questi autori, i rappresentanti della linea figurativa (Petrov-Vodkin, Samochalov, Dejneka e altri) non sembravano degli innovatori, a causa della chiarezza con cui erano espressi nelle loro opere i temi della produzione industriale, dello sport e altro, attuali per la nuova vita degli anni 1920-1930.
Ma sono passati ormai alcuni decenni da quando il mondo ha scoperto l’avanguardia russa e ora, un po’ alla volta, questo fenomeno appare nel contesto sia delle sue radici, sia dell’arte dei contemporanei, che apportarono il proprio dignitoso contributo alla ricchezza e alla varietà della cultura figurativa dei primi due decenni del XX secolo».
Nell’ultima sezione della mostra viene presentato un aspetto particolare e, se vogliamo, anche curioso riguardante molti degli artisti che abbiamo incontrato nel nostro percorso.
Dopo la Rivoluzione del 1917 furono creati nuovi istituti, tra i quali l’Istituto di decorazione, che dedicavano la propria attività al cambiamento dell’ambiente che circonda l’uomo. I migliori artisti del tempo elaborarono schizzi per manifesti, porcellane, vassoi, stoffe e altri oggetti di uso quotidiano. Molti lavorarono per la decorazione di Pietrogrado-Leningrado in occasione del primo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Grande importanza venne attribuita alla pubblicità, accompagnata spesso da testi scritti con caratteri appositamente elaborati che, assieme alle forme e alla composizione, agivano sullo spettatore attraverso il ritmo e il colore.

Sof’ja Dymšits-Tolstaja, Vetro di propaganda “La La pace alle capanne, la guerra ai palazzi”, 1919-1921

Impressioni finali: mostra davvero molto bella ed estremamente interessante sia per il gran numero e il valore delle opere esposte che per l’ottimo inquadramento storico-sociale. Inoltre, cosa secondo me altrettanto importante, essa lascia nei visitatori il desiderio di approfondire, ancora più dei movimenti artistici, le problematiche e i rivolgimenti che hanno interessato e continuano ad interessare il popolo russo fino ai nostri giorni.

Boris Kustodiev, Festa in onore del II Congresso dell’Internazionale Comunista del 19 luglio 1920. Dimostrazione sulla Piazza Uritskij, 1921

«Qui tutto bolle, le strade sono ancora piene di gente […]
Una strada del genere si attende per secoli […]
Tutto è cambiato, si è spostato, molte cose sono finite sottosopra…»

Boris Kustodiev, 1917

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2 commenti su “REVOLUTIJA. In mostra a Bologna la storia e l’arte della Russia del primo ventennio del ‘900

  1. wolfghost
    maggio 6, 2018

    Prima di tutto, complimenti a Bologna per come ha saputo valorizzare aree altrimenti ormai dismesse, toppo spesso aree come queste sono destinate ad un inesorabile degrado.
    Molto interessante la mostra e come viene qua introdotta e spiegata. Quando l’arte è legata a filo doppio con la storia diventa spesso ancora più coinvolgente. E questo ne è un caso.
    Sempre stupendo il blog, uno di quelli meglio curati e seguiti 😉
    http://www.wolfghost.com

    Piace a 1 persona

    • ilpadiglionedoro
      maggio 6, 2018

      Grazie Francesco, è sempre un piacere leggerti “a casa tua” e ritrovarti poi qui. E grazie anche per i complimenti 🙂 Davvero la mostra merita una visita e Bologna è una bella città, e “viva”. Mi raccontava la mia Elena, di Bologna appunto, che solo in tempi molto recenti la città è meta di turismo, tanto che i bolognesi trovano ancora un po’ strano sentire tutte queste lingue straniere in giro per strada. In effetti i visitatori della mostra erano perlopiù stranieri. Beh, Bologna è una città tutta da scoprire ed è giusto venga inserita nel tour delle città d’arte italiane. Un abbraccio a buona domenica!

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