Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

La Valse-Symphony in C-Shéhérazade: un trittico per lo strepitoso corpo di ballo della Scala

Come promesso, ecco il racconto di Eleonora, che ha assistito con altre amiche “divine” alla serata che il Teatro Alla Scala ha dedicato ad un trittico particolare, tra creazioni, rivisitazioni moderne e fedeli riprese di tre balletti molto particolari: La Valse, Symphony in C e Shéhérazade.

A voi il piacere della lettura.

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“Ciò che intraprendo ora non è raffinato: un grande valzer, una sorta di omaggio alla memoria di Strauss, non Richard, l’altro, Johann. Conoscete la mia intensa simpatia per questi ritmi adorabili, e quanto stimi la gioia di vivere espressa dalla danza…” Scriveva così Maurice Ravel in una lettera del 1906.
Si dovrà aspettare però fino al 1920 quando, su commissione del sempre presente Sergej Djagilev, il musicista realizzerà un valzer intitolato appunto La Valse, che avrebbe dovuto essere la base musicale per una nuova coreografia dei Ballets Russes.
L’impresario, dopo aver ascoltato questo valzer della durata circa di 13 minuti, esordì dicendo “È un capolavoro”. Peccato poi che aggiunse “ma non è un balletto…..è il ritratto di un balletto, il dipinto di un balletto”.
Forse Djagilev, da buon intenditore, aveva capito la difficile sfida che avrebbe rappresentato trasformare un brano così pieno di carattere, colore e personalità in una coreografia che riuscisse ad avere un senso compiuto e che aggiungesse invece di togliere.
La Valse fu successivamente comunque coreografata ad iniziare da Bronilda Nijinska per poi proseguire con Michail Fokin, George Balanchine, Frederick Ashton, che debuttò proprio al Teatro alla Scala nel 1958, ed altri ancora.
La versione in scena alla Scala quest’anno è una prima assoluta, una nuova coreografia realizzata da Stefania Ballone, Matteo Gavazzi e Marco Messina.
L’ambientazione scelta dai tre coreografi è ispirata agli anni Venti, ossia il periodo di creazione e non la corte imperiale viennese, nonostante lo stesso Ravel in merito al pezzo abbia dichiarato “Ho concepito quest’opera come una sorta di apoteosi del valzer viennese a cui si mescola, nella mia mente, la sensazione di un turbinio fantastico e fatale” e la partitura stessa, in epigrafe, riporti “Nubi turbinose lasciano intravedere, a squarci, coppie che danzano il valzer. A poco a poco le nubi si dissolvono: si ravvisa una sala immensa [al numero 9 della partitura] popolata d’una folla vorticante.
La scena si fa via via più nitida. Al fortissimo [al numero 17 della partitura] brilla improvvisa la luce dei lampadari.
Una corte imperiale, 1855 circa”.
L’inizio è in silenzio: un uomo sul proscenio si muove dando la schiena al pubblico.
Poi compaiono, come ombre cinesi, le sagome di altri ballerini a formare quattro coppie, più una ballerina sola che con la propria ombra è di fronte al ballerino sul proscenio.

(ph. Teatro Alla Scala)

Antonella Albano e Gabriele Corrado (ph. Teatro Alla Scala)

Emanuela Montanari (ph. Teatro Alla Scala)

Piano piano la musica comincia a farsi strada, a squarciare il silenzio, mentre il sipario trasparente si alza dal palcoscenico ed ecco comparire le coppie, non più solo sagome ma corpi definiti, con sullo sfondo una rampa curvata a delimitare lo spazio, come dichiarato dai coreografi, sulla quale durante il pezzo i ballerini faranno alcune evoluzioni.
Si muovono da soli, in gruppo o a coppie, mentre via via la musica diventa sempre più forte, i temi dei valzer prendono corpo eseguiti prima da fagotti e viole e poi da archi, oboi, legni per arrivare ai violini ed infine ai violoncelli, coinvolgendo tutta l’orchestra in un’apoteosi crescente mentre immaginariamente si viene catapultati in una sala da ballo alla corte imperiale, dove coppie si lasciano andare al vortice della danza e della musica. Ma ecco che “il volteggiare fatale, la vertigine e la voluttuosità del ballo” sono interrotte dalle note dell’introduzione che riporta tutto all’inquietudine iniziale, si riparte di nuovo in un’immaginaria salita verso un nuovo crescendo…. un po’ come la vita; lo stesso Ravel infatti definì La Valse tragica nel senso greco del termine.
Purtroppo, se la partitura per se stessa è straordinaria, essendo la coreografia senza un racconto o un tema specifico e dovendo quindi seguire solo la musica, il tutto sembra, a mio parere, proprio per come si sviluppa la partitura, in questo ideale saliscendi, non permettere alla coreografia un fluire armonioso verso il crescendo finale.
Al di là della bravura dei ballerini, il pezzo francamente non mi ha convinto.

Gioacchino Storace (ph. Eleonora Bartalesi)

Un piccolissimo intervallo per permettere il cambio scena ed eccoci catapultati nel fantastico mondo di Balanchine e del suo Symphony in C o “Palazzo di cristallo” come lo stesso coreografo l’aveva intitolata in riferimento alle sensazioni che gli aveva ispirato la Sinfonia in Do maggiore di Georges Bizet.
Questo piccolo gioiellino fu creato nel 1957.
Lo stile balanchiano, definito concertante, messo a punto dal coreografo, fa combaciare in una specie di puzzle perfetto musica e danza, tanto che lo stesso coreografo amava dire “dovreste vedere la musica e sentire la danza”.

Una scena di Symphony in C (ph. Teatro Alla Scala)

Beh… che dire? Assistere a Symphony in C regala davvero queste sensazioni dicotomiche e al tempo stesso perfettamente armoniche. Non si ha assolutamente, come in La Valse, la sensazione che il pezzo non decolli, al contrario (e in questo è favorito da un brano musicale più classico nella sua costruzione) si ha un crescendo che fluisce naturalmente verso il vibrante finale.
Così come la precedente, anche questa creazione è astratta, non ha contenuto narrativo. È la sequenza a dare forza, bellezza e anima a questa coreografia.
Symphony in C è divisa in quattro movimenti, in ciascuno dei quali compaiono quattro diverse prime ballerine (le vere protagoniste di questa coreografia, come del resto di molte altre del maestro) e i loro rispettivi partner, poi nell’ultimo quarto movimento appaiono tutte le quattro coppie che, con il corpo di ballo, concludono assieme.
La coreografia prende forma partendo dal primo movimento, in scena la coppia Martina Arduino – Timofej Andrijashenko, nel quale la prima ballerina, seguendo la melodia, raggiunge il proscenio con rapide piroette alternate a soste bilanciate in attesa delle riprese del tema.
Sia Andrijashenko che la Arduino sono stati molto bravi nel tenere il ritmo incalzante di questo allegro vivo, Andrijashenko partner reattivo e dinamico e la Arduino energica, estremamente precisa nei movimenti asciutti e serrati.

Martina Arduino e Timofej Andrijashenko (ph. Eleonora Bartalesi)

Si prosegue poi con il secondo movimento, protagonisti Nicoletta Manni e Roberto Bolle, che vede invece trionfare equilibri, pose tenute e tecnicismi esasperati.
La Manni sempre più brava, da grande prima ballerina qual è, ha saputo esaltare la coreografia, coadiuvata da un eccezionale porteur del calibro di Roberto Bolle.

Nicoletta Manni e Roberto Bolle (ph. Eleonora Bartalesi)

Nel terzo movimento ecco che sulla musica nuovamente briosa la terza coppia (Antonella Albano e Antonino Sutera, anch’essi bravi e assolutamente all’altezza) esegue in sequenza una serie di jetés e poi di tours en l’air uscendo dal palcoscenico per rientrarvi subito dopo eseguendo nuovamente gli stessi passi.
Anche nel quarto e ultimo movimento si fa spazio una nuova coppia (Vittoria Valerio e Marco Agostino, ormai piacevoli certezze del mondo coreutico scaligero).

Antonella Albano e Antonino Sutera (ph. Eleonora Bartalesi)

Quest’ultimo quarto è un’esibizione di virtuosismo che quasi diventa una gara tra le quattro coppie.
La prima ad esibirsi è appunto la quarta e poi via via in ordine le altre.
Tutte le prime ballerine eseguono una splendida sequenza, cui segue quella dei loro partner.
Alla fine tutto il corpo di ballo con i solisti e le quattro coppie di primi ballerini si cimentano nello strepitoso gran finale, che si conclude con le prime ballerine che girano velocemente per poi ricadere sostenute dai propri porteur.
Pubblico sinceramente entusiasta, non solo per una coreografia che, anche se raramente eseguita, rappresenta davvero un gioiello, ma anche per la qualità dell’esecuzione.
Tutto il corpo di ballo della Scala è stato assolutamente meraviglioso.

(ph. Lucia Cutulo)

Terzo e ultimo pezzo della serata è la rilettura coreografica di Eugenio Scigliano della Shéhérazade di Michail Fokin, andato in scena nel 1910 al Teatro dell’Opera di Parigi per i Ballets Russes, su musica di Rimskij-Korsakov.
La storia è quella di Zobeide favorita del sultano Shahryar. Sospettata dal fratello del sultano di non essere fedele, sarà messa alla prova dai due uomini che fingeranno di partire per la caccia per scoprire la verità. Durante un’orgia, organizzata da tutte le donne dell’harem, avverrà l’incontro tra lo Schiavo d’oro e Zobeide, che conoscerà così l’amore e la vera passione.
Scoperta dal sultano ancora nuda, dopo l’amplesso con lo Schiavo d’oro, inizierà l’eccidio delle odalische. Zobeide capisce che non ci sarà scampo a quell’ira cieca e si ucciderà, prima che il sultano le tolga la vita con le sue mani, per una sorta di affrancamento dalla sua condizione di schiava sessuale; distinguendosi così dal sempre aleggiante fantasma di Shéhérazade che si era salvata la vita ma che non aveva mai spezzato le virtuali catene della sua schiavitù (mi è piaciuto il vestito metallico dorato come rappresentazione della “gabbia dorata” dalla quale comunque Shéhérazade non è mai uscita).
Le differenze tra la vecchia versione e la nuova sono sostanzialmente due: l’ambientazione, volutamente non ricca e opulenta, come quella che vedeva protagonista Ida Rubinstein, ma al contrario scarna e asciutta, senza tappeti, tendaggi, cuscini e costumi sfarzosi. Un harem insomma, quello di Scigliano, dove l’accenno all’oriente rimane come evocazione esotica, soprattutto nei costumi morbidi e fluenti di Zobeide e delle odalische e nella veste metallica del fantasma di Shéhérazade, e che risulta decisamente meno stereotipato anche se ugualmente presente come concetto di spazio chiuso e come sensazione di oppressione.

Due immagini da Shéhérazade (ph. Teatro Alla Scala)

L’altra differenza è nel carattere della storia, sicuramente meno licenzioso e sensuale di quello del 1910, concentrato al contrario, così come dichiarato dallo stesso coreografo, sulla condizione di sottomissione femminile e sul concetto di violenza sulle donne.
Una coreografia decisamente di tutto rispetto, con buoni spunti, che ben scorre nella prima parte fino al lungo passo a due tra Zobeide e lo Schiavo d’oro, sensuale ed interessante anche nel modo in cui è stato affrontato l’amplesso tra i due.
Subito dopo il ritorno del sultano e del fratello però, a mio parere, è mancato qualcosa e questo non ha reso sempre vivo l’interesse.
Forse la scelta a suo tempo di tagliare uno dei quattro movimenti non era stata poi così male.
Il finale invece è stato decisamente pieno di forza e di pathos, forse eccessivamente violento in alcuni passaggi, tipo la pedata a Zobeide data dal sultano, ormai completamente accecato dall’ira …. solo e nient’altro che istinto animale.

Beatrice Carbone nei panni del fantasma di Shéhérazade (ph. Teatro Alla Scala)

È assolutamente chiaro il concetto che il coreografo ha voluto trasmettere allo spettatore e, se concordo con il taglio più moderno ed attuale dato alla rappresentazione dell’harem e della condizione femminile al suo interno (interessante anche la comunanza di condizione tra Zobeide e Lo Schiavo, sentimenti e sensazioni che uniscono i due), mi trovo meno concorde con questa volutamente eccessiva violenza rappresentata sul finale, non perché questa non sia veritiera ma perché, a mio modestissimo parere, il mezzo scenico scelto per rappresentare una storia in qualche modo dovrebbe delineare di per sé una strada da seguire.
Mi spiego meglio: la danza è comunque sempre considerata un’arte particolare e unica proprio perché toccando l’anima mette in contatto l’uomo con Dio, eleva l’uomo ad un livello superiore, e di conseguenza tutto ciò che viene rappresentato al suo interno, anche il sentimento più viscerale, intimo e umano (inteso come debolezza), dovrebbe sempre ricordare questo stato di grazia e quindi raccontare tutto ciò con poesia e con pathos: evocare senza dire.
Nell’insieme credo sia comunque un lavoro apprezzabile, con una propria personalità sia a livello coreografico che di messa in scena, senz’altro da rivedere in altra occasione, e nel quale si sono potuti apprezzare i ballerini protagonisti, da Alessandra Vassallo, a Gioacchino Starace, Nicola del Freo, Beatrice Carbone e tutto il corpo di ballo.
Degna di nota anche la direzione d’orchestra dell’intera serata con la bacchetta di Paavo Järvi.

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