Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Il recupero della tradizione nel Lago dei cigni di Ratmansky alla Scala

Lo scorso 15 Luglio Eleonora ha assistito alla rappresentazione de Il Lago dei cigni coreografato da Alexei Ratmansky e che ha avuto come protagonisti principali la Prima Ballerina Nicoletta Manni – nel ruolo di Odette/Odile – e Timofej Andrijashenko – nel ruolo del Principe Siegfried.
Ecco il suo approfondito racconto, non solo di ciò che ha visto sulle scene, ma anche della storia e della ripresa di questo notissimo balletto.

***************
Il lago dei cigni è forse il balletto classico più conosciuto anche da chi non è un appassionato di danza e, forse proprio per questo, nel corso dei circa 120 anni dalla sua prima rappresentazione, nel lontano 1895, è stato oggetto di ripetute rivisitazioni.
La versione di Ratmansky, andata in scena inizialmente a Zurigo e poi alla Scala nel 2016 e riproposta anche quest’anno a fine stagione scaligera, ha l’intento di recuperare quell’iniziale messa in scena.
Ratmansky non è nuovo a queste operazioni di recupero dei balletti nelle loro versioni originali – vedi la sua versione di La bella addormentata nel bosco per l’ABT e La Scala oppure Il Corsaro per il Bolshoj.
Per quanto riguarda Il lago, il coreografo è partito dal recupero della partitura originale di Tchaikovskij, che nel corso del tempo aveva subito anch’essa varie modifiche (come per esempio tre brani pianistici dello stesso Tchaikovskij che Riccardo Drigo, direttore della prima messa in scena, orchestrò ed inserì nel 1895 oppure durante il pas de deux del cigno nero o ancora il finale che venne cambiato per poter sottolineare l’eroismo del protagonista maschile) e che è forse non solo tra le più belle musiche per balletto che sia mai stata scritta, ma anche tra la musica sinfonica orchestrale. È evidente la grande capacità del maestro Tchaikovskij di scrivere bellissime melodie, basti pensare a quella iniziale eseguita dall’oboe e riproposta in altri passaggi come nell’ultimo Atto, quando Odette racconta alle altre ragazze/cigno il tradimento del principe Siegfried. O ancora l’altra melodia, tra le più famose che esistano, che si può ascoltare tra gli altri in apertura del II quadro del I Atto, quando la scena si apre sul lago rischiarato dalla luna oppure poco prima che si alzi il sipario del IV quadro del III Atto.
Il maestro Tchaikovskij si ispirò inizialmente ad una leggenda tedesca detta “Volo rubato”.
La sceneggiatura iniziale, leggermente modificata dal fratello Modest dopo la morte del maestro, racconta del principe Siegfried che, andando a caccia di notte e giunto ad un lago, incontra Odette.
Il principe se ne innamora, ancora di più quando la fanciulla gli racconta di essere sotto l’incantesimo di un mago (Rothbart) che trasforma lei e le sue amiche in cigni durante il giorno per poi farle tornare in sembianze umane di notte. Potrà uscire da questo incantesimo solo sposandosi.
Purtroppo alla festa in onore del principe quest’ultimo viene tratto in inganno dal mago che lo spinge a promettersi a sua figlia Odile, da lui creduta Odette per l’incredibile somiglianza. Compreso l’inganno, Siegfried corre al lago rinnovando il suo amore a Odette e chiedendole perdono. La ragazza glielo concede ma, purtroppo, gli dice che per lei ormai è tardi e si uccide. Il principe disperato fa altrettanto, facendo trapassare il malvagio Rothbart.
Le anime dei due innamorati si ritrovano così di nuovo insieme nell’aldilà.

Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko

L’operazione successiva effettuata da Ratmansky è stata quella di recuperare, attraverso l’utilizzo delle notazioni dei movimenti di Stepanov, la coreografia originaria di Marius Petipa e Lev Ivanov; operazione non facile visto che fin da subito la coreografia subì cambiamenti.
Prova ne è che lo stesso Petipa constata con tristezza lo scempio che viene fatto dei suoi balletti, già pochi anni dopo la loro realizzazione, dicendo “…..il cuore sanguina pensando a come vengono rubate le mie composizioni senza che si possa reclamare e spesso senza mettere il mio nome in cartellone. È pure senza imbarazzo che monsieur Gorskij prende le mie idee…..questo signore ha annotato con la teoria delle danze tutti i pas che ho composto”.
Già, perché Gorskij, dopo la morte di Stepanov, prese le redini di quel comitato di esperti creato per testare ed approvare il suo metodo perfezionandolo ed insegnandolo alla scuola teatrale.
Anche Petipa faceva parte di quel comitato ed espresse le proprie perplessità considerando il tutto troppo schematico e quindi non in grado di rappresentare a pieno una forma d’arte come quella coreografica, fatta non soltanto di posizione di gambe, braccia o testa.
In Russia il metodo poi venne dimenticato ma questo sistema di annotazione dei balletti fu utilissimo in occidente dove, grazie alle annotazioni create con questo metodo, ben 22 balletti russi furono messi in scena.
Fu Nikolaj Sergeev, fuggito allo scoppio della rivoluzione d’ottobre, a portare con sé questa raccolta (oggi custodita nella Biblioteca Teatrale dell’Università di Harvard) alla quale anche lo stesso Ratmansky si è affidato per recuperare la versione originale del Lago.
Guardando Il lago si ha la sensazione che vi siano come due anime ed in un certo senso è proprio così.
Petipa (primo maître de ballet) e Ivanov (secondo maître): uno autore delle scene a corte del I e del III atto e l’altro autore dei quadri cosiddetti “bianchi”, della danza napoletana (che in questa edizione del Lago, Ratmansky ha inserito nella versione di Sergeev rielaborando quella di Ivanov) e quella ungherese; anche se c’è chi dice che quando Petipa si ammalò in seguito alla morte della figlia, Ivanov andasse spesso a casa di Petipa e che questi apportasse appunti ed annotazioni perfino sul più piccolo particolare.
Petipa dimostra una capacità sceno-coreografica estrema costruendo quadri d’insieme in cui mille intrecci e mille combinazioni contribuiscono a renderli complessi ma al tempo stesso assolutamente fluidi e piacevoli, creando, anche con personaggi che nel corso del tempo sono stati eliminati, dinamiche di cui si è perso memoria, alcune molto divertenti come per esempio quella in cui il tutore Wolfang mostra alla corte ed al principe come si ballava quando lui era giovane.


Un paio di esempi su tutti a confermare questa capacità: la danza d’insieme dei popolani, eseguita subito a seguire la partenza per la caccia del principe con l’amico Benno, dove varie coppie riempiono il palco ognuna delle quali ha un cestino ed uno sgabello, il passaggio dei cestini o il sali scendi dagli sgabelli in sequenza donne-uomini è una vera perla di inventiva nel rendere oggetti semplici essi stessi coreografia; la danza dell’albero di maggio, l’albero della cuccagna, con nastri colorati blue, rossi e gialli, eseguita al termine del I quadro dell’Atto I.
Sempre splendido il pas de troix, la cui variazione è affidata a Benno insieme a due paesane rimasto coreograficamente inalterato nel corso del tempo (brillantemente danzato da Christian Fagetti, Alessandra Vassallo e Virna Toppi) e qui eseguito però con lo stile del XIX secolo e quindi sostanzialmente più veloce con sequenze di piccoli salti e batterie.

Alessandra Vassallo, Christian Fagetti e Virna Toppi

Al cambio di quadro vediamo giungere al lago il principe con Benno ed altri cacciatori.
Siegfried allontanatosi e rimasto solo si imbatte in Odette, regina dei cigni. Il suo aspetto, come quello degli altri cigni che incontreremo più avanti, risulta molto più umano, contrariamente alla versione di tradizione. Infatti non ha piume sul capo ma i capelli sono raccolti in una morbida coda (lei indossa anche, in quanto regina, una piccola corona) ed il costume è una gonna semi morbida con piume vere.
L’entrata di Odette è estremamente scenografica e calzante alla musica, rende a pieno l’idea di un cigno che plana sulle rive del lago. Assolutamente particolari e fortemente evocativi i movimenti delle braccia che danno proprio l’idea di ali che talvolta si adagiano in posizione di riposo, talvolta vengono usate come schermo a propria difesa, a cui si aggiunge anche un movimento della testa che contribuisce a ricreare nella mente del pubblico l’idea del cigno.
Estremamente precisa ed elegante la Manni in questa entrata; dimostra classe e bravura, anche recitativa, come vediamo più avanti.
La ragazza è curiosa ma al tempo stesso titubante e spaventata anche di fronte alle rassicurazioni del principe che, posando a terra la balestra, promette di non farle del male. Odette, finalmente un poco più tranquilla, gli racconta la sua storia.


A confronto con la versione tradizionale, in questa parte, la pantomima è assolutamente preponderante rispetto alla danza. Questo aspetto è legato alla tradizione coreutica di fine ‘800 che vedeva ancora fortemente usata la pantomima, raggiungendo anche vette di lirismo inaspettate. All’epoca infatti i ballerini dovevano essere tanto attori quanto danzatori nella stessa misura. La scena mi è piaciuta molto anche se forse la pantomima, almeno per il gusto odierno, è un poco eccessiva.
Poi la danza prende leggermente il sopravvento quando compare sullo sfondo Rothbart che, minaccioso, muove le proprie ali piumate, ovviamente nere (qui autorevolmente interpretato da Mick Zeni). Odette ha paura che il mago possa fare del male al principe, il quale però non si fa intimorire e imbracciata nuovamente l’arma la punta verso Rothbart per colpirlo.


In quel momento Odette si frappone tra i due, appoggiandosi alla balestra del principe, eseguendo un magnifico arabesque, roteando poi il braccio, come fosse un’ala, portandolo in avanti a coprire lui e lei, impedendo di fatto che la freccia venga scoccata. Velocemente, poi, fugge via, seguita dal principe.
Devo dire che anche questo passaggio coreografico non fa rimpiangere la versione di tradizione come la successiva entrata dei cigni che a serpentina (tipo Bayadère) piano, piano, prendono posto sul palco. A seguire i cigni adulti, in questa edizione, ci sono anche i cigni bambini (interpretati splendidamente dalle allieve della scuola di ballo della Scala).


Mentre Benno e gli altri cacciatori sono pronti a scoccare le loro frecce, ecco arrivare come un fulmine Odette che si posiziona a protezione davanti agli altri cigni e subito dopo Siegfried.
Da qui inizia la danza dei cigni, sul conosciutissimo valzer, con le ben note classiche variazioni rimaste immutate dalla versione originale a quella di tradizione e riproposte ovviamente da Ratmansky, tra cui quella a quattro dei cigni piccoli eseguita in modo splendido, con un sincronismo pressoché perfetto, da Vittoria Valerio, Stefania Ballone, Antonella Albano e Marta Gerani.
A seguire l’Adagio con quello che tutti conosciamo come il pas de deux del cigno bianco ma che qui è proposto come pas de deux à trois.
Protagonisti inizialmente sono ovviamente Odette e Siegfried a cui, di tanto in tanto, si aggiunge Benno. Sembra infatti che la scena fosse stata ideata così fin dall’inizio, da Petipa e Ivanov, già nella prima versione eseguita a commemorazione di Tchaikovskij, e che quindi fosse una scelta ponderata, oculata e assolutamente voluta, forse a sottolineare una forte amicizia tra Benno ed il Principe. Molti passaggi sono rimasti pressoché uguali, come ad esempio il famoso abbraccio tra Odette e Siegfried in cui Odette dando le spalle al principe con le proprie “ali” gli prende le mani e si fa stringere in un abbraccio struggente e pieno d’amore.
Una di quelle immagini, onore al merito di Ivanov dalla particolare sensibilità, che rimangono impresse nella mente. Francamente però il lirismo del pas de deux a tutti conosciuto nella versione di Bourmeister o simili non viene raggiunto e non perché i protagonisti, Manni-Andrijashenko, non siano all’altezza, anzi, li ho trovati perfetti insieme: lui principe, regale nella giusta misura, che pur facendo trasparire ancora la giovane età risulta decisamente in parte e lei che dimostra una evidente padronanza della scena regalando al personaggio sia autorevolezza nel suo ruolo di regina dei cigni (già ampiamente dimostrato come Myrtha regina delle villi in Giselle) che dolcezza nel suo ruolo di ragazza desiderosa solo di abbandonarsi all’amore di questo giovane uomo nonché ritrosia pensando all’eventuale pericolo a cui potrebbe esporlo.
Credo quindi che dipenda piuttosto dalla presenza di Benno, con cui Odette più volte interagisce abbandonandosi tra le sue braccia, dopo aver danzato con il principe, e che di fatto spezza quella fluidità e quell’incantesimo d’amore.
Devo dire che fin dall’inizio risultano evidenti, ed ancor più nei pas de deux, due elementi: il primo la semplicità della coreografia di Petipa e Ivanov con l’uso di pochi passi che rendono quindi il tutto più veloce nell’esecuzione e il secondo la diversità di modalità esecutiva, per esempio le estensioni sono minori, le ginocchia sono piegate, i développés non superano i 90 gradi, i tours chaînés sono eseguiti a mezza punta e così via.
La storia prosegue nel III quadro del II atto che si apre sul salone delle feste del castello, dove si sta festeggiando la maggiore età del principe e colei che sarà scelta per essere la sua sposa.
La scena vede in sequenza eseguire nell’ordine la danza spagnola, quella napoletana, ungherese e la mazurka.
Giunge alla festa anche il mago Rothbart, che si finge un cavaliere, e sua figlia Odile, che in questa messa in scena ha un aspetto molto più umano e meno da cigno nero. Il principe quando la vede è felice perché crede, vista l’estrema somiglianza, che quella sia Odette, colei che vuole sposare.
Va in scena così il pas de deux del cigno nero, direi molto diverso da quello che conosciamo tutti, se si escludono alcuni piccoli passaggi, gli sguardi d’intesa scambiati tra Odile e Rothbart ed ovviamente i famosi 32 fouettés della coda, già presenti nell’edizione originaria, eseguiti all’epoca dalla Pierina Legnani (sua specialità), e a cui la Manni ottempera splendidamente (come ci ha già in altre occasioni abituati).


Mi sento di sottolineare, in particolare, un aspetto di questo quadro che mi sembra sia la vera differenza rispetto a quello messo in scena nella versione di tradizione e cioè il fatto che Odile interagisce col principe, durante tutta la festa, anche mentre vengono eseguite le danze (per esempio quella napoletana) oltre che nel pas de deux. Più volte infatti vediamo comparire e scomparire Odile, con turbamento ed stordimento del principe, dal mantello di Rothbart, personaggio misterioso nella messa in scena di tradizione. Questo fa si che il tutto sia più organico e legato; ecco perché preferisco, in questa parte, la versione tradizionale.
Per quel che riguarda invece il solo pas de deux, devo dire che questa versione è altrettanto bella e piacevole dell’altra.
A questo punto, visto che il principe è ormai innamorato perso di Odile/Odette, Rothbart riesce a far si che egli chieda la mano della ragazza.
Nel momento della dichiarazione ufficiale ecco comparire sullo sfondo Odette (quella vera) che vista la scena fugge via piangendo.
Il II atto si chiude su Siegfried disperato che ha capito, ormai troppo tardi, l’inganno.
Nel III atto siamo nuovamente sulle rive del lago, dove scorrazzano tranquille le donne/cigno, tra cui adesso sono comparsi anche i cigni neri, che nelle loro evoluzioni ci regalano sequenze coreografiche d’insieme assolutamente meravigliose, dove i movimenti, semplici, sono in perfetta simbiosi con la musica, presente anche il famoso port de bras detto “umyvanie” cioè “lavare” in russo, gesto che ricorda quello fatto dagli animali, introdotto da Agrippina Vaganova nella versione del 1933, e che contribuisce a facilitare l’identificazione delle donne con i cigni in questa perfetta simbiosi a due.


Dirompente arriva Odette che, con un uso accentuato della pantomima ma assolutamente calzante in questo caso, andando su e giù sul palco, sulle note dell’Allegro agitato dei violini, senza riuscire a calmarsi, sconvolta com’è da ciò che è successo, inizia a raccontare alle altre, dispostesi intorno a lei, ciò che ha visto: la festa a corte, il mago che fingendosi un cavaliere si presenta con Odile facendola credere sua figlia ed infine il tradimento di Siegfried ingannato da Rothbart. Vuole uccidersi ma le altre donne/cigno la fermano cercando di dissuaderla.
Una scena assolutamente piena di carattere e forza, pienamente capace di descrivere il momento, molto più di quella usata nella versione di tradizione che appare decisamente troppo aulica, con una sequenza di passi eseguita quasi esclusivamente sulle punte: aspetto questo che non aiuta a rendere a pieno il travaglio interiore di Odette, ne la sua disperazione, non riuscendo a materializzare il sentimento, cosa che invece rende sicuramente un maggiore contatto con il palco.
Qui va a formarsi una bella immagine…. piano, piano, infatti, alcuni cigni si posizionano intorno a lei quasi a creare un corolla di petali bianchi e neri e lei al centro è “l’anima” del fiore.


E proprio in quel momento, sull’Andante della scena finale, ecco arrivare il principe.
L’entrata di questa versione è decisamente meno dirompente (il principe arriva correndo) e scenografica di quella di tradizione, dove invece Siegfried, nel massimo del suo splendore, entra in palcoscenico con grandi salti, mostrando l’aspetto più atletico della danza.
Siegfried inizia a cercare la sua amata tra tutte quelle creature senza riuscirci, fino a quando trovandola, le si inginocchia di fronte, affranto. Lei amorevolmente lo invita ad alzarsi ed i due si stringono dolcemente; danzano insieme: Odette esegue una serie di pirouettes che lui controlla con una sola mano (elemento questo della vecchia tradizione ottocentesca) e subito dopo lei vi si abbandona, dondolandosi dolcemente, come a farsi cullare dall’amore.
Da qui si sviluppa una parte, questa volta direi in modo equilibrato, di pantomima e danza.
Pur dichiarandosi amore reciproco, l’uno cerca di convincere l’altra della sincerità dei suoi sentimenti e le rinnova la volontà di volerla sposare, giurandole amore eterno e liberandola dal maleficio e l’altra continua ad affermare che per lei non c’è speranza e che dovrà morire.
Molto bella anche la sequenza successiva dove su le piacevolissime, leggere, veloci e soavi note suonate dall’oboe, Odette esegue due sequenze sulla diagonale la prima di passetti sulle punte, accompagnati da un dolce movimento di braccia che suggerisce l’idea dell’allontanamento da Siegfried e la seconda una serie di arabesque alla prima eseguiti all’indietro a cui inframezza di volta in volta una veloce sequenza di pirouettes e di tours chaînés a mezza punta eseguiti anch’essi sulla medesima diagonale che la riavvicinano a lui per poi abbandonarsi tra le sue braccia con un arabesque.
Finalmente sembra che Siegfried sia riuscito a convincere Odette sulla possibilità di potersi sposare andando contro l’incantesimo di Rothbart, il quale però, mentre imperversa la tempesta, irrompe tra i due innamorati, separandoli.
Il mago poi si allontana e sembra che abbia desistito e invece ritorna minaccioso.
Siegfried e Odette lo cacciano in modo deciso, salvo poi vedere Odette sentirsi mancare. Ella capisce, purtroppo, che non può sottrarsi al suo destino e nonostante Siegfried cerchi, più volte, di fermarla, lei si suicida.
Disperato il principe si uccide a sua volta e Rothbart sembra aver raggiunto il suo scopo, quello di tenere i due innamorati separati.
Ma non è così, perché in realtà l’amore ha vinto su tutto e infatti, di lì a poco, Rotbart soccomberà, sopraffatto anche dagli altri cigni.
Sullo sfondo le due anime di Odette e Siegfried sono di nuovo insieme….. per sempre!

(ph. Eleonora Bartalesi)

Una versione quindi, questa di Ratmansky, assolutamente piacevole, riuscita nella sua operazione di recupero della versione originale, il cui aspetto più interessante è quello di aver dato, o meglio, ridato lirismo ad una storia che nel tempo aveva finito per diventare forse troppo manieristica nel modo di raccontare questo amore.
I sentimenti risultano veritieri e rappresentati nel giusto modo, forse più contemporaneo (nonostante sia quasi esattamente la versione del 1895) di quello presente nelle successive versioni, frutto di anni e anni di aggiunte coreografiche.
Sembra quasi che le continue aggiunte, come una sovrastruttura, avessero finito per nascondere la vera anima di questa storia.

Se il principe, (a cui Andrijashenko sa donare dolcezza e trasporto – soprattutto nelle scene con Odette – e un ottimo pathos principesco) risulta perdere quell’aspetto energico ed acrobatico, tipico dei principi dei primi del ‘900, a cui siamo abituati; Odette, dal canto suo (a cui la Manni regala eleganza, freschezza, semplicità, unite ad una tecnica sopraffina da far apparire tutto naturale e fluido), è invece estremamente reale e concreta, anche se può sembrare assurdo visto che parliamo di una ragazza trasformata in cigno da un mago.
La veridicità del suo sconvolgimento dopo aver visto il principe giurare amore eterno a Odile, è così genuina da far dimenticare che siamo in “….c’era una volta in un paese incantato…… e così via…..”.

Eleonora con Nicoletta Manni

(Le fotografie di scena sono del Teatro Alla Scala)

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2 commenti su “Il recupero della tradizione nel Lago dei cigni di Ratmansky alla Scala

  1. wolfghost
    agosto 8, 2017

    Vero: non solo mero racconto (fatto benissimo peraltro, per quanto difficile sia sembra di esserci!) ma anche spiegazione, recensione e storia!
    Ottimo. Come sempre in questo blog peraltro! 😉
    http://www.wolfghost.com

    • ilpadiglionedoro
      agosto 9, 2017

      Grazie Wolf! E’ davvero un resoconto esauriente ed interessante questo di Eleonora.

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