Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

«Una cosa bella è una gioia sempre: cresce di grazia, mai passerà nel nulla» Considerazioni su “La bellezza”, di Stefano Zecchi

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In questo articolo Eleonora si cimenta in una materia molto dibattuta e controversa: la bellezza, nel senso più filosofico ed estetico del termine.
Spunto per questa meditazione è stata la lettura del saggio che Stefano Zecchi ha appunto dedicato alla bellezza, ripercorrendo il significato profondo del termine dalle origini fino all’epoca moderna.
Sono pensieri molto profondi ed estremamente interessanti, di cui consiglio vivamente la lettura – che non può che essere attenta, vista la complessità dell’argomento – e anche, se possibile, una personale riflessione: che significato attribuiamo noi alla bellezza? che importanza ha nella nostra vita e nel mondo contemporaneo? esiste ancora la bellezza oggi?

A voi la lettura (e gli eventuali commenti) dell’articolo di Eleonora, che ho suddiviso in tre parti per renderlo più agevolmente fruibile.

**********

«Una cosa bella è una gioia sempre: cresce di grazia, mai passerà nel nulla» – J. Keats

Cos’è la bellezza? Bella domanda!
Ad una prima battuta la risposta può sembrare semplice, quasi banale, ma vi assicuro che non lo è.
Stefano Zecchi, partendo dalla semplice considerazione che spesso ci ritroviamo ad usare aggettivi che la ricordano (bello, carino) più come interiezioni che per il loro vero e proprio significato, prova a dare una risposta.
Il secolo scorso ha considerato la bellezza come qualcosa di effimero, senza importanza, che falsa la natura delle cose.
Eppure la bellezza è stata per tre migliaia di anni alla base della formazione dell’uomo.
Platone, per esempio, ne dava questa definizione «…..la bellezza, come s’è detto, splendeva di vera luce lassù fra quelle essenza, e anche dopo la nostra discesa quaggiù l’abbiamo afferrata con il più luminoso dei nostri sensi, luminosa e risplendente. Perché la vista è il più acuto dei sensi permessi al nostro corpo…. Così solo la bellezza sortì questo privilegio di essere la più percepibile dai sensi e la più amabile di tutte» (Fedro – 250c 8-d).
Poi ad un tratto ci è stata negata in ragione di una cultura scientifica che considerava la bellezza antagonista e contraria alla modernità.
Zecchi continua riflettendo che, in effetti, se ci pensiamo bene, dalla produzione industriale all’arredamento tutto era realizzato con lo spirito della funzionalità, dello scientificamente provato o valido, da abbandonare quando superato.
Anche la filosofia col pensiero analitico e l’arte con la scomposizione concettuale dell’oggetto nei suoi singoli elementi, hanno creduto che queste visioni potessero rappresentare il controllo e il dominio di tutto e su tutto.
Il secolo scorso è stato un secolo di grande produzione artistica, eppure la sua importanza nei confronti dei fenomeni che controllano la realtà è stato assolutamente irrilevante e marginale.
Questo è avvenuto perché, invece di collocare la bellezza all’origine di tutto, la si è posta come esito finale al termine del cammino artistico seguito.
Con il principio filosofico moderno l’arte è divenuta il rapporto tra logica ed estetica, «il divenire del concetto con l’idea di arte», un’espressione parziale dipendente dal sapere, al contrario di ciò che accadeva nel passato in cui l’arte aveva una funzione formatrice per l’individuo.
Nell’arte moderna l’aspetto decostruttivo della forma allo scopo di rappresentare solo l’ideale dell’oggetto sarà portato all’estremo e rappresenterà l’elemento dominante della cultura e dell’arte del ‘900.
Un processo questo i cui primi aspetti si faranno strada tra gli artisti già a fine ‘800.
Un esempio a tale proposito è rappresentato da Cézanne, che si trova diviso tra due linguaggi espressivi: quello della rappresentazione classica nella costruzione della forma e quello che ricerca un’autonomia espressiva nell’analisi dell’oggetto.
Cezanne sceglie come paradigma linguistico il colore e non la forma/disegno, anche se ricerca le forme elementari attraverso cui rappresentare il tutto, che per lui sono la sfera, il cono e il cilindro.

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Paul Cézanne, Arlecchino

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Una delle innumerevoli tele che Cézanne dedicò a Mont Sainte Victoire

La sua pittura rimarrà ancora comunque in equilibrio tra i due linguaggi rispetto all’arte moderna, in particolare della seconda metà del ‘900.
A tale proposito mi viene in mente il Museo del Novecento al Palazzo dell’Arengario in Piazza Duomo a Milano, un bellissimo museo in cui tutta l’arte del secolo scorso è rappresentata al meglio. Si va dal Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo del 1902 alle opere di Picasso, Klee, Kandinskij, Modigliani per passare poi al futurismo con Boccioni, Balla, Carrà, de Chirico, fino ad arrivare alle avanguardie con l’ultimo piano dedicato a Fontana e i suoi tagli nella tela, la sabbia, i sassi, la struttura a led luminosi.

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Lucio Fontana, Concetto spaziale

In quest’ultimo piano, mentre si cerca di capire cosa l’artista volesse dire con quelle creazioni e dove stia l’arte e la bellezza, ecco che lo sguardo volge verso l’esterno e vedi il Duomo di Milano, lì a pochi passi da te, vedi la facciata attraverso i finestroni, quasi ti sembra di toccarlo.

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Non hai bisogno che qualcuno ti spieghi il significato, come per i tagli nella tela (l’arte che va in un universo parallelo, l’arte verso la terza dimensione, al di là dello spazio delimitato dalla cornice) o per quella sabbia posta in terra con sassi e un rastrello.
No, non ne hai bisogno perché quella bellezza non necessita di essere spiegata, arriva dritta al cuore o, come vedremo più avanti, come dice Mefistofele a Faust «…. eleva verso l’alto. Ti porterà rapidamente al di sopra di tutto ciò che è volgare….» (Cit. Mefistofele a Faust – Faust di Goethe).
Che cos’è la bellezza? E’ ciò che fa sorgere i dubbi sui conflitti reali, costituisce l’armonia e l’equilibrio, è il divino della natura, la sua forza, la verità, quella verità per la quale Umberto Eco pensa che «forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, far ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarsi della passione insana della verità».
Ed è così che il nichilismo impera, rende tutto indifferente, interscambiabile, trascinando inevitabilmente gli uomini verso il basso.
Il sapere si è frammentato, siamo tutti specializzati in qualcosa, e questo di fatto lo rende inutile, annullando qualsiasi verità presente in esso.
Nel passato le domande e gli interrogativi che nascevano spontanei risiedevano entrambi nel mito, erano svelati e scaturivano da esso. Il mito è come un “teatro”, in cui si rappresentava la vita, il mondo, l’uomo: è un simbolo. Quell’aspetto simbolico che per Kant è insito nella bellezza.
In origine il termine “simbolo” significava anche qualcosa di incompleto, di mancante, di diviso che deve essere ricostituito. Platone nel suo Simposio afferma proprio questo «ognuno di noi è dunque la metà di un umano tagliato nel mezzo come fosse una sogliola: due pezzi da uno solo e però sempre in cerca della propria metà». Ecco allora che il simbolo esprime la spinta interiore volta a ricreare l’unità mancante tra pensiero e vita, tra uomo e natura.
L’arte e il suo linguaggio allusivo, pieno di immagini ispirate, volto a creare nello “spettatore” l’esigenza di porsi domande, serviva a questo, ma l’epoca moderna l’ha considerato un inganno da eliminare in favore dell’autenticità del linguaggio scientifico.
Quando viene chiuso quel “teatro” di cui parlavamo poc’anzi per sostituirlo con la rappresentazione analitica, il simbolo svanisce nella spiegazione.
Diventa un’operazione verbale che non ha niente in sé che rappresenti una diversa visione soggettiva della realtà, ma è semplicemente una rappresentazione che potrebbe essere detta anche in altro modo e così accade per la metafora.
Zecchi continua dicendo che «la modernità ha negato la verità del linguaggio estetico dell’arte».
Non si tratta di restaurare la legge di Apollo e la sua classicità, ormai definitivamente sconfitte, ma di ricreare l’organicità del sapere, che poi è quello che il romanticismo (1) cercava di fare.
A tale proposito uno dei massimi rappresentati del romanticismo J.W. Goethe prova a dare una risposta con il suo Faust.

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Joseph Karl Stieler, Ritratto di Goethe

Ci mostra così come, con le incertezze e l’enigmaticità, le forme perfette, dopo l’assenza del dominio di Apollo su di esse, si siano trasformate in forme viventi (Elena-bellezza).
Zecchi ci fa presente che «l’orizzonte della bellezza è il cammino che Faust compie verso Elena, colei che rappresenta il simbolo e la realtà della bellezza».

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Elena, Faust e il diavolo

Continuare a porsi la domanda «Chi è Elena» è fondamentale, perché Elena è enigmatica, non dominabile e, a pensarci bene, è proprio questo l’elemento principale della sua rimozione dal mondo moderno con la sua razionalità.
Goethe dice a proposito della bellezza: «la bellezza è il tesoro più grande».
Il valore ermeneutico di questo verso è fondamentale per la comprensione del tutto ed egli continua scrivendo in una lettera «la bellezza è un fenomeno originario che mai giunge a manifestarsi, il cui splendore però diventa visibile in mille diverse espressioni dello spirito creatore e nelle innumerevoli forme belle».
Il viaggio verso Elena è un viaggio simbolico nel tentativo di far prevalere la bellezza, «cioè la superiorità metafisica del linguaggio simbolico sul linguaggio referenziale, la superiorità cognitiva della metafora descrivibile solo con la poesia rispetto al linguaggio che denota e che oggettiva».
Faust nel suo viaggio alla ricerca di Elena-bellezza riesce a superare la palude del nulla, del nichilismo e a ritrovare la luce.
Commette un errore però: pensa che la bellezza, una volta trovata e conosciuta, la si possa possedere, perché sempre uguale a se stessa, stabile e definitiva nelle sue forme e manifestazioni. Il verso «Fermati, sei così bello» esprime tutto il desiderio di fermare la bellezza, di fermare l’attimo in cui c’è un appagamento totale, estasi, incanto, ma nello stesso attimo ecco che è passata, lasciando solo malinconia e struggimento dietro di sé, perché la bellezza è mutevole, enigmatica, utopica.
Elena è infatti spirito per Faust e corpo con le arti mefistofeliche. Faust così desidera il corpo nel primo caso e il piacere nel secondo.
La bellezza, proprio perché non statica e immutevole, può solo essere contemplata, non posseduta né collocabile nel tempo.
Goethe, attraverso il Faust, grida il suo appello disperato alla civiltà perché questa, identificandosi in un simbolo, nella bellezza che è il simbolo più importante, possa ancora salvarsi non abbandonandosi al pragmatismo ed alla laicizzazione progressiva.
L’incontro di Elena con Mefistofele, presentatosi come una delle Forciadi, creatura orripilante con un solo occhio ed un solo dente, rappresenta l’incontro-scontro tra la bellezza e la bruttezza assoluta, il male del mondo.
Elena può accettare il ripristino della bellezza, come quella di Apollo, senza disprezzo né dolore, facendo venir meno proprio quella qualità che la fa vivere nel tempo, oppure accettare la sfida lanciata da Mefistofele e per assurdo chiedere proprio a lui quali siano la realtà e la natura che la caratterizzano.
Mefistofele le dimostrerà la di lei assenza di una forma e di una definizione assolute. Ecco che Faust ha il compito di conoscere Elena senza annientarsi.
Il punto di incontro tra i due è il linguaggio della poesia romantica, che può costruire un nuovo mondo in cui, pur accettando la classicità, vive l’unione tra mondo classico e mondo romantico.
Goethe assomiglia molto a Nietzsche. A differenza di quest’ultimo, però, che sente comunque la modernità come il nulla, accetta anche il suo tempo e quindi vive la metamorfosi.
La bellezza si accompagna sempre all’Eros che, attraverso il possesso, ricerca il piacere.
Anche Faust ovviamente tende a possedere il corpo di Elena, un possesso non fine a se stesso, però, che abbia anche una connotazione spirituale, a testimonianza di una maturazione raggiunta alla fine del suo percorso.
Eros quindi diviene testimonianza del bello e il possesso diviene creazione = poiesis = poesia.
Ecco quindi Euforione, figlio di Elena e Faust, frutto della loro unione: rappresenta la poesia (in contrapposizione col fratellastro Homunculus nato in una provetta, che rappresenta invece il linguaggio scientifico, freddo e astratto).
Euforione racchiude in sé tanto il dinamismo e l’azione di Faust quanto la bellezza e l’amore per essa di Elena. È in un continuo movimento, un fauno per la sua natura dionisiaca. Il suo sogno sono le ali, il poter volare, staccarsi dalla terra, librarsi nell’aria alla ricerca di quel divino che è in lui, accettando anche la realtà della morte.
Appare come Ermes che, dopo aver inventato la cetra, la dovette cedere ad Apollo perché reo del furto di bestiame fatto ai danni di quest’ultimo.
Apollo poi farà sì che l’arte trionfi nella perfezione e nella solarità.
Elena e Faust, consapevoli del rischio che corre Euforione, cercano di portarlo alla ragione, all’equilibrio, nell’illusione di fermare il tempo. Questo però non è più possibile, dal momento che la poesia non ha più l’eterno segno di Apollo ma la temporaneità della terra.
Euforione muore, ma ciò nonostante risulta vittorioso perché la bellezza vive ed è reale ogni qualvolta si usa il linguaggio della poesia, unico modo che ha la terra per cantare la bellezza.
Elena così segue il figlio nell’Ade e lascia a Faust la veste e il velo.
E qui Mefistofele esorta Faust a resistere con parole bellissime «tienilo stretto, non è più la dea che hai perduto, ma è sempre cosa divina. Fai uso del suo grande inestimabile valore ed elevati verso l’alto. Ti porterà rapidamente al di sopra di tutto ciò che è volgare, via, verso l’alto, finché potrai resistere».

(1) Romanticismo
Movimento letterario artistico culturale sviluppatosi in Europa tra il ‘700 e l’800, i cui aspetti fondamentali sono il sentimento, il popolo, la nazione e la storia.
Dal punto di vista strettamente artistico si ha il concetto di arte come espressione del sentimento e dell’individualità dell’artista, questo perché se la ragione è comune a tutti, il sentimento è prettamente individuale. Molto importante sarà la poesia e il suo collegamento con l’ambivalenza della cultura romantica: l’irrazionalismo da una parte (la rappresentazione del dolore individuale e cosmico, il pessimismo, il contrasto tra illusione e realtà, la nostalgia, il sogno, l’amore, l’indefinito, l’estetismo) e la realtà nazionale dall’altra (patriottismo, il popolo, l’amore per la libertà, la tradizione storica e l’uso della poesia a servizio dei grandi ideali di libertà, indipendenza e riscatto nazionale) (Storia della letteratura italiana – C. Salina e C. Ricci)

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