Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Creazioni dell’anima: Mahler10-Petite Mort-Boléro al Teatro alla Scala

Milano autunnale piovosa, vetrine dai colori ormai primaverili, ma clima caliente all’interno del Teatro Alla Scala.
Personalità della danza (tra cui l’onnipresente Carla Fracci), del mondo dello spettacolo, giornalisti e critici. Tutti riuniti per Lui.
Sì, perché la serata si prospettava interessante per tutti e tre i titoli proposti, ma il grande evento è il Boléro di Béjart la cui interpretazione realizza un sogno e corona la carriera della nostra étoile Roberto Bolle. Tutti noi aspettavamo questo brano danzato da lui: questa è la grande sera della première e l’emozione è alle stelle fin dall’ingresso a Teatro.
La serata si arricchisce anche di una valenza particolare, essendo dedicata ad Elisabetta Terabust (grande interprete della danza italiana e internazionale cui la Scala ha voluto così rendere omaggio) e arrivando subito dopo le nomine a Solisti e Primi Ballerini di alcuni danzatori e danzatrici nostri beniamini.

Mahler10 (ph. Teatro alla Scala)

Poesia e classicità – Mahler10
Prima rappresentazione assoluta di questa creazione della coreografa canadese Aszur Barton, pupilla di Baryshnikov.
Come sottolinea Maria Luisa Buzzi “Brillante, audace, geniale. Gli aggettivi si spendono nella stampa internazionale per definire Aszur Barton. Riluttante agli intellettualismi, istintiva e sfaccettata, l’arte della coreografa canadese si rivolge, con spasmodica attenzione, all’interiorità dei danzatori.”
Mahler10, creata appositamente per il Teatro Alla Scala su incarico di Frédéric Olivieri, è una coreografia per 26 danzatori sulla Sinfonia n. 10 in fa diesis di Gustav Mahler. Un’opera incompiuta, di cui conserviamo solo il primo tempo, Adagio-Andante, scritta dal compositore ceco nell’ultima estate della sua vita, quando già sapeva di avere una malattia cardiaca allora incurabile, e quindi tratteggiata sulla tematica della morte. Momenti cromaticamente aspri, con i violini che rilasciano note acutissime, si alternano ad altri estremamente poetici, dolcemente intensi. Una continua spezzatura del fraseggio musicale e un riprendere delle note precedenti che si ritrova nei passi superbamente cesellati dal Corpo di Ballo scaligero.
Barton ha lavorato a lungo con i ballerini, non solo dal punto di vista coreutico, ma anche da quello più intimamente personale, chiedendo loro di trasmettere sul palcoscenico le loro emozioni più profonde e anche dolorose.

(ph. Monica Galaverna)

Così è nata Mahler10, una creazione di una poesia commovente con scenografia e costumi essenziali, ma perfetti nella purezza delle loro linee. I toni tutti giocati sul bianco e sul grigio perla, lievissimi corpetti e gonne lunghe per le donne, corpetti e pantaloni larghi per gli uomini. Sul fondo una sorta di muro bianco screziato, semicircolare, posizionato a metà altezza.
L’immagine che ha subito suscitato in me è stata quella di un lungo fregio, di quelli che si trovano attorno ai templi greci, con le figure che inanellavano passi a due e d’insieme con una lievità e freschezza estremamente piacevoli. Non l’Inferno, come forse Mahler avrebbe voluto intitolare la sua ultima opera, ma piuttosto il Paradiso.

La coreografa Aszur Barton fra i protagonisti di Mahler10

Bravi, bravissimi tutti i ballerini, tra i quali desidero ricordare i principali: Antonino Sutera, Antonella Albano, Stefania Ballone, Christian Fagetti, Federico Fresi, Chiara Fiandra, il neo-Solista Nicola Del Freo e la neo-Prima Ballerina Virna Toppi.

Nicoletta Manni e Mick Zeni in un pas de deux da Petite Mort (ph. Teatro alla Scala)

Eros e Thanatos – Petite Mort
Sempre al tema della morte e dell’impermanenza è legato anche il secondo pezzo della serata, Petite Mort, che torna alla Scala nella sua interezza dopo ben dodici stagioni. Io ho avuto modo di ammirare ed innamorarmi dello struggente pas de deux finale interpretato da Roberto Bolle con diverse partner nel corso di alcuni suoi Gala, ma non avevo mai visto dal vivo la versione completa; è stata quindi questa un’imperdibile occasione per recuperare tale mancanza.
Petite Mort, balletto creato nel 1991 da Jiri Kylián per il Nederlands Dans Theater, di cui era all’epoca direttore-coreografo residente, è un racconto in danza diretto e immediato delle relazioni fra uomo e donna, nella loro più profonda essenza. Non per niente “petite mort” è un modo poetico e significativo per descrivere l’estasi di un rapporto sessuale, una “piccola morte” appunto, a ricordare che anche i momenti di maggior piacere o gioia hanno una durata relativamente breve e che la morte ci è sempre vicina.

(ph. Teatro alla Scala)

Splendida e molto particolare l’apertura del balletto, che mostra in primo piano sei uomini, in boxer e bustino a stecche color carne, con in mano sei fioretti (evidente simbolo fallico) e in secondo piano sei donne, poste dietro rigidi abiti-scultura in stile ottocentesco (simbolo della remissività femminile e della maternità). Gli uomini per alcuni minuti danzano con i loro fioretti, veri e propri partner in giochi di destrezza ed evoluzioni, così come in seguito le donne danzeranno con i loro abiti-scultura: non una danza lieve come la corrispettiva maschile, ma appesantita da quel fardello che potremmo quasi immaginare come una rappresentazione delle costrizioni sociali imposte alle donne.
Saranno gli uomini a “liberare” da questa sorta di corazza le donne, facendo scorrere dal fondo un grande velo che scopre le figure femminili abbigliate nello stesso modo.

(ph. Teatro alla Scala)

È a questo punto che inizia tutta una serie di passi a due estremamente poetici e fluidi, ma densi di posizioni angolate, rigide, pur conservando grande fluidità e delicatezza di tocco.
Una danza contemporanea, spigolosa, che si sposa magnificamente con la musica scelta da Kylián: i due concerti per pianoforte e orchestra n. 23 K488 (Adagio) e n. 21 K467 (Andante) di Mozart. In particolare il secondo concerto, il cui movimento Andante accompagna i pas de deux più conosciuti e che sono davvero sublimi, è considerato uno dei più belli di Mozart. Riprendendo le parole di Elisa Guzzi Vaccarino “L’Andante, con la sua linea che nasce piano piano, sotto un’apparente delicata serenità, nasconde un intimo turbamento nelle modulazioni e nei sussulti cromatici”. Si ha l’impressione di una “rotondità” nel movimento e nella geometria dei corpi che si prendono e si lasciano, “la stessa rotondità del suono mozartiano”. È un rapporto simbiotico quello che si crea fra musica, danza e corpi, in un “legato che non conosce intoppi nei passi e nelle concatenazioni, in un clima sotteso di sensualità distillata e persino cerebrale, in un rapporto con la musica che colpisce per la capacità di respirarla, giocando talvolta a fermarla in sapienti stop, talvolta a dilatare il tempo della danza rispetto a quello della musica […] approdando a un’arte unica che associa occhio e orecchio, senza far prevalere nessuno dei due. “

I protagonisti di Petite Mort con il pianista Takahiro Yoshikawa

Ancora una volta bravissimi anche in questo pezzo le sei coppie di ballerini scaligeri, che hanno raccolto tantissimi applausi e ovazioni del pubblico: Vittoria Valerio con Matteo Gavazzi, Chiara Fiandra con Eugenio Lepera, Francesca Podini con Nicola Del Freo, Nicoletta Manni (che personalmente ho apprezzato il taglio molto sensuale dato al proprio pdd) con Mick Zeni, Martina Arduino con Christian Fagetti, Alessandra Vassallo con Marco Agostino.

Boléro (ph. Teatro alla Scala)

Forza e passione – Boléro
E alla fine arriva anche quello che tutti aspettavano, perché, se l’intera serata meritava di essere vista e volentieri rivedrei una seconda volta, il teatro ha fatto il sold out per tutte e cinque le serate in cui balla Roberto Bolle perché c’è lui, la nostra étoile, al debutto sul tavolo rosso di Boléro.
Tutti lo aspettano, ammiratori, pubblico neutrale, critici pronti a scagliare i loro dardi. E la platea si ammutolisce quando il sipario si alza sul grande tavolo, a luci spente, e solo le mani di Roberto vengono illuminate.
Inizia così il mitico Boléro, forse il balletto più conosciuto di Maurice Béjart, creato su musica di Maurice Ravel e reso un cult dal film di Claude Lelouche Gli uni e gli altri (1981), nel quale Jorge Donn rende immortali questa manciata di minuti di musica e danza travolgenti.
Boléro fu creato nel 1961 per Duška Sifnios, una ballerina jugoslava che aveva colpito Béjart per la sensualità dirompente della sua danza. La musica è quella di Ravel, che sviluppa lo stesso tema per 16 minuti: pochi, pochissimi, per un balletto; tanti per le emozioni che suscitano le note che si inseguono, martellanti, sempre più potenti e rapide, e che ti entrano con la stessa forza nel cuore. Forse non si riuscirebbe a tollerare un solo minuto di più, tanta è la forza emanata dalla musica e dalla danza.
Ravel aveva creato la musica di Boléro per la grande diva Ida Rubinstein, che gli aveva chiesto una musica “spagnola”: già la coreografia originaria, opera di Bronislava Nijinska, ricalcava a grandi linee quella di Béjart, con la donna al centro di un tavolo di cabaret e circondata da venti uomini.
Riguardo alla coreografia ideata da Béjart, sono tutti concordi nel definirla complessa e di non facile esecuzione per l’interprete, che deve concentrarsi unicamente sul movimento di ogni parte del corpo seguendo una musica “nella quale è praticamente impossibile contare i tempi” (Sonia Schoonejans).
Dalla prima rappresentazione si sono alternati sopra e intorno al tavolo rosso donne e uomini (il mitico Jorge Donn, poi Luciana Savignano, Maja Pliseckaja, Patrick Dupond, Sylvie Guillem e molti altri), ciascuno dei quali ha dato l’impronta della propria personalità e ha interiorizzato in modo diverso le note infuocate della musica. A seconda del personale sentire si può preferire l’una o l’altra interpretazione, ma credo che un Artista che nella sua professione riesce a dare spessore psicologico e profondità di sentimento a una pluralità di vibranti personaggi possa anche dare un contributo importante a un’opera difficile e molto particolare come Boléro.

(ph. Teatro alla Scala)

È il caso di Roberto Bolle, arrivato a questa parte dopo una lunga carriera, dopo un percorso professionale ed emotivo importante, e che proprio per questo ha saputo interpretare il personaggio conturbante di Béjart con la misurata passione e l’espressività di corpo e viso che lo caratterizzano.
Quando le prime, soffuse note orientaleggianti proposte dai flauti si intrecciano con il movimento delle mani illuminate dell’uomo al centro del palcoscenico, mentre le altre figure sedute tutt’intorno lungo le pareti si intravedono appena nel buio del palcoscenico, il cuore comincia a battere forte.
Roberto, in pantaloni neri e torso nudo, così come gli altri ballerini, a poco a poco fa scorrere il movimento dalle caviglie alle gambe, dalle mani alle braccia, sempre più ampio, sempre più sensuale, provocando con il corpo e con l’intensità dello sguardo il coro di uomini che lo circonda e che, a poco a poco, si unisce a lui riprendendo i suoi movimenti.
Intanto la musica cresce sempre più d’intensità, finché tutti i partecipanti a questa sorta di rito orgiastico si protendono verso il solista, che accentua il suo richiamo quasi animalesco fino ad essere sommerso dalle loro braccia, “in un assalto molto simile alla fagocitazione di un idolo, destinato forse a soccombere.” (Marinella Guatterini)

(ph. Teatro alla Scala)

Moltissimi gli applausi al termine della sua esibizione, chi li ha cronometrati dice 10 minuti, ma il piacere della danza e la bravura di un ballerino non si misurano con i minuti, almeno non solo. Si misurano con le emozioni che riescono a suscitare, con l’intensità dell’interpretazione, con la capacità di ipnotizzare lo sguardo dello spettatore, che non riesce a staccare gli occhi da quel tavolo rosso dove lui, Roberto, grandioso, maestoso, conturbante, è riuscito ad incarnare tutta la passione di Boléro.
Il tuo sogno si è realizzato, Roberto, e la sfida è stata vinta alla grande! Complimenti!
E complimenti anche a tutti i ballerini che hanno danzato con lui attorno al tavolo rosso e che hanno contribuito a rendere speciale questo pezzo; li vorrei citare tutti, ma di molti non conosco il nome, quindi cito solamente coloro che conosco anche di persona: Massimo Garon, Gioacchino Starace (che avrà il ruolo di protagonista di Boléro a breve) e Timofej Andrijashenko (cui vanno di nuovo i complimenti de #ledivine per la sua nomina a Primo Ballerino).

Gli autografi di alcuni protagonisti della serata (Nicoletta Manni, Roberto Bolle, Timofej Andrijashenko, Massimo Garon, Gioacchino Starace) impreziositi dal nome di Carla Fracci (in alto a sinistra)

 

 

 

Una serata atipica per il Teatro alla Scala, ma davvero molto bella e applauditissima, dove ha vinto la danza pura: creazioni senza una trama, ma con i corpi che creano in sintonia con la musica.
Creazioni dell’anima, da cui lasciarsi trasportare.

 

(Le citazioni sono tratte dal programma di sala)

(Ove non segnalato le foto sono personali)

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