Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Jean-Michel Basquiat, il James Dean dell’arte moderna

Un’affascinante struttura per un artista controverso dell’arte moderna.
Il MUDEC, il nuovo Museo delle Culture di Milano, ha dedicato a Jean-Michel Basquiat, uno degli artisti neri più famosi degli Stati Uniti, una ricca retrospettiva che ripercorre tutta la sua breve e intensa vita, che è stata un tutt’uno con la sua poetica. Oltre cento lavori realizzati tra il 1980 e il 1987 e provenienti in gran parte da una grande collezione privata, la Yosef Mugrabi, iniziata quando l’artista era ancora in vita.

L’ingresso alla sala espositiva del MUDEC

«Jean Michel Basquiat è stato il primo artista nero famoso della storia dell’arte in un periodo in cui la discriminazione razziale era più forte di quella che esiste ancora oggi negli Stati Uniti, di cui leggiamo quasi quotidianamente sui giornali», ha sottolineato Gianni Mercurio, che ha curato la mostra insieme a Jeffrey Deitch. L’artista, nel suo lavoro, approfondì attraverso l’orgoglio e la rabbia quei valori primitivi che erano propri della cultura africana, andando oltre gli esiti formali, oltre la superfice, rielaborandoli e portandoli dentro la sua poetica da writer.
Al grande pubblico questo eccentrico artista morto giovanissimo per overdose può non dire molto e le sue opere possono risultare molto naïf o dotate di un significato difficile da capire. Ma i giovani lo sentono come un loro coetaneo con il quale, ancora oggi, riescono a condividere passioni e domande sulla vita, e del quale sentono profondamente la vicinanza per il melting pot razziale delle sue origini, tanto d’attualità oggi.

Moltissimi sono stati infatti i giovani visitatori di questa mostra, affascinati dalle sue opere fantasmagoriche, realizzate sui muri o sulla tela o qualunque altro materiale, colorate, scritte, astratte, ma al contempo sempre legate al suo vissuto. Un vissuto in un’epoca ricchissima di sollecitazioni artistiche ed esplorazioni a tutto campo.
Personalmente ho conosciuto Basquiat solo marginalmente, attraverso il mio interesse per Andy Warhol e di lui sapevo ben poco. Questa mostra è stata un po’ una rivelazione: non posso dire che le sue opere mi siano piaciute, a parte alcune che sono risultate molto interessanti, ma mi hanno fatto riflettere le sue note biografiche, le sue esperienze, il significato umano della sua produzione che va molto al di là degli “scarabocchi”, senza senso ad un’occhiata fugace. Ne sono uscita arricchita, con qualche domanda in più da pormi, nessuna risposta e molte considerazioni fatte con la mia amica Monica con cui ho visitato la mostra, anche lei una “scettica ricreduta”.
E’ passato oltre un mese dalla visita, ma mi fa piacere ripercorrere – attraverso la rielaborazione di note biografiche e artistiche tratte dal web – le tappe della vita di Basquiat, imprescindibilmente connesse con le tappe del suo percorso artistico, riproponendo le insofferenze e le provocazioni di un’intera epoca.

Jean-Michel Basquiat, nato a Brooklyn il 22 dicembre 1960 da padre haitiano e madre statunitense di origini portoricane, manifesta fin dall’età di quattro anni un grande interesse per il disegno, ispirato anche dai cartoons visti alla televisione. Un amore per l’arte trasmessogli anche dalla madre, la quale lo accompagna spesso al Brooklyn Museum, al Metropolitan Museum ed al Museum of Modern Art di New York.
Nel 1968 viene investito da un’auto e gravi lesioni interne obbligano i medici all’asportazione della milza. Durante il mese di degenza al King’s County, la madre gli regala il testo di anatomia Grey’s Anatomy, di Henry Gray, che lo influenzerà molto: nelle sue opere riporterà infatti molti elementi anatomici. Gray si chiamerà anche il gruppo musicale che Basquiat fonderà insieme agli amici Vincent Gallo, Michael Holman, Wayne Clifford, Nick Taylor e Shannon Dowson.


Nel 1968 i genitori divorziano e sette anni più tardi, il quindicenne Jean-Michel scappa di casa: verrà arrestato per vagabondaggio. Ragazzino molto sveglio – a 11 anni era già capace di leggere, parlare e scrivere correntemente inglese, francese e spagnolo – viene iscritto alla “City as a School”, un istituto sperimentale per ragazzi talentuosi che però trovano difficoltà nelle scuole tradizionali. E’ lì che stringe amicizia con con Al Diaz, un giovane graffitista che operava sui muri della Jacob Riis, a Manhattan.
E’ sempre di quel periodo il suo primo approccio con gli stupefacenti, in particolare le droghe allucinogene come l’LSD ma anche le droghe pesanti, e con il graffitismo: inizia a “lavorare” per le strade di Manhattan firmandosi SAMO, acronimo per Same Old Shit (la solita vecchia merda). I suoi graffiti contengono spesso frasi rivoluzionarie o apparentemente insensate, come SAMO© SAVES IDIOTS (SAMO© salva gli idioti), ma sempre più spesso compaiono anche vere e proprie poesie.
Gli artisiti di SoHo e Tribeca si accorsero di Basquiat proprio attraverso la sua misteriosa poesia di strada. Le poesie, raccolte su taccuini o scritti sui muri delle strade con pennarello nero, contengono versi spesso contratti e oscuri, proteste sincopate, dichiarazioni esistenziali.
Le sue scritte, ornate con i simboli del copyright e della corona (affermazione di una precisa identità artistica e uno spiccato individualismo) cominciarono a colpire l’immaginazione della gente.
All’inizio del 1980, dopo la rottura del sodalizio con Al Diaz, Basquiat scriverà nelle vie del centro della città “SAMO© IS DEAD”. In seguito non utilizzerà mai più il nome SAMO.


Nel 1978 lascia gli studi alla “City as a School”, ritenendoli inutili, e abbandona la casa del padre, guadagnandosi da vivere vendendo per strada magliette e cartoline da lui decorate e dormendo in un cartone in un parco di New York.
Sarà proprio il tentativo di vendere una delle sue cartoline che cambierà il corso della sua vita: entrato in un ristorante di SoHo, Basquiat avvicina Henry Geldzahler e Andy Warhol, il quale comprerà una cartolina per un dollaro, ma non si mostrerà molto interessato al suo tipo di arte.
Passeranno infatti alcuni anni prima che Jean-Michel riesca ad entrare nella “Factory” del re della Pop art; nel frattempo diventa cliente fisso dei due club più esclusivi nella scena socio-culturale di New York: il Club 57 ed il Mudd Club, frequentati anche dallo stesso Warhol, da Madonna (con la quale avrà una relazione di alcuni mesi e che gli resterà molto legata anche in seguito, tanto da finanziare la retrospettiva a lui dedicata al Whitney Museum di New York e da pubblicare nel 1996 un breve ma sentito ricordo di lui sul Guardian), da Keith Haring, con il quale stringerà un’amicizia che durerà fino alla morte. Si legherà anche allo scrittore Glenn O’Brien, che aveva conosciuto nel 1979 durante una sua apparizione allo show ad accesso pubblico TV Party.

Con Madonna

La carriera di Basquiat comincia a decollare, come musicista e soprattutto come artista. Nel 1980 partecipa all’esposizione collettiva The Times Square Show, organizzata dal COLAB (Collaborative Projects Incorporated, collettivo di giovani pittori newyorchesi). Nel 1981 partecipa alla retrospettiva New York/New Wave, insieme ad altri artisti come Robert Mapplethorpe e Keith Haring. Nello stesso anno Rene Ricard, poeta e famoso critico, pubblica su Artforum magazine un articolo su di lui, intitolato “The Radiant Child” (Il figlio raggiante).
La sua prima mostra personale, la prima anche in Europa, ha luogo nel 1981 a Modena, nella galleria d’arte Emilio Mazzoli. Essa viene però accolta negativamente e quasi con sarcasmo dai critici e collezionisti locali. Al contrario, solo un anno dopo riscuote grande apprezzamento nella personale di New York.

The Field Next to the Other Road, 1981

Danny Rosen, 1983

Gli echi della strada sono molto presenti: accentua l’uso della bomboletta spray e alcuni caratteri tipici dei graffiti, come la visione frontale e la veloce linearità dei contorni delle figure. Tuttavia si nota un sofisticato trattamento della superficie e la presenza di una tematica individualizzata.
Grazie alla grande amicizia stretta con Andy Warhol, Basquiat riuscì a sfondare nel mondo dell’arte come fenomeno mondiale emergente. I dipinti di Jean-Michel erano caratterizzati da immagini rozze, infantili, che facevano riferimento alla “Art Brut” di Jean Dubuffet. L’elemento che però contraddistingue l’arte di Basquiat è essenzialmente l’utilizzo delle parole, inserite nei suoi dipinti come parte integrante, ma anche come sfondo, cancellate, a volte anche per attrarre l’attenzione dello spettatore.

Opere in collaborazione con Andy Warhol

Nel 1984, insieme ad Andy Warhol e a Francesco Clemente, inizia una serie di collaborazioni, di dipinti a “sei mani” commissionati da Bruno Bischofberger. A scopo artistico personale dipinge un altro ciclo di opere insieme al solo Warhol, eseguendo oltre cento quadri, nei quali è riconoscibile l’apporto di entrambi, e allestendo una mostra comune il cui manifesto presenta in maniera eloquente i due artisti come protagonisti di un incontro di boxe. La boxe era per Basquiat un modo di vivere, e paragonava spesso l’arte ad un ring su cui combattere.

A settembre alcune delle opere eseguite in collaborazione con gli altri due artisti vengono esposte a Zurigo. Proprio nel settembre il New York Times definisce Basquiat “la mascotte di Warhol”: questo fatto, unito all’eccesso nell’uso delle droghe e alla sua progressiva tossicodipendenza da eroina che Warhol non riesce ad arrestare, porta Basquiat a soffrire di frequenti disturbi psichici.
Ormai schiavo della droga, espone a Zurigo, poi in Costa d’Avorio, ma i critici cominciano ad accettare con meno entusiasmo i suoi lavori.

Pyro, 1984

Nel 1987, in seguito alla morte dell’adorato Andy Warhol dovuta ad un complicanza dopo un’operazione, Basquiat entra in una violenta fase depressiva che lo conduce all’abuso di eroina per superare il trauma.
Basquiat espone ancora a New York, poi inizia un tentativo di disintossicazione che però non porterà mai a termine: muore infatti il 12 agosto del 1988, a soli ventisette anni, per una grave overdose di eroina.
Alla fine del percorso, cosa ci resta di Jean-Michel Basquiat?
Graffitista solo in apparenza, sebbene con i graffitisti condividesse lo stile di vita e una cultura quasi tribali, in realtà scriveva poesie di strada sulla tela, allo stesso tempo messaggio e segno grafico, con un linguaggio personalissimo e potente, fondendo rappresentazione e astrazione, testo e immagini, storia e contemporaneità.
Il suo tratto è veloce e istintivo, il disegno talvolta elegante, talvolta esplosivo nelle linee e nei colori, mentre le sue tematiche spaziano dalla storia alla medicina, dalla scienza ai cartoons, dalla Bibbia agli eroi neri dello sport e della musica.


I lavori di Basquiat riflettono soprattutto la condizione della comunità afroamericana. Le figure semplici, i bambini che giocano sullo sfondo della metropoli nordamericana, in cui le parole, spesso cancellate, irrompono sulla tela come parte integrante, sia concettuali che decorative. Lo stesso Basquiat afferma: «cancello le parole, in modo che le si possano notare – il fatto che siano oscure spinge a volerle leggere ancora di più». Il suo talento potrebbe essere sintetizzato con le parole di Henry Geldzahle, per anni curatore del Metropolitan Museum of Art: «il suo lavoro nasce come concezione, enigmatica e concettuale di simboli e parole, eseguita con l’incisiva semplicità delle tarde iscrizioni romane».
Il mercato: il 14 maggio 2002 la casa d’asta Christie’s ha battuto per 5.509.500 dollari il quadro Profit I, opera di Basquiat in precedenza appartenuta al batterista dei Metallica Lars Ulrich. È la cifra più alta per una sua opera. Ma il 15 maggio 2007, la casa d’asta newyorchese Sotheby’s ha venduto una sua opera senza titolo per 14.6 milioni di dollari. Il 12 novembre 2008, Lars Ulrick ha venduto Untitled (Boxer) per 12 milioni di dollari.
Sic transit gloria mundi

Boxer, 1982

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4 commenti su “Jean-Michel Basquiat, il James Dean dell’arte moderna

  1. Neda
    marzo 14, 2017

    Un bell’articolo. Possiedo alcune monografie su Basquiat, ma faccio ancora fatica a capire, e ad accettare, questa “arte” trasgressiva e strana, per me che sono vecchia ed abituata ad altro. Mi chiedo: “Se fosse vissuto in un altro momento storico, se non fosse stato amico di Warhol, se non ci fosse stato un mercante interessato a guadagnare sui suoi lavori, se non fosse morto così giovane, si parlerebbe di lui?”
    Queste domande me le sono sempre poste, di fronte alle opere di molti “artisti”, perché non riesco a dimenticare che dietro all’arte, di solito, c’è il mercante, è sempre stato così e sarà sempre così. I mercanti impongono artisti tramite i quali possono avere il loro guadagno, seguendo, o imponendo, le mode e le correnti del momento.

    Piace a 1 persona

    • ilpadiglionedoro
      marzo 14, 2017

      Cara Neda, grazie per il tuo commento, che mi trova del tutto d’accordo. Anch’io sono “vecchia” – ma no dai, diciamo che preferiamo altro 🙂 – e l’arte per me ha un significato del tutto diverso. Ma credo che l’arte, così come la letteratura o qualunque altra creazione dell’ingegno o dell’estro umano, sia figlia del proprio tempo e, quindi, che ogni creazione vada contestualizzata. Ciò non toglie che l’essere al posto giusto, nel momento giusto, con le persone giuste aiuti molto nel “lancio” di determinati personaggi che altrimenti, forse, non sarebbero diventati così di spicco. Così come è vero che le leggi del mercato la fanno da padrone, e più che mai in epoca moderna. Si potrebbero fare molti nomi di artisti, o presunti tali, contemporanei, ma non ce n’è bisogno perchè sappiamo bene di cosa e chi parliamo. Resta il fatto che un’opera moderna o contemporanea affiancata ad una dei secoli scorsi non ha proprio storia… Ancora grazie per essere passata, è un piacere leggerti. Buona giornata.

      Piace a 1 persona

      • Neda
        marzo 14, 2017

        E’ un piacere per me, leggere i tuoi articoli, sempre molto interessanti e coinvolgenti.
        Ti auguro una bella serata, e sempre grazie.

        Mi piace

  2. Pietro Barnabe'
    marzo 14, 2017

    L’ha ribloggato su Arte&Cultura.

    Piace a 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il marzo 13, 2017 da in Arte, Mostre con tag , , , , , , , , , , , .
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