Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Keith Haring/About Art: quando la “street art” dialoga con la storia dell’arte

Chi segue il mio blog è al corrente della mia avversione e difficoltà di “digestione” di buona parte dell’arte moderna e soprattutto contemporanea. Dovrebbe anche però ricordare che da un po’ di tempo mi sono imposta di avvicinarmi ad essa per cercare di capirla, visto che è qui e ora che noi viviamo, e ritengo dunque giusto e interessante cercare di comprendere anche manifestazioni artistiche che, di primo acchito, possono lasciare perplessi.
Sabato 20 Maggio, quando la sera avrei assistito a Progetto Händel alla Scala, ho pensato di dedicare anche il pomeriggio alla modernità visitando la mostra allestita presso Palazzo Reale di Milano “Keith Haring/About Art”.
La prima cosa che mi ha stupito è stata quella di aver dovuto quasi attendere un’ora per entrare («Non prenoto il biglietto, tanto non ci sarà folla…») e di aver constatato, contro le mie previsioni, che in coda per la mostra dedicata a Manet non c’era invece praticamente nessuno.
Esaustiva e molto interessante, l’esposizione presenta 110 opere del geniale artista americano, molte di grandi dimensioni, alcune inedite o mai esposte in Italia, provenienti da collezioni pubbliche e private americane, europee, asiatiche. Esse non seguono un percorso cronologico, ma sono suddivise in grandi aree tematiche che illustrano le fonti di ispirazione di Haring, che spaziano dall’arte classica a quella precolombiana, ai maestri del Novecento.
Grazie ai pannelli illustrativi e all’accostamento delle opere di Haring con capolavori di altri artisti (antichi e moderni, originali o copie), è possibile comprendere il senso e la genesi di tutti quei segni, quegli omini diventati l’emblema dell’artista, quei simboli colorati spesso piacevoli alla vista ma, in apparenza, nulla di più. Non per niente Keith Haring, considerato a lungo un semplice graffitista, è stato in realtà uno dei più importanti autori della seconda metà del Novecento; la sua arte è percepita come espressione di una controcultura socialmente e politicamente impegnata su temi propri del suo e del nostro tempo: droga, razzismo, Aids, minaccia nucleare, alienazione giovanile, discriminazione delle minoranze, arroganza del potere.
Il primo aspetto messo in evidenza, proprio perché strettamente collegato all’immagine-simbolo di Haring, è quello dell’ “Umanesimo”: Haring, artista profondamente impegnato in ambito sociale, aspira ad un’arte che proponga un linguaggio universale, utile agli altri esseri umani, al loro accrescimento.
Ecco che proprio a partire da questa sua visione antropocentrica nasce l’icona più popolare creata dall’artista: il pittogramma antropomorfo (l’omino), una sagoma senza volto che nella sua anonimità rappresenta sia il singolo che l’intera umanità. È la rappresentazione dell’uomo con le braccia alzate, figura presente in ogni epoca e latitudine, legata alla tradizione tardo medioevale e sublimata nel Rinascimento da Leonardo nel suo Uomo Vitruviano per raffigurare la centralità dell’uomo nell’universo. In Untitled (1981) rappresenta l’omino con un buco nella pancia e quattro croci intorno: l’immagine gli fu suggerita dalla notizia dell’assassinio di John Lennon, che lo colpì moltissimo.

Untitled, 1981

L’arte di Haring tende a divenire dunque archetipo, con la ripresa di uno degli elementi primari più immediatamente riconoscibili, che si fa immediatamente linguaggio.
Estremamente interessante e ricca di spunti è questa sezione dedicata a “Archetipi, miti e icone”, che accosta alcune opere di Haring a rappresentazioni archetipiche dell’età antica.


Abbiamo quindi la copia in bronzo e legno della Lupa Capitolina classica accanto alla lupa raffigurata in Untitled (1985). L’olpe etrusca del VI sec. a. C. che raffigura un’arpia e l’inquietante Walking in the Rain (1989). L’Arpia (rapitrice) è il mostro che in antico “porta via le persone”, strappa l’anima delle giovani in vita e agisce come una Sirena/uccello rapace, ma anche come guardiano del mondo infero. In quest’opera, una delle poche cui Haring diede un titolo, egli rappresenta l’Arpia sotto una pioggia nera, che sporca ancor di più l’immagine e ne accentua la poetica espressionista; un momento autobiografico forse, di pessimismo e sconforto: il presagio dell’AIDS era ormai una certezza.

La raffigurazione dell’arpia sull’olpe etrusca e Walking in the Rain di K. Haring

Vi è poi il famoso Il vitello d’oro (1931-56) di Marc Chagall affiancato a Untitled (1980): prendendo spunto da un episodio del libro dell’Esodo (l’adorazione del vitello d’oro, che gli Israeliti erigono in assenza di Mosè, scatenando l’ira del Signore), Haring pone l’accento sull’incisività delle strategie di consenso e sul potere persuasivo dei falsi miti.

Il vitello d’oro di M. Chagall e Untitled, 1980 di K. Haring

Ma ancora più suggestivo è l’accostamento, che di primo acchito potrebbe sembrare azzardato ma che ha una sua logica, fra il calco in gesso del rilievo della splendida Colonna Traiana e una sequenza di immagini esposte (Untitled, 1984) lungo le quattro pareti di una sala appositamente dedicata. Non appena si entra nella sala l’effetto è “wow”. Al centro il calco della Colonna, innalzata nel 133 d. C. per celebrare la conquista della Dacia da parte di Traiano e ornata di un lungo fregio spiraliforme, un’assoluta novità nell’arte antica, che riporta le scene salienti della battaglia, il ritmo frenetico, l’azione.
Non c’è evidenza che Haring si sia ispirato a questo fregio, inteso come primo esempio di story telling. Ma ciò che interessa è coglierne l’analogia e quasi l’osmosi tra forme di comunicazione dell’età antica e una tipologia di narrazione rapida ed emotiva, che si esprime attraverso i riquadri, reinventata qui da Haring.

Untitled, 1984

Due ultime opere, fra le numerose esposte in questa sezione.
Innanzitutto la raffigurazione di San Sebastiano (Saint Sebastian, 1984), il primo martire cristiano, assassinato nel 288 d.C. per ordine dell’imperatore Diocleziano, riconosciuto come santo patrono e protettore contro la peste che nel Medioevo terrorizzava l’Europa e in seguito identificato come la prima icona gay della storia. Haring sembra voler denunciare l’orrore della peste dell’AIDS che stava spopolando fra gli artisti e gli intellettuali americani. Il corpo è trafitto non da frecce ma da aerei: ciò porta a riflettere sul potere taumaturgico dell’arte che, a volte, arriva ad assumere un valore premonitorio.

Saint Sebastian, 1984

Infine la rappresentazione dell’albero della vita (Untitled, 1985), simbolo e archetipo legato al mondo della mitologia, soprattutto tradizionale celtica, e alla Kabala, che accompagna molte religioni e credenze come simbolo del mondo e dell’universo, oggetto di molte rappresentazioni dall’antichità ai giorni nostri. Haring dipinse questo quadro in un’occasione luttuosa: la morte a 20 anni in un incidente stradale di Maria Bonner Dahlin, studentessa di architettura alla Columbia University e amica di Haring. Egli riesce tuttavia a restituire un’immagine positiva, gioiosa, vitale, con tutta la forza dell’amicizia e della gioventù.

Untitled, 1985

Chiuso il capitolo degli archetipi e miti, la sezione successiva ci immerge nell’ “Immaginario fantastico” di Keith Haring, con richiami espliciti alla straordinaria inventiva sul tema del mostruoso tratto dall’arte del Medioevo. Haring costruisce il suo personale bestiario, ricco di immagini e figure diverse, dense di significati e simboli.
Si tratta di immagini giocose, come quelle che, mostrando la trasformazione circolare di un drago, esprimono il pensiero dell’artista sulla vita come un continuum e un “eterno ritorno”; grottesche, come le figure informi e mostruose di stampo pop-surrealista; altre più inquietanti, come nei dipinti sull’AIDS, in cui Haring attinge all’immaginario ostile delle decorazioni parietali e dei giudizi universali e inserisce elementi antichi tra le figure demoniache, lavorando con un segno grafico nero più sottile ed elaborato.
Si tratta di un’opera peculiare, anch’essa senza titolo (Untitled, 1986), giallo e nero, che costituisce una sorta di “universo haringiano” e che è accuratamente spiegata con video che chiariscono le fonti ispiratrici di Haring, tra cui Guernica di Picasso, Il giardino delle delizie di Bosch, il Giudizio universale di Michelangelo, la Coppa di Marcovaldo del Battistero di Firenze.

Untitled, 1986

Numerosi sono gli artisti che hanno esercitato grande influenza su Haring, soprattutto dopo aver avuto possibilità di ammirare le loro opere nel corso dei viaggi in Europa che compì a partire dal 1982, in Olanda, Belgio, Italia, Germania, Inghilterra: amava molto Picasso, ma anche Léger e Calder, gli piaceva il tratto sinuoso di Matisse e il surrealismo di Dalì e Magritte; il pop di Warhol e Lichtenstein. A questi egli affiancava la passione per l’”Etnografismo” e i suoi motivi carichi di valenze simboliche, “totemiche” e antropologiche.
Come altri artisti della sua generazione, ricavò vari elementi decorativi e simbolici sia dalle diverse forme di cultura suburbana sia dalle espressioni artistiche appartenenti alle minoranze culturali, come la danza contemporanea legata a rituali afroamericani.
Lo colpisce anche l’arte precolombiana, in particolare la figura dello sciamano, il dio-serpente, le maschere terrifiche. Queste lo suggestionano a tal punto da indurlo a realizzare maschere in metallo che mettono insieme l’arte tribale africana e quella di Picasso.


Nella sezione “Moderno Post-moderno” e “Cartoonism” viene analizzata l’influenza su Haring della Pop Art e dei cartoons. E’ importante capire che, a differenza di maestri come Warhol o Lichtenstein, Haring non guarda ai fumetti per appropriarsene, non vuole copiare o ripetere all’infinito un’immagine. Ciò che gli interessava veramente era lo schema narrativo del fumetto, la possibilità di trasmettere un messaggio in modo semplice e diretto, affermando così ancora una volta la sua vocazione di story-teller. Lo spirito comunicativo dei cartoons permea tutti i lavori di Haring, che ebbe una rivelazione quando riconobbe nelle opere di Alechinsky, in una mostra a Pittsburgh nel 1977, la forma del fumetto nelle composizioni suddivise e inquadrate in piani-sequenza proprio come le “strisce”.


In particolare ama la figura di Mickey Mouse e lo riproduce spesso. In Untitled (1983) il volto di Topolino svetta su uno sfondo complesso fatto di segni neri che richiamano la sua produzione astratta.

Untitled, 1983

In Untitled #6, 1988 Haring traduce nel suo linguaggio i concetti di Mondrian, sostituendovi lo spirito del pop e del cartoon, in un ironico superamento dell’astrazione moderna.

Untitled #6, 1988

La mostra si chiude con “Performance” e alcuni video che ritraggono l’artista al lavoro. Per Haring, infatti, il solo atto del dipingere era già una performance; considerava la creazione stessa un’opera d’arte, espressione spontanea di energia.
Nel primo periodo della sua attività artistica realizza diversi video che lo riprendono nell’arte di dipingere. Poi sceglie di dipingere in pubblico: famosi i suoi Subway Drawings del 1995, i disegni nella metro di New York, suo primo esperimento di performance.

Keith Haring mentre disegna nella metropolitana di New York

I suoi murali, tra cui quello di Pisa, l’ultimo e più straordinario, sono performance che spesso coinvolgono il pubblico nella creazione dell’opera.

Il murale di Pisa

Alcuni mesi prima di morire Haring dichiarò in un’intervista a Rolling Stone che da piccolo pensava che sarebbe morto giovane e che aveva vissuto la sua vita in attesa di questo momento. Aggiunse però: «Ho fatto tutto quello che volevo». Una vita che è valsa la pena essere vissuta. E vale la pena anche visitare questa mostra, per capire non solo l’artista e tutto ciò che va ben oltre il suo segno colorato, ma anche un po’ del nostro mondo attraverso le sue “parole dipinte” che ancora oggi, a distanza di molti anni, si trovano riprodotte spessissimo e sono ormai entrate nel nostro immaginario artistico.

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3 commenti su “Keith Haring/About Art: quando la “street art” dialoga con la storia dell’arte

  1. Neda
    giugno 3, 2017

    Un bellissimo articolo, ma Haering, come Basquiat e molti altri, continua a non piacermi.

    • ilpadiglionedoro
      giugno 3, 2017

      Grazie cara Neda. Sono d’accordo con te: dire che mi piacciono è molto azzardato, però queste mostre mi hanno permesso di capire e dare un senso a ciò che prima erano solo “scarabocchi”.

      • Neda
        giugno 4, 2017

        Grazie a te.

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