Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Bolle e Zakharova per il barocco nudo e scarno di Bigonzetti, ma ricco di emozioni, lirismo e bellezza

Roberto Bolle e Svetlana Zakharova con il coreografo Mauro Bigonzetti (ph. Eleonora Bartalesi)

Progetto Händel, dopo Il giardino degli amanti e ancor prima con Cello Suites, rappresenta un’altra tappa del viaggio esplorativo intrapreso dal Teatro alla Scala nel mondo della musica da camera in connubio con la danza.

Questa volta la scelta è caduta su Händel, uno dei massimi esponenti della musica, dell’opera e della teatralità barocca.
Nel teatro seicentesco niente era lasciato al caso o all’immaginazione: scenografie, costumi, animali e strane macchine teatrali (ad esempio draghi che sputano fuoco) la facevano, infatti, da padrone e anche il teatro di Händel non faceva eccezione.
Eppure tra tutti questi orpelli c’è una parte più intima e personale, se vogliamo anche scarna ed essenziale (termini apparentemente contraddittori per il barocco), che rappresenta la vera anima di Händel e che Mauro Bigonzetti, grande estimatore del musicista e della sua opera, con questo nuovo lavoro si prefigge di esplorare e mettere in evidenza.
Non è la prima volta; già in passato, infatti, il maestro Bigonzetti ha portato in scena con altri lavori il mondo händeliano.
In fondo la danza fa parte integrante della sua musica, basti pensare che gran parte della produzione musicale del maestro tedesco è rappresentata dalle Suite (ben 22), tanto in voga tra il ‘600 e il ‘700 e anche qui molto usate nella base musicale dell’intero spettacolo.
Le suite non erano altro che un insieme di brani della stessa tonalità, detti “movimenti”, eseguiti da uno strumento solista o un complesso da camera, chiamate anche “sonate” o, come nella musica barocca, “danze”. Tra queste si avevano allemanda, corrente, giga, sarabanda che si susseguivano in sequenze standard, arricchite talvolta da altre danze come la gavotta, bourrée, minuetto o la marcia, inserite tra la sarabanda (tempo moderato o lento) e la giga (tempo mosso o rapido).
Bigonzetti mette in scena uno spettacolo di ispirazione astratta, senza scenografia, la musica infatti risulta così ricca di sfaccettature e di intensità armoniche, così riempitiva dello spazio teatrale, da risultare quasi essa stessa una scenografia in movimento attraverso i corpi dei ballerini, nel connubio tra le trasparenze dei bellissimi costumi di Helena de Medeiros (le sottogonne degli abiti settecenteschi per le ballerine o pantaloni strappati e maglie quasi inesistenti per i ballerini) e il gioco di luci il cui disegno è stato affidato al tocco magistrale di Carlo Cerri. È una musica dalla sonorità corposa che permette quindi di essere facilmente coreografata, in cui il contrappunto e la tecnica barocca del continuo susseguirsi di piccole sequenze melodiche e ritmiche che si sviluppano e si iterano tra loro, è capace di creare così tante diverse sonorità da poter essere trasformate in dialoganti voci coreografiche.

Due costumi di Helena de Medeiros (ph. dal libretto del balletto)

Lo spettacolo è diviso in due parti.
Nella prima prevale il dualismo cromatico bianco-nero sia dei costumi, essenziali in questa parte, che delle luci, e dove l’utilizzo del solo pianoforte rende il tutto più intimo ed essenziale.
Dualismo che si ritrova anche nella sequenza di passi a due, nell’alternanza di volta in volta uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo. Nella seconda parte, invece, tutto si arricchisce, ad iniziare dai costumi per proseguire con le luci, qui decisamente più evidenti e importanti, e dove il colore ha il sopravvento in una complessità coreografica che prende forma attraverso l’alternanza tra passi di gruppo e passi a due, quasi fosse una staffetta, tramite un ballerino del gruppo o della coppia che, rimanendo in scena, da il là all’ensemble successivo.
Il tutto a creare un filo immaginario, legante le varie parti coreografiche, in una sorta di fraseggio armonico che si aggiunge, si sovrappone e si intreccia a quello delle suite e delle sonate, qui eseguite da cinque strumenti: violino, oboe, flauto, violoncello e clavicembalo.
L’astrattismo coreografico sembra quasi aver liberato Bigonzetti dalle limitazioni e dalle costrizioni che, inevitabilmente, una storia e i suoi personaggi impongono.
Perché se è vero che con essi c’è l’arricchimento dato da quell’infinito bagaglio rappresentato dall’universo dei sentimenti umani, è anche vero che questo costituisce già un percorso anche solo accennato, ma comunque un percorso, su cui la coreografia dovrà avventurarsi.
E quindi se in Cinderella, come in altre coreografie di Bigonzetti, penso per esempio a Caravaggio, si era già visto l’amore per gli equilibri estremi, qui siamo oltre, direi quasi contro, la forza di gravità.
Specialmente nei passi a due si raggiunge continuamente il limite, anzi spesso lo si supera, e il risultato è davvero straordinario.
Alla fine quelle assenze (storia, scenografia) sono un arricchimento. La sensazione che si ha non è di uno spettacolo povero, al contrario, risulta molto ricco.
Ricco dell’anima coreografica che inevitabilmente viene a risaltare e che non fa sentire allo spettatore l’assenza di qualcosa, anzi il mondo barocco di Händel affascina talmente tanto che, anche se inizialmente si può essere un poco scettici, ben presto ci si sente ammaliati, innamorati di questo lavoro.
E poi non basta, perché, come ogni mondo barocco che si rispetti, tutto deve essere ridondante ed ecco così che si aggiunge il ricco movimento di braccia e di mani.
Questo è forse l’elemento che maggiormente, insieme ad alcune sequenze di passi, evoca in noi l’anima settecentesca, l’olezzo dei profumi, del talco delle parrucche o il frusciare delle crinoline e dei ricchi abiti sui pavimenti dei palazzi nobiliari, il fumo delle migliaia di candele accese durante i balli o ancor di più quelle danze affettate dove il più piccolo passo, gesto della mano o riverenza denotava l’eleganza, lo stile e la nobiltà di chi lo eseguiva.

Ad apertura di sipario i ballerini tenendosi per mano sono tutti in fila.
Niente musica.
Illuminati dall’alto, in un’esaltazione di forme e ombre, si contorcono lentamente senza mai staccarsi l’uno d’altro. La sensazione è quella di una scossa invisibile che attraversa i loro corpi facendoli muovere come fossero tante tessere di un domino.
Distribuendosi apparentemente alla rinfusa sul palco, si avvicendano prima le ballerine e poi a seguire i ballerini, sulle prime note della Sarabanda della Suite Op. 1 n. 4 in Mi minore HWV 429.
Il concetto iniziale si ripete, ma stavolta si trasforma in un’onda invisibile che fa muovere i ballerini in sequenza e poi all’unisono e di nuovo in sequenza seguendo le due voci melodiche che si intrecciano nel brano.

(ph. Brescia/Amisano, Teatro Alla Scala)

Terminata questa prima suite, lo spettacolo entra nel vivo con l’assolo di Maria Celeste Losa, indubbiamente brava anche perché l’onere dell’apertura non è mai facile da sostenere.
Po il primo passo a due sull’adagio-adagio della Suite op. 1 n. 2 in Fa maggiore HWV 427, su cui si sono esibiti Timofej Andrijashenko e Antonella Albano entrambi bellissimi, convincenti, lirici anche nelle prese e nei passaggi acrobatici quasi da ginnasti; il pubblico, infatti, apprezza molto e applaude copiosamente.

Antonella Albano e Timofej Andrijashenko (ph. Brescia/Amisano, Teatro Alla Scala)

Seguono poi in questa prima parte un interessante pezzo con Denise Gazzo e Stefania Ballone che ci regalano, sull’allegro della Suite op. 1 n. 2 in Fa maggiore HWV 427, un passo a due brioso e simpatico…. (le sorellastre hanno colpito ancora!!).
Da menzionare in questa prima parte anche lo strabiliante passo a due con Gioacchino Starace e Agnese Di Clemente sul preludio e fuga della struggente Suite op. 1 n. 8 in Fa minore HWV 433.
Pezzo coreografico molto particolare per come si sviluppa: inizia infatti con un assolo della Di Clemente a cui segue quello di Starace (in qualche modo è come se si sfidassero), per poi proseguire danzando insieme. La sensazione coreografica che ne scaturisce è quella di un nervoso dialogo tra i due. C’è forza, energia, disappunto, i tutto arricchito da una perfetta esecuzione. E infatti il pubblico è quasi travolgente negli applausi con aggiunta di commenti positivi come “Super!”.
Si inizia a capire che lo spettacolo al pubblico piace, e molto.

Agnese Di Clemente e Gioacchino Starace (ph. Brescia/Amisano, Teatro Alla Scala)

Poi a seguire un bel passo a due tutto maschile eseguito da Christian Fagetti e Marco Agostino, molto bravi nel dosare forza ed equilibrio.
E ancora l’assolo della Zakharova che, sulle note della giga della Suite op. 1 n. 1 in La maggiore HWV 426, gioca splendidamente con il linguaggio barocco sapendo dosare un pizzico di civetteria a dolci e sinuose movenze.
Ed eccoci arrivati al primo passo a due di Bolle-Zakharova, forse il più barocco di tutti, affettato come si conviene allo stile. Proprio come in una danza settecentesca, infatti, le due Etoiles uno dietro l’altra, leggermente traslati rispetto all’asse verticale del palcoscenico, eseguono gli stessi passi e gli stessi gesti.
La suite scelta per questo pdd è l’op. 1 n. 4 in mi minore HWV 429, prima con la giga del IV movimento e poi con l’allemande del II movimento.
Il pezzo piace molto al pubblico, i lunghi applausi a scena aperta, e le urla “Bravi, bravi” lo dimostrano, tanto che il pianista, il maestro James Vaughan, aspetta a riprendere l’esecuzione e gli stessi Bolle-Zakharova abbandonano momentaneamente la posizione del passo successivo rimanendo sul palco quasi increduli.

Svetlana Zakharova e Roberto Bolle (ph. Brescia/Amisano, Teatro Alla Scala)

Sul finale della prima parte ecco che tutti i ballerini ritornano sul palco per eseguire un pezzo di gruppo sulle note della sarabande dalla Suite in Re minore HWV 447.
Le note vanno ad esaurirsi piano piano per lasciare posto al silenzio. I ballerini, così come avvenuto all’inizio, si avvicinano al proscenio tutti in fila continuando a muoversi come se la danza in loro vivesse di vita propria, indipendentemente dalla musica.
Mentre le luci cambiano, illuminando solo i ballerini con l’occhio di bue, la catena umana si va via via sciogliendo ed inizia ad eseguire nella staticità assoluta solo movimenti di braccia fino a portare le mani sugli occhi, elemento questo che ritornerà, più e più volte, durante tutto lo spettacolo, come a riprendere le maschere della vita tanto presenti anche in quelle delle corti settecentesche.

(ph. Brescia/Amisano, Teatro Alla Scala)

La seconda parte dello spettacolo riprende nello stesso modo della prima , ma questa volta i colori esaltano il tutto, dai costumi alle luci, a ricreare, così come la musica eseguita con 5 strumenti, e non solo col pianoforte, qualcosa di più composito, elaborato e teatrale.
Da menzionare in questa seconda parte vari pezzi di insieme o comunque di piccoli gruppi, oltre ovviamente al passo a due di Svetlana Zakharova e Roberto Bolle.
Il brano scelto a base della coreografia è forse il pezzo più conosciuto di Händel, la sarabande tratta dalla Suite op. 2 n. 4 in re minore HWV 437 meglio nota come “Lascia che io pianga”, aria inserita nell’opera Rinaldo che in precedenza Händel aveva già usato come motivo di danza nell’opera Almira e successivamente come aria con il titolo “Lascia la spina” nell’opera Il trionfo del tempo e del disinganno.

Lascia ch’io pianga
mia cruda sorte,
e che sospiri
la libertà.
Il suolo infranga
queste ritorte
de’ miei martiri
sol per pietà

Quest’aria è diventata nel tempo quasi un inno alle sofferenze umane di sempre. Quel che colpisce sono la struggente drammaturgia del testo in cui si alternano dolore, rassegnazione, speranza, consolazione e il lirismo senza tempo della melodia che non si perde nella versione strumentale della suite ma che anzi, se possibile, con la coreografia si rafforza.
Bigonzetti con questo passo a due è riuscito a creare qualcosa di ancora più magico e meraviglioso.

Svetlana Zakharova e Roberto Bolle (ph. Brescia/Amisano, Teatro Alla Scala)

Lo struggimento ispirato dallo stesso brano lo si ritrova a pieno nei vari passaggi, prese, equilibri, arricchito dal vago sapore settecentesco di alcune figure, gesti, passi e riverenze per una sublime esecuzione delle due Etoiles, capaci di rendere come pochi tutto apparentemente facile, fluido e naturale.
Meraviglioso l’abbandono con il quale più volte la Zakharova si lascia andare tra le braccia di Bolle che la sorregge, completamente sospesa, abbandonandosi a sua volta tra di lei braccia.
Davvero un connubio strepitoso.
Quella magia che li avvolge quando ballano insieme i grandi classici, la si ritrova tutta anche in questo moderno pdd che spero sinceramente possa essere in qualche altra occasione riproposto, perché davvero unico, di classe come se ne vedono pochi.
Più avanti lo spettacolo ci regala un passo a due molto interessante perfettamente eseguito da Massimo Garon in coppia con Antonella Albano. Bella la presa dell’uomo che, in grand plié, tiene a lungo la ballerina in posizione orizzontale.

Antonella Albano e Massimo Garon (ph. Brescia/Amisano, Teatro Alla Scala)

E ancora un assolo di Roberto Bolle, più completo e corposo di quello visto nella prima parte. Un assolo particolare che, sulle prima note dell’allegro della Sonata n. 4 per oboe e violino in Fa maggiore HWV 383 e poi sull’adagio della Sonata n. 3 per oboe e violino in Mi bemolle maggiore HWV 382, fa risaltare molto la componente gestuale delle braccia e delle mani, in cui la fanno da padrone gli equilibri lungamente tenuti e una parte a terra decisamente importante. La sensazione però è che qui il coreografo potesse osare di più con un grande ballerino come Bolle, anche se lo stesso Bigonzetti ha affermato esattamente il contrario, nell’intervista rilasciata a Tommasini sul programma di sala, dichiarando di aver spinto tantissimo sul movimento.
Poi a conclusione un ballo d’insieme che ha in sé tutto il sapore barocco, capace di catapultare lo spettatore, con l’immaginario e le soavi note del Larghetto della Sonata op. 1 n. 7 in Do maggiore HWV 365, ad un ballo in maschera alla corte del re.
Progetto Händel quindi si rivela un magnifico spettacolo che mostra al meglio le capacità di Bigonzetti come coreografo e quelle del corpo di ballo della Scala, che ancora una volta ha nei suoi singoli elementi il vero punto di forza, riuscendo ad esaltare ogni più piccola parte coreografica.

Annunci

I vostri pensieri

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Un Dente di Leone

La quinta età: un soffio di vento sul dente di leone

PAROLE LORO

«L'attualità tra virgolette»

Picture live

Vivir con amor

vengodalmare

« Io sono un trasmettitore, irradio. Le mie opere sono le mie antenne » (Joseph Beuys)

mammacomepiove!

Donna. Mamma. Sognatrice. In proporzioni variabili.

La poesia di un arabesque

"La danza è il linguaggio nascosto dell'anima" Martha Graham

maplesexylove

_Fall in love with style_

Polvere o stelle

racconti, emozioni e pensieri danzanti

IO ME E ME STESSA

Per andare nel posto che non sai devi prendere la strada che non conosci

Il Canto delle Muse

Se ho provato momenti di entusiasmo, li devo all'arte; eppure, quanta vanità in essa! voler raffigurare l'uomo in un blocco di pietra o l'anima attraverso le parole, i sentimenti con dei suoni e la natura su una tela verniciata. Gustave Flaubert

... è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo ... (A. Baricco)

galadriel2068

emozioni, racconti e polvere... o stelle

Pinocchio non c'è più

Per liberi pensatori e pensatori liberi

L'angolino di Ale

... è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo ... (A. Baricco)

Photo

usa gli occhi..

Paturnie e altre pazzate

Parole fatte a pezzi. Parole come pezzi. Di me. Io: patchwork in progress.

DANZA/DANZARE

considerazioni, training, racconti

Di acqua marina di Lucia Griffo

Just another WordPress.com site

17 e 17

UN PO' PIU' DI TWITTER, UN PO' MENO DI UN BLOG

Studia Humanitatis - παιδεία

«Oὕτως ἀταλαίπωρος τοῖς πολλοῖς ἡ ζήτησις τῆς ἀληθείας, καὶ ἐπὶ τὰ ἑτοῖμα μᾶλλον τρέπονται.» «Così poco faticosa è per i più la ricerca della verità, e a tal punto i più si volgono di preferenza verso ciò che è più a portata di mano». (Tucidide, Storie, I 20, 3)

jalesh

Just another WordPress.com site

Cetta De Luca

io scrivo

filintrecciati

Just another WordPress.com site

OHMYBLOG | PAOLOSTELLA

just an other actor's blog

life to reset

drifting, exploring, surviving

hinomori

Fuoco e ghiaccio

Versi in rima sciolta...

Versi che dipingono la natura e non solo...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: