Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Rubens e la nascita del Barocco: una mostra inaspettata al Palazzo Reale di Milano

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Pur essendo un artista di centrale importanza per la storia dell’arte europea, sebbene ancora non molto conosciuto in Italia, Rubens è spesso considerato semplicemente “fiammingo”, nonostante il suo amore per il nostro Bel Paese.
Infatti, il 9 giugno 1600, poco prima di compiere 23 anni, egli parte a cavallo per l’Italia. Lo muove il fortissimo desiderio di vivere finalmente da vicino la grande cultura classica e l’arte del Rinascimento, oggetto da sempre dei suoi studi. Il suo soggiorno dura otto anni e lascia nell’artista un segno indelebile.
L’Italia è fondamentale per Rubens, così come Rubens per l’Italia: a lui si devono i primi segnali della nascita del Barocco che si diffonde in espressioni altissime in ogni regione.
Il critico Bernard Berenson ama definirlo addirittura un pittore italiano. La stessa percezione hanno dell’artista i suoi committenti, che sottolineano proprio questa sua prerogativa.

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Autoritratto (1626)

È proprio questo il filo conduttore della mostra allestita al Palazzo Reale di Milano e che resterà aperta sino al 26 Febbraio: i rapporti di Rubens con l’arte antica e la statuaria classica, che entra con forza nella composizione dei suoi quadri, e la sua attenzione verso i grandi maestri che lo hanno preceduto, come Michelangelo, Tiziano, Tintoretto e Correggio. Tutta la grande tradizione italiana viene da Rubens ripresa e reinventata con un impeto creativo assolutamente nuovo, ed è questo che esercita una grande influenza sui più giovani protagonisti del Barocco, affascinati dalle grandiose novità compositive di Rubens, come Bernini, Pietro da Cortona, Lanfranco, Salvator Rosa e Luca Giordano.
In quattro sezioni tematiche – Nel mondo di Rubens, Santi come eroi. Pittura sacra e Barocco, La furia del pennello, La forza del mito – le opere del maestro sono accostate a quelle degli artisti italiani per scorgerne affinità e debiti e ad esemplari di statuaria classica, noti a Rubens, che vi si ispira liberamente.
Il 28 ottobre 1608, a cavallo come vi era giunto, Rubens lascia l’Italia per non tornarvi mai più.
Le prime opere che incontriamo hanno la delicatezza degli affetti carissimi a Rubens: sono i ritratti della figlia Clara Serena e della moglie Isabella Brant. Entrambi trasmettono un’intensa carica di affettività. Sono ritratti fatti con amore, che testimoniano il profondo attaccamento dell’artista alla famiglia. Si tratta di veri e propri ritratti parlanti, in cui l’espressione di uno stato d’animo mira a rendere gli osservatori partecipi di un momento d’intimità familiare. Vi si legge l’intento di comunicare gli affetti proprio del linguaggio barocco, reinterpretato anche da artisti più giovani, attratti dalle invenzioni di Rubens. Tra questi spicca Bernini, con il Ritratto di giovinetto, posto a confronto con quello di Clara Serena. Ma non dimentichiamo che questa tipologia di ritratto moderno con caratteristiche antiche ha ispirato anche artisti come Van Dick e Velasquez.

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I ritratti di Clara Serena e Isabella Brant

 

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Gian Lorenzo Bernini, Ritratto di giovinetto

L’antico rappresenta per Rubens una fonte infinita di ispirazione. Lo vediamo anche nella preziosa tela raffigurante l’Apoteosi di San Germanico, rara copia di un cammeo romano. In una lettera del 1622, scritta a Parigi e inviata da Nicolas-Claude Fabri de Peiresc (astronomo, botanico e numismatico francese, fu uno studioso e uno scienziato anche in altre discipline, mantenendo un’imponente corrispondenza con altri scienziati) a Girolamo Aleandro (cardinale e umanista) a Roma, leggiamo che l’artista da Parigi aveva promesso di disegnare di propria mano la Gemma Augustea raffigurante i trionfi di Tiberio.

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L’apoteosi di San Germanico

Nel corso del suo soggiorno italiano, Rubens esegue molte opere di soggetto sacro, grandiose e rivoluzionarie, a Mantova, Genova, Roma.
Nel 1606, la decorazione dell’altare centrale della chiesa romana di Santa Maria in Vallicella o Chiesa Nuova, rappresenta per l’artista un’occasione unica. Si tratta infatti della più famosa e frequentata chiesa di Roma. Le tre grandiose pale in lavagna, terminate nel 1608, divengono un modello al quale ispirarsi: i santi sono rappresentati in modo solenne, come eroi del mondo antico, con volti di imperatori, le sante sembrano matrone romane; al centro un trionfo di angeli propone un dinamismo nuovo che investe tutti i personaggi. Si tratta della più grande novità all’inizio del secolo a Roma, dopo Caravaggio.
L’energia della decorazione della Chiesa Nuova colpisce così tanto il mondo dell’arte perché in essa si percepisce, in maniera chiarissima, la vera novità del messaggio: la seduzione della pittura sacra e la strada intrapresa verso la sua incontrastata secolarizzazione.
Tra i giovani attratti da queste invenzioni spicca Lanfranco. Il suo San Silvestro doma il drago di Caprarola è infatti ricco di rimandi alle invenzioni della Chiesa Nuova, come testimoniano la grandiosità del protagonista e i resti delle antichità sullo sfondo.

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Il Torso del Belvedere

Esposto in posizione dominante è il Torso del Belvedere, scultura mutila greca del I sec. a. C., a dimostrazione di quanto questa tipologia di figura umana sia ricorrente nelle opere di Rubens. Egli aveva sicuramente avuto modo di ammirare a Roma, nel cortile del Belvedere Vaticano, questa che fu una delle opere più apprezzate dell’antichità, alla quale hanno guardato i più grandi artisti, fra cui Michelangelo. Rubens vi si ispira per la testa dolente del Cristo morto in Compianto su Cristo morto (1601) e per il San Sebastiano del San Sebastiano soccorso dagli angeli (1602-03).

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Compianto su Cristo morto e San Sebastiano

L’esperienza italiana di Rubens si conclude con L’adorazione dei pastori, che riassume in sé le suggestioni della pittura veneta, di Caravaggio e dell’antico. Il punto di partenza è costituito dall’Adorazione dei pastori di Correggio, detta La notte. Rubens ne riprende l’impianto generale, la luce notturna e la gloria degli angeli in volo, qui però l’effetto è completamente diverso poiché al sentimento bucolico della pala di Correggio, Rubens oppone il suo tratto caratteristico del movimento impetuoso, il forte chiaroscuro e la grandiosità delle figure. Devo dire che questa è una delle poche opere di Rubens che mi hanno davvero colpito, sia per la tecnica, che per la suggestione che esercita, merito anche delle dimensioni notevoli della tela.

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L’adorazione dei pastori (1606)

Anche quest’opera esercitò una notevole influenza sugli artisti più giovani. Pensiamo ad esempio al già citato Pietro da Cortona, che riprende lo stesso soggetto nella sua Adorazione dei Magi (1626) con accorgimenti simili (l’utilizzo del Bambino come fulcro della composizione, la carnale bellezza della Madonna)
La terza sezione è dedicata alla “Furia del pennello”, riprendendo una definizione del critico Giovan Pietro Belloni il quale scrisse nella sua Vita di Rubens: «Alla copia delle sue invenzioni e dell’ingegno, aggiunta la gran prontezza e la furia del pennello, si stese la mano di Rubens a tanto gran numero d’opere che ne sono piene le chiese e i luoghi di Fiandra».
Grazie alle opere qui esposte viene messa in evidenza l’impetuosità compositiva dell’artista, la sua visione innovativa, concitata e al contempo unitaria in cui talvolta il dettaglio è sacrificato a favore dell’effetto d’insieme.
Molto bello e dotato di fascino il dipinto raffigurante Giovan Carlo Doria a cavallo, un’immagine imponente che rivoluziona il ritratto dei condottieri: al contrario dei ritratti precedenti, presi di profilo e quindi più aulici, questo è frontale e sembra voler irrompere verso l’esterno, irradiando vitalità e forza tutto intorno.

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Ritratto equestre di Giovan Carlo Doria (1606)

La parte conclusiva della mostra è particolarmente scenografica, sia per la tematica (“La forza del mito”) che per la monumentalità delle opere esposte. In essa viene testimoniata la passione di Rubens per il passato e l’archeologia, grazie all’esposizione di diversi pezzi di scultura classica conosciuti e amati dall’artista, così come l’attrazione verso la mitologia, con i suoi personaggi talora grandiosi, talora foschi. Protagonista di questo mondo è un’umanità eccezionale, le cui gesta eroiche sono alle radici del nostro comune passato, che Rubens celebra per tutta la sua vita d’artista. Talvolta il mito, mutando in dramma, rappresenta il volto cruento di un’umanità primitiva.
E’ il caso di Saturno divora i suoi figli, dove viene rappresentato in tutto il suo orrore il dramma di un padre che addenta il petto del figlioletto, due figure che quasi fuoriescono dalla tela, con una natura cupa e inquietante alle spalle. Alla sommità della scena vi sono tre stelle: alludono al pianeta Saturno, splendente anche di notte con i suoi anelli. Secondo Galileo gli anelli erano satelliti ed è così infatti che li dipinge Rubens, che era in contatto con lo scienziato.
Sulla parete a fianco del Saturno di Rubens troviamo un’altra raffigurazione mitologia raccapricciante: si tratta del grandioso Prometeo di Salvator Rosa (1642), del quale quasi sembra di udire le assordanti urla di dolore.

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Rubens, Saturno divora i suoi figli

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Salvator Rosa, Prometeo

Grande spazio è dedicato poi al mito di Ercole, che esercitò un grande fascino soprattutto in seguito al ritrovamento dell’Ercole Farnese, scoperto alle Terme di Caracalla di Roma nel 1545. Ercole che strangola il leone di Nemea in piedi su un leopardo (1615-25) è la prima delle fatiche ed è un motivo molto ricorrente nell’epoca barocca. Una tematica simile si ritrova anche in una tela del Bernini esposta accanto a quella di Rubens: si può notare infatti la stessa concezione monumentale e grandiosità espressiva in Sansone sbarra il leone (1631).
Anche Guido Reni riprende il tema di Ercole, personaggio esempio di coraggio e virtù virili, con Ercole dopo l’uccisione dell’idra. Tuttavia la nostra attenzione è attratta soprattutto dalla testa del mostro mozzata dall’eroe: Reni infatti ritrae Ercole nel momento successivo all’impresa, in una posa scultorea, plastica e quasi pensosa.

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Guido Reni, Ercole dopo l’uccisione dell’idra (1620)

Più piacevoli alla vista e decisamente più sereni rispetto alle opere delle sale precedenti sono le varie versioni di Susanna e i vecchioni (1611, 1606-07, 1618).

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Susanna e i vecchioni (1606)

Molto bella la rappresentazione di Achille scoperto da Ulisse tra le figlie di Licomede, dove è interessante scoprire le varie simbologie nascoste sulla tela (come la maschera simbolo dell’inganno o la volpe segno di astuzia), che aiutavano a capire il senso dell’opera, e notare la somiglianza ai lavori del Veronese per quanto riguarda l’ambientazione architettonica e il colore chiaro dello sfondo. Interessante ricordare che Rubens fu il primo artista a ideare una serie completa dedicata ad Achille, con ben otto tele.

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Achille scoperto da Ulisse tra le figlie di Licomede

L’esposizione si chiude con un’opera del pittore napoletano Luca Giordano (1634-1705), conosciuto anche con il soprannome di “Luca Fapresto”, per la sua sorprendente velocità nell’eseguire i lavori e nel copiare i grandi maestri del Cinquecento.
Per Giordano Rubens è un mito. Egli ne conosce molto bene le opere, grazie anche alla fama di cui godeva il pittore fiammingo a Napoli per la presenza di alcuni lavori in varie collezioni. Giordano è attratto dalle scene turbinose, dense di impulsi drammatici, come si può notare nell’opera esposta Allegoria della pace, dominata da un senso di movimento inarrestabile, con le figure dell’odio e di Marte sulla sinistra, pronte ad uscire di scena quasi affiorando sulla superficie della tela. Per questa sua composizione Giordano si rifà direttamente a due opere di Rubens (Minerva protegge la pace da Marte e Le conseguenze della guerra), dimostrando una volta di più quanto a fine secolo fosse ancora vivo il fascino suscitato dal pittore fiammingo sulla generazione più giovane di artisti.

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Luca Giordano, Allegoria della pace (1682-83)

Il periodo barocco nell’arte non è fra i miei preferiti, né per quanto riguarda la pittura né per l’architettura. In particolare non amo Rubens, pur avendone fino ad ora visto solo qualche opera sparsa, per una certa esagerazione, se così posso definirla, nella raffigurazione eccessivamente drammatica della figura umana, nelle dimensioni spesso molto grandi delle tele, nelle carni strabordanti. Tuttavia questa mostra mi ha permesso di cogliere le motivazioni che rendono Rubens un maestro della storia dell’arte, per le innovazioni artistiche e l’entusiasmo che suscitò nei giovani artisti, di conoscere e quindi capire l’evoluzione della sua parabola artistica e anche di apprezzare talune opere che non conoscevo.
Morale: mai rifiutare a priori di conoscere, pur sapendo in partenza di non apprezzare molto, a meno che non si conosca molto bene a cosa si va incontro.

* L’allestimento di alcune sale *

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2 commenti su “Rubens e la nascita del Barocco: una mostra inaspettata al Palazzo Reale di Milano

  1. zapgina
    febbraio 22, 2017

    Mi pace la tua descrizione della mostra. Sono stata indecisa se andare a vederla o meno, poi ho scelto di vederne altre. Come te non amo particolarmente Rubens per gli stessi motivi che hai scritto ma condivido la tua conclusione: mai rifiutare a priori di conoscere.

    • ilpadiglionedoro
      febbraio 22, 2017

      In effetti Rubens continua a piacermi poco, ma adesso almeno lo conosco un pochino meglio di prima 🙂 Grazie per la visita!

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