Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Manet e la modernità della Parigi del Secondo Impero in mostra a Milano

“Gli accademici hanno sempre negato che Manet fosse un grande pittore di storia ma oggi i musei proclamano dappertutto nel mondo che sia il più grande pittore di storia dell’Ottocento”: con queste parole Guy Cogeval, storico presidente del Musée d’Orsay e dell’Orangerie di Parigi, curatore insieme a Caroline Mathieu e Isolde Pludermacher della mostra “Manet e la Parigi moderna”, introduce la figura del grande artista considerato il più grande interprete della pittura pre-impressionista.
L’esposizione, nuovo fiore all’occhiello di Palazzo Reale di Milano, resterà aperta fino al 2 Luglio per raccontare il suo percorso artistico e celebrare il ruolo centrale che egli ebbe nella pittura moderna attraverso i generi cui si dedicò: il ritratto, la natura morta, il paesaggio, le donne, l’amatissima Parigi rivoluzionata a metà Ottocento dal nuovo assetto urbanistico attuato dal barone Haussmann e caratterizzata da un nuovo modo di vivere nelle strade, nelle stazioni, nelle esposizioni universali, nella miriadi di nuovi edifici che ne cambiarono il volto e l’anima. Una vita e un percorso artistico che si intrecciano a quelli di altri celebri maestri, tra cui molti compagni di vita e di lavoro di Manet, frequentatori assieme a lui di caffè, studi, residenze estive, teatri.
Non solo Manet in mostra, dunque (una ventina di quadri e una decina tra disegni e acquerelli), ma molte opere dei grandi a lui contemporanei – ricordiamo Boldini, Cézanne, Degas, Fantin-Latour, Gauguin, Monet, Berthe Morisot, Renoir, Signac, Tissot – tutte provenienti dalla collezione del Musée d’Orsay di Parigi.
Edouard Manet è il capofila di una nuova pittura la cui modernità si definisce sia per le tecniche audaci che per la scelta dei soggetti. Proprio per questi suoi tratti innovativi le tele che sottopone ogni anno alla giuria del Salon di Parigi vengono sistematicamente rifiutate.
Manet per tutta la vita coltiverà grandi rapporti d’amicizia e complicità con poeti e letterati, come è sottolineato nella prima sezione “Manet e la sua cerchia”: Charles Baudelaire, con cui sviluppa un profondo legame; Emile Zola, che prenderà da subito posizione difendendolo strenuamente dai rifiuti del Salon; Stéphane Mallarmé, che frequenta il suo atelier discutendo animatamente di pittura e poesia e in numerosi articoli lo elogia come caposcuola e maestro dell’ “atmosfera luminosa ed elegante”; la pittrice Berthe Morisot, che diventerà nel 1874 sua cognata sposando il fratello Eugène e sarà per molti anni sua intima amica, e altri artisti come Degas, Monet, Renoir. Ecco dunque gli intensi ritratti di Zola – caratteristico del gusto del periodo lo sfondo, con un’incisione di Velasquez, un paravento giapponese e l’Olympia -, Mallarmé – elegante e disinvolto, indolentemente appoggiato al cuscino del sofà – e Berthe Morisot con ventaglio e vestita a lutto per la recente morte del padre.

Edouard Manet, Ritratto di Émile Zola

Dopo gli affetti e gli amici più cari, “Parigi città moderna” esplora il rapporto di Manet con la sua città, nella quale egli vivrà e lavorerà sempre. Una Parigi, come già accennato, che sta vivendo in quegli anni una vera rivoluzione architettonica e di costume e che sta diventando la capitale europea per eccellenza.
In questa sezione figurano opere di Paul Gauguin con La Senna al Ponte Iéna. Tempo nevoso (1875), eccezionale dipinto se si pensa che l’artista dipingeva da solo quattro anni, influenzato dalla lezione realista di Courbet; di Claude Monet con Les Tuileries (1875), dipinto dall’appartamento del collezionista Victor Choquet, dove sono raffigurati i giardini di fronte a Rue de Rivoli infiammati di luce al calar del sole e la vista dall’alto abbraccia un’ampia parte di città sino alla cupola dell’Hotel des Invalides; di Paul Signac con Strada di Gennevilliers (1883), una veduta della periferia settentrionale di Parigi, dove il notevole spazio riservato alla strada, i cartelli stradali, i pochi alberi privi di foglie delineano un ambiente completamente modellato dall’attività umana. Manet preferiva invece aggirarsi in zone non toccate da questi mutamenti, come Montmartre.

Paul Gauguin, La Senna al Ponte Iéna. Tempo nevoso

Claude Monet, Les Tuileries

Paul Signac, Strada di Gennevilliers

A queste opere si affiancano altre tele e numerosi disegni con progetti di edifici, chiese, stazioni che testimoniano l’effervescenza costruttiva della città nell’ultimo ventennio dell’Ottocento e celebrano la novità del periodo: l’architettura in ferro.
Come tutti i pittori del periodo e in particolar modo gli Impressionisti, anche Manet subisce il fascino delle marine (“Sulle rive”), anzi, proprio le marine sono gli unici paesaggi che lo colpivano profondamente. Egli ama la costa nord della Francia e nel 1869 si stabilisce a Boulogne sur Mer. Tuttavia dopo il 1870 si avvicina a Renoir e a Monet, dedicandosi con loro alla pittura en plein air ad Argenteuil e arricchendo la sua tavolozza di una nuova luminosità.
Qui sono esposte cinque sue vedute, tra cui spiccano in particolare due tele: Chiaro di luna sul porto di Boulogne (1869) dove, oltre a raffigurare con grande lirismo e poeticità le donne che attendono il rientro dei pescatori per aprire il mercato del pesce, dimostra un’eccellente padronanza nel raffigurare il mare in tutta la sua profondità così come la complessa struttura delle imbarcazioni, e La fuga di Rochefort (1881), dedicata alla rocambolesca evasione del celebre giornalista Henri Rochefort (di cui è in mostra anche un ritratto di Boldini) davanti alla quale si resta affascinati dalla distesa marina verde brillante sotto il magico oscuro chiarore della luna.

Edouard Manet, Chiaro di luna sul porto di Boulogne

Edouard Manet, La fuga di Rochefort

Si possono inoltre ammirare Argenteuil (1872) di Claude Monet, che ritrae una delle mete preferite delle gite domenicali dei parigini, dove Monet soggiorna tra il 1872 e il 1877 e vi riceve numerosi colleghi, tra cui lo stesso Manet, e Pastorale (1870) di Paul Cézanne, ispirato al celebre Le déjeuner sur l’herbe di Manet, dove spicca però una natura dai colori violenti, tutt’altro che idilliaca. Anche Boudin si confrontò con Le déjeuner di Manet (Colazione sull’erba, 1866), attraverso uno schizzo realizzato dal vero dove le donne sono raffigurate elegantemente abbigliate.

 

Paul Cézanne, Pastorale

Eugène Boudin, Le déjeuner

Segue la sezione “Natura inanimata”, ove sono esposti incantevoli dipinti floreali di Manet: Ramo di peonie bianche e cesoie (1864), fiore di lusso molto in voga nell’Europa ottocentesca che Manet coltivava nel suo giardino di Gennevilliers, qui dipinte nella fugacità del momento in cui il fiore passa dalla vita alla morte, e Fiori in un vaso di cristallo (1882), tra gli ultimi quadri dipinti da Manet che, ormai malato, si dedica alla pittura di piccole tele con frutti e fiori di cui coglie con intensità lo splendore e la vitalità.

Edouard Manet, Ramo di peonie bianche e cesoie

A queste opere si affiancano due splendide tele di Fantin-Latour e uno straordinario bouquet di Renoir, Mazzo di fiori su una sedia (1878), posato su una poltroncina di teatro, simbolo di modernità.

Auguste Renoir, Mazzo di fiori su una sedia

Tra gli influssi maggiormente riconoscibili nell’opera di Manet troviamo quello esercitato dall’arte spagnola. Come sottolineato in “L’heure espagnole (Maurice Ravel)”, la “moda” spagnola si diffonde a Parigi sin dal 1830, ispirando una voga che investe la letteratura, l’arte e il costume. Manet si reca in Spagna nel 1865 e studia spesso i dipinti spagnoli al Louvre, in particolare Velázquez, che considera “il pittore dei pittori”. Testimonianza di questo ispanismo alcuni ritratti, come quello dedicato alla ballerina Lola Melea, nota come Lola di Valencia (1862), protagonista del balletto spagnolo rappresentato a Parigi nel 1862 e il cui fascino luminoso è paragonato da Baudelaire a quello di “un gioiello rosso e nero”.

Edouard Manet, Lola di Valencia

Oppure Angelina (1865), donna di mezza età affacciata ad un balcone, tipico dell’arte spagnola, ove gli accessori perdono il loro potenziale erotico sotto l’impatto della luce cruda che pervade la tela. E ancora Il combattimento di tori (1865-1866) e Il pifferaio (1866), immagine-simbolo della mostra, rifiutato al Salon dello stesso anno per la radicalità del trattamento pittorico. I colori infatti, stesi qui per campiture piatte come “grandi macchie”, e soprattutto l’assenza di prospettiva – eccezion fatta per il piede sinistro leggermente avanzato -, assimilano il dipinto a una carta da gioco, che secondo Zola “buca semplicemente il muro”.

Edouard Manet, Angelina

Edouard Manet, Il pifferaio

Un aspetto della vita parigina che affascina Manet è il suo “Volto nascosto”: i caffè, le strade, le brasseries, i locali frequentati dalle persone meno abbienti, in contrasto con il lusso e l’opulenza della vita borghese, protagonista delle sezioni successive.
Spicca uno dei capolavori di Manet, La cameriera della birreria (1878-1879), ritratto di una lavorante di brasserie che aveva colpito l’artista per la sua bravura quando l’aveva vista al Reichshoffen, un cabaret di boulevard de Clichy, e l’aveva convinta poi a posare per lui. Manet la rappresenta in una posa seducente, come una sorta di “escort” ante litteram con il suo “protettore”, l’uomo in maniche di camicia, che la accompagnava a posare nell’atelier del pittore.

Edouard Manet, La cameriera della birreria

Molto toccante per l’umanità e la disperazione che riesce a trasmettere è Ciò che si chiama vagabondaggio (1854) di Alfred Stevens, che, raffigurando una povera donna arrestata con i suoi figli al cospetto di un operaio e di un’elegante passante, rappresenta l’insieme dei diversi gruppi sociali coesistenti in città e punta il dito sulla sorte riservata agli esclusi dallo straordinario sviluppo economico e sociale del Secondo Impero. Affascinante L’attesa (1885 circa) di Jean Béraud, dove un’elegante prostituta attende di adescare clandestinamente un cliente nel signorile quartiere dell’Étoile.

Alfred Stevens, Ciò che si chiama vagabondaggio

Jacques Béraud, L’attesa

Appartengono invece all’atmosfera mondana dei teatri e dei balli la bella tela carica di rosso Scena di festa (1889 circa) di Giovanni Boldini, ritrattista della mondanità di Parigi, dove si stabilisce nel 1871, che qui rappresenta con pennellate vigorose e dinamiche le Folies Bergères, caffè-teatro di varietà attivo dal 1869 sui grandi boulevards.

Giovanni Boldini, Scena di festa

Questa tela segna il passaggio alla sezione dedicata al tempio dello spettacolo parigino: l’Opéra. Nel 1861 Garnier vince il concorso per la costruzione del teatro cittadino, che diventerà il punto di riferimento per molti altri teatri. Manet e gli artisti a lui contemporanei sono affascinati da tutto ciò che ruota intorno a concerti, serate da ballo, balletti.
Ecco allora Il foyer della danza al teatro dell’Opéra (1872), di Edgar Degas, una delle tante tele che il pittore dipinse su questo tema, qui trattato con tonalità tenui e raffinate che si irradiano a partire dall’audace “vuoto” del primo piano. Di Henri Gervex possiamo ammirare il bellissimo Il ballo dell’Opéra (1886), che mette in scena uno scintillante carnevale con una giovane donna mascherata, probabilmente una prostituta, in amabile conversazione con due gentiluomini, dove l’audace inquadratura taglia le figure in primo piano, rendendo la fugacità di un momento colto quasi per caso. E poi, tra gli altri dipinti, La scalinata dell’Opéra (1880 circa) di Victor Navlet, accanto a disegni, acquerelli e piccole sculture in gesso o bronzo rappresentanti progetti per la nuova Opéra e figure mitologiche.

Edgar Degas, Il foyer della danza al teatro dell’Opéra

Henry Gervet, Il ballo dell’opera

Si prosegue con il bel mondo parigino esposto in “Parigi in festa”. Boulevards, grandi magazzini, vetrine, stazioni, luminarie, giardini, mercati, caffè, teatri, balli, serate mondane: la nuova Parigi è un pullulare di luoghi di piacere e di evasione. I teatri, in particolare, offrono uno spaccato eccellente della mondanità parigina, che conosce il momento di maggior fulgore proprio nel Secondo Impero.
Ecco allora i quadri degli artisti che frequentano le serate di gala nei teatri: da Jacques Joseph (detto James) Tissot con l’elegante Il ballo (1878), straordinaria dimostrazione di virtuosismo che ritrae uno spaccato dell’incontro fra monde e démi-monde, dove giovani fanciulle erano solite accompagnare uomini più anziani; a Jean Béraud con Una serata (1878), perfetta illustrazione di un’affollata e mondanissima soirée che pare uscire dalla Ricerca del tempo perduto di Proust; da Eva Gonzalès con Un palco al Théâtre des Italiens (1874 circa), dove abbondano i riferimenti a Manet, suo maestro, a Berthe Morisot con Giovane donna in tenuta da ballo (1879), tutto giocato con grande virtuosismo sulle variazioni del bianco in una figura femminile che fa pensare alla Madame Bovary di Flaubert. Completano la sezione alcuni disegni di progetti per nuovi teatri, testimoni dell’incessante trasformazione della Parigi dell’epoca.

Jacques Joseph Tissot, Il ballo

Berthe Morisot, Giovane donna in tenuta da ballo

Le ultime sale dell’esposizione sono totalmente dedicate all’ “Universo femminile. In bianco…e in nero”, rappresentato anche nei suoi momenti più intimi.
Dagli anni Sessanta dell’Ottocento, infatti, esplode una vera e propria passione per le figure femminili e la moda. In particolare il colore bianco è molto amato per il suo effetto sull’incarnato e il suo simbolo di purezza.
Di Manet è esposta la splendida tela La Lettura (1865-1873), dove l’artista ritrae la moglie Suzanne Leenhoff e Léon Édouard Koella-Leenhoff, figlio naturale della donna. Il quadro è stato ripreso a una decina di anni di distanza dalla prima esecuzione e mostra sia un grande virtuosismo nella diversa resa dei tessuti, sia un’intensa connotazione psicologica in entrambi i soggetti.

Edouard Manet, La lettura

Sempre di Manet troviamo il celeberrimo Il balcone (1868-1869), che lasciò perplessi pubblico e critica al Salon del 1869 anzitutto per la scelta dei colori accesi, ma soprattutto per la sconcertante assenza di un soggetto chiaramente definito. Non si tratta infatti di un ritratto di gruppo, ma di una scena di genere senza però le dimensioni ridotte e la leggibilità del soggetto. I modelli sono tre amici che Manet fa posare a lungo nello studio: il pittore Antoine Guillemet, la violinista Fanny Claus e, appoggiata alla ringhiera, Berthe Morisot. Manet decide di rappresentare qui un istante sospeso, in cui ogni personaggio appare isolato nel proprio mondo interiore, offrendoci semplicemente i loro sguardi assenti.

Edouard Manet, Il balcone

Accompagnano queste due opere emblematiche due splendide tele di Alfred Stevens – La lettera di rottura (1867) e Il bagno (1873-1874), unico nudo dell’artista belga a Parigi dal 1844, opera la cui attenzione ai dettagli destò l’ammirazione di Manet – e Le due sorelle (1863) di James Tissot, definita dal critico inglese Wentworth “il paradigma dell’aristocraticità e dell’eleganza sobria”.

Alfred Stevens, Il bagno

James Tissot, Le due sorelle

In chiusura la raffinatezza del nero, colore amato dalle parigine per la sua eleganza, la capacità di valorizzare la carnagione chiara e di esaltare il mistero femminile.
Due le magnifiche opere di Manet. Un malinconico Ritratto di Nina de Callias (1874 circa) ma soprattutto Berthe Morisot con un mazzo di violette (1872), variazione sottile sul tema del “nero assoluto” esaltato dal tocco di colore dei fiori, con una rapidità di esecuzione che sembra alludere alla vivacità della modella e in cui l’artista riesce a trasmetterci, con grandissimo talento, la personalità magnetica della sua amica pittrice insieme alla loro profonda complicità artistica.

Edouard Manet, Berthe Morisot con un mazzo di violette

A confronto due celebri figure femminili di Renoir: Madame Darras (1868 circa) e Giovane donna con veletta (1875), dove il grande artista rivela una straordinaria maestria nella resa del nero e nel catturare il fascino fugace di una passante.

Auguste Renoir, Madame Darras

Auguste Renoir, Giovane donna con veletta

La mostra è un vero gioiello dal punto di vista della scenografia, del fascino delle opere e soprattutto della bellezza e della seduzione inconfondibili non solo di Manet, ma anche degli altri artisti della Parigi scintillante ed entusiasta della modernità che si stava facendo strada nella seconda metà dell’Ottocento.

(Anche per questa mostra devo ringraziare gli esaurienti e chiarissimi pannelli illustrativi esposti nelle varie sale, preziosi per una comprensione organica di artisti e periodo storico e per la compilazione del mio articolo)

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2 commenti su “Manet e la modernità della Parigi del Secondo Impero in mostra a Milano

  1. wolfghost
    giugno 25, 2017

    Ed è un articolo bellissimo: esauriente, interessante, coinvolgente! 😉
    … Manet, Baudelaire, Emile Zola, Mallarmé… che grupo ragazzi! 😉 Possiamo solo immaginare un “salotto artistico” del genere! 🙂
    http://www.wolfghost.com

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