Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Teatro d’inclusione – Parte terza: l’interculturalità come elemento fondante del linguaggio teatrale

Con questa terza parte si chiude il tema del “teatro d’inclusione”, argomento molto interessante proposto da Velia. Nell’articolo viene ulteriormente approfondito e ampliato il concetto di inclusione: non solo “noi”, non solo “i meno fortunati che ci stanno vicino”, ma anche “chi viene da molto lontano”, per i quali il teatro può essere un progetto di integrazione e con i quali, anche nei loro Paesi di origine, è formativo e divertente collaborare.
A te la parola, Velia, e grazie per il tuo sempre appassionante e coinvolgente contributo.

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Termino con questo articolo la mia chiacchierata con Micaela Casalboni, parlando di un tema che a lei sta molto a cuore: il valore interculturale del teatro.

Nel V Veda, noto anche come Natyaveda, viene narrata la storia della nascita della danza e del teatro: poiché, giunta l’ora treta, gli uomini cominciavano ad essere vittime di lussuria e avidità, impegnandosi in rituali e gesti degradanti dominati dalle passioni e dalla gelosia, gli dei incaricarono Brahma di comporre il V Veda, che doveva guarire i mali e recare diletto sia agli occhi che alle orecchie di tutti gli uomini. Questo Veda, perciò, era dedicato a tutti, senza distinzione di casta e, quindi, a differenza dei quattro Veda precedenti, doveva essere accessibile anche agli shudra.
Il Sommo Essere fece questa riflessione: “Devo comporre un quinto veda, intitolato il Natyaveda, in armonia con le leggende (itihasa) che condurrà al rispetto delle leggi (dharma), al conseguimento delle ricchezze (artha) e del piacere (kama); sarà una collezione di massime e saggi consigli; servirà come guida per tutte le azioni delle generazioni future; sarà arricchito con gli insegnamenti di tutti i trattati autorevoli (shastra) e presenterà ogni tipo di arte e mestiere.
(…) Prese la recitazione (pathyam) dal Rigveda, il canto (gitam) dal Sama, la gestualità teatrale (abhinaya) dallo Yajurveda e il sentimento (rasa) dall’Atharvaveda. Fu così creato il Natyaveda, connesso con i Veda e gli Upaveda, dal Dio Brahma che è onniscente” (Natyashastra, I, 14-18).
Questo per dire che mentre il Dio cristiano, disgustato dallo stato di degrado in cui l’uomo si era ridotto, scaraventava su di esso il Diluvio Universale, gli Dei indiani gli regalavano il teatro come fonte di pace e conoscenza e lo aiutavano a elevare il proprio spirito. Data l’importanza di queste regole, esse sono le uniche accessibili a tutti, prescindendo dalla casta.
In questo contesto si può facilmente comprendere come qualcuno, già molto prima della nascita di Cristo, avesse compreso il valore sociale, pedagogico e pacificatore del teatro. In realtà, leggendo a fondo queste righe, se ne scopre anche l’assoluto valore che trascende le culture locali.
Sì, perché uno degli aspetti più affascinanti del teatro è che esso può essere al contempo estremamente locale, ovvero radicato nel proprio territorio, e internazionale.
Possiamo andare a teatro a vedere un qualche nostro amico declamare Shakespeare, inglese, con accento bolognese, oppure godere di un attore inglese che cita Baricco senza pronunciare neanche una “erre”.
Ma non è solo questo: il valore interculturale del teatro ha proprio il vantaggio di portare il contenuto delle nostre piccole realtà sul piano più vasto che l’internazionalità comporta, lasciandosi contaminare dalla stessa senza perdere la propria peculiarità.
In questo ambito Micaela Casalboni lavora da anni, percorrendo in lungo e in largo tutta l’Europa e il bacino del Mediterraneo.

Micaela Casalboni in Liberata

Un termine che ricorre spesso quando si parla di teatro e di inclusione è “linguaggio”: che lavoro si fa intorno al linguaggio, soprattutto quando si parla di interculturalità?
Per uno dei nostri progetti teatrali internazionali e interculturali, “Esodi” (laboratorio che ogni anno coinvolge una cinquantina di ragazzi e ragazze da tutto il mondo, Italia compresa), collaboriamo con il sito www.ilgirovago.com che ha come suo motto: “Raccontare l’incontro significa moltiplicare i punti di vista e di conseguenza i linguaggi.” Quando si lavora o si gioca o insomma in qualche modo si entra in relazione con persone diverse da noi per formazione, esperienza o cultura, bisogna uscire dalla propria zona comoda perché per linguaggio non si intende solo la lingua parlata o scritta, c’è un costrutto sociale molto complesso anche dietro il linguaggio del corpo e la prossemica; essi rispondono a una grammatica locale propria con cui bisogna mettersi in discussione. In questo senso il teatro diventa uno strumento molto utile, al punto che si può dare una nuova definizione di teatro stesso: esso è una sorta di “terzo spazio”, per citare Simona Bodo, una zona nella quale ci sono persone che non si conoscono ed esso diventa strumento di relazione in cui non è solo il linguaggio verbale a parlare, ma anche quello corporeo e spaziale. In questo contesto la dimensione del gioco diventa fondamentale, non è un caso se in molte altre lingue si usa lo stesso termine per indicare l’azione di giocare e recitare (ad esempio in inglese è “to play”). Come non mi stancherò mai di ripetere, la diversità è un valore e il nostro spettacolo ha bisogno nella sua essenza del contributo di tutti come giocatori. In questo modo il teatro diventa una lingua franca che nessuno parla, ma che tutti parlano. Si inventa una nuova forma di comunicazione finalizzata al momento creativo.

Esodi

Hai viaggiato moltissimo conoscendo realtà molto diverse: come ci si abitua a metodi di lavoro differenti? C’è qualcosa di cui non si può fare a meno per approcciare a questo tipo di crescita?
Spesso all’estero lavoriamo come registi o guide in laboratori teatrali, spesso portando ciò che sappiamo, ma anche andando a imparare da altri, dunque in un’ottica di scambio. La bellezza sta proprio nella sfida ad uscire dalla zona di confort, e imparare quanti più metodi possibile, perché tutto concorre a creare lo spettacolo. Si lavora negli ambienti più disparati, dal degrado delle periferie più povere del bacino del Mediterraneo, all’ambiente puramente accademico degli studiosi del settore. Quando lavori con altri artisti e studiosi, hai delle possibilità di crescita personale in uno scambio che diventa infinito. Nel momento in cui decidi di non fare quel teatro tradizionale imparato all’accademia, o non solo, scopri che il teatro stesso diventa strumento per modificare il metodo, e ti dà la possibilità di crescere. Quello di cui non si può fare a meno è la curiosità. Il mondo è così vasto…

Tessuti aerei all’ITC

L’immigrazione in Italia sembra venir percepita soltanto tramite due visioni contrapposte e spesso in conflitto: una piaga da combattere o una risorsa. Il teatro come si pone in questo aspro dibattito?
Il discorso è molto complesso e uno dei problemi sta proprio nei tentativi di eccessiva semplificazione che si sentono nei vecchi e nuovi media e dalle persone. Nella nostra, piccola, esperienza, la diversità è sempre stata una risorsa, perché persone diverse portano risorse diverse: differenti punti di vista, danze che vengono da lontano, persone (artisti o non artisti) con un passato del tutto peculiare. Il che non significa che il dialogo sia sempre facile, perché non lo è mai. Sicuramente, il teatro, le arti, la cultura in generale potrebbero diventare risorse per gli Stati che accolgono migranti, perché gli strumenti della cultura possono essere alleati del dialogo e di un’accoglienza fruttuosa. Questo l’Europa della cultura l’ha capito da tempo, inserendo nelle linee guida di diversi bandi il dialogo interculturale come obiettivo di progetti finanziati. A livello di politiche dell’immigrazione e degli Stati membri, però, è tutto un altro discorso.

Lavorare con i rifugiati significa spesso ritrovarsi, al di là del differente background culturale, di fronte a storie drammatiche. Come ci si scrolla di dosso il dramma prima di dormire dopo una giornata passata ad affrontare queste storie? Come si affronta il carico emotivo?
Quando lavori con persone traumatizzate, la prima cosa da tener presente è quella di non usare mai le loro storie ai fini di spettacolarizzarle, sarebbe una nuova violenza. Come dicevo prima, il nostro modo di fare attività teatrale con non professionisti ha molto a che fare col gioco e con il lavoro di gruppo, e in questo senso il lavoro può essere in se stesso un modo per trovare sollievo, le storie vengono comunque fuori, ma in modo meno diretto, dietro i giochi e le maschere figurativamente indossate nel nostro terzo spazio. In questo senso sono fortunata rispetto a chi lavora direttamente nei campi o nei centri di accoglienza, anche se nell’empatia del lavoro teatrale passa ogni emozione e la sofferenza è sicuramente una di queste.

Teatro, rifugiati e aziende. So che state sviluppando un progetto affinché l’inclusione possa avvenire anche in un campo strettamente produttivo. In cosa consiste?
Lavoriamo a un progetto nel programma Erasmus Plus, chiamato The Promised Land, che sarà uno scambio culturale con alcuni partner: una compagnia teatrale inglese con un’impronta simile alla nostra, gli attori, registi ed educatori di Border Crossings; alcuni studiosi dell’Università di Adana, in Turchia, che lavora su quello che viene definito Quoziente Culturale e poi nei campi con i profughi siriani; la città di Oldenburg con i suoi musei; e IC2 Consulting di Tolosa, un’azienda che lavora nel business per integrare migranti e rifugiati nelle aziende. Nella stragrande maggioranza dei casi i rifugiati avevano competenze lavorative specifiche, prima che la guerra rovesciasse le loro vite e le loro famiglie. Inoltre un background culturale diverso dal nostro può essere utile nella risoluzione dei problemi, perché li affronta da nuovi punti di vista. Vorrei, a tal proposito citare un aneddoto: tempo fa un colosso alimentare italiano, in collaborazione con UNHCR ha organizzato un convegno tra i dirigenti di tutte le sue filiali sul problema della scarsità di risorse, e quindi dei rifugiati climatici. UNHCR, durante il coffee break aveva allestito il buffet come un campo profughi e invece del solito rinfresco, veniva distribuito il pappone di riso e l’acqua depurata che vengono distribuiti nei campi attualmente. Abbiamo fatto una performance teatrale con i nostri ragazzi di Esodi e quest’anno la stessa azienda assumerà dei rifugiati e farà dei percorsi per facilitarne l’integrazione. Sono pochi canali e la strada non è facile, ma sono in crescita.

Tra le varie attività del Teatro dell’Argine c’era la Compagnia dei Rifugiati. Ci vuoi parlare di loro?
Adesso è una compagnia indipendente, che si chiama Cantieri Meticci ed è un’associazione culturale. Sono un po’ dei figli nostri e spesso collaboriamo ancora. Come tutte le compagini di questo tipo, era molto eterogenea e caratterizzata da una fortissima mobilità che nasce dalle problematiche più contingenti. Abbiamo realizzato molti spettacoli con loro tra il 2005 e il 2013. Dallo stesso spirito della Compagnia dei Rifugiati, ma con il desiderio di coinvolgere i più giovani, è nato il progetto Esodi, con ragazzi dai 15 ai 25 anni, da tutto il mondo, Italia compresa. Questo perché il lavoro coi più giovani per noi è sempre stato importantissimo e anche per andare incontro ai ragazzi che arrivano qui soli e dare il nostro contributo anche alle esigenze di integrazione dei bambini non accompagnati. La cosa importante è che non siano mai gruppi ghetto, ma che ci siano sempre ragazzi con formazioni le più eterogenee possibile.

La Compagnia dei Rifugiati (ora Cantieri Meticci)

Smirne, Odessa, Helsinki. Tutte città che hai toccato negli ultimi mesi per lavorare a questi progetti internazionali. Ce ne vuoi parlare?
Sono tre città diversissime eppure tutte accomunate dall’essere sul mare, la culla di tutti noi.
Odessa, sul Mar Nero, è bellissima, mi è sembrata un incrocio tra la vecchia Russia e Palermo: questi antichi palazzi sul mare. È una città molto emozionante, è un posto fuori dal tempo, eppure brulicante di vita.
Smirne, sul Mar Egeo, è incredibile, per quanto è moderna e laica, sembra più europea, è viva, molto giovane. Diversa da quello che ti aspetti.
Helsinki, sul Mar Baltico, è una capitale europea, con gusto nordico: venendo da Smirne, si nota il silenzio e il verde.

“Tandem” è un progetto di respiro davvero internazionale: vuoi spiegare ai lettori in cosa consiste?
È un programma che ha come obiettivo di far lavorare insieme un’organizzazione artistica e culturale europea con un’omologa non europea: ci sono Tandem Shaml che crea un ponte col mondo arabo, Tandem Ukraina e Tandem Turchia, due luoghi con democrazie in fase di evoluzione politica e sociale. Il programma è uguale per tutti e tre i progetti: dopo un periodo conoscitivo, scegli un partner e presenti un piano di lavoro artistico, non necessariamente solo teatrale, che prevede obbligatoriamente uno scambio di due settimane tra le parti.

Tandem Turkey

“Erasmus Plus” è un progetto differente. Su quali basi si lavora?
È un programma europeo che sostiene per lo più progetti di formazione e autoformazione e di apprendimento per tutta la vita. Secondo la teoria per cui non si smette mai di imparare e, contestualmente, di insegnare. In alcuni settori specifici del nostro lavoro possiamo imparare da altri partner e insegnare ad altri partner. Per questo presto lavoreremo con gli inglesi di BorderCrossings.

Progetti futuri?
“Esodi” sarà alla sua quarta edizione con uno spettacolo che partirà dal mito della torre di Babele, e con UNHCR stiamo realizzando un progetto pilota nel nostro territorio,“Acting Together #WithRefugees”, che speriamo di esportare nel resto di Italia. In esso cercheremo di lavorare, con gli strumenti del teatro e della cultura, insieme a ragazzi dai 15 ai 25 anni nei centri di prima e seconda accoglienza.

Il finale, ormai lo conosci: voglio un aneddoto divertente.
Nel corso della prima edizione di Esodi, chiedevamo ai ragazzi e alle ragazze di fare delle improvvisazioni immaginando di essere il personale di un grande albergo, l’Hotel Europa, apparentemente molto accogliente, molto sorridente, molto ossequioso, in realtà respingente. Una metafora di come spesso l’Europa appare, se guardiamo ai suoi principi fondatori e ai suoi documenti sui diritti, e come poi invece si rivela essere nel concreto nelle politiche sull’immigrazione dei suoi Stati membri. Ecco, i ragazzi hanno creato situazioni divertentissime: camerieri che non parlano la lingua di chi accolgono, ma lo assalgono con mille premure, una facendogli la manicure, mentre l’altro lo pettina, mentre un altro gli dà da mangiare, salvo poi alla fine sbatterlo di nuovo fuori sulla strada. Insomma, si può parlare di certe cose anche con un codice da commedia.

Grazie Micaela, questa chiacchierata è stata davvero importante.
Ora, di fronte a tutto ciò, mi domando: possiamo fare a meno del Teatro?

Io no di certo! Anche se è molto dura, a volte, fare questo mestiere nel nostro Paese di questi tempi. Spero che sempre di più il teatro, la cultura in generale, diventi una parte costante della vita di sempre più persone. È divertente, fa bene, ci fa stare insieme. Bello, no?

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