Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Picasso e le metamorfosi delle sue “Figure” in mostra a Verona

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Di Picasso sono stati esposti centinaia di capolavori in tutto il mondo, le mostre si succedono a cadenze regolari e a lui è dedicato il Musée National di Parigi. E’ sicuramente un artista inflazionato e da me poco amato, sebbene riconosca la sua genialità.
Ricordo tuttavia di aver apprezzato molto l’ultima grande retrospettiva a lui dedicata da Palazzo Reale a Milano nel 2012 (https://ilpadiglionedoro.wordpress.com/2012/12/03/picasso-a-milano-io-non-cerco-trovo/), in cui avevano trovato posto circa 250 opere arrivate dal Museo parigino.
Lo stesso Museo da cui provengono i 90 pezzi esposti alla particolare mostra allestita al Museo AMO di Verona, non tutti conosciutissimi, ma accuratamente selezionati per illustrare la tematica scelta come oggetto: “Figure. 1906-1971”. Proprio questo ne fa una mostra particolare, molto piacevole e per certi versi intimistica; sicuramente interessante per seguire lo sviluppo della rappresentazione della figura umana picassiana, che si rivela strettamente connesso alla vicenda umana dell’artista.
Verso il 1890, quando Picasso inizia a dipingere, la figura umana è già in crisi. Dalla rappresentazione originaria ereditata dal Rinascimento, che ne esaltava la perfezione divina o anatomica e naturale, la “figura” rimanda ormai a una forma che racchiude il massimo dell’indeterminatezza. Picasso partecipa in pieno a questo processo, facendo del corpo umano il soggetto privilegiato di migliaia di opere e operando una sorta di decostruzione volta a sconvolgere i registri tradizionali della raffigurazione del corpo, secondo la regola da lui stesso enunciata che un’opera deve essere “una somma di decostruzioni”.
La prima sezione della mostra è infatti dedicata alla “Decostruzione e ricostruzione cubista” e ha la sua opera cardine in Nudo seduto (Studio per Les demoiselles d’Avignon, 1906-07), la cui immagine rievoca la stilizzazione delle maschere africane, molto amate da Picasso, e restituisce un senso di drammaticità soprattutto per quella linea nera che scompone il corpo in varie sezioni, che insieme rimandano al corpo di donna. E’ preludio alle Demoiselles d’Avignon, l’incipit della rivoluzione cubista, l’opera che rese famoso Picasso.

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Nudo seduto

Come recita il pannello introduttivo di questa prima sala, “probabilmente Picasso diventa Picasso con le Demoiselles d’Avignon… La figura cubista, il cui genere sessuale è spesso incerto, a volte così astratta che si fatica a distinguerla sulla tela, non simboleggia nulla e ciò può renderla inquietante…il cubismo è un’arte concettuale che non riproduce la realtà, ma il modo in cui ce la figuriamo, schematicamente, da tutti i lati, nel pensiero, nella lingua, senza carne né colore”.
Questo è ancora più evidente ne l’Uomo con mandolino (1911-13), perfetta realizzazione del “cubismo analitico”, fase che va dal 1909 al 1911, quando Picasso lavorava già a Parigi al Bateau Lavoir, luogo di discussione sulle nuove idee che si stavano diffondendo nell’ambito artistico. Evidente è la molteplicità della visione e la soggettività dei punti di vista dell’essere umano, con una complessa sovrapposizione dei piani che formano la figura.

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Uomo con mandolino

Nel 1917, nel pieno della Prima Guerra Mondiale, Picasso si reca a Roma per collaborare con i Ballets Russes di Djagilev. Lavora sulla linea in mille modi, ispirandosi all’arte antica italiana e ripercorrendo tutta la classicità: i corpi dei ballerini sono ritratti in movimento e la matita anima la figura con un unico tratto giocoso. Tuttavia siamo al contempo lontani dalle forme classiche, come è evidente nella Coppia di danzatori (1917), acquerello su carta per il balletto Parade in cui le immagini dei danzatori in scena riprendono i movimenti e la leggerezza della danza da un lato e la forte fisicità dei corpi solidi e massicci della Danse di Henry Matisse.
In questi anni la sua modella prediletta è Olga Chochlova, ballerina della troupe di Djagilev, che sposerà nel 1918 e dalla quale avrà il figlio Paulo l’anno successivo.

«Non avevamo dubbi sul fatto che, nel 1917, Parade sarebbe stato un evento scioccante e un grande scandalo teatrale. La prima rappresentazione fu al Théâtre du Chatelet e se all’uscita la folla non ci ha linciato e fatto a pezzi è solo perché Apollinaire indossava un’uniforme e aveva la testa fasciata per una ferita alla tempia…che suscitava il rispetto di quel pubblico ingenuamente patriottico. Ci salvò dalla folla, ma per un pelo. Dopo diverse repliche tornò la calma e sentimmo un uomo dire a un altro: “Se avessi saputo che era così stupido, avrei portato i bambini” Questa frase mi spinge ovviamente a citare quella che tanti dipinti di Picasso devono aver ascoltato: “Mio figlio (o mia figlia) potrebbe fare lo stesso”. Questo perché ogni capolavoro, ogni opera mportante, sembra facile a farsi, tuttavia mentre gli artisti tendono a questa facilità apparente, il pubblico se ne allontana.»
(Jean Cocteau, Picasso. L’ècole des lettres, 1996)

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Bozzetto di Picasso per il balletto Parade

Olga Chochlova è un soggetto molto amato Picasso, che la ritrae in tantissime opere. Alla fine degli anni Venti però l’artista inizia una nuova relazione; intorno alla metà degli anni Trenta il pittore e la ballerina si separano, senza però mai divorziare.
In Olga con collo di pelliccia (1923) la donna è ritratta secondo l’iconografia tradizionale del Rinascimento italiano, stravolta però dalla concezione pittorica tridimensionale e realistica data dalla linea nera che, sola, definisce la figura.

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Olga con collo di pelliccia

Nel 1924 Henry Breton pubblica il manifesto del movimento surrealista. Picasso è considerato uno dei numi tutelari del movimento, che mira ad esplorare l’inconscio e interpreta il cubismo come una “avventura interiore”. Egli è molto colpito dalla rivoluzione surrealista, tuttavia dal 1925 il suo lavoro si caratterizza per una grande libertà: crea personaggi filiformi e senza corpo, i cui organi sembrano potersi muovere liberamente. Sono acrobati dal corpo “informe”, sculture di mostri deformi. L’erotismo vissuto pienamente con la giovanissima Marie-Thérèse Walter, conosciuta nel 1926, un amore “libero” e segreto, alimenta le sue fantasie creative.
L’acrobata (1930) è una tela magica, con la figura sospesa fra mondo reale e surreale e un corpo che si piega al di là del possibile e riempie completamente lo spazio, tanto deforme quanto musicale. La figura è ricavata in bianco dal fondo della tela dipinto di grigio, come un prezioso cristallo incastonato nella pietra. E’ una figura sgraziata e deforme, che restituisce però il senso dell’ordine e dell’armonia nel suo bilanciamento del peso.

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L’acrobata

Appartiene a questo periodo anche il quadro Il pittore e la modella (1926), uno dei soggetti più amati da Picasso. L’immagine rappresentata sulla tela è fra le più tradizionali, ma questo è un abbraccio inestricabile, un groviglio di linee e colori, dove la figura viene creata dal caos. E’ una lotta fra il pittore e la sua materia pittorica – forma, linea, colore – cui lo spettatore assiste inerme.

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Il pittore e la modella

La sua musa continua ad essere Marie-Thérèse, che ritroviamo in molte, luminosissime e coloratissime tele, che riflettono i colori e la luminosità della Costa Azzurra, dove la coppia si era trasferita.

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Ritratto di Marie-Thérèse

Il 18 luglio 1936 per Pablo Picasso comincia la guerra: scoppia infatti il conflitto civile spagnolo che gli impedirà per il resto della vita di tornare in Spagna, a causa del suo sostegno ai repubblicani. E’ il periodo di Guernica, ma anche il periodo della sua relazione con Dora Maar, fotografa surrealista e politica militante, che lo incoraggia nelle sue prese di posizione e che troviamo ritratta in innumerevoli capolavori del Maestro.

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I ritratti di Dora Maar

Ragazzo con l’aragosta

Molto particolare e inquietante è il soggetto del Ragazzo con l’aragosta. Simulacro del mondo a lui contemporaneo, l’immagine del bambino è simbolo di innocenza, ma qui egli è al contempo vittima e carnefice. L’Aragosta, proibita dal regime nazista, è invece il simbolo della perduta felicità di vivere, l’immagine mostruosa della guerra.
Il dopoguerra è per Picasso il momento di un nuovo primitivismo, un ritorno alle origini nella ricerca di una forma semplice, spontanea, non viziata dall’accademismo. E’ attratto dalle forme naturali del mondo vegetale, dalla linea sinuosa dei fiori e delle piante, e durante il soggiorno del 1946 al castello Grimaldi di Antibes sviluppa il tema di una nuova età bucolica. La modella della Donna-fiore è Françoise Gilot, giovane pittrice conosciuta alla fine della guerra e sostenuta da Matisse, per la quale lascia Dora Maar, che cade in una profonda depressione. Per Picasso è invece un periodo di gioia, di grandissima fama, ove esplode la sua voglia di vivere e di amare, come è evidente dai colori accesi dei suoi quadri e dall’allegria che ne traspare.

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Donna con libro

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Bambino che gioca con un camion

Gli ultimi vent’anni della vita di Picasso sono un viaggio nel tempo incentrato in gran parte su un tema ossessivo, quello dell’artista e della sua modella. Riscopre gli antichi maestri, rivisitando opere come le Donne di Algeri di Delacroix e Colazione sull’erba di Manet, dove la figura diventa “personaggio” di un’opera teatrale mentale che conserva sempre il linguaggio geometrico picassiano e i colori dominanti del blu, verde e nero.

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Colazione sull’erba da Manet (1960)

La messa in scena dell’arte nella vita e nella pittura corrisponde a quella del rapporto tra artista e modella. Nelle sue opere Picasso raffigura la confusione eccitante e feconda tra la donna amata e la modella, tra desiderio sessuale e desiderio di dipingere, tra donna e pittura, raffigurando il primordiale amore per la vita.
Il percorso ideale tra le “figure” di Picasso si chiude con la massima espressione della gioia, dell’amore e della voglia di vivere che ha caratterizzato la vita dell’artista in ogni momento: è il dipinto La famiglia, dal colore della terra graffiato, inciso, potente, ogni linea esprime il sentire del mondo del pittore. E’ rappresentato Picasso, una donna ideale che impersona tutte le donne amate e un bambino, forse un figlio. Un bambino che si alza e saluta noi, che abbiamo visto il mondo attraverso il suo sguardo: è il pittore stesso che ha mantenuto uno sguardo ironico e vivace sul mondo.

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La famiglia e L’abbraccio (1970)

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Questa voce è stata pubblicata il dicembre 24, 2016 da in Arte, Mostre con tag , , , , , , , .
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