Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

La perfezione dell’imperfezione: Toulouse-Lautrec e la Belle Époque

Henry de Toulouse, Visconte di Lautrec, Barone di Montfa, di Labruguière, di Ferrats, di Puy-Saint-Pierre, di Castayrac, Signore della Roquette.
Un nome altisonante per l’ultimo rampollo di una famiglia dall’albero genealogico che affonda le radici nel medioevo cavalleresco.
Cresciuto in un castello con un padre appassionato di caccia col falcone e di cavalli, Henry pareva destinato ad una vita fatta di benessere e di passatempi aristocratici.
Una malattia genetica, aggravata da rovinose fratture alle gambe, indirizza invece la sua esistenza verso una prospettiva del tutto diversa. Per ingannare l’immobilità e la noia durante le monotone convalescenze, l’adolescente Henry si esercita con il disegno, mostrando un talento eccezionale.
Sfidando il padre, sceglie la via dell’arte, che lo porterà ad essere quel personaggio controverso e sensibile emblema della Parigi della Belle Époque.


Dopo la diligente formazione accademica a Parigi, Henry de Toulouse-Lautrec segue una strada del tutto autonoma. Percorre le notti parigine fra alcol e donne, serate in costume e caricature, soggetti scabrosi e innovative ricerche espressive: la litografia a colori, il manifesto pubblicitario, la grafica promozionale, le vignette satiriche, le illustrazioni per i giornali.
Il suo mondo è illuminato dalla cruda luce elettrica e dalle luci della ribalta, al di là delle quali egli riesce però a scorgere l’anima delle persone e a manifestare il suo desiderio di tenerezza.
La sua vita è breve: muore a soli trentasette anni, agli albori del XX secolo, portando via con sé un’intera epoca.
Esposte al Museo AMO di Verona fino al 2 Settembre circa 170 opere provenienti dall’Herakleidon Museum di Atene, ad illustrare l’arte di questo artista tormentato e sensibile e la sua ricercata poetica anticonformista e provocatoria.


Toulouse-Lautrec e le notti parigine: è con questo filone, probabilmente il più noto di Henry, che la mostra si apre, presentandoci alcuni dei personaggi più eccentrici e conosciuti dello spettacolo dell’epoca.
Negli anni della Belle Époque Parigi è un immenso palcoscenico, l’offerta di spettacoli diffusa e trasversale: opera tradizionale, cinema dei fratelli Lumière, balli popolari, locali per chansonniers, cabarettisti, cantanti. Con la rapida diffusione dell’elettricità era possibile creare nuovi effetti di luce, colori, proiezioni. Toulouse-Lautrec è uno dei primi artisti a coglierli e interpretarli nelle opere pittoriche e soprattutto nella grafica.
Ritrae ballerine (come La Goulue), sofisticati e nobili frequentatori dei locali, ma soprattutto le due soubrettes Jane Avril e Yvette Guilbert.

Jane Avril, 1883

Jane Avril, dopo aver lavorato nel circo come cassiera e cavallerizza, trova la sua strada sul palcoscenico del Moulin Rouge come cantante e ballerina. Alla sua energia travolgente si deve infatti il successo del can-can e la fortuna di un nuovo locale, “Les Folies-Bergères”.
Toulouse-Lautrec la ritrae insieme a Yvette Guilbert in uno dei suoi manifesti più celebri, quello dedicato al cabaret “Divan Japonais”, un locale arredato all’orientale, aperto e chiuso nel giro di pochi anni, tanto che la sua memoria resta quasi solo grazie a quest’opera.
Yvette è sul palco, riconoscibile solo per i suoi caratteristici guanti, e Jane, seduta in primo piano, indossa un abito elegante ed è rappresentata come un’affascinante spettatrice.

Divan Japonais, 1893

Nel 1896 Jane Avril e il suo can-can approdarono a Londra con altre tre ballerine, Eglantine, Cléopatre e Gazelle, ed ella chiese a Toulouse-Lautrec di realizzare un manifesto per la sua compagnia. Ecco quindi La compagnia di M.lle Eglantine, un manifesto che non ebbe grande successo, forse perché Jane Avril spezza l’armonia dell’insieme, distinguendosi dalle altre ballerine per il passo diverso e per il colore dei capelli, un chiaro indizio del suo carattere autonomo, da primadonna.
La carriera di Jane Avril tocca l’apogeo nel 1900 con una tournée negli USA. Poi un lungo e triste declino: trascorrerà gli ultimi dieci anni di vita sola, in un ospizio.

La compagnia di M.lle Eglantine, 1896

Yvette Guilbert (1868-1944), sartina, commessa e poi indossatrice nei magazzini Printemps, era conosciuta nel mondo dello spettacolo come “la diseuse”, la “fine dicitrice”. In piedi sul palco, immobile, muoveva solo le braccia, declamando testi arditi con un andamento che somigliava ad un monologo. Desiderava “apparire distinta” per poter osare tutto nel suo repertorio. Ecco l’uso dei lunghi guanti neri, suo emblema.

La copertina dell’album dedicato a Yvette Guilbert

Nel 1894 Henry, che la ammirava molto, produsse un album a tiratura limitata con 17 litografie che la ritraevano in diverse pose, sul palco e fuori, accentuandone i suoi caratteri fisiognomici (naso adunco, mento appuntito) ma evidenziando anche la sua personalità: ne furono prodotte 100 copie, firmate dalla cantante, che chiamava affettuosamente il pittore “il mio piccolo mostro”.

“Avant de savoir qu’elle chante, on entend qu’elle chante bien, et qu’elle dit bien… chaque syllabe arrive en flêche, décochée par le gosier, par les dents, par la langue, portée sur la claire onde sonore, transparante, à la fois ferme et frêle comme un crystal vibrant”

A chiudere questa sezione il primo vero chansonnier francese, Aristide Bruant. Voce graffiante, cappello di feltro a tesa larga, abito di velluto nero con i pantaloni negli stivali, sciarpa rossa al collo: erano questi gli elementi che lo contraddistinguevano, così come il suo comportamento brusco e insultante verso il pubblico che affollava il locale dove si esibiva, “Le Chat Noir”, e poi quello da lui stesso aperto, “Le Mirliton”.

Due litografie di Aristide Bruant

Per la creazione dei suoi famosi manifesti Toulouse-Lautrec utilizzava la litografia, un sistema di stampa abbastanza complesso nato alla fine del Settecento e basato non più sull’incisione della matrice, ma sulla “scrittura sulla pietra” (questo infatti il significato della parola litografia) e sul principio chimico chiamato idrorepellenza, reciproca repulsione fra sostanze grasse o resinose e l’acqua.
Questa tecnica la ritroviamo ovunque nella carriera artistica di Henry, anche nelle sue collaborazioni per le illustrazioni di libri di pregio e spartiti musicali, ma soprattutto con riviste satiriche, i journaux humoristiques, come “Le rire” o “L’escaramouche”, che puntavano su satira politica, corruzione, scandali militari, gossip sui personaggi più in vista. Insomma…un po’ come ai nostri giorni.

Illustrazione per “La Revue Blanche”

Esposti in una sezione a sé stante alcune opere dedicate al mondo dell’ippica, con i suoi amati cavalli, fantini e cavalieri, temi ricorrenti anche nella sua sterminata produzione di disegni.

Il fantino, 1898

Toulouse-Lautrec trovò infatti nel disegno un mezzo di espressione immediato e insostituibile, croce e delizia per l’intera sua vita: esercizio obbligato durante la formazione accademica, strumento per vedere e interpretare il mondo, complice nel fissare la realtà, chiave per evadere dalla clinica per malattie mentali dove restò chiuso per tre mesi.
I suoi innumerevoli studi di volti, espressioni, caricature, che egli sapeva rendere con un occhio attento e divertito e una mano di incomparabile freschezza, sono stati conservati scrupolosamente dalla madre Adèle e dal cugino Gabriel Tapié de Céleyran e arrivati intatti sino a noi.
Capitolo finale della breve parabola di vita e d’arte di Henry, ma di certo il più importante, è quello dell’universo femminile, al quale egli dedicò intensi e personali ritratti di donne sole, silenziose, raffigurate in attimi di riflessione.
Il ciclo più completo di immagini femminili è l’album Elles (Loro, 1896) dedicato alle ragazze che vivevano e lavoravano all’interno di bordelli da lui frequentati, come quello in Rue des Moulins e in Rue d’Amboise, ove a periodi si trasferì anche a vivere.

La copertina di Elles

In queste opere egli va ben oltre la rappresentazione della banalità scontata del piacere e del sesso, riuscendo a catturare istanti intimi con profonda sensibilità e un senso di verità e reciproca accettazione. Sono tele considerate capolavori della litografia francese del tardo Ottocento.

Donna alla tinozza, da Elles, 1896

Quella da lui ritratta e ricercata per tutta la vita è una «bellezza semplice, dai contorni volutamente sfumati e da vivere in momenti dissoluti, dai colori forti e spregiudicati e priva di abbellimenti, nei disegni come nelle tinte. Nessuno, dopo di lui, è stato in grado di rendere così “perfetto” il volto dell’imperfezione. E’ questo il suo stile»

May Belfort, 1895

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3 commenti su “La perfezione dell’imperfezione: Toulouse-Lautrec e la Belle Époque

  1. glencoe
    luglio 4, 2017

    L’ha ribloggato su l'eta' della innocenza.

  2. Alessandra Bianchi
    luglio 4, 2017

    Molto ben scritto! Buona serata 🙂

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