Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Van Gogh Alive – The Experience a Verona

Riproduzione della camera di Van Gogh all’ingresso dell’esposizione

«Una vibrante sinfonia di luce, colore e suono»: così è stata definita l’installazione dedicata a Vincent Van Gogh che, dopo aver percorso l’Australia, gli Stati Uniti, la Russia ed entusiasmato il pubblico di Roma, Firenze, Torino e Bologna, è approdata nello scorso Novembre anche al Palazzo della Gran Guardia di Verona e si è chiusa domenica 28 Gennaio.
La definizione calza a pennello (è proprio il termine adatto), anche se devo dare in parte ragione a coloro che me l’hanno descritta come decisamente sopravvalutata. Nulla rispetto ai “veri” quadri.
Certamente non bisogna avvicinarsi ad esposizioni di questo tipo pensando alle classiche mostre cui siamo abituati, ma con la mente aperta alle nuove tecnologie e alla simultaneità percettiva che sistemi all’avanguardia come SENSORY4TM utilizzano.
In effetti, quando si entra nella sala dedicata a “Van Gogh Alive” (sì, una sola stanza, sic) la prima sensazione che si prova è di vertigine, quasi come se si fosse inglobati in un film in 3D: il mondo di Van Gogh tutto intorno a noi. Quaranta proiettori ad alta definizione rilasciano sulle pareti e sulle colonne al centro della sala immagini enormi, nitide e cristalline, così reali da desiderare di toccarle con la mano, frasi tratte dalle lettere di Vincent a Théo, mentre un suono surround come quello delle sale cinematografiche avvolge gli spettatori creando un tutt’uno con le immagini.
Viene spontaneo cominciare a girare attorno a se stessi naso all’insù, lasciandosi attrarre dal turbinio delle proiezioni, con un sorriso beato che increspa le labbra, così come i bambini che ho visto accompagnati dalle maestre, estasiati di fronte alla luminosità del colore e deliziati dal suono.
Perciò va bene. Va bene dare spazio anche a iniziative del genere, che possono lasciare perplessi i “puristi dell’arte” o chi, come me, è legato, vuoi per cultura personale vuoi per motivi anagrafici, alle tradizionali esposizioni. Va bene, perché “la bellezza è negli occhi di chi guarda” ed è ovunque tu la voglia cercare.
Parliamone, quindi, di questa esperienza “Van Gogh Alive”, lasciandoci guidare dalle note dei pannelli informativi posti nella sala d’ingresso.
Il percorso multisensoriale è stato concepito per “movimenti”, tappe che, attraverso gruppi di opere, scandiscono i periodi fondamentali della vita di Van Gogh e della sua decennale parabola artistica, evidenziando i cambiamenti nello stile, nella tecnica e nel suo stato mentale, con l’accompagnamento di brani musicali per la maggior parte coevi all’artista, ma non solo: Vivaldi, Ledbury, Tobin, Lalo, Barber, Schubert, Satie, Godard, Bach, Chabrier, Saint-Saëns, Händel.
Il primo “movimento” ritrae la terra natia di Vincent, l’Olanda. Questo periodo olandese è stilisticamente cupo: i paesaggi, le persone e le nature morte vengono dipinte con toni terrosi e scuri, in contrasto con lo stile vivace che svilupperà negli anni successivi. La musica è soave, rilassante, tutto rimanda alla pacatezza e alla dolcezza dei colori autunnali, legati alla terra.

Il periodo olandese

Basta un battito di ciglia e ci si ritrova su un treno sferragliante e sbuffante, che sotto i nostri piedi e tutto intorno a noi ci porta nella Ville Lumière, quella Parigi dei pittori impressionisti dove Vincent inizierà a far emergere la sua vena pittorica rivoluzionaria: i colori si illuminano e nei suoi quadri compaiono vivaci fiori, giardini e fruttiere colorate.

Il secondo “movimento” ci porta da Parigi ad Arles, nel sud della Francia. Qui la tavolozza di Van Gogh si riempie della luce marittima e prende ancor più vigore: è questo il periodo più sereno e produttivo della sua breve vita.
Ad Arles egli vive nella famosa Casa Gialla, che sognava diventasse punto di incontro per gli impressionisti suoi amici. In effetti Gauguin gli fa spesso visita.
Quadro rappresentativo di questo periodo è La Vigna Rossa (1888), un tripudio dei rossi e dei gialli autunnali, con i riflessi della luce del tramonto che scintillano sul fiume. Van Gogh ignorava la teoria dei colori. Il risultato fu uno stile avanguardistico rispetto al suo tempo e in genere non accettato dalla comunità artistica. Una curiosità: questo dipinto fu l’unico che egli vendette mentre era in vita, pagato 400 franchi da Anna Boch.

La vigna rossa (ph. dal web)

Ma è quando ci si trova letteralmente abbracciati dai petali dei girasoli, fiori da lui dipinti in moltissime varianti, che si comprende l’effetto che la forte luce e il colore della Provenza può aver avuto su una mente già instabile: una vera esplosione di giallo in tutte le sue sfumature, colore simbolo di speranza e di vita, tra fiori dagli steli spesso contorti e dai petali piegati come artigli, presagio della catastrofe incombente.


Molti dei quadri più famosi di Van Gogh vengono dipinti in questo periodo e scorrono accavallandosi e sfumando l’uno nell’altro tutto intorno a noi, sulle pareti e sul pavimento.

Capolavori come La terrazza del caffè la sera (1888), dove è ancora evidente la passione di Van Gogh per il giallo: la luce gialla e accogliente del locale, in contrasto con l’oscurità della notte illuminata dalle stelle, anch’esse dipinte con tocchi di giallo, è l’immagine che l’artista crea per rappresentare il rifugio sicuro dove gli artisti dell’epoca potevano incontrarsi.
E poi La sedia di Van Gogh e la sua pipa (1888), opera che ha la sua controparte nello stesso soggetto dipinto da Gauguin: il primo rappresenta una misera sedia, su cui poggiano solo una pipa e il tabacco, che restituisce una sensazione di tristezza e solitudine; il secondo, con una sedia molto più decorata ed elaborata, rispecchia la personalità di Gauguin, che Van Gogh percepiva come più mondana ed egoista.

La sedia di Van Gogh e di Gauguin a confronto (ph. dal web)

Infine la Notte stellata sul Rodano (1888) ci avvolge tutto intorno – e la sensazione è davvero bella, sembra di vivere in un sogno – con le sue case ben illuminate, le stelle splendenti, i riflessi della luce sull’acqua, l’atmosfera mistica.
Senza soluzione di continuità ci si trova quindi immersi nelle parole di Vincent, quelle parole d’arte e di vita scritte nelle numerosissime lettere (ben 902) che egli indirizzò all’amato fratello Théo, in olandese e in francese, spesso contenenti schizzi e descrizioni dei suoi dipinti.

All’inizio del Maggio 1889 Van Gogh accetta l’internamento al manicomio di Saint-Paul de Mausole, presso Saint-Rémy. A un mese dal ricovero riprende a dipingere e uno dei primi quadri a essere completato è Iris: evidente è l’influenza dell’arte giapponese sugli artisti del periodo, in particolare delle stampe ukiyo-e del XVII secolo, ad esempio per l’uso dei contorni neri che rafforzano la potenza espressiva del dipinto.


In questo periodo di ricovero emerge un chiaro cambiamento nella pittura di Van Gogh; immagini distorte si alternano a paesaggi tranquilli, riflesso del continuo conflitto fra crisi e autocontrollo.
A poco a poco entriamo a far parte anche noi del riflesso distorto della realtà, che ci imprigiona da ogni lato nella famosissima e malinconica, nonostante i colori caldi, Camera di Vincent ad Arles. Egli la dipinse a memoria mentre era ancora ricoverato a Saint-Rémy, pieno di nostalgia per il luogo ove aveva vissuto felice. La descrizione è irrealistica, i soffitti sono inclinati verso il basso, la prospettiva esagerata mostra una ribellione verso i colori tenui utilizzati dagli artisti olandesi dell’epoca e i limiti imposti dal realismo della cornice prospettica.


Le cure a Saint-Rémy non danno l’esito sperato: le crisi peggiorano, così come gli attacchi violenti verso gli altri e l’autolesionismo. Van Gogh ingerisce anche colori tossici e si provoca delle mutilazioni, ha allucinazioni e sogni agitati, spesso di natura mistica, influenzati dall’ambiente religioso del manicomio.
Uno stato d’animo che egli trasmette con ardore attraverso la pittura. Notte stellata, una vista dal manicomio sul borgo di Saint-Rémy, si presenta ai nostri occhi in tutta la sua maestosa bellezza: cielo notturno, turbinio di nuvole e una mezzaluna con undici stelle dominate dal cipresso in primo piano, cui corrisponde il campanile sullo sfondo, sono tutti elementi che danno profondità alla scena, mentre le pennellate fluide e il turbinio del cielo evocano l’emozione intensa e descrivono lo stato mentale disturbato dell’artista senza, però, trasmettere disperazione. Si resta solo affascinati dal genio visionario di Vincent e dalla potenza espressiva della sua arte.

Il “movimento” di chiusura esplora gli ampi paesaggi di Auvers-sur-Oise. Alla fine del 1889, infatti, Van Gogh se ne va da Saint-Rémy. Vuole rivedere i suoi amici pittori, ma non è facile trattare con un uomo nelle sue condizioni. La moglie di Pissarro si rifiuta di ospitarlo, quindi gli consigliano di vivere ad Auvers-sur-Oise, vicino al Dottor Gachet, amico della cerchia di pittori, per poter così ricevere delle cure.
Il 31 Gennaio 1890 nasce il figlio di Théo, chiamato Vincent, e per celebrare questo evento Van Gogh dipinge Ramo di mandorlo in fiore, dai colori delicati e sempre di ispirazione giapponese, che trasmette ottimismo e serenità.


E’ questo un periodo apparentemente buono per il nostro artista, sebbene i miglioramenti siano solo temporanei. Dipinge La chiesa di Auvers-sur-Oise e fa il ritratto al Dottor Gachet, immortalato «con espressione chiara e intelligente», come dovevano essere per lui i ritratti. La vendita di questo quadro incassò tantissimo, una delle cifre più alte: nel 1990 fu venduto a un uomo d’affari giapponese per 82,5 milioni di dollari.

Ritratto del Dottor Gachet (ph. dal web)

Siamo ormai alla fine della parabola artistica e umana di Vincent: i corvi neri svolazzano minacciosi sulle pareti intorno a noi. La moglie di Théo soffre di esaurimento, Théo ha problemi economici, Vincent cade rapidamente in depressione, tormentato dal pensiero di essere un peso per la sua famiglia.
Il 27 Luglio inizia una lettera a Théo, mai completata. Mentre scriveva, si avvia oltre il paese di Auvers verso i campi, dove si spara un colpo di pistola. Fu ritrovato nella sua camera, dove morì due giorni dopo fra le braccia del fratello.

L’ultima lettera, incompiuta, scritta da Vincent a Théo

Dopo soli sei mesi morì anche Théo, colpito da malattia mentale. I due fratelli furono seppelliti l’uno accanto all’altro nel cimitero di Auvers.
Campo di grano con volo di corvi è probabilmente l’ultimo dipinto di Van Gogh, in cui è evidente la malinconia e l’incombente sensazione di morte. E’ una riflessione sulla sua «grande tristezza ed estrema solitudine»: è questa la descrizione che egli diede del dipinto.
Il cerchio si chiude: un “movimento” finale – come una retrospettiva – esamina gli intensi, spesso tetri, autoritratti, realizzati da Van Gogh nel corso della sua carriera.

No, non è all’altezza di una “vera” mostra d’arte, ma quando si esce dalla sala e si torna sull’asfalto grigio e in mezzo al traffico cittadino il primo impulso è quello di tornare dentro, per immergersi di nuovo nei colori e nella musica, con leggerezza, e restare lì, seduti sulle panchine, a vivere il proprio sogno cullati dalle magiche atmosfere e dall’impeto passionale del grande maestro precursore dell’arte moderna.

Nel video alcuni momenti…pensieri, suoni, immagini…

(Ove non segnalato le foto sono personali)

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Un commento su “Van Gogh Alive – The Experience a Verona

  1. wolfghost
    gennaio 29, 2018

    Bé, non sarà come una mostra vera e sono certo che anche nelle intenzioni di chi l’ha ideata non c’è mai stata l’intenzione di sostituirsi ad essa ma… io la trovo geniale. Vediamola dal lato giusto: non è tentare di sostituire o superare il passato, ma semmai di valorizzarlo ancora di più riproponendolo attraverso la tecnologia del presente. Sono certo che se a questa… esperienza è andato qualcuno che non ha mai visto una mostra del grande artista… bé, certamente gli è venuta un gran voglia di vederla 😉
    http://www.wolfghost.com

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