Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Successo annunciato per il ritorno di Onegin al Teatro Alla Scala

E’ una calda Milano settembrina quella che ci accoglie, nutrito gruppo di #ledivine, in una affollatissima Fashion Week e che ci accompagna, fra le consuete foto di rito accanto alla locandina del balletto e a teatro e la consegna dei fiori per la nostra Étoile, in un Teatro Alla Scala ancora una volta sold out per la prima serata dello splendido Onegin, il discusso e osannato capolavoro di John Cranko, che torna al Piermarini per la terza volta con l’interpretazione da protagonista di Roberto Bolle.

Aspettando Roberto #ledivine in una delle mille foto-ricordo insieme (ph. Anna Frizzarin)

Come ricorda Francesca Pedroni nel programma di sala, «Roberto incontra Onegin da ragazzino, quando ancora frequenta la Scuola di Ballo della Scala, da spettatore. Salirà sul palcoscenico da Primo Ballerino nelle vesti di Lenskij, l’antagonista di Onegin, nel 1997, e poi da Étoile finalmente nel ruolo principale, a trentacinque anni, uomo maturo in grado di dare spessore caratteriale e profondità psicologica a un personaggio così controverso.»
Sue partner nel balletto alcune grandi interpreti: nel 2010 e 2012 Maria Eichwald, profonda conoscitrice del ruolo di Tat’jana, che lo ha aiutato con la sua esperienza e conoscenza del personaggio; a Seoul nel 2013 Hee Seo, Principal dell’American Ballet Theatre; lo scorso Giugno è stata la volta di Alessandra Ferri al Metropolitan di New York e in questi giorni il debutto in coppia con Marianela Nuñez, Principal del Royal Ballet di Londra.
Il compianto critico di danza Giannandrea Poesio scrive che, all’indomani della sua prima, l’Onegin di Čajkovskij «venne considerato dai puristi come un affronto alla memoria del padre della letteratura romantica russa: né la potente coloritura musicale né la raffinata sensibilità narrativa della creazione čajkovskiana riuscivano, secondo i puškiniani più convinti, a evocare la profondità dei ragionamenti e dei ritratti psicologici del testo originale.»
Anche la ripresa del balletto da parte di John Cranko, dopo meno di un secolo, subisce la medesima sorte: altri puristi accusarono il coreografo di aver ridotto uno splendido romanzo in versi a una banale storia d’appendice.
In effetti, a ben vedere, la trama di Onegin non è nulla di particolare, se ci si sofferma alla pura e semplice storia narrata.

Roberto Bolle (ph. Teatro Alla Scala)

Evgenij Onegin è un giovane dandy pietroburghese scettico, sprezzante, attratto e subito nauseato dalla vita mondana, dalle signore troppo facili, dallo champagne. Ha dilapidato l’intero patrimonio e si trova in miseria, ma l’inattesa eredità di un lontano zio risistema le sue finanze. Un po’ controvoglia va in campagna, dove si trovano i possedimenti ereditati: conosce il poeta Lenskij, fa amicizia con lui e va a trovare i Larin. La loro figlia maggiore, Tat’jana, si innamora di Evgenij ma questi, inquieto e incostante, respinge il suo amore. Poi, per noia o per gioco, durante una festa in onore di Tat’jana, corteggia in modo smaccato Ol’ga, secondogenita dei Larin e fidanzata di Lenskij. Nel poeta ben presto esplode la gelosia ed egli lancia il guanto di sfida a Onegin. Nel duello che segue Lenskij viene ucciso da Onegin il quale, disperato per il gesto, fugge. In seguito Tat’jana viene condotta a Mosca e data in moglie al principe Gremin, diventando una signora ammirata che frequenta il bel mondo. Passano gli anni e, ad un ballo, incontra nuovamente Onegin. Questa volta è lui che si innamora, ma Tat’jana lo respinge: gli fa capire di amarlo ancora ma di voler restare fedele al marito.
Lui, lei, l’altro, l’amore non corrisposto, la gelosia, la vendetta, il dolore: il trito e ritrito gioco dell’amore. In realtà l’Onegin coreografico è molto di più: a distanza di quarantasette anni dalla prima, rimane una creazione unica per genialità narrativa, introspezione psicologica e spessore drammatico.
Cranko fa partire il balletto dal terzo capitolo del romanzo di Puškin, quando il lettore sa già tutto dei personaggi e delle relazioni fra loro. Nel balletto invece non sappiamo ancora nulla.
Ricorda Roberto Bolle nell’intervista della Pedroni che troviamo nel programma di sala che Reid Anderson, direttore dello Stuttgart Ballet, durante le prove della ripresa di Onegin, «faceva notare come Cranko fosse riuscito a delineare nei protagonisti del balletto anche la differenza di rango nella società. Nella coreografia il modo di relazionarsi tra le persone dipende dal grado di nobiltà. La famiglia di Tat’jana rispecchia una nobiltà di campagna, più semplice nei gesti; Onegin, che è di un rango più alto dei Larin, li tratta cortesemente, ma con una certa superiorità, mentre rende omaggio con deferenza al principe Gremin, che è di rango superiore. Sono piccoli dettagli di postura, di atteggiamento, che rendono meravigliosamente più leggibile la storia.»
Ed è proprio la capacità interpretativa, che affianca in maniera straordinaria quella più prettamente legata al movimento coreografico, che viene messa in evidenza in questo balletto e esaltata all’ennesima potenza dai protagonisti. Capacità interpretativa che è sempre centrale nel cosiddetto “stile Cranko”, caratterizzato da momenti di staticità che si legano mirabilmente alla musica che li sottolinea e ai momenti più fluidi e lirici.
Come ben evidenzia Poesio, il contrasto generato all’interno dell’azione danzata da questi brevi momenti di immobilità permette a Cranko di ottenere effetti drammatici sorprendenti senza mai scadere in facili clichés ballettistici o in stereotipi gestuali.
Sono attimi in cui il personaggio si mette come in posa per un ritratto fotografico; ed è proprio questa «temporanea mancanza di azione che permette di avere una vivida istantanea dello stato d’animo del personaggio.»
Fin dall’inizio del balletto si ha sentore che proprio questo aspetto sarà sino alla fine quello cui prestare maggior attenzione per cogliere le sfumature più profonde dei personaggi e anche capire il contesto sociale in cui si svolge l’azione, senza trascurare naturalmente gli incantevoli passi a due, alcuni momenti di notevole difficoltà tecnica e le scene corali nelle quali il Corpo di Ballo della Scala ha ampiamente dimostrato la propria eccellenza.

Timofej Andrijashenko (ph. Teatro Alla Scala)

Ma torniamo alla nostra Étoile, catalizzatore dell’attenzione del pubblico non appena entra in scena e rivela il suo carattere contrastante rispetto alla semplicità degli amici dei Larin, che danzano in allegria mentre le due sorelle, Olga e Tat’jana, scherzano sull’amore. Ombroso quanto il suo abbigliamento nero, in contrasto con i sorrisi e i colori chiari degli altri personaggi presenti sulla scena; sprezzante e altezzoso quanto gli altri sono gioviali e ben disposti, Roberto/Onegin osserva con aria di sufficienza l’ingenua Tat’jana, che abbandona il libro nella cui lettura è immersa sin dall’inizio dell’azione e che si innamora di lui all’istante.

Marianela Nunez (ph. Teatro Alla Scala)

Mentre Onegin attraversa con sussiego il palcoscenico, le danze proseguono e, in particolare, si disvela ai nostri occhi l’amore gioioso e sereno di Olga e Lenskij, interpretati da Alessandra Vassallo e Timofej Andrijashenko: molto piacevole il loro pas de deux, con un’ottima Vassallo e un incerto Andrijashenko, almeno in apertura di scena. Ma, si sa, la “prima” è sempre un’emozione per tutti e il poeta Lenskij è un personaggio importante, diretto antagonista di Onegin.

Alessandra Vassallo e Timofej Andrijashenko (ph. Teatro Alla Scala)

Anche Tat’jana e Onegin intrecciano un duetto, noto come il “book pas de deux”, passo a due del libro, quando passeggiano insieme nel giardino. E’ in questo momento che nella fanciulla nasce l’amore, mentre per l’annoiato Onegin si tratta solo di una passeggiata: è cortese verso Tat’jana, ma è come se non la vedesse.
Il primo Atto si conclude con una delle scene secondo me più belle e appassionanti, sia emotivamente che tecnicamente, della storia del balletto. E’ il momento in cui Tat’jana non riesce a prendere sonno e decide di dichiarare il suo amore a Onegin scrivendogli una lettera.
«[…] E non sei forse tu ch’io vedo adesso, cara visione, farsi a me d’appresso, e, balenando nella trasparente oscurità, piegarsi al capezzale? Non sei tu che alla speme hai dato l’ale, bisbigliando d’amar teneramente? Chi sei tu dunque: l’angiol protettore o un perfido, maligno tentatore? Sciogli tu il dubbio della mente incerta, ché forse tutto questo è una chimera, solo inganno di un’anima inesperta, e ben diversa è la mia sorte vera. Ma sia pure così! Il mio destino nelle tue mani ora e per sempre metto e, sconvolta dal pianto, a te vicino solo da te la mia difesa aspetto [… ]»
Il cuore batte forte quando Tat’jana si pone di fronte al grande specchio e quasi danza con esso, poi torna allo scrittoio…chi ha già visto questa scena sa che il passo a due cui assisterà tra poco sarà magnifico.
Torna allo scrittorio, termina la lettera, quindi si addormenta felice e il suo sonno si popola di sogni: immagini paurose nell’opera di Puškin, la visione del suo amato nel balletto.
Si alza dal suo giaciglio e si pone di nuovo davanti allo specchio, nel tentativo di evocare il bel viso amato. Ed ecco che lo splendido Roberto/Onegin si materializza di fronte a lei, esce dallo specchio e la travolge con la sua danza. Non più dandy sprezzante, ma giovane innamorato con sguardo e sorriso appassionati.

Roberto Bolle (ph. Teatro Alla Scala)

Questo duetto, uno dei più complessi e difficili dal punto di vista esecutivo e interpretativo del repertorio ballettistico moderno, è impostato su prese acrobatiche e profonda sintonia fra i partner, che traducono in danza le emozioni provocate dall’amore.
E’ interessante l’interpretazione data sempre da Giannandrea Poesio: «La natura quasi violenta dell’interazione fra l’ombra di Onegin e Tat’jana ci fa subito comprendere che questo non è il classico sogno d’amore virginale, ma la visione tormentata di un amore difficile, in cui erotismo e paura si fondono con le immagini premonitrici della tragedia che sta per svilupparsi. Non ci sono riferimenti diretti al sangue e agli orsi che caratterizzano il sogno della giovane nel testo originale; ma non mancano momenti in cui lo spettatore si chiede se quei salti repentini, quei movimenti contrastanti e non sempre liricamente fluidi non siano l’espressione di qualcosa di più terrificante e oscuro di un’infatuazione passionale e appassionata.»
Davvero toglie il respiro questo pas de deux e il pubblico in sala esplode in lungo applauso liberatorio quando “finalmente” Onegin torna ad essere un’ombra invisibile, lasciando un grande vuoto sulla scena. Eccezionali e sensibili interpreti sia Marianela Nuñez che Roberto Bolle.

Marianela Nunez e Roberto Bolle (ph. Teatro Alla Scala)

Il secondo Atto si apre con la festa di compleanno di Tat’jana e i valzer che mettono in risalto lo stato di grazia dell’intero Corpo di Ballo della Scala. Il contrasto è forte, ancora una volta, fra la semplice ilarità dei giovani amici e il sussiego quasi rabbioso di Onegin, che disdegna la compagnia e siede a un tavolino per giocare a un solitario. Davanti a sé, però, ha la lettera di Tat’jana: aspetta l’occasione più propizia per risolvere questa incresciosa faccenda, mentre la fanciulla non riesce a partecipare alla gioia comune, ansiosa di cogliere un segno sulla maschera sprezzante indossata da Onegin.
Quando un momento di solitudine permette all’uomo di avvicinarsi a Tat’jana per restituirle la lettera e farle capire che la cosa non gli interessa, l’atmosfera si fa pesante. Il teatro è nel più totale silenzio, la tragedia e il dolore si avvicinano. Tat’jana non vuole riprendere la lettera, implora Onegin, ma lui non sente ragioni: avvicinandosi alle spalle di lei, la circonda con le braccia e, con uno sguardo gelido, straccia la lettera davanti ai suoi occhi.
Ignari del dramma che si è appena consumato, rientrano tutti gli altri ballerini, ma la tragedia è appena iniziata: Tat’jana accetta di conversare con il fascinoso principe Gremin (un sempre bravissimo Mick Zeni), Onegin corteggia spudoratamente Olga, Lenskij dapprima sta al gioco, ma quando la cosa si fa troppo pressante e la danza fra i due non dà segno di cessare, non tollera più l’affronto e lancia il guanto della sfida a Onegin. Iniziando forse a capire l’abisso in cui sta precipitando, egli cerca di minimizzare, di restituire il guanto e riappacificarsi con l’amico, ma è troppo tardi: due forti personalità torreggiano l’una contro l’altra, Timofej Andrijashenko e Roberto, antitetici anche nell’aspetto, e sui loro volti, nei loro gesti, traspaiono fortissime le emozioni di un momento di grande intensità drammatica.
Come si diceva poc’anzi, questo è uno di quei momenti statici imprescindibili, tipici di Cranko, che caratterizzano l’opera e delineano i personaggi tanto quanto i passi di danza.
Il secondo quadro si apre con il drammatico assolo di Timofej/Lenskij che precede la scena del duello e anche in questa parte i momenti di staticità, una figura tenuta più a lungo del previsto, trasmettono la tempesta di sentimenti che si sta scatenando nel giovane poeta di fronte al suo destino già segnato.
E’ molto bella l’analisi che ne fa Poesio: «[…] la disperazione di Lenskij prima del duello fatale ci viene comunicata da una combinazione di gesti e danza nel già menzionato assolo. Il portare la mano destra tanto alla fronte quanto al cuore rivela appieno la tormentata coscienza del giovane. Il gesto, infatti, può essere letto come un riferimento ai pensieri tragici (la fronte) e alle contrastanti emozioni (il cuore) che il giovane prova in quel preciso istante. Ma allo stesso tempo la mano sulla fronte può anche indicare il ricordo di momenti più felici.»
A mio parere questo è il momento per eccellenza di Lenskij, quello in cui l’interprete può dare il meglio di sé sia dal punto di vista coreutico che da quello interpretativo, e non è da tutti riuscire nell’intento. Ricordo un favoloso Antonino Sutera nel 2010. Andrijashenko avrebbe le physique du rôle, ma, secondo il mio modestissimo parere da non addetta ai lavori, sull’interpretazione forse dovrebbe lavorare un po’ di più, poiché le potenzialità per una buona riuscita ci sono.
Molto intense e credibili nel loro ruolo Alessandra Vassallo e Marianela Nuñez che, di nero vestite, tentano per l’ultima volta di far desistere gli uomini da loro amati dal folle gesto e la loro danza è pregna di dolore e struggimento e già presaga dell’imminente lutto. E’ un momento molto intenso e coinvolgente anche per il pubblico, un momento in cui la tensione acquisisce uno spessore quasi umano. Tensione che raggiunge il suo acme e si scioglie in una manciata di secondi: il tempo in cui i due uomini si puntano la pistola l’uno contro l’altro e sparano. Il giovane poeta crolla a terra e un’immobile disperazione si impossessa delle altre tre figure presenti sul palcoscenico.
Come racconta Georgette Tsinguirides, storica coreologa dello Stuttgart Ballet, testimone e custode dell’eredità artistica di Cranko, «[…] dopo che Lenskij è stato ucciso, non succede quasi nulla. Ol’ga è sdraiata a terra, Tat’jana è in piedi, sola, Onegin indietreggia, alla fine per lui è solo un duello. Ma Tat’jana raddrizza la schiena e lo fissa negli occhi: è allora in quel preciso istante, che Onegin capisce veramente che cosa ha fatto.»
Il secondo intervallo arriva provocando quasi un senso di fastidio e le luci impietose ci riportano alla realtà: ciò che abbiamo visto era talmente profondo e realistico che pareva di essere noi stessi protagonisti con i nostri beniamini del dramma che si stava consumando sul palcoscenico.
E qui ci vuole un applauso anche per lo splendido teatro Alla Scala. La tiepida serata ci ha permesso di uscire sulla terrazza che domina dall’alto la piazza e il colpo d’occhio è stato davvero notevole. Di quali grandi tesori è ricca la nostra meravigliosa Italia!
Il tempo di qualche foto e l’abbassarsi delle luci ci ricorda che dobbiamo tornare subito all’interno per l’ultimo Atto.
Sono passati dieci anni: Tat’jana fa parte del gran mondo assieme al marito, il Principe Gremin; Onegin è un uomo distrutto da una vita ricca solo di delusioni.

Marianela Nunez e Mick Zeni (ph. Teatro Alla Scala)

La festa in casa Gremin si apre con una maestosa e affascinante polonaise danzata dagli aristocratici pietroburghesi, la cui rigida simmetria e ripetitività dei passi fa da preludio al gelo che ormai avvolge i protagonisti della storia. Molti e meritati applausi ai membri del Corpo di ballo, di nuovo bravissimi e splendidi negli eleganti e raffinati costumi di Roberta Guidi Di Bagno e Pier Luigi Samaritani.
E ancora grande interprete Roberto Bolle di questo Onegin di mezza età, deluso dalle proprie esperienze, che solo ora capisce di aver disprezzato, tanti anni prima, l’unico amore veramente degno di essere chiamato tale. Tuttavia egli non riesce a superare l’egoismo e il cinismo che continuano a essere parte fondamentale della sua personalità, nonostante ogni tratto del suo viso, ogni suo gesto, mostri quanto egli sia affranto per un passato doloroso che non è mai riuscito a diventare accettabile presente. Ecco che si riaccende in lui il desiderio di poter ancora conquistare Tat’jana strappandola al marito, la speranza che ella non l’abbia dimenticato e possa quindi riprendere quella storia d’amore in realtà mai iniziata.
Tocca a Onegin questa volta farle recapitare una lettera in cui le apre il suo cuore. Ma Tat’jana, al contrario di lui, ha chiuso col passato, almeno con la mente se non con il cuore. Si lascia infatti travolgere dalla passione e dalle implorazioni di Onegin in un pas de deux straziante, commovente fino alle lacrime, tormentato come i cuori dei due protagonisti.

Le prove (ph. Teatro Alla Scala)

«Il duetto finale» commenta Roberto nell’intervista di Francesca Pedroni, «è splendido fin dall’inizio, quando Onegin incornicia Tat’jana con le braccia, un gesto simbolico con cui esprime l’amore, scivolando poi ai piedi di lei; è un passo a due in crescendo emozionale e musicale. Un passo a due pieno di simbologia, come nei travolgenti lifts in cui Onegin sostiene Tat’jana fra le sue braccia.»

(ph. Teatro Alla Scala)

E’ un abbraccio evocatore quello di Onegin, che manifesta il desiderio di possesso carnale così come il disperato tentativo di trattenere a sé l’oggetto delle proprie attenzioni.
Ma Tat’jana mette da parte il cuore e, mentre una maschera di dolore si delinea a poco a poco sul volto di entrambi, straccia la lettera davanti agli occhi dell’uomo: Onegin fugge, distrutto da questo rifiuto; Tat’jana lancia un urlo silenzioso dal profondo del suo cuore straziato.
La scena si chiude ancora una volta sull’amore sconfitto.

Standing ovation per Marianela e Roberto

Tredici emozionanti minuti di applausi e una standing ovation suggellano la fine di questa prima recita, che è stata sicuramente all’altezza delle aspettative, per la professionalità e passione interpretativa dei protagonisti, i magnifici costumi, la scenografia di Pier Luigi Samaritani molto ricca e suggestiva, la musica coinvolgente ottimamente interpretata dall’Orchestra del Teatro diretta dal grande Maestro russo Felix Korobov.

Mick Zeni

Alessandra Vassallo e Timofej Andrijashenko

 

Da sin.: Beatrice Carbone (la vedova Larin), Mick Zeni (il Principe Gremin), il Maestro Felix Korobov, Marianela Nunez (Tat’jana), Roberto Bolle (Onegin), Alessandra Vassallo (Olga), Timofej Andrijashenko (Lenskij) e Deborah Gismondi (la Nutrice)

La nostra Étoile ha dimostrato ancora una volta di aver raggiunto e continuare a mantenere una maturità artistica e un livello di interpretazione del personaggio davvero notevoli. Marianela Nuñez si è confermata una ballerina elegante e di gran classe, della più pura scuola inglese, forse leggermente meno drammatica nel gesto rispetto ai miei ricordi di Maria Eichwald, ma sicuramente splendida.

Gli autografi delle star: Nunez, Bolle, Zeni e Andrijashenko

La serata è stata coronata come consuetudine dall’incontro con le Étoile all’uscita artisti. Saluti, complimenti, autografi e foto di rito con un sempre più paziente Roberto, con un siparietto scherzoso sul sole a mezzanotte e sul fatto che gli occhiali da sole saranno il suo look per tutta la durata di Onegin. Il giorno dopo sui social si scoprirà il motivo…
Saluti anche con Tima, che gentilissimo si è fermato a scambiare qualche parola con noi nonostante la fretta di tornare a casa: all’alba un volo per Mosca attendeva lui e Nicoletta Manni per una recita di Giselle.

Foto ne abbiamo?

Ultima ad uscire Marianela Nuñez, sorridente e anch’ella disponibile a foto e autografi.
E’ stata una serata davvero bellissima, ricca di emozioni, che ha nutrito cuore, anima e occhi con quella bellezza eterna che solo l’Arte può donare.
Un grazie dal profondo del cuore agli eccezionali Artisti che ci hanno permesso, ancora una volta, di vivere con loro il sogno della danza.

(ph. Teatro Alla Scala)

(Ove non segnalato le foto sono personali)

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