Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Il teatro d’inclusione – Parte seconda: il valore aggiunto della disabilità

Come anticipato, ecco la seconda parte del progetto di Velia dedicato al “teatro dell’inclusione”. In questo articolo viene affrontato in particolare il tema del teatro come trait d’union con persone con diverse disabilità e come rivelatore delle talvolta nascoste abilità di ciascuno di noi. Questo attraverso la “viva voce” di Micaela Casalboni, presentata nell’articolo precedente.
Che dire? Grazie Velia per questo tuo importante contributo e a tutti buona lettura!

*****************

Tutti noi abbiamo presente la storia di Patch Adams, padre della clown terapia. Le sue idee olistiche di cura sono ora riconosciute per la loro validità in tutto il mondo scientifico e all’ingresso dell’ospedale da lui fondato sono incise queste parole:

« Per noi guarire non è solo prescrivere medicine e terapie,
ma lavorare insieme condividendo tutto in uno spirito di gioia e cooperazione.
La salute si basa sulla felicità –
dall’abbracciarsi e fare il pagliaccio al trovare la gioia nella famiglia e negli amici,
la soddisfazione nel lavoro e l’estasi nella natura delle arti»

Le Parole e la Città

Nel mio personale percorso umano, nel 2013 mi sono trovata a partecipare alla creazione di uno spettacolo, Le Parole e la Città, che la Compagnia del Teatro dell’Argine ha messo in scena nel 2014 lungo il comune di San Lazzaro, con diverse incursioni anche a Bologna, per parlare di teatro e società civile. È stato un evento di grandi proporzioni che ha coinvolto centinaia di persone diventate attori, figuranti in quanto cittadini.
Durante l’allestimento dei canovacci, diverse organizzazioni hanno preparato alcuni abbecedari che sono poi diventati la base della struttura dell’intero evento.
Tra questi ricordo ancora le parole dette da un ragazzo proveniente dalla “Casa Dei Risvegli Luca De Nigris”:

«C come Cecchino, il destino che decide chi colpire.»

La “Casa dei Risvegli Luca De Nigris”

Questa è stata una frase che mi ha colpito molto: possono bastare pochi decimi di secondo per passare dall’essere una persona “normale” con una vita banale, al trovarsi disabile.
La “Casa dei Risvegli Luca De Nigris” è un percorso verso la domiciliarità e prepara all’assunzione delle funzioni di “care giver” dopo la dimissione. A tal fine è caratterizzata da 10 moduli abitativi autonomi, minialloggi con spazi giorno e notte, integrati da spazi comuni di soggiorno, attività di socializzazione, attività di comunità, laboratori e sale terapeutiche.
Il setting è riabilitativo e rivolto a pazienti in condizioni di bassa responsività protratta o a lento recupero che necessitano di un programma di riabilitazione globale, misurabile in mesi, al fine di massimizzare il recupero funzionale, ridurre i costi dell’assistenza a lungo termine e consentire una restituzione al domicilio.
I pazienti eligibili sono persone con Stato Vegetativo, Stato di Minima Coscienza, Sindrome Locked-in, Grave disabilità a lento recupero, con almeno 14 anni di età, con rischio di instabilità clinica ridotto e con un potenziale di recupero. In questi termini, la “Casa dei Risvegli Luca De Nigris” è una struttura innovativa dedicata alla riabilitazione, formazione e ricerca.
Tra i vari percorsi che questa struttura promuove c’è, guarda caso, un Laboratorio Teatrale.
Esso è aperto a giovani con esiti di coma già rientrati a domicilio che, attraverso questa proposta,vengono aiutati a riscoprire la propria identità, a migliorare le capacità relazionali, a risocializzare e acquisire una consapevolezza delle proprie capacità. Il gruppo è costituito anche da volontari preparati e motivati che svolgono la funzione di attori in affiancamento ai giovani con difficoltà di movimento/comunicazione verbale/controllo emotivo o altro.

Il nostro primo incontro con Micaela Casalboni parte proprio da qui, dalla “Casa di Risvegli”, con cui il Teatro dell’Argine collabora da tempo.

Ciao Micaela, io finora ho speso litri d’inchiostro per parlare del valore del teatro nella società, ma esattamente cosa s’intende per “teatro d’inclusione”?
È difficile darne una definizione univoca. Diciamo che il teatro ha in se stesso caratteristiche, pratiche e metodologie che facilitano lo stare insieme. La nostra esperienza di compagnia è molto in relazione con la sua comunità di riferimento,questo lo abbiamo scoperto e riscoperto continuamente negli anni. Ed è questo aspetto che può aiutare il percorso di chi all’interno di una società è ai margini a esserne incluso. Quindi, in un certo senso, fare teatro ha nell’atto stesso il potere di includere; queste non sono attività che creano separazione ma relazione.

Teatro d’inclusione, come teatro aperto. È parte fondante della città, fatto da cittadini per altri cittadini, un servizio necessario come una scuola, un ufficio pubblico o un’infrastruttura. In questo senso, come la disabilità di chi “fornisce teatro” o “riceve teatro” diviene un valore aggiunto?
Per chi fa teatro la diversità in genere è un valore aggiunto; in questo senso anche quello che fuori dal palcoscenico può essere disabilità, sotto i riflettori diventa ricchezza. Vedi, a meno di non voler portare in scena “I ragazzi venuti dal Brasile”, avere sul palcoscenico dodici ragazzi tutti uguali non ha alcun senso. In teatro, che ci sia un testo oppure no, sono sempre i corpi a parlare, e possono diventare poesia proprio grazie alle loro diverse caratteristiche, età, forme.
Ma non è solo questo. Oltre al corpo c’è anche, e soprattutto, la testa pensante che aiuta il regista nella fase creativa delle prove. Durante la stesura del testo l’attore che ha un percorso di vita molto intenso porta un valore in più.
Posso ricordare, per esempio, l’ironia mostrata dagli Amici di Luca, che diventa spiazzante e ti porta a metterti in discussione e ti sfida a uscire dalla zona di confort a vantaggio dello spettacolo stesso.

Leggendo il programma della Casa Dei Risvegli si nota bene come il teatro possa essere terapia, non solo psichica, ma anche motoria. In cosa consiste? A che tipo di disabilità ci si può rivolgere, oltre quella di cui si è già parlato?
Nel nostro caso non parliamo di “teatro terapia” perché questa attività particolare ha come fine la terapia e richiede una preparazione medica specifica. Noi siamo artisti, il nostro fine è fare arte e cercare il “bello”. Questa distinzione è molto importante, bisogna prestare molta attenzione a non improvvisarsi “terapeuti”, e lavorare ciascuno secondo le proprie competenze.
Proprio per questo spesso noi ci facciamo coadiuvare o coadiuviamo esperti portando gli strumenti della nostra arte e in questo lavoro la parola chiave diventa “spazio fluido”, in cui può esserci e deve esserci la possibilità di adattarsi alle varie esigenze. Perché il riscaldamento deve essere diverso così come lo spettacolo a seconda delle esigenze. Per esempio, ci sono persone che necessitano di un operatore costantemente e allora bisogna studiare un ruolo anche per il terapista e considerare i due come una coppia sul palcoscenico, altre persone hanno problemi di memoria e quindi necessitano di un ruolo che li aiuti ecc…
Le soluzioni devono essere tante quante sono le diversità presenti nella compagnia. Comprese quelle dei cosiddetti “normodotati”.

Voi collaborate anche con diversi enti e organizzazioni: che tipo di lavoro svolgete nello specifico?
Oltre agli Amici di Luca, di cui abbiamo già parlato, lavoriamo con tante altre associazioni.
Con il Centro Documentazione Handicap abbiamo in svolgimento due progetti: Cultura Libera Tutti, che consiste nell’andare nelle scuole con educatori disabili e non disabili per aiutare i bambini a interagire con persone diverse, senza ipocrisie in modo costruttivo, e Quinta Parete, che consiste nel portare persone con disabilità a teatro come spettatori e critici: in questo caso cerchiamo di rompere il tabù per cui, spesso, a una persona affetta da disabilità viene proposto uno spettacolo per bambini. E molto spesso le loro critiche sono interessanti, figlie di una sensibilità non convenzionale.
Il Centro 21 è un centro diurno per ragazzi con disabilità anche gravi con cui facciamo il classico corso di recitazione.
Con le persone non udenti di AGFA-FIADDA sovra titoliamo alcuni spettacoli in modo da poter rendere accessibile anche a loro la messa in scena e facciamo laboratori con bimbi audiolesi insieme a bambini normodotati, questo anche grazie all’ITC Lab che ha caratteristiche particolari che ci permettono di fare questo tipo di lavoro.
E poi ci sono naturalmente i servizi sociali del Comune di San Lazzaro, le scuole dell’area metropolitana con cui realizziamo diversi progetti e altre associazioni sul territorio che seguono questi e altri tipi di fragilità (persone anziane, migranti o richiedenti asilo e così via).

Lavorare con persone affette da disabilità può richiedere strutture specifiche: in cosa consiste la nuova tensostruttura appena inaugurata?
L’ITC Lab è, di fatto, un tendone da circo. Questo significa che è assolutamente privo di barriere architettoniche, oltre quanto richiesto dalla legge vigente, non ha spigoli, ha le quinte totalmente mobili e gli spazi intorno al palcoscenico centrale sono abbastanza grandi, perciò è studiato apposta per questo tipo di laboratori e spettacoli. Questo ci permetterà di incrementare ancora la nostra attività.

Quindi nell’ITCLab si torna un po’ anche al concetto di “teatro aperto” come luogo pronto ad accogliere chiunque, ben lontani dall’idea di teatro fatto di stucchi in cui è di rigore l’abito elegante…
Sì, il nostro sogno è quello di costruire uno spazio aperto a tutti, una sorta di piazza coperta, che possa diventare un centro ricreativo, artistico, dove poter passare dal teatro circo al ballo da sala, dove tutti possano sentirsi a casa.

Una struttura del genere richiede una cospicua spesa per essere approntata e voi avete lanciato un crowdfunding per terminare la struttura che ricoprirà neanche il 10% del costo totale. Un modo per permettere a tutti i cittadini che ne usufruiranno di pensare “è un po’ anche mio”. Anche in questo si esprime l’idea di “teatro nella città”?
Sì, tra l’altro abbiamo avuto una risposta bellissima, al punto che un primo obiettivo è stato raggiunto e adesso stiamo continuando a raccogliere fondi per fare nuove borse di studio, per chi ha disabilità o non se lo può permettere. È capitato spesso che ce lo chiedessero, e abbiamo già delle borse di studio a questo fine, ora potremo ampliare il numero delle persone aiutate e la qualità dell’aiuto. In questo sono stati nostri partner fondamentali il Comune di San Lazzaro di Savena e la Fondazione Divo Bartolini, che hanno sostenuto la creazione dell’ITC Lab e anche molte delle sue attività. Quello spazio, ubicato all’interno del giardino dell’ITC Teatro, è già diventato un punto di interesse in cui le persone si fermano a sbirciare. Tra il tendone dell’ITCLab, il vecchio autobus adibito a Teatrobus, dove teniamo i nostri famosi “aperitivo con il critico” prima degli spettacoli, e il teatro vero e proprio, abbiamo creato un luogo particolare che suscita curiosità e interesse. Tra noi lo chiamiamo il “quartierino della felicità”.

ITCLab

Che genere di spettacoli saranno rappresentati in ITC Lab?
Beh, i generi saranno i più disparati, sicuramente avremo l’opportunità, finalmente, di mettere in scena cose più “fisiche”. Adesso che abbiamo la struttura la sfrutteremo per fare spettacoli di teatro circo, di tessuti aerei, e prosa con molta gente in scena. Ci sarà da divertirsi e divertire!

Un’ultima domanda leggera: vogliamo un aneddoto divertente a proposito di questa attività.
La prima volta che andammo alla “Casa Dei Risvegli” eravamo un po’ titubanti. In particolare era teso il nostro regista Nicola Bonazzi che non sapeva come approcciarsi. Ci stavamo ancora stringendo le mani quando G., ospite della casa, gli si è avvicinato e gli ha raccontato la sua storia “Cioè, noi eravamo in macchina e abbiamo incontrato una famiglia di platani. Abbiamo schivato Mamma Platano, abbiamo schivato Babbo Platano, ma oh, con Figlio Platano, non ci siamo riusciti e abbiamo dovuto abbracciarlo a tutti i costi!”. Quel giorno abbiamo scoperto che molte nostre timidezze erano solo pregiudizi perché i ragazzi della Casa dei Risvegli non solo non avevano problemi a parlare delle loro storie, ma lo facevano anche con molta ironia!

Per ora ringrazio Micaela e vi rimando al prossimo articolo in cui parleremo di teatro e interculturalità.

(Chi desidera sostenere il progetto dell’ITCLab può aderire al crowdfunding cliccando sul seguente link https://www.ideaginger.it/progetti/itc-lab-c-e-niente-di-piu-triste-di-un-circo-vuoto.html#tab_progetto )

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