Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Chiudere il 2016 a Trieste con il “Roberto Bolle & Friends”

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Poteva il Padiglione dare il benvenuto al nuovo anno senza parlare di danza? Certo che no.
E per l’occasione è con piacere che presento una nuova “penna”, incontrata su un social grazie alla comune passione e che mi auguro possa collaborare anche in futuro.
Francesca così racconta di sé: “Amante dei dettagli. Che si tratti di cinema, teatro, balletto, dipinti, sculture, architetture o gesti semplici e apparentemente di poco conto. Se mi chiedeste com’è nata la mia inclinazione (come spettatrice… le velleità da ballerina si sono esaurite in tenera età con risultati dimenticabili) per la danza vi risponderei che sono attratta da tutto ciò che emana magnetismo, incluso il connubio tra un’orchestra che suona dal vivo e le dinamiche di un linguaggio che alla potenza della parola sostituisce il compiersi della comunicazione senza filtri tra ballerini e pubblico”.
Ringrazio quindi Francesca per aver accolto la mia proposta di raccontarci le sue emozioni nell’assistere per la prima volta al Gala di Roberto Bolle che ha chiuso il 2016 presso il Politeama Rossetti di Trieste, e ringrazio anche la sua amica Katia, che ci ha prestato le bellissime fotografie.

**********

Non mi definirei né una profana né una avvezza ad assistere sovente a spettacoli di danza – tant’è che due giorni fa si è consumata la mia primissima volta ad un Gala del “Roberto Bolle & Friends”. Ma sedere a due sole file di distanza dal palcoscenico, per un’amante del dettaglio come me, è paragonabile ad esser l’ospite d’onore di una festa per gli occhi e per il cuore.
Non sono certamente la prima a constatare che “Roberto Bolle & Friends” è garanzia di grande danza: che Roberto si accompagni in scena sempre a grandissimi, siano essi affermati o nascenti (che non ci vuol poi molto perché, da lì in poi, si impongano su scala internazionale), è opinione diffusa tra il pubblico dei Gala, a prescindere dall’avvicendamento nel cast e dalla versatile alchimia nel programma proposto. Tale opinione si è radicata in me con la stessa facilità con cui ho coperto una distanza di oltre 900 chilometri per raggiungere il teatro in cui sarebbe andato in scena l’ultimo Gala del 2016… Perché certe follie non si fanno in un giorno qualunque, e meno che mai da soli – grazie Katia!
“Ah, si vivesse di eccitazioni da prima volta, quando tutto ti sorprende e nulla ti appartiene ancora.” Questi versi mi attraversano la mente quando ripenso alle vibrazioni che provenivano dal palcoscenico sottoforma di impercettibili nuvole di talco, di tocchi prodotti dall’incontro mai casuale tra scarpette e palcoscenico, di muscoli tirati dai virtuosismi tecnici, di diaframmi e volti spasmodicamente avvinti nella morsa della tensione emotiva.
Probabilmente molti ritengono che tra le doti imprescindibili di un/a ballerino/a vi sia la capacità di portare in scena le emozioni; io dico che non basta. Dopo aver ammirato – mentre ero in preda a una sorta di delirio mistico – il coinvolgimento emotivo totalizzante richiesto, insieme alla maniacale perfezione dei gesti, dalla coreografia di John Cranko per il Pas de deux di Onegin, sono consapevole che per i ballerini sia altrettanto importante saper gestire le emozioni. E, specialmente quando sono dirompenti come quelle che ho visto imprimersi sui volti di Roberto Bolle e Alicia Amatriain, immagino che l’arrivo degli applausi assuma per loro una valenza liberatoria e insieme di comunione estrema con il pubblico, a cristallizzare un momento irripetibile – per quanto duramente e lungamente si allenino a riviverlo infinite volte, in prove e recite.
Altrettanto fermamente penso che i ballerini siano gente abituata a non prendersi troppo sul serio, non fino in fondo almeno; Le Grand Pas de Deux di Christian Spuck ne è la dimostrazione più eclatante e irresistibile. Fino a tre giorni fa mi chiedevo come mai chi ha avuto la fortuna di trovarselo come ciliegina sulla torta del programma del “Roberto Bolle & Friends” ne serbi un ricordo speciale; ora che sono anch’io tra quei fortunati suppongo che avere la libertà di reinventare e giocare con se stessi, in una professione che richiede estremi livelli di dedizione e sacrificio, deve essere un sollievo, uno spasso, un momento che non si vede l’ora di consumare, come quello in cui si scartano i regali la mattina di Natale.
A proposito di spasso, vedere Roberto e i suoi Friends darsi all’euforia sulle note di Matilda di Henry Belafonte, con indosso travestimenti da veglione di Capodanno, è una chicca di cui grazie alla mia compagna d’avventura ho un ricordo fotografico che sarà l’invidia degli assenti – come se la prima volta dell’Onegin in un Gala non fosse già abbastanza. Lasciatemi gongolare giusto un po’…

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Sono felicissima di dire, in conclusione, che ho avuto, e ho colto, la mia chance di ringraziare da vicino colui che in un anno difficile e complesso, per me come per molti, ha offerto molteplici manifestazioni di passione e bellezza. (E fortuna che non ha intenzione di smettere!) Il “momento foto” c’è stato, ed è un ricordo privato che serbo non meno preziosamente dei brevi istanti in cui è stato lui a ringraziare me, con un sorriso e uno sguardo folgoranti che spero di incontrare nuovamente tra qualche mese al teatro alla Scala – un nuovo taboo da rompere, finalmente, nell’anno appena iniziato.
Buon “Roberto Bolle & Friends” 2017 a tutti coloro che ne godranno, habitué o neofiti che siate.
Buon anno nuovo, Roberto, e non smettere di sorprenderci!

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