Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

I versi di Puškin e le coreografie di Cranko per un “Onegin” sempre affascinante e palpitante

Con le parole di Eleonora riviviamo ancora una volta le atmosfere dello splendido Onegin messo in scena dal Teatro Alla Scala e che ha visto come protagonisti, nella recita di apertura, Marianela Nunez e Roberto Bolle.

Cos’è che vi porta
Ai miei piedi?
Potevamo essere felici…
Per un nulla così è andata.

E ora, vi prego,
Mi dovete lasciar stare.
Sì lo so, siete orgoglioso,
Ed è onesto il vostro cuore.
V’amo, non lo negherò,
Ma m’han data ad un altro, e sempre
Io fedele a lui sarò

Nella danza dire Onegin equivale a dire Cranko, genio coreografico, unico ad aver tradotto in danza il capolavoro poetico di Alexander Puškin.
Un balletto, quello di Onegin, che ha avuto una creazione travagliata iniziata nel 1952, quando Cranko ebbe l’incarico di realizzarlo per il Sadler’s Wells Opera (Royal Ballet) di Londra, il teatro che lo aveva formato artisticamente.
Il progetto fu però presto abbandonato perché considerato irrispettoso trasporre in danza i versi del grande poeta russo.
L’idea sarà ripresa da Cranko solo nel 1962 quando, ormai divenuto direttore del balletto di Stoccarda e dopo il successo del suo Romeo e Giulietta, egli si sentirà pronto ad affrontare questa sfida che andrà in scena per la prima volta a Stoccarda nel 1965.
Il balletto, nonostante il grande successo, sarà rivisitato dal coreografo per arrivare alla versione definitiva (quella attuale) rappresentata a New York nel 1969 su musica di Tchajkovskij, ma non quella dell’opera bensì un ensemble di pezzi pianistici, sinfonici ed operistici selezionati, montati e riorchestrati dal compositore Kurt-Heinz Stolze, incaricato dallo stesso coreografo di musicare il suo balletto.
Il linguaggio coreografico di Cranko è particolare non tanto per lo stile tecnico, che comunque rimane classico o neoclassico (frutto ed influenza della scuola inglese in cui si era formato che faceva capo a Ninette de Valois ed a Frederick Ashton e da cui eredita – come definita dallo scomparso Poesio nel programma di sala “quella fluidità coreografico/narrativa che non si arresta mai per dare spazio a superficiali dimostrazioni di bravura tecnica.”), quanto per i gesti che introduce di volta in volta e che tendono a caratterizzare un personaggio o a sottolineare un momento importante della storia. Gesti che non sono sicuramente di sua invenzione, ma innovativi per l’uso che Cranko ne fa.
Quello che alla fine colpisce e che rimane nel ricordo del pubblico non è tanto la coreografia in sé e per sé o i singoli passi, quanto il vissuto interiore, l’umano sentire, i sentimenti, passioni e odi che vivono e provano sul palco i personaggi e i ballerini che li interpretano.
Ecco che, come dichiarava Georgette Tsinguirides, storica coreologa dello Stuttgart Ballet e custode dell’eredità artistica di Cranko, “…..John era un incredibile essere umano e quello che amava era coreografare sull’essere umano, non sul danzatore”.
Anche e, soprattutto, in Onegin sono evidenti, fin dalle prime battute, questi elementi così “intimistici” e personali.
Ad apertura di sipario siamo nel giardino dei Larin.
Cranko quindi sceglie di saltare i capitoli introduttivi, in cui Puškin descrive il mondo altolocato russo, la storia di Onegin, di come il padre abbia dissolto, con la bella vita, tutto il patrimonio e di come solo l’eredità di uno zio gli sia venuta provvidenzialmente in soccorso ma anche i gusti, le passioni, la parte più intima del nostro protagonista, per entrare subito nel vivo della storia.
Vediamo dunque le due sorelle Larin intente a trascorrere ore piacevoli nel giardino di casa.
Ol’ga, spensierata e piena di vita: scherza, salta, danza
Sempre allegra come l’alba,
Dolce come il primo bacio,
Occhi azzurri come il cielo,
E il sorriso, e i biondi riccioli
Voce, corpo, portamento.
Tat’jana, posata, timida e pensierosa: immersa nelle sue letture, in quel mondo di carta e parole spesso più reale della stessa realtà
Su sé non attirava,
Sguardi, come la sorella,
Per bellezza o esuberanza.
Schiva, triste, cheta, timida
Non sapeva far moine,
Da bambina non giocava,
Né saltava assieme agli altri;
Tutto il giorno spesso stava,
Zitta e sola alla finestra,
La pensosità, sua amica
Fin dai giorni della culla,
Molto presto amò i romanzi:
Tutto essi erano per lei.

Marianela Nunez, le prove (ph. Teatro Alla Scala)

In pochi gesti e con poche scene coreografiche, Cranko ha già delineato le due sorelle e il loro mondo, proprio come le descrive Puškin nei suoi versi.
Un mondo in cui gravita anche la madre, vedova, estremamente preoccupata di dare un “buon futuro” alle figlie.
E proprio su questo “buon futuro”, Ol’ga e Tat’jana interrogano lo specchio.
Alla prima compare Lenskij
Ricco e bello, è accolto ovunque
Lenskij come un fidanzato;
…lui amava come adesso
Più non usa; come solo
È destino che ami ancora
La folle anima d’un poeta

Alla seconda, invece, Evgenij.
Infatti, appena entrato in scena il protagonista Onegin e fin dai suoi primi passi, sullo sfondo, mentre si guarda attorno e prima ancora di qualsiasi gesto coreografico, è come se i versi di Puškin si materializzassero, sembra quasi di sentirli declamare:
…Ecco libero il mio Onegin:
Pettinato au dernier cri,
Abbigliato come un dandy…
Balla a tempo di mazurka;
Sa inchinarsi disinvolto.

Fatte quindi le dovute presentazioni, i due si intrattengono con le figlie, la madre e altri ospiti.
Fin da subito è evidente la differenza di classe di Onegin rispetto a quella dei Larin.
Lui, abituato al bel mondo pietroburghese, in quella dimensione semplice e limitata, si annoia.
Un incanto era il villaggio
Dove Eugenio s’annoiava…
Ma al mio amico d’altra parte
Importava poco o niente:
Sbadigliava indifferente,
così come è evidente quanto l’amico Lenskij sia invece felice, sognante e innamorato della vita e, ancor più, di Ol’ga
… preso ancor fanciullo,
D’amorosi affanni ignaro,
Era stato il testimone
Dei suoi svaghi di bambina;
Con lei all’ombra delle querce
Ogni gioco divideva,
E già sposi li facevano…
Era stata il primo sogno
Dei suoi slanci di ragazzo:
Per lei emise il primo gemito
La zampogna del poeta.
Ecco che mentre Onegin e Tat’jana si allontanano per una passeggiata nel giardino, Lenskij si abbandona ad un assolo tutto dedicato alla sua amata.
Un emozionatissimo Timofej Andriashenko ci ha regalato un bell’assolo in cui è risultato evidente il suo talento, anche se le difficoltà tecniche non hanno certo reso facile smorzare la sua emozione. Qualche sbavatura infatti c’è stata ma è stata subito archiviata da una bella esibizione nel successivo pdd con Ol’ga, impersonata da una splendida Alessandra Vassallo, e in cui i due hanno dato vita a una danza piena di amore, idillio e poesia.

Alessandra Vassallo e Timofej Andrijashenko

Dopo il cambio di scena, eccoci arrivati al famoso pdd del libro.
Onegin e Tat’jana passeggiano in giardino, lontano dagli altri.
Guardandoli sono subito evidenti i loro tratti distintivi, almeno in questa prima fase del balletto. Lei, timida, con negli occhi un’aria trasognante, emozionata nel trovarsi da sola con un uomo. Lui, così annoiato, passeggia con Tat’jana in modo gentile e ossequioso, ma di fatto è come se passeggiasse da solo con i suoi pensieri.
Abituato ad avere donne dell’alta società, è sostanzialmente indifferente verso Tat’jana, anche quando le prende il libro dalla mano, per poi tradire col volto un’espressione di sufficienza, visto lo scarso valore del testo, salvo poi tornare nuovamente a passeggiare con lei prendendola a braccetto.

Marianela Nunez e Roberto Bolle (ph. Teatro Alla Scala)

Il pdd che ne segue è semplicemente geniale.
Cranko, prendendo spunto dalle parole di Puškin, che descrivono Onegin come un uomo “Istruito, ma un po’ snob”, disincantato della vita ed eccelso nella «… scienza Della tenera passione, Quale Ovidio la cantò … Che occupata gli teneva Tutto il giorno la sua noia Malinconica», costruisce visivamente, con un gesto semplice, come il dorso della mano poggiato sulla fronte, e con due o tre passi ripetuti in sequenza, l’essenza più intima di Onegin, il suo essere così egocentrico, preso da se stesso, annoiato, abituato ad avere tutto ciò che vuole.
È anche per questo che non può certo considerare Tat’jana una ragazza interessante e desiderabile.
E così, con lo sguardo alto rivolto verso un orizzonte del tutto personale, lasciando indietro inconsapevolmente Tat’jana, ecco che Onegin inizia a danzare da solo, una serie di relevés, arabesques, double tour, chainé e pirouettes che si concludono con una quinta posizione croisée raccolta verso il basso, emblematico del suo sentimento di chiusura al mondo esterno e capace, insieme al resto della sequenza, di esprimere al meglio la sua essenza, la sua infelicità profonda, il suo egocentrismo che lo portano obbligatoriamente ad abbandonarsi ai suoi pensieri, salvo poi ricordarsi di Tat’jana e ballare con lei qualche passo tornando poi, nuovamente e inesorabilmente, a danzare in solitario.

Marianela Nunez e Roberto Bolle al termine dell’ultimo, struggente passo a due

Il brano scelto è il Notturno n. 4 da Sei pezzi per pianoforte Op. 19, che sottolinea alla perfezione questi due momenti contrapposti. È più intima e malinconica quando Onegin danza da solo e diventa improvvisamente cantabile e gioiosa quando Eugenio torna a danzare con Ol’ga.
Bolle in questa scena è davvero l’essenza di Onegin fatta persona. Risulta evidente la maturazione da lui raggiunta in questo ruolo, capace di enfatizzare i punti essenziali più interpretativi di questo pdd che rappresenta a tutto tondo il personaggio di Onegin.
E, in tutto questo, Tat’jana cosa fa?
Guarda quell’uomo così bello, affascinante, e al tempo stesso ombroso, solitario, assorto nei suoi pensieri e inevitabilmente, ahimè, se ne innamora perdutamente….
Ah Tat’jana, mia Tat’jana!
Con te piango, ora che hai messo
La tua sorte nelle mani
D’un tiranno oggi di moda.
Perirai, cara; ma prima,
Accecata di speranza,
Chiamerai un’oscura gioia;
Sì, la voluttà di vivere
Conoscerai, berrai il magico
Filtro dei desideri.
Sul finire del I atto, col cambio di scena, siamo in camera di Tat’jana che si sta preparando, aiutata dalla balia, per andare a dormire.
La ragazza realizza solo in quel momento cosa è accaduto poche ore prima in giardino: qualcosa dentro di lei è cambiato, un sentimento si è fatto strada nel suo cuore «”Sono innamorata” mormora di nuovo mestamente… “Sono innamorata”».
Rimasta sola decide di scrivere una lettera a quell’uomo che per la prima volta le sta facendo provare il sentimento dell’amore e così, prese carta e penna, inizia:
Io vi scrivo – che altro più?
Cosa posso dire ancora? …
Non volevo dirvi niente;
… Se speranza avessi avuto
Di vedervi qua da noi,
Anche solo raramente,
Anche un giorno a settimana:
Ascoltarvi conversare,
Dirvi solo una parola,
E pensare poi, pensare
Giorno e notte sempre a quello,
Fino al successivo incontro.
Siete, dicono, un misantropo;
V’annoiate in questa landa,
E noi…certo, non brilliamo …
Ma perché siete venuto?
… Non avrei mai conosciuto
Voi, né questo amaro strazio.
E col tempo avrei, …
Chissà, un altro avrei trovato
Un altro!…No, a nessuno
Avrei dato mai il mio cuore!
… io sono tua;
… Il mio angelo custode
Tu sarai fino alla tomba…
Tu apparivi nei miei sogni,

Presi un colpo quando entrasti,
Mi dissi: “Eccolo!”, e avvampai.
Non sei tu, dolce visione,
Che nel terso buio riluci
E t’accosti al mio guanciale?
Che amoroso mi consoli
Sussurrandomi parole
Di speranza? Chi tu sia,
Il mio angelo custode
O un astuto tentatore,
Ora dissipa i miei dubbi.
Forse tutto questo è inutile,
L’illusione d’un’ingenua!
La cui sorte è ben diversa…
E sia pure!

T’aspetto: un solo sguardo,
E ravviva le speranze
Del mio cuore, oppure spezza
Questo sogno insopportabile,
Col tuo–giusto ahimè–rimprovero!
Poi, esausta, si addormenta sul foglio e inizia a sognare. Sogna di riflettersi nello specchio, come accaduto in giardino; piano piano la propria immagine si trasforma in quella di Onegin che questa volta però esce dallo specchio e si materializza nella sua stanza.
L’oggetto del suo amore, dei suoi desideri, è lì che danza con lei ma, al contrario di come accaduto in giardino, Eugenio non ha occhi e attenzioni che per lei.
La fa volteggiare come una libellula, la guarda con occhi innamorati.
La musica scelta per questo pdd (che ritornerà poi nel pdd finale in cui Tat’jana rifiuta Onegin) è tratta in parte dall’opera Gli stivaletti, a sua volta rielaborazione di un’altra opera, Il fabbro di Vakula (in cui la protagonista femminile, Oxana, ha qualche vago legame con Tat’jana dal momento che come lei gioca guardandosi allo specchio), e in parte da Romeo e Giulietta.
È assolutamente perfetta come tema d’amore, perfetta per accompagnare un pdd stupendo, lirico, che racconta l’amore in modo assolutamente particolare, unico e quanto mai efficace e in cui non viene rappresentato solo l’amore, ma anche le paure, i desideri e le pulsioni sessuali e probabilmente i presentimenti sanguinosi che questo uomo potrà portare nella sua famiglia.
Un pdd tecnicamente difficile, in cui Bolle-Nunez dimostrano tutta la loro tecnica e bravura e anche l’ottima intesa che si è creata tra loro.

Il sogno (ph. Teatro Alla Scala)

Il secondo atto si apre in casa della vedova Larin, alla festa per il compleanno di Tat’jana e ovviamente sono presenti anche Lenskij e Onegin.
Quest’ultimo osserva la casa, i suoi saloni, gli ospiti, tutti naturalmente incuriositi ed anche un poco intimiditi, oltre ad essere riverenti.


Eugenio, dopo i convenevoli di rito alla padrona di casa e un breve ballo con la festeggiata, già palesemente annoiato, si dirige verso un tavolino appartato, mettendosi a fare un solitario.
Tat’jana lo osserva, ansiosa, pronta a scorgere nell’uomo il ben che minimo segno o gesto che le faccia capire se la sua risposta sarà un sì o un no. Ma Eugenio è imperturbabile, niente traspare dal suo volto se non noia e indifferenza verso tutto e tutti intorno a lui.
Intanto proseguono le danze e Tat’jana decide di ballare da sola, cercando di attrarre l’attenzione dell’uomo, avvicinandosi di tanto in tanto a lui, con dentro al cuore un amore difficilmente contenibile. La Nunez qui, dal punto di vista interpretativo, da il meglio di sé: è perfetta in quello sguardo continuamente rivolto verso il suo amato in una lunga infinita attesa.
E Onegin? Lui rimane, apparentemente, imperturbabile ma dentro di sé c’è un tumulto di sentimenti contraddittori.
Mentre il pubblico guarda incuriosito e attento per capire cosa accadrà e Tat’jana continua a danzare ecco che, inaspettatamente, Onegin batte forte le mani sul tavolo alzandosi di scatto. Il suo ‘Basta!’, silenziosamente urlato, è un momento scenicamente perfetto che crea un cambio di ritmo nella scena e mette ancor più in evidenza tutto quel mondo interiore che agita i due, come un torrente sotterraneo, e che rende sofferenti le loro anime.
La povera Tat’jana è così pura, cristallina, diretta, sincera e se vogliamo anche ingenua nel palesare i suoi sentimenti. Non fa calcoli come dice Puškin…..
Più colpevole è Tat’jana?
Perché semplice com’è
Non conosce inganni, e crede
Nel suo sogno prediletto?
Perché amando senza astuzie
Segue il proprio sentimento,
Perché è piena di fiducia,

La civetta a freddo vàluta,
Ma Tat’jana ama sul serio
E all’amore s’abbandona
Da bambina, senza remore.
Lei non dice: “Tempo al tempo – Dell’amore il prezzo alziamo:
Meglio intrappola cadrà;
Di speranze stuzzichiamo
Prima la sua vanità,
Poi gli straccheremo il cuore
Col chissà, forse, vedremo,
E a calor di gelosia
Poi glielo rianimeremo;
Altrimenti il furbo schiavo,
Annoiato dal piacere,
Sarà pronto a liberarsi
Dai suoi ceppi a ogni momento.
… ed è per questo, in fondo, che Onegin pur rifiutandola, come accadrà di lì a poco, la apprezza e ammette, a lei e anche a se stesso, che forse potrebbe essere la donna giusta per lui.
Sa di essere però estremamente volubile
Lo incantava oggi una cosa
Che doman lo deludeva;
Lo struggeva a fuoco lento
Prima il desiderio e poi
La miseria del successo».
Quella reazione dunque è il frutto di confusione, di stordimento, quello stesso stordimento che aveva provato leggendo la lettera di Tat’jana
«…Ricordò il suo volto pallido,
il suo volto malinconico
E con l’anima s’immerse
In un dolce e puro sogno.
Lei non è né sofisticata né appartenente all’alta società, la tipologia di donna a cui Onegin si è sempre rapportato, eppure ha in sé qualcosa di unico e speciale che la accomuna a lui e che inconsciamente lo attrae. Nella sua lotta interiore però vincerà l’Onegin disincantato della vita, che non crede alla felicità e non vuole neanche approfittare di quel cuore puro. È così che rimasti soli, mentre il tempo sembra sospeso nel suo scorrere inesorabile, Onegin si avvicina a Tat’jana le mostra la lettera…
M’avete scritto…
Non negatelo…
Le confessioni ho letto
D’un anima fiduciosa
E d’un innocente amore;
Caro m’è il vostro candore:
Sentimenti in me ha destato
Che da tanto eran sopiti;
Anch’io,… Vi farò una confessione
Senza fronzoli:
Casomai…. Fossi stato affascinato
Dall’idillio familiare,
Certo non avrei cercato
Fidanzata altra da voi …
Ma si vede non son nato,
Io, per la felicità.
…Un supplizio diverrebbe
Per noi il vincolo nuziale:
Per quanto ora io v’amassi,
Abituato come sono,
Smetterei di farlo subito…
Non v’arrabbiate, ascoltatemi…
Amerete ancora: ma…
Imparate a dominarvi;
Pochi altri, come me,
Riuscirebbero a capirvi;
Porta a guai l’inesperienza.
…il suo sguardo è gelido!
Poi si sposta alle spalle di Tat’jana, rimasta attonita, le prende le mani e gliele apre “a libro” col palmo all’insù e con un gesto eclatante, duro ed insensibile, ma perfetto per rappresentare le parole di Puškin, prende la lettera e gliela strappa davanti agli occhi appoggiandone poi i pezzi sulle sue inermi mani.
Non si può non rimanere addolorati per Tat’jana e vivere in empatia la sua sofferenza, al contempo però è impossibile non rimanere affascinati da Onegin.
Con il ritorno degli altri ospiti il tempo torna a scorrere inesorabile ed ecco che Onegin e Tat’jana si allontano l’uno dall’altra cercando di camuffare al meglio il disappunto e lo sconvolgimento che entrambi stanno vivendo.
Intanto Lenskij felice balla con il suo amore: Ol’ga. La vita sembra sorridergli e non sa che, purtroppo, di lì a poco prenderà una decisione che segnerà la sua vita per sempre.
La scena che segue è una delle più belle, allegre e tragiche di tutto il balletto per il ritmo con cui si svolge, così concitato e veloce, per le danze scatenate dalla coreografia piacevolissima e per gli eventi.
Onegin guarda Ol’ga e Lenskij e poi guarda Tat’jana e poi di nuovo i due innamorati e dentro di sé scatta qualcosa, un sentimento misto tra gelosia, rabbia, delusione verso Lenskij, Tat’jana ma anche, e soprattutto, verso se stesso. Ed è così che strappa Ol’ga dalle braccia di Lenskij. La ragazza sembra molto contenta di danzare con Onegin. I due, così, si scatenano in una danza travolgente.
Bolle e la Vassallo sono assolutamente perfetti nella serie di passaggi e intrecci di braccia che la danza tipica prevede sottolineando a dovere tutti gli accenti musicali.
Bolle in questa scena poi è un maestro nel rendere il sentimento di sfida nei confronti di Lenskij quasi come a dirgli «Hai visto?! Posso portartela via quando voglio, la tua Ol’ga!»
Lenskij, geloso, prova più volte a dividere i due, ma Ol’ga non sembra voler smettere di danzare con Onegin.
È così che gli avvenimenti precipitano verso una strada di non ritorno: Lenskij violentemente separa i due e poi getta ai piedi di Onegin il guanto.
Quest’ultimo non ha nessuna intenzione di raccogliere la sfida ma Lenskij non desiste, troppa è l’offesa subita, a parer suo, per rinunciare.
Alla fine Eugenio, non avendo scelta, raccoglie, a malincuore, il guanto.
…di fronte
Al severo tribunale
Della sua coscienza Eugenio
S’accusò di molte colpe
Anzitutto aver scherzato –
Grave errore –
E con tanta leggerezza
Su un amor tenero e schivo
… Stava a lui,
… Dimostrar giudizio ed onore
…calmare
Quel giovane cuore.
Ma ahimè non l’ha fatto e ormai è troppo tardi.
Il sipario della scena successiva si apre sul luogo prescelto per il duello, lungo il fiume, tra la vegetazione. Il colore che predomina è il nero, la luce è lugubre, tutto è pregno di quel senso di morte che aleggia nell’aria.

Timofej Andrijashenko, le prove (ph. Teatro Alla Scala)

Il primo ad arrivare è Lenskij. Un assolo bellissimo, splendidamente eseguito e interpretato da Andrijashenko, in cui c’è dentro tutto lo strazio vissuto dal giovane poeta, meravigliosamente enfatizzato da Le stagioni op. 37 (ottobre), che si chiede:
Dove, dove siete andati
Giorni miei di primavera?
Che mi reca il dì futuro?
Il mio sguardo tenta invano
Di scoprirlo: fitta nebbia
Lo nasconde. Ma che importa?
Il destino è sempre giusto.
Sia che cada, io, trafitto
Dalla freccia, o lei mi sfiori,
Tutto è bene: si, c’è un tempo
Per vegliare e per dormire,
Benedetto venga il giorno
Degli affanni, e benedetta
Venga anche l’oscurità!
…di me il mondo
Si scorderà; ma tu…
non verrai
Forse sulla mia immatura
Urna a piangere? e a pensare:
“Lui m’amò, soltanto a me
Consacrò la triste aurora.

Mia diletta, mio tesoro,
Vieni, vieni dal tuo sposo!
Come nelle parole del libro anche nell’assolo di Cranko viene fuori la presa di coscienza del povero Lenskij non solo dell’ineluttabilità della vita ma anche della paura di essere dimenticato dal suo amore, dalla sua Ol’ga.
Ecco che arriva quest’ultima con Tat’jana per cercare di dissuaderlo da questo assurdo duello, ma Lenskij è irremovibile.
Arriva anche Onegin protetto da un ampio mantello nero. Egli appare subito indifferente a tutto questo anche se, con la supplica delle due sorelle, sembra ben disposto a rinunciare. Constatato però quanto Lenskij sia risoluto a combattere, l’Onegin freddo distaccato insensibile si fa di nuovo strada e qui Cranko inserisce uno dei suoi splendidi gesti che racchiudono in sé più di mille parole. Onegin si batte ripetutamente le cosce e gli schiocchi che si sentono è come se rappresentassero un campanello d’allarme a ricordare il tempo scaduto, il tempo del non ritorno.
Mentre si fanno strada nell’aria le note tratte da “agosto” de Le stagioni op. 37, ecco che sullo sfondo, dietro ad un sipario trasparente, compaiono i due “nemici” che avanzano uno verso l’altro, dopodiché lo sparo.
Lenskij cade a terra morto. Bellissime le parole senza tempo di Puškin
In quel cuore, fino allora,
C’era stata ispirazione,
Odio, speranza, amore:
Vita che giocava, sangue
Che ribolliva – e adesso?
Come in una casa vuota,
Tutto è silenzioso e buio;
E per sempre tacerà.
Ol’ga è distesa a terra disperata, accanto a lei Tat’jana in piedi, immobile. Onegin poco più in là sembra non dare importanza all’accaduto. Ma quando Tat’jana lo guarda fisso negli occhi, raddrizzando la schiena e stringendo l’abito nei pugni chiusi ecco che Onegin, solo allora, realizza l’atroce accadimento e, guardandosi le mani, colpevoli di aver dato la morte all’amico, vi nasconde il volto e si dispera.
Eccoci giunti al III e ultimo atto.
Siamo nella lussuosa dimora del Principe Gremin a San Pietroburgo.

Applausi per Roberto Bolle

Nella sala da ballo, momentaneamente vuota, Onegin appare invecchiato, i suoi capelli sono imbiancati di riflessi grigi, la bocca è sovrastata da un paio di baffi e nel suo sguardo appare tutto il rimpianto per le scelte fatte e la solitudine della sua esistenza. La danza cui si abbandona rappresenta quasi un grido di disperazione che viene interrotto dagli altri ospiti della festa. Ecco infatti che fanno il loro ingresso i padroni di casa, il principe Gremin (impersonato egregiamente da Mick Zeni, davvero una certezza per il Teatro alla Scala, che riesce sempre a rendere al meglio, con grande intensità e precisione tecnica, qualunque ruolo da lui affrontato) e sua moglie, che si lasciano andare ad un bellissimo pdd.
In questo passo a due, il linguaggio coreografico di Cranko sottolinea la caratteristica del rapporto di coppia dei principi. Si intuisce che fra loro ci sono fiducia, rispetto reciproco e serenità, ma niente passione. Quella carezza sulla guancia della moglie ne è il segno più tangibile.
Mentre i due danzano, Onegin li osserva. Sono passati tanti anni e Onegin non può credere ai suoi occhi, ma colei che danza col principe, la principessa, è Tat’jana.
Quella dama così algida, inaccessibile, sicura di sé, affascinante è quella stessa ragazzina timida, insicura ma anche così genuina, con nel cuore un sentimento di amore puro e quell’amore era per lui. Più li vede danzare insieme e più rimembra quei giorni passati, quella lettera, quelle parole e il suo sguardo.
Non c’è dubbio: di Tat’jana
Ahimè, Eugenio è innamorato.
Col cambio di scena, l’ultima, siamo nel salottino di Tat’jana che è seduta alla sua toilette. Ecco che entra il marito per darle la buonanotte, la saluta e fa per andarsene ma lei lo trattiene pe un attimo per poi lasciarlo andare.
Rimasta sola,Tat’jana torna alla toilette e si mette a leggere ancora una volta quella lettera:
Già lo so: il triste segreto
Che ho da dirvi vi urterà.
Che un disprezzo amaro il vostro
Fiero sguardo esprimerà!
Cosa voglio? A quale scopo
Vi sto aprendo la mia anima?
…V’ho incontrata un dì, per caso,
In voi scorsi una scintilla
Di tenerezza a cui
Non osai credere
…Non m’andava dover perdere
La mia odiosa libertà.
Ci divise un’altra cosa…
Lenskij, sventurata vittima…
Il mio cuore strappai allora
Da ogni cosa al cuore cara;
…No, vedervi ad ogni istante, …cogliere
Un sorriso delle labbra,
…Ascoltarvi a lungo, intendere
Tutta, con la mia anima,
La vostra perfezione,
E davanti a voi mancare,
Accasciarmi fra i tormenti,
Impallidire e spegnermi…
Ecco la felicità!
…Sento già il vostro rimprovero.
Ah, sapeste com’è orribile
Il desiderio d’amore:
Bruciare – e di continuo
Acquietar con la ragione
Il subbuglio dentro il sangue;
Abbracciarvi le ginocchia,
E, piangendo, ai vostri piedi
Rovesciar preghiere, canti,
Confessioni, tutto, tutto
Quello che riuscissi a esprimere.
E dover armare invece
Ogni sguardo, ogni parola
Di freddezza simulata,
Conversar con voi tranquillo
E guardarvi lieto in viso!
Quel che sia: non ho più forza
Di resistere a me stesso;
Ho deciso: a voi m’arrendo,
M’abbandono al mio destino.
Improvvisamente sullo sfondo si vede Onegin: quella lettera è sua e adesso si capisce il perché Tat’jana, poco prima, abbia trattenuto il marito, semplicemente cercava una conferma alle sue scelte passate.
Mentre sta rileggendo la lettera però, dal volto di Tat’jana traspaiono tutti i tumulti interiori che quelle parole le fanno scoppiare dentro.
Ecco irrompere, nella stanza, Onegin. Tat’jana si volta.
Un lungo sguardo tra i due è come se fermasse il tempo… in quei momenti riaffiora la vecchia Tat’jana, quella ragazzina innamorata. Poi Onegin le si avvicina, la cinge tutta con le sue braccia senza però mai sfiorarla, prostrandosi ai suoi piedi. Rimane così per attimi che sembrano un’eternità mentre lei resta immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto, quasi insensibile verso l’uomo, che allunga la mano a cercare quella di lei e che poi stringe con passione.
Tat’jana fa per allontanarsi ma lui continua a trattenerla. Lei si volge e questa volta lo guarda: lui è lì, implorante, ai suoi piedi.
Inizia così il pdd finale, l’apoteosi della passione, dell’amore non vissuto, del tormento, dei rimpianti.
Credo che questo sia uno dei passi a due più belli, appassionati, veri e travagliati di tutta la danza oltre ad esserne uno dei più difficili.
(Tratto da “Un altro Gala di Roberto Bolle per un viaggio coreutico senza tempo”, un mio articolo pubblicato su questo blog: «… La bellissima coreografia di Cranko riesce perfettamente a trasmettere lo strazio di Tat’jana nel dire no a Onegin, la lotta interiore che combatte con se stessa, rinunciando a lui…in un inarrestabile crescendo della sofferenza che la pervade dalla lettura della lettera in poi…
Dover resistere a quell’uomo che ha sempre voluto, amato, desiderato che non l’ha mai considerata come donna da amare ma che, quando ormai tutto sembrava sepolto, dimenticato, in cui a fatica è andata avanti, ha acquietato il suo cuore affinché dimenticasse l’impossibile, ritrova lì a prostrarsi davanti a lei, a dirle che la ama, a baciarla, abbracciarla, a riempirla di tante bellissime parole.
…la sofferenza fisica che il cuore straziato da un amore impossibile fa sentire nel corpo, nelle viscere, nella mente.
Quello che Tat’jana vive è come un sogno che in parte diventa realtà infatti, parte delle sequenze di passi sono uguali a quelli del pdd della camera da letto di Tat’jana.
…Onegin, ormai uomo maturo, si rende conto di quanto il suo giovanile disinteresse per l’amore, per la vita, per tutto ciò che lo circondava, di quanto il suo essere attratto solo da se stesso lo abbia reso solo, di quanto l’amore di quella donna lo avrebbe arricchito di gioie, serenità e senso della vita. Disperato (la lettera rappresenta il suo ultimo tentativo per cercare di recuperare ciò che ha perso e mai avuto per sua decisione, si distende ai piedi dell’amata in cerca di perdono), si incarna letteralmente nel sogno di Tat’jana, cerca i suoi baci, la stringe a se alla ricerca di un dono reciproco che regali ad entrambi, anche solo per pochi attimi, le sensazioni che si è negato e che ha negato a lei.

Il pas de deux finale (ph. Teatro Alla Scala)

Spera che Tat’jana ceda e si lasci andare tra le sue braccia, che scappi con lui, abbandonando tutto e tutti. C’è quasi riuscito quando stringendo con le sue mani quelle di Tat’jana, la guarda intensamente pieno di passione, di straziante attesa, i loro volti così vicini mentre lei, dicendo no con la testa, si lascia andare e si distende per terra, una resa incondizionata all’amore, un suo completo abbandono.
Poi quando Onegin la solleva con forza facendola quasi volare in aria sull’apoteosi musicale della Francesca da Rimini, nonostante sia stordita da questo vortice di passione, al termine di una pirouette, si piega leggermente su se stessa, ritrae la mano da quella di lui, che la sostiene;
ha preso la decisione più difficile, straziante e dolorosa della sua vita:
prende la lettera, la strappa davanti a lui e gliela riconsegna, così, a pezzi. Quei pezzi di carta sono i pezzi del cuore di lui.
È disperato perché solo in quel momento realizza lucidamente che ormai tutto è perduto, che ciò che è stato, ciò che è perso lo sarà per sempre. Prende coscienza di quanto disperata sarà la sua vita senza l’amore di Tat’jana ed anche di quanto la sua passata indifferenza abbia fatto soffrire quella donna, di quanto quei pezzi di carta siano anche i pezzi del cuore affranto di lei che nuovamente sanguina e soffre con questo suo ripensamento e tardivo amore»).
Bolle e la Nunez regalano un finale splendido e intenso in cui, come nel resto del balletto, risultano esaltate le loro grandi capacità tecniche e anche interpretative.
Personalmente però, e forse sono una delle poche, nonostante io apprezzi moltissimo la Nunez trovo che nella sua Tat’jana sia mancato un po’ di struggimento, di giusta rappresentazione di quel dolore fisico che la protagonista prova nel momento in cui deve rinunciare al suo Onegin.
Splendidi i costumi di Pier Luigi Samaritani e Roberta Guidi Di Bagno così come le scene, sempre di Pier Luigi Samaritani (edizione 1993, oltre che delle più recenti messe in scena nel 2010 e 2012).

Il ballo a casa Gremin (ph. Teatro Alla Scala)

Scene bellissime oltre che vere: il giardino dei Larin per esempio sembra davvero reale o la dimora di Gremin, con quella bellissima statua sullo sfondo e le colonne a decorare la sala da ballo.
E poi ci sono gli abiti meravigliosi, impeccabili anche nella scelta dei colori, perfetti per sottolineare ogni singolo personaggio.
Non le ho citate prima ma nella coreografia ci sono anche una serie di danze d’insieme nel giardino dei Larin, alla festa di compleanno di Tat’jana ed al ballo di Gremin. Belle, piacevoli dove non si può dire che bravo al Corpo di ballo della Scala, sempre così preciso, dinamico e fluido sia nell’insieme come nei singoli elementi che risaltano con la loro bravura e le loro caratteristiche personali. Mi vengono da citare Martina Arduino, Gabriele Corrado, Christian Fagetti, Nicola del Freo, Gioacchino Starace, solo alcune delle promesse che il Corpo di ballo annovera tra le sue fila.
Eccellente la direzione d’orchestra del maestro Felix Korobov.

P.S.
Avendo assistito anche all’ultima replica di Onegin del 18 ottobre, vorrei aggiungere due o tre considerazioni in parte legate ad alcuni cambi di cast che vedono Claudio Coviello nei panni di Lenskij e Agnese Di Clemente in quelli di Ol’ga.
Per prima cosa voglio sottolineare l’ottima performance di Coviello che ci regala davvero un bel Lenskij, mostrando padronanza della tecnica ed esperienza. Mi è piaciuto molto nell’assolo, prima del duello, difficile sia tecnicamente che dal punto di vista interpretativo, essendovi racchiusa tutta l’anima di Lenskij. Coviello ben sottilinea lo strazio di quegli attimi vissuti nella consapevolezza di una probabile morte imminente, unita alla nostalgia dei momenti felici vissuti.
Complimenti anche ad Agnese Di Clemente, brava nella sua dolce Ol’ga.

Agnese Di Clemente e Claudio Coviello

L’ultima postilla la dedico al bellissimo pdd finale che in questa ultima serata si è arricchito di tutte le emozioni vissute da Bolle e la Nunez durante le quattro messe in scena, liberandosi contemporaneamente dell’inevitabile tensione della prima.
Abbiamo assistito quindi ad un travolgente “addio”, in cui i due ballerini hanno davvero fatto vivere sul palcoscenico questo amore negato tra Onegin e Tat’jana. Ogni movimento, ogni gesto sono stati da brividi.
La Nunez che qui, nella prima serata, non mi aveva convinto del tutto, questa volta è stata davvero perfetta. La titubanza unita al desiderio di quell’uomo tanto amato e voluto, che inaspettatamente è lì, a suoi piedi, implorante il suo amore, sono state perfette.
Divino il bacio tra i due tanto appassionato quanto nostalgico. Il primo e vero, forse, che i due innamorati abbiano mai dato nella loro vita ma anche l’ultimo, perché quell’amore ormai non potrà vivere.
Adoro Bolle in questo pdd: perfetto nel far perdere ad Onegin l’aplomb, il distacco e la freddezza dei primi due atti e a dargli tutta la travolgente passione di quei momenti facendo diventare, così, il gesto impetuoso, forte e viscerale.

(ph. Teatro Alla Scala)

I brani dell’opera sono tratti da Aleksandr Sergeevič Puškin, Eugenio Onegin – a cura di Fiornando Gabriella, Dicembre 2006 (Dal sito http://www.russianecho.net)

(Ove non segnalato le foto sono di Eleonora Bartalesi)

Annunci

I vostri pensieri

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Pensieri Scritti - l'essenza - io esisto

- Si crea ciò che il cuore pensa - @ElyGioia

Cap's Blog

La musica ha inizio dove finiscono le parole

Italo Kyogen Project

伊太郎狂言プロジェクト

Mr.Loto

... è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo ... (A. Baricco)

'mypersonalspoonriverblog®

Amore è uno sguardo dentro un altro sguardo che non riesce più a mentire

Penne d'Oriente

Giappone, Corea e Cina: un universo di letture ancora da scoprire!

Memorie di una Geisha, multiblog internazionale di HAIKU di ispirazione giapponese

Ci ispiriamo agli antichi maestri giapponesi che cantarono la bellezza della natura e del cosmo, in 17 sillabe che chiamarono HAIKU

Il fiume scorre ancora

Blog letterario di Eufemia Griffo

Arte&Cultura

Arte, cultura, beni culturali, ... e non solo.

Un Dente di Leone

La quinta età: un soffio di vento sul dente di leone

Picture live

Vivir con amor

vengodalmare

« Io sono un trasmettitore, irradio. Le mie opere sono le mie antenne » (Joseph Beuys)

mammacomepiove!

Donna. Mamma. Sognatrice. In proporzioni variabili.

La poesia di un arabesque

"La danza è il linguaggio nascosto dell'anima" Martha Graham

Polvere o stelle

racconti, emozioni e pensieri danzanti

IO, ME E ME STESSA

Per andare nel posto che non sai devi prendere la strada che non conosci

Il Canto delle Muse

La cosa importante è di non smettere mai di interrogarsi. La curiosità esiste per ragioni proprie. Non si può fare a meno di provare riverenza quando si osservano i misteri dell'eternità, della vita, la meravigliosa struttura della realtà. Basta cercare ogni giorno di capire un po' il mistero. Non perdere mai una sacra curiosità. ( Albert Einstein )

... è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo ... (A. Baricco)

Orizzonti blog

blog di viaggi

Pinocchio non c'è più

Per liberi pensatori e pensatori liberi

L'angolino di Ale

... è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo ... (A. Baricco)

DANZA/DANZARE

considerazioni, training, racconti

Di acqua marina di Lucia Griffo

Just another WordPress.com site

17 e 17

UN PO' PIU' DI TWITTER, UN PO' MENO DI UN BLOG

Studia Humanitatis - παιδεία

«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

jalesh

Just another WordPress.com site

Cetta De Luca

io scrivo

filintrecciati

Just another WordPress.com site

OHMYBLOG | PAOLOSTELLA

just an other actor's blog

Sakura No Hana...

Composizioni in metrica giapponese

Versi in rima sciolta...

Versi che dipingono la natura e non solo...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: