Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Hokusai, Hiroshige, Utamaro: il mondo dell’ukiyo-e in mostra a Milano

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Nel corso del weekend di metà ottobre durante il quale ho assistito alla splendida Giselle con Svetlana Zakharova e Roberto Bolle, non poteva mancare l’appuntamento con una delle numerose belle mostre di Palazzo Reale. E questa in particolare era da me molto attesa, visto che riguardava il mondo dell’arte giapponese.
L’occasione è la celebrazione del 150° anniversario dalla stipula del primo “Trattato di Amicizia e Commercio”, firmato il 25 agosto 1866 tra Giappone e Italia, e che diede inizio ai rapporti diplomatici tra i due Paesi. Importanti contatti fra Italia e Giappone erano già avvenuti nei secoli precedenti, a partire dal XVI, per volere di singoli feudi e signori dell’aristocrazia di spada particolarmente sensibili alla cultura occidentale e alla religione cristiana tanto da inviare missioni conoscitive in America, in Europa e in particolare in Italia e in Vaticano. Tuttavia quello del 1866 è il primo trattato firmato tra Paesi moderni dopo oltre due secoli di chiusura del Giappone. Il 2016 è, quindi, non solo un’importante ricorrenza diplomatica, ma anche l’occasione per approfondire o addirittura scoprire nuovi aspetti degli scambi culturali, economici, politici, sociali avvenuti e oggi più che mai in essere tra i due Paesi. Un programma fitto di eventi e celebrazioni che hanno coinvolto diverse città e istituzioni giapponesi e italiane. L’intento, come auspica l’Ambasciatore Umemoto Kazuyoshi, è che: “attraverso iniziative di interscambio che spazieranno negli ambiti più diversi, quali politica, economia, cultura, scienza e tecnologia, turismo e istruzione, la reciproca comprensione tra i due Paesi e tra le rispettive cittadinanze possa andare incontro ad un ulteriore progresso, e che questa sia l’occasione per il dischiudersi di nuove prospettive per le relazioni bilaterali. Le relazioni tra due Paesi in ultima analisi non sono che rapporti tra esseri umani”.

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Hokusai, Hiroshige, Utamaro. Luoghi e volti del Giappone che ha conquistato l’Occidente, questo il titolo della mostra che resterà aperta fino al 29 gennaio 2017 e che racconta il percorso artistico e umano dei tre grandi maestri dell’ukiyo-e attraverso oltre duecento opere provenienti dall’Honolulu Museum of Art – una delle collezioni d’arte giapponese più importanti custodite al di fuori del territorio nipponico.
Fu proprio il genere pittorico dell’ukiyo-e ad influenzare in modo determinante l’arte occidentale, soprattutto francese ma non solo, sia dal punto di vista dei soggetti che da quello più prettamente stilistico (uso di tinte piatte, del colore puro, abbandono della prospettiva).
La parola ukiyo (mondo fluttuante), già presente nella letteratura dell’VIII secolo, aveva in origine una connotazione negativa, strettamente connessa al pensiero buddhista che anela al distacco dalle cose terrene transitorie e illusorie, che impediscono il raggiungimento dell’illuminazione. Con l’avvento del periodo Tokugawa, il termine passò a indicare la riscoperta dei piaceri effimeri della vita che la rendono piacevole e interessante – i volti delle beltà femminili (bijinga), gli attori di teatro kabuki (yakushae) più famosi – ad esprimere le mode del momento e mostrare i costumi, i tessuti, i motivi decorativi, le acconciature e i make-up, i passatempi, le località più frequentate, ma anche leggende e racconti tradizionali.

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Utagawa Hiroshige, Fukuroi. I celebri aquiloni della provincia di Tōtōmi. Serie Cinquantatré stazioni di posta del Tōkaidō

L’ukiyo-e racconta attraverso le immagini la trasformazione culturale della società giapponese avvenuta soprattutto ad opera delle nuove classi borghesi (chōnin) dei commercianti e degli artigiani professionisti, di contro al ceto dell’aristocrazia imperiale e samuraica che aveva dominato la cultura fino ad allora. Siamo nel periodo Edo, quando la cultura raggiunge finalmente strati sempre più ampi della popolazione e diventa intrattenimento per tutti.
La mostra si sviluppa attraverso cinque sezioni attraverso le quali viene messo in luce il mercato dell’immagine dell’epoca, che richiedeva di trattare soggetti ben precisi i quali, molto spesso, erano commissionati ad artisti diversi. Un mondo nel quale nascevano inevitabilmente rivalità, prima ancora che tra gli stessi artisti, tra gli editori che producevano le opere e si contendevano i migliori pittori, incisori e stampatori per dar vita a serie di stampe sempre diverse, verticali, orizzontali, in forma di ventaglio o in formato di libro per soddisfare un mercato dell’editoria sempre più esigente e ampio.
I primi due artisti che incontriamo iniziando questo affascinante cammino attraverso la più famosa arte giapponese sono Katsushika Hokusai e Utagawa Hiroshige, “Paesaggi e luoghi celebri”.
Il tema del paesaggio come soggetto autonomo si sviluppò particolarmente a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento, diventando uno dei generi più importanti del mercato delle immagini dell’epoca. Grazie al lungo periodo di pace sotto i Tokugawa a Edo (1603-1868) proliferarono le attività commerciali, artigianali e di intrattenimento e vi furono grandi spostamenti di persone e merci lungo le principali vie di comunicazione. Inoltre lo sviluppo della silografia policromia permise di riprodurre un’immagine in centinaia di fogli, contribuendo a diffondere gusti, mode, tendenze, ma soprattutto luoghi prima sconosciuti ai più.

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Katsushika Hokusai, Yumura nella provincia di Kai. Serie Vedute insolite di famosi paesaggi

Ma in apertura di mostra troviamo uno dei più famosi surimono di Hokusai, raffigurante Daikoku, uno dei sette dei della fortuna, che solleva con le gambe una balla di riso sormontata da un mazzuolo e un gallo, simbolo del segno zodiacale dell’anno di realizzazione (il 1825); i versi che si rifanno alla primavera, i pini e lo stesso riso suggeriscono l’idea di prosperità e buon augurio per il nuovo anno. I surimono (ne troveremo molti altri lungo il percorso espositivo) erano biglietti augurali, inviti a un concerto o a uno spettacolo teatrale, ma anche calendari o immagini da offrire al tempio. Testo e illustrazioni si compenetravano, usando spesso parole chiave con doppi sensi o elementi compositivi che rimandavano a significati simbolici o allegorici compresi solo dal pubblico cui erano rivolti.

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Katsushika Hokusai, Daikoku solleva una balla di riso

Quindi, in un crescendo di immagini affascinanti e sorprendenti, anche per il loro essere così lontane dallo stile occidentale, si presentano ai nostri occhi delicati paesaggi marini e montani, interni di abitazioni aperte sul mondo esterno, con la presenza sempre importante della figura umana e animale, sia in primo piano che confusa in una moltitudine di sfondo. Impressionante la serie Viaggio tra le cascate giapponesi (1832-1833), e molto molto bella e di una leggerezza percepibile anche solo attraverso i segni dell’incisione quella dal titolo Vedute insolite di famosi ponti giapponesi di tutte le province (1833-1834), entrambe ad opera di Hokusai.

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Katsushika Hokusai, La cascata di Amida in fondo alla via di Kiso. Serie Viaggio tra le cascate giapponesi

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Katsushika Hokusai, La cascata di Ono lungo la strada Kiso. Serie Viaggio tra le cascate giapponesi

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Katsushika Hokusai, Il ponte che attraversa la luna ad Arashiyama nella provincia di Yamashiro. Serie Vedute insolite di famosi ponti giapponesi di tutte le province

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Katsushika Hokusai, I ponti a tamburo presso il santuario di Tenjin a Kameido. Serie Vedute insolite di famosi ponti giapponesi di tutte le province

Fanno parte di questa prima sezione anche le famosissime Trentasei vedute del Monte Fuji (1830-1832), la serie silografica che ha conclamato Hokusai come massimo maestro dell’ukiyo-e a livello internazionale. Chi non conosce La [grande] onda presso la costa di Kanagawa e non ha presente le stampe con il Monte Fuji bonario e maestoso guardiano sullo sfondo delle attività umane? Sono tutte opere incantevoli, davanti alle quali mi sono soffermata molti minuti, nel tentativo di cogliere la specificità di ogni tratto, incredibile nella sua eleganza e semplicità.

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Katsushika Hokusai, La grande onda presso la costa di Kanagawa. Serie Trentasei vedute del Monte Fuji

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Katsushika Hokusai, La sala Sazai del tempio dei Cinquecento Rakan. Serie Trentasei vedute del Monte Fuji

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Katsushika Hokusai, Veduta del tramonto presso il ponte Ryōgoku dalla sponda del pontile di Onmaya. Serie Trentasei vedute del Monte Fuji

A me sconosciuta era invece la serie dedicata al Tōkaidō – la principale arteria di collegamento del Giappone lungo il mare, e le sue stazioni di posta, celebrata da Hiroshige nella serie Cinquantatré stazioni di posta del Tōkaidō. Il Tokaido, che collegava la capitale amministrativa sede dello shogunato, Edo, alla capitale imperiale Kyoto durante il periodo Tokugawa (1603-1868) era ricca di stazioni di posta, luoghi di ristoro con locande per la notte, negozi con ogni bene, piccoli ristoranti dai quali ammirare il Monte Fuji e l’alternarsi delle stagioni. Ecco che tutta questa ricchezza naturale e l’affaccendarsi umano vengono sapientemente ritratti da Hiroshige in vari formati nel corso degli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento.

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Utagawa Hiroshige, 41. Nerumi. Negozi che vendono i celebri tessuti shibori. Serie Cinquantatré stazioni di posta del Tōkaidō

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Utagawa Hiroshige, 2. Shinagawa. Partenza del daymiō. Serie Cinquantatré stazioni di posta del Tōkaidō

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Utagawa Hiroshige, 7. Fujisawa. Serie Cinquantatré stazioni di posta del Tōkaidō

Attraversando il Tokaido siamo arrivati alla seconda sezione della mostra, “Tradizione letteraria e vedute celebri – Hokusai”, dedicata alla produzione matura del maestro giapponese, cui appartengono due celebri serie di genere letterario: Specchio dei poeti giapponesi e cinesi (1833-1834) e Cento poesie per cento poeti in racconti illustrati della balia (1835-1836).
Ai titoli sibillini e fiabeschi corrispondono opere di grandissimo impatto compositivo ed emotivo, con paesaggi dai colori brillanti, compreso il nuovissimo blu di Prussia, aventi come soggetto la figura e l’azione umane. In particolare, nella prima serie – la mia preferita – i poeti sono ritratti nel contesto di suggestivi paesaggi che richiamano le loro origini o si ispirano a loro famosi versi. La parola “specchio” sta ad indicare proprio il ritratto, inteso come autentica rappresentazione del soggetto, soprattutto delle sue caratteristiche psicologiche.

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Katsushika Hokusai, Il rientro di un giovane uomo (a sin.), Hakurakuten (a des.). Serie Specchio dei poeti giapponesi e cinesi

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Katsushika Hokusai, Tōba. Serie Specchio dei poeti giapponesi e cinesi

Con la seconda raccolta Hokusai vuole diffondere presso un pubblico più ampio la conoscenza di un’antologia poetica molto nota fra i circoli letterari e poetici. Ad ogni veduta corrisponde un cartiglio con l’iscrizione di alcuni versi perlopiù riferiti alla stagione o all’amore. Il tutto è come se fosse raccontato da una balia, poco colta e non raffinata, che proprio per questo permette all’artista una maggiore libertà interpretativa e la creazione anche di soggetti del tutto nuovi e scollegati dai versi.

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Katsushika Hokusai, Motoyoshi Shinnō. Serie Cento poesie per cento poeti in racconti illustrati della balia

La terza parte riguarda il mondo naturale, ritratto con estrema delicatezza e vivacità di colori da Hokusai e Hiroshige, “Rivali di ‘natura’”.
L’intimo rapporto del mondo giapponese con la natura si radica nel pensiero religioso autoctono shintoista, che vede la presenza divina in ogni più piccolo elemento della natura. Ecco perché capita di imbattersi molto spesso in piccoli portali sacri o corde sacre intrecciate nel bel mezzo dei grattacieli, fra le risaie o anche nei posti di lavoro. A questa concezione è collegato il genere pittorico del kachōga letteralmente “pittura di fiori e uccelli”, ma che riguarda in realtà tutto ciò che è legato alla natura.

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Utagawa Hiroshige, Papaveri (a sin.), Papaveri e passeri (a des.)

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Utagawa Hiroshige, Peonie (a sin.), Coppia di anatre in un corso d’acqua innevato (a des.)

Il genere kachōga era già utilizzato in precedenza come decorazione su elementi d’arredo, come pareti o paraventi, o come sfondo su stampe di beltà femminili o surimono, ma è solo con Hokusai e Hiroshige che la “pittura di fiori e uccelli” diviene un filone artistico indipendente.

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A sin.: Katsushika Hokusai, Gru sopra un pino innevato. Serie Grandi immagini della natura. A des.: Utagawa Hiroshige, Gru, pino e sole nascente

Non poteva mancare in questa rassegna la “Bellezza e sensualità” ritratta in particolare da Kitagawa Utamaro, artista col quale nessun altro può competere nei ritratti delle “beltà”.
Il genere bijinga (pittura di beltà femminile) fu uno dei più venduti sul mercato delle immagini fra Settecento e Ottocento, accanto a quello dei luoghi celebri (meishoe). In origine si trattava di ritrattistica a mezzo busto, sia di figure femminili che di attori del teatro kabuki. Utamaro aggiunse una raffinata attenzione estetica per i tessuti, le acconciature, il trucco, oltre ad un’analisi psicologica del personaggio ritratto attraverso l’espressione del viso, gli occhi, la posizione delle labbra, i movimenti di mani o collo.

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Kitagawa Utamaro, Godendo della brezza in giardino

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Kitagawa Utamaro, Yoyogiku e Yoyotsuru della Matsubaya. Serie Illustrazione completa delle parodie del kabuki di Yoshiwara.

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Kitagawa Utamaro, Parata di donne imperiali

Inizialmente le donne ritratte erano perlopiù cortigiane, ammirate dal pubblico maschile, che allietavano le case da tè ma, con l’avvento dell’epoca Kensei (tra il 1789 e il 1801), il governo intervenne con una politica restrittiva sui costumi: furono vietati i romanzi d’intrattenimento e tutto ciò che poteva avere a che fare con la rappresentazione dei quartieri di piacere, come i ritratti delle beltà. Per aggirare la censura e ottenere l’approvazione (concessa tramite un apposito sigillo), Utamaro puntò alla rappresentazione di beltà più semplici, ritratte nella loro vita quotidiana che ne esprimeva la loro personalità.

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Kitagawa Utamaro, Beltà cinesi a un banchetto

Koharu e Kihei. Serie Modelli alla moda nello stile di Utamaro

A malincuore siamo arrivati alla parte finale di questa esposizione tanto affascinante quanto ricca di elementi poco conosciuti e interessanti, e non poteva non essere dedicata una sezione ai manga: “Hokusai insegna”. I quindici volumi Educazione dei principianti tramite lo spirito delle cose. Schizzi sparsi di Hokusai, più noti come Manga, uscirono a partire dal 1814 e la pubblicazione continuò fino al 1878, fin dopo la morte del Maestro.

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I Manga, diversamente da quanto si pensa, non sono libri di svago, ma un compendio di tutto ciò che un pittore dovrebbe o potrebbe saper disegnare, quindi esseri viventi ritratti in varie pose mentre svolgono le più svariate azioni, oggetti, elementi naturali e decorativi, animali, luoghi e mille altre cose. Il successo di queste tavole valicò i confini nipponici quando, nel 1856, alcune pagine dei Manga usate per imballare delle ceramiche spedite in Francia finirono nelle mani di Félix Bracquemond e divennero così fonte d’ispirazione per la sua cerchia di amici, fra cui Degas e Manet.

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Quando si esce da questo lungo percorso si capisce come il mondo dell’ukiyo-e e l’immagine del Giappone che esso trasmetteva abbia potuto affascinare così tanto gli artisti occidentali dell’epoca, gli impressionisti in primis, e influenzare così tanto la loro produzione. Si trattava, come sottolinea Rossella Menegazzo, curatrice della mostra, di «una rivoluzione dello sguardo corrispondente a quella che provarono, viceversa, nella seconda metà dell’Ottocento, gli artisti francesi quando giunsero nelle loro mani le prime immagini ukiyo-e stampate. Se l’approccio più superficiale fu quello dell’acquisizione delle silografie, dei paraventi e di tutto ciò che era esotico come soggetto nei propri dipinti, se non anche nella propria vita quotidiana, lo sviluppo successivo fu quello di avvicinarsi e provare la composizione, priva di prospettiva, fatta di campiture piatte e per piani sovrapposti tipica delle immagini del Mondo Fluttuante.» Pensiamo al Ritratto di Père Tanguy di Van Gogh, all’ispirazione tratta da Degas dai Manga di Hokusai per le sue ballerine, ma anche a Toulouse-Lautrec, a Manet, alle serigrafie Kiku (crisantemi) di Andy Warhol e a moltissimi altri artisti.

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Vincent Van Gogh, Ritratto di père Tanguy in costume bretone davanti alla sua collezione di stampe giapponesi

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Andy Warhol, Kiku

E’ un fascino che continua a perpetuarsi ancora oggi e che ha dato e dà vita a tutta quella produzione grafica contemporanea che da quest’arte fluttuante è scaturita, dai manga agli anime, dal tatuaggio fino ai gadget più commerciali, ma anche nel continuo richiamo da parte di artisti contemporanei giapponesi e stranieri nelle loro opere di temi e qualità delle stampe dell’ukiyo-e.

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Un moderno fumetto in stile ukiyo-e con il Monte Fuji sullo sfondo, opera di Yuko Shimizu

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5 commenti su “Hokusai, Hiroshige, Utamaro: il mondo dell’ukiyo-e in mostra a Milano

  1. tachimio
    ottobre 30, 2016

    Molto interessante. Isabella

    Piace a 1 persona

  2. romana casiraghi
    ottobre 30, 2016

    Ciao Manuela, ho visto la mostra ed ho letto attentamente il tuo articolo; posso solo farti i complimenti per l’ampia e dettagliata descrizione. Un caro saluto Romana

    Piace a 1 persona

    • ilpadiglionedoro
      ottobre 30, 2016

      Ciao Romana! Che piacere risentirti. Concordi con me che questa è una mostra splendida? Grazie per le tue parole e un caro saluto a te.

      Mi piace

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