Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

La “terza via” della danza: ricordo di Trisha Brown

Il 18 Marzo ci ha lasciato la grande ballerina e coreografa statunitense Trisha Brown, fondatrice della danza postmoderna.
Il Padiglione desidera ricordarla con questo scritto di Eleonora.

**************

Difficile ricordare con poche parole Trisha Brown, coreografa contemporanea dalla personalità eclettica e complessa, recentemente scomparsa.
Sua la danza verticale che prende vita sulle pareti degli edifici e dei musei, sui tronchi degli alberi nei giardini, nelle stazioni ferroviarie. Ancora sua la “terza via”, che affronta, analizza e sviluppa il rapporto tra musica e danza e si colloca tra il metodo tradizionale, in cui la danza supporta la musica, e il metodo di John Cage e Merce Cunningham, in cui musica e danza, entità distinte, si contrappongono.
Come lei stessa dichiarava “il gesto è la parola e la sequenza di gesti è la frase. Con gesti diversi si possono creare anche azioni”: la sua Messaggera tratta dall’Orfeo di Claudio Monteverdi (1607) è straordinariamente “parlante” quasi assordante, un fiume in piena con quei piccoli gesti e quelle espressioni facciali.

In questi giorni in cui la si ricorda con articoli, filmati e interviste mi sono imbattuta in un vecchio documentario in cui è lei stessa a descrivere la sua danza.
Non sono un’amante del contemporaneo perché eccessivamente astratto. Pensavo che proprio questo fosse un elemento di sottrazione e non di arricchimento; invece ecco che, ascoltandola, mi ritrovo a rivalutare in parte le mie convinzioni. L’astrazione rappresenta un elemento di insicurezza e paura e quindi non amato, che apre le porte alle nostre inaspettate percezioni, reazioni e pensieri che sgorgano libere senza logica e senza controllo.

Non c’è niente quindi che ci guidi e ci dia certezze in questo viaggio coreografico alla ricerca e alla conoscenza dello spazio attraverso i corpi dei ballerini e, indirettamente, anche dei nostri.
La danza della Brown nasce dall’improvvisazione, che lei stessa definiva una tempesta di sensazioni in cui corpo e mente si muovono a tempo, senza avere tutto sotto controllo e senza poter contare su ciò che già conoscono.
Le sue coreografie hanno spesso preso forma e vita dalle domande e dai dubbi che lei stessa si è posta; per esempio “il coro di spiriti” tratto da Orfeo di Claudio Monteverdi scaturisce dalle domande “Cos’è un spirito? Come si muove?”. È corpo senza struttura che fluttua nell’aria in modo scomposto, nervoso, restituendoci la sensazione di una nuvola fatta di niente, di impalpabile vapore inconsistente ma contemporaneamente assolutamente percepibile.
Convinta che la costrizione dei corpi in danze basate tutte sulla forma e sui virtuosismi, sulla potenza fisica dei danzatori, in una continua tensione muscolare, fossero quasi una violenza e che, invece, si dovesse tendere ad un movimento fluido, senza più tensione, alla ricerca di morbidezza e armonia per restituire allo spettatore una sensazione di casualità e semplicità, là dove, invece, c’era una coreografia costruita con attenzione e precisione.

Trisha Brown è stata e rimarrà personaggio importante nella storia della danza mondiale che ha influenzato, anche solo con un gesto, molti colleghi coregrafi anche non contemporanei.

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