Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

La mia Capri – Angoli d’amore nell’Isola Blu: Villa San Michele, «un luogo per chi desidera, sogna ed è in cerca di risposte»

Arrivammo finalmente in cima ai settecentosettantasette gradini e passammo sotto una volta con i grandi cardini di ferro del suo primo ponte levatoio, sempre attaccato alla roccia. Eravamo in Anacapri. Tutto il Golfo di Napoli era ai nostri piedi, circondato da Ischia, Procida, Posillipo guarnito di pini, la scintillante, bianca linea di Napoli, il Vesuvio con la sua rosea nuvola di fumo, la pianura di Sorrento protetta da Monte Sant’Angelo e più lontano gli Appennini coperti di neve. Subito, sopra le nostre teste, addossate come nidi d’aquila alla roccia scoscesa, c’erano le rovine di una piccola cappella. Il suo soffitto a volta era sfondato, ma le sue mura crollanti sorreggevano ancora enormi blocchi di muratura, che formavano uno strano e traforato disegno simmetrico.
«Roba di Timberio», spiegò la vecchia Maria.
«Come si chiama la piccola cappella?» domandai premurosamente.
«San Michele»
«San Michele! San Michele!» ripeteva il mio cuore.

Fu questo il primo incontro di un giovanissimo Axel Munthe con l’impervia e affascinante Capri e con il nucleo originario di quella che divenne la sua “ossessione”. Un amore a prima vista, descritto con particolari di colore e appassionati, ma anche sofferti, nel libro di culto La storia di San Michele, che è stato a lungo il libro più letto nel mondo dopo la Bibbia e il Corano, tradotto in oltre quaranta lingue. Scritto in inglese e pubblicato a Londra nel 1929, La storia di San Michele fonde in maniera fantasiosa riflessioni filosofiche su vita e morte, etica medica, diritti degli animali, con episodi divertenti (non sempre veri) della movimentata vita personale di Munthe. Al centro della storia è il sogno dello scrittore di costruirsi una casa a Capri, «il sogno di San Michele», quella Villa donata dal medico svedese alla sua madrepatria e oggi celeberrimo museo, i cui giardini sono stati premiati come i più belli d’Italia.

Ritratto di Axel Munthe

Visitai la villa di Munthe, che sorge ad Anacapri sui resti di una delle dodici ville dell’imperatore Tiberio (che da Capri governò l’impero romano dal 26 d.C. fino alla sua morte, dodici anni dopo), durante una vacanza sulla Costiera Amalfitana, quando con le amiche passai una giornata sull’Isola: non sapevo nulla dell’antico proprietario e costruttore, ma il fascino del luogo mi rimase impresso nel cuore. Tant’è che la scorsa estate tornai a visitarla e la apprezzai ancora di più. Nel frattempo avevo letto il libro e appreso qualche notizia su questo eccentrico medico svedese, figlio del proprio secolo.
«Medico, scrittore umanista, amico degli umili, protettore degli animali, in questa casa da lui ideata e creata recò alla nativa Svezia il suo culto della bellezza. Con La storia di San Michele lasciò all’umanità il suo messaggio di arte e di poesia. Anacapri riconoscente»: questa la lapide che nel 1953 il Comune di Anacapri collocò sulla facciata della Villa, accanto all’ingresso. In effetti Axel Munthe, laureato in Medicina e studioso alla Salpêtrière e all’Hôtel-Dieu di Parigi, con il celebre alienista Charcot, fu un abile medico e un profondo conoscitore dell’animo umano, dotato di grande empatia e di un eccezionale ascendente sui suoi pazienti. Pur essendo formata buona parte della sua clientela da personaggi ricchi, nobili e politici di successo – in particolare a Roma, dove si trasferì a 32 anni -, egli si prodigò instancabilmente per chiunque, povero o ricco, avesse bisogno della sua opera. Infatti nel 1884 intervenne in soccorso della popolazione napoletana colpita da un furiosa epidemia di colera e a questo periodo risalgono i suoi primi lavori letterari.


Il legame di Munthe con Capri durò ben 68 anni. Prima della costruzione di San Michele, abitò nella contrada Le Boffe, sempre ad Anacapri, mentre nell’ultimo periodo caprese visse in una delle antiche torri di difesa, Torre Materita, avendo dovuto abbandonare San Michele in seguito a gravi problemi agli occhi. Da bravo amante degli animali, acquistò anche le rovine del castello Barbarossa e il terreno circostante, per impedire la caccia agli uccelli. Oggi il castello è la stazione ornitologica di Capri, sede di un centro di ricerca sugli uccelli migratori nel quale operano ornitologi svedesi e italiani.
Munthe visse a lungo in Italia, ma il suo sogno di stabilirsi nel luogo di cui si era innamorato, Capri, si realizzò solo vent’anni dopo la sua prima visita, avvenuta nel 1876: infatti solo da medico affermato poté disporre dei mezzi economici necessari alla realizzazione della Villa. Fu egli stesso a seguire i lavori e anche lavorare con i contadini del luogo che prestarono la loro manodopera; questo consentì la costruzione di un edificio dall’architettura tipica dell’epoca, adottando le tecniche edilizie locali e tenendo conto delle condizioni particolari del luogo. Nel suo libro molte pagine sono dedicate alla costruzione e all’abbellimento di San Michele, pagine piene d’amore per l’arte, la bellezza, la storia, ma soprattutto per il luogo stesso e i suoi abitanti, che Munthe tratteggia con delicati e realistici tratti, rivelando piccoli episodi della tradizione caprese.
«L’ho costruita sulle mie ginocchia, come un santuario al sole, dove avrei ricercato la conoscenza e la luce da quel dio radioso, che avevo adorato tutta la vita». Ed è proprio questo il tratto saliente di San Michele: la luce sfolgorante che pervade ogni meraviglioso angolo, le terrazze e gli scorci aperti sul golfo di Napoli, il blu del cielo che si fonde con il blu del mare e che riverbera in ogni anfratto delle mura scoscese.


Come il medico ricorda nel suo libro: «Dopo cinque lunghe estati di incessante lavoro, dall’alba al tramonto, San Michele era più o meno finito, ma c’era ancora molto da fare nel giardino». E così descrive la sua dimora: «Rivedendolo, San Michele mi sembrò ancora più bello di prima. La casa era piccola, le stanze erano poche, ma c’erano logge, terrazze e pergole tutt’intorno, per stare a guardare il sole, il mare e le nuvole: l’anima chiede più spazio del corpo. Pochi mobili nelle stanze, ma quello che c’era non si poteva comprare col solo denaro. […] Qualche primitivo, un’acquaforte di Dürer e un bassorilievo greco sui muri imbiancati. Un paio di tappeti persiani sul pavimento di mosaico, pochi libri sulle tavole, fiori dovunque in lucenti maioliche di Faenza e d’Urbino. I cipressi venuti da Villa d’Este […]» E poi stalli di coro, un Horus di basalto proveniente dall’Egitto, una testa di Medusa del IV secolo a.C. da lui stesso trovata in fondo al mare, un camino del Cinquecento, una colonna di marmo africano che sorregge la testa mutilata di Nerone, ombrosi pergolati, una finestra di vetro dipinto del Cinquecento donata a Eleonora Duse dalla città di Firenze. E poi quello che è divenuto un po’ il simbolo di San Michele: la Sfinge Egizia che domina dall’alto di un colonnato tutto il mare sottostante e che è ancora più suggestiva vista dal basso, dall’inizio della Scala Fenicia, una sorta di guardiano con lo sguardo lontano a scrutare l’orizzonte.

La Sfinge Egizia vista dalla Scala Fenicia

La Sfinge Egizia da una terrazza

Sono questi tutti dettagli tipici di quell’architettura mista caratteristica dell’epoca, costituita da elementi costruttivi e decorativi tratti da altri edifici di epoche e culture diverse, accostati fra loro con gusto personale ed eccentrico, ma creanti un insieme armonioso e affascinante.
Ma iniziamo insieme la visita di San Michele.
Poco dopo aver oltrepassato il portale d’ingresso, incontriamo subito alcuni elementi frequenti lungo il percorso della Villa: un rosone che evoca l’immagine del sole e della luce; un frammento marmoreo incastonato nella parete che riproduce tre figure raffiguranti la vita, l’arte e la bellezza; il mosaico con il cane incatenato e la scritta Cave canem che rappresenta il mondo della natura e degli animali.
Sorprende il mosaico romano collocato sul pavimento, davanti ai gradini che portano alla cucina e raffigurante uno scheletro con una caraffa di vino in una mano e una brocca d’acqua nell’altra: un suggerimento alla moderazione o un invito a godersi la vita poiché la morte è sempre in agguato?
Molto bello, un gioiellino, l’atrium, cioè un cortiletto chiuso che, nell’antica Roma, costituiva il centro di un’abitazione. Anche qui si ritrovano reperti antico romani, una statua del primo Medioevo e copie di statue in bronzo della raffinata scuola napoletana del XIX secolo.

L’atrium

Al piano superiore si trova un’ampia camera da letto con mobili che spaziano dal Rinascimento al XIX secolo, il “Salone francese”, lo “Studio” con un bel pavimento a mosaico e diviso per mezzo di una colonna in marmo africano dal “Salotto veneziano”, arredato con mobili settecenteschi.

La camera da letto

Ma la parte più incantevole dell’edificio e che più resta impressa nella mente e negli occhi è quella esterna, con tutto un susseguirsi di pergolati aperti sul mare, vialetti tra giardini dove fioriscono fiori diversi a seconda delle stagioni: camelie, glicini, azalee, ortensie, agapanti, rose, ginestre, e poi palme, cipressi, pini e centinaia di altre piante e fiori del Mediterraneo e di altre parti del mondo; una melodia di colori e profumi che inebria i sensi.

 


Proseguendo la visita si incontra quindi la “Cappella di San Michele”, un punto carico di memorie dove Munthe concepì l’idea di una casa aperta al mare e al sole. Sulle rovine dell’antica villa fu costruita durante il Medioevo una cappella dedicata al culto dell’arcangelo Michele, cappella che venne incendiata dai corsari turchi nel 1535. Durante le guerre napoleoniche fu trasformata in polveriera e inclusa nelle fortificazioni della sottostante porta di Anacapri. All’epoca l’unica strada di accesso era la Scala Fenicia, che terminava in questo punto.

Panorama dalla Scala Fenicia

E proprio qui Munthe volle collocare la famosa Sfinge Egizia, antica di oltre 3200 anni, che accarezza con lo sguardo uno dei più bei panorami del mondo. Prima che la Sfinge Egizia trovasse la sua attuale collocazione, al suo posto vi era la Sfinge Etrusca, che in seguito fu posizionata sulla terrazza accanto all’ingresso della cappella. La scelta della Sfinge come simbolo principale della Villa può essere ispirata da uno degli scrittori preferiti di Munthe, il poeta Jean Paul, che proprio a una sfinge paragona l’Isola di Capri.
Secondo la leggenda, accarezzando il fianco della Sfinge Egizia si possono avverare i desideri buoni. Io ci ho provato…

La Sfinge Etrusca

«Un luogo per chi desidera, sogna ed è in cerca di risposte», ha scritto Staffan de Mistura, Sovrintendente alle attività della Villa e Console svedese. Sicuramente un luogo dove perdersi nei propri sogni e cercare nel blu dell’infinito la chiave per realizzarli.

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