Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

La mia Capri – Takashi Murakami e la Pop Art giapponese in mostra a Capri

Davvero non me l’aspettavo di trovare sulla mia Isola del cuore un angolino del mio amato Giappone (che non fosse il Kukai, naturalmente!).
E invece eccola: la Galleria AICA|Andrea Ingenito Contemporary Art ha esposto a Capri sino alla fine di Agosto una selezione di opere di Takashi Murakami, fra i più influenti rappresentanti dell’arte, e non solo, nipponica.


La Galleria Ingenito, fondata a Napoli nel 2008, dove si affaccia sulla centralissima Piazza dei Martiri, ha aperto nel 2013 uno spazio espositivo a Milano e, lo scorso anno, una terza sede a Capri. Dal 2017 è membro dell’ANGAMC, Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea. Attraverso le numerose attività, quali mostre istituzionali, fiere nazionali e internazionali, esposizioni e pubblicazioni editoriali, dà spazio ad artisti sia giovani che storicizzati, con una particolare attenzione ai movimenti degli anni ’60 e ’70, da Hans Hartung ad Andy Warhol, da Mario Schifano a Giosetta Fioroni.
La piccola galleria caprese non ha nulla di moderno, bensì si presenta con la grazia di una tipica casa isolana, creando un piacevole e curioso contrasto con il coloratissimo pop esposto, una ventina di serigrafie che consentono di approcciare la filosofia artistico-culturale di Murakami e che proseguono idealmente il percorso inaugurato lo scorso anno con “Andy Warhol. Summer Pop Capri”.


Confesso che, prima della mostra e di scrivere l’articolo, conoscevo ben poco di questo artista. Ne avevo sentito parlare per le sue incursioni nel campo della moda (nel 2003, con lo stilista Marc Jacobs disegnò per Louis Vuitton la borsa “Cherry Blossom”) e della musica (con i progetti per Pharrel Williams e per l’attrice Kirsten Durst), oppure per aver “firmato” ogni sorta di gadget, dalle calamite alle agende, dalle t-shirt alle carte da parati ai giocattoli. Ma, colpevolmente, nulla sapevo della sua attività artistica e del substrato socio-culturale ove si è sviluppata e ha segnato una tappa fondamentale.
Di formazione artistica tradizionale, Murakami si scoprì ben presto più attratto da manga e anime piuttosto che dall’arte Nihon-ga, e si appassionò alla cultura Otaku, che meglio rappresentava il Giappone contemporaneo. Ed è questa la strada che egli seguì e che lo portò a concepire Superflat, il suo manifesto programmatico ed estetico che divenne ben presto un nuovo movimento d’arte giapponese.


Secondo Murakami, l’immaginario della subcultura consumista e feticista del Giappone anni Ottanta ha recuperato un segno distintivo dell’arte giapponese antica: la tradizionale bidimensionalità del periodo Edo. Proprio da questa fusione tra bidimensionalità (retaggio dell’arte Nihon-ga) e iconografia manga (centrale nella cultura Otaku) ha origine il manifesto programmatico dell’artista. Ecco allora quell’ “effetto piatto” privo di prospettiva, animato da pupazzi, buffe caricature, fiori e disegni che sembrano cartoni animati, jellyfish eyes, colori brillanti: sono i tratti caratteristici delle opere di Murakami, apparentemente ingenui, talvolta insensati, ma che in realtà danno voce alle subculture e ai simboli del Paese del Sol Levante, un Paese che Alessandro Gomarasca e Luca Valtorta, nel loro libro dedicato a mode e giovani del Giappone contemporaneo, hanno definito “Sol Mutante”.


Nella prima saletta della galleria è esposto il significativo And then, and then, and then, and then, and then, in più varianti di colore, il cui protagonista è l’iconico pupazzo Mr. Bob, un personaggio che segue la filosofia dell’estetica kawaii. Secondo l’artista esso è metafora del popolo giapponese postmoderno, di una società infantile che non è stata in grado di superare il trauma causato dalla sconfitta subita nella Seconda Guerra Mondiale e dalla successiva occupazione statunitense.


E poi, fra gli altri, Tokyo Tower, dove l’artista rappresenta invece se stesso che, in un caricaturale autoritratto, osserva da lontano l’imponente torre di Tokyo, in compagnia dei suoi consueti personaggi. Un’opera dai colori accesi nella quale Murakami esprime con il suo linguaggio il disagio di un’intera generazione attraverso il contrasto tra la vivacità del disegno e il consueto effetto di piattezza che ipnotizza lo spettatore.


La mostra propone anche alcune opere di giovani artisti esponenti del pop giapponese, il cui stile si ispira a quello del Maestro nipponico, oltre ad alcuni pezzi di Keith Hading e Andy Warhol, l’icona pop per eccellenza che affascinò Murakami quando andò a vivere a New York.

 

A Warhol lo accomunano in particolare due aspetti.
In primo luogo la capacità di raggiungere le masse per mezzo di quelle contaminazioni cui ho accennato all’inizio dell’articolo e quella commercializzazione della sua immagine che ha annullato la differenza tra arte “alta” e arte “bassa”, tra originalità e serialità, tra “arte” e “consumo”, diventando – proprio come Warhol – stile, moda, brand riconoscibile, status symbol.
Quindi l’aver fondato nel 1996 un laboratorio artistico, la Hiropon Factory, oggi Kaikai Kiki Co. Ltd., in cui perfezionismo, disciplina e rigore sono finalizzate a un’attività instancabile che lo porta a traguardi sempre più ambiziosi e a guadagni sempre più alti. Egli infatti realizza cifre da capogiro sperimentando ambiti e tecniche diversissimi tra loro e captando tendenze ancora inespresse, continuando però a vivere come un monaco che consuma ben poco per sé per continuare ad investire nella sua factory.
Paragonando il manifesto artistico di Murakami e il fenomeno Otaku, il filosofo Hiroki Azuma ha sottolineato che l’estetica Superflat fa anche riferimento alla perdita del senso dei confini tra l’originale e la copia, o tra l’autore e i consumatori: caratteristiche postmoderne tipiche della subcultura giovanile giapponese.
Così come i pupazzetti delle sue opere lasciano scorgere dietro all’apparente allegria di colori e innocenza dei temi un sottile senso di morte e catastrofe.
A Takashi Murakami va sicuramente il merito di aver diffuso a livello planetario una tipologia d’arte giapponese autonoma, che accoglie le influenze occidentali senza mai perdere di vista la realtà culturale del Giappone di oggi.

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