Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Svetlana Zakharova e Roberto Bolle: una simbiosi perfetta per una Giselle senza tempo

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(ph. Teatro Alla Scala)

Ricordando Giselle vista la scorsa settimana al teatro Alla Scala, leggiamo le parole di Eleonora.

**********

Perché un balletto che si è visto e rivisto tante volte, del quale non solo se ne conosce alla perfezione la storia ma anche la coreografia riesce sempre ad emozionare come la prima volta?
Non saprei dare una risposta precisa, un vero e proprio perché. Credo che la ragione stia nella bellezza unica di questo balletto, prova ne è che ogni volta che viene messo in scena il teatro fa sempre il tutto esaurito.
La sua unicità forse risiede nell’essere stato ispirato a una donna vera. Gautier infatti prese a suo ideale Carlotta Grisi, prima interprete, per la creazione della protagonista, e questo probabilmente perché la Grisi rappresentava il suo desiderio mai appagato, dal momento che era sposata con Jules Perrot.

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Carlotta Grisi (dal web)

Ormai anziano, infatti, scriveva: «Ritorno con il pensiero agli spettacoli durante i quali io, dietro le quinte, stavo appoggiato al sostegno della vostra casetta o della vostra tomba, aspettando di catturare al vostro passaggio un piccolo sorriso o una parola amichevole e tenendo il vostro accappatoio, pronto a mettervelo sulle spalle appena uscivate di scena. Ero io che vi accompagnavo fino alla porta del vostro camerino, dopo la caduta del sipario e le chiamate alla ribalta. Ieri mi sono salite a più riprese le lacrime agli occhi, durante alcuni passaggi della musica che mi riportavano alla memoria certe piccole cose che avevo scordato, e che mi sono tornate in mente in modo così dolce e triste al tempo stesso da farmi gonfiare il cuore in petto fino a soffocarmi».
Ecco che da queste parole tutto diventa più chiaro.
Quanta verità in quel bussare di Albrecht alla porta della sua amata nel desiderio irresistibile di incontrarla e, contemporaneamente, quanta paura di farlo tanto da nascondersi, e quanta dolcezza in quei primi giochi da innamorati del I atto, in quei petali staccati dalla margherita, e quanta disperazione nel perdere il suo amore, quanta nostalgia nell’immaginare ancora di poter stringere a sé la donna amata e invece ritrovarsi ad abbracciare l’aria rarefatta della morte.

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Atto I: Giselle sfoglia la margherita (ph. Manuela Rovatti)

È tutto questo che arriva dritto al cuore dello spettatore e che non smette di emozionarlo ininterrottamente da più di un secolo, complice anche la musica di Adam che, come scrive Bianca De Mario sul programma di sala, è una musica «che di volta in volta limpida e gioiosa, ingenua e infantile, torbida e funesta, fiabesca ed ipnotica…. sa parlarci della purezza di una quindicenne innamorata, della gelosia di un ragazzo di paese, delle furbizie di un giovane duca, della paura di una madre»; insomma «un’orchestra parlante che è il motore del gesto che avviene in coreografia».
Una musica che sa descrivere perfettamente i personaggi e sottolinearne le loro caratteristiche. Basti pensare all’entrata in scena di Giselle, quando la musica esprime in modo fresco e brillante la gioia di vivere e l’ingenuità di questa ragazza che balla spensierata, oppure i rintocchi dell’orologio all’entrata di Myrtha e delle Willi, che esprimono il mondo in cui ci sta portando la storia, il mondo dell’aldilá.

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Atto I: la danza gioiosa di Giselle (ph. Manuela Rovatti)

È un balletto senza tempo, sia per la storia che contiene tutti gli elementi per eccellenza del romanticismo – l’amore, la nostalgia, la morte – sia per l’assoluta universalità della sua coreografia, non solo per le difficoltà tecniche che contiene ma anche per il mettere in scena quanto di più sublime ci sia nella danza, il suo essere aulica, eterea, un’arte quasi divina.
Una grazia e un’eleganza uniche.
Un secondo atto che, grazie all’ineguagliabile coreografia d’insieme tipica dei balletti romantici, si presenta come assolutamente unico ed è reso ancor più straordinario dal corpo di ballo della Scala, davvero da standing ovation.
Quando poi ad interpretare Giselle e Albrecht abbiamo due artisti del calibro di Zakharova e Bolle ogni parola è superflua.

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Svetlana Zakharova e Roberto Bolle (ph. Eleonora Bartalesi)

Il pubblico oggi forse più di ieri vuole la bellezza, ne ha un’assoluta necessità; la bellezza dell’arte, che sia essa pittorica, scultorea, letteraria, musicale o coreutica.
L’uomo in fondo è sempre stato alla ricerca di una rappresentazione quasi terapeutica di se stesso, della sua natura, dell’ “io” più profondo con tutte le sue contraddizioni.
Ha sempre cercato di raccontarsi, analizzarsi, per scrutare se stesso attraverso le arti.
La differenza tra le altre forme artistiche e la danza sta nel fatto che le prime esistono in mondi paralleli (un libro, uno spartito musicale, una tela) e l’uomo per farle vivere deve usare strumenti appositi (una penna, uno strumento musicale, un pennello).
La danza, al contrario, è creata nello stesso spazio umano e lo strumento per rappresentarla è l’uomo stesso e il suo corpo e questo inevitabilmente la rende un’arte unica ed ineguagliabile. Le sue opere d’arte vivono solo nell’attimo in cui le si vedono, potranno essere ripetute ma non saranno le stesse, potranno anche essere più belle ma non quelle.
Credo stia proprio in questo il fascino eterno della danza, nella sua univocità e quindi nel suo continuo rinnovarsi. Nella sua capacità di riuscire a far immedesimare ogni singolo spettatore quasi come se piroettasse egli stesso.
Come la definisce Sachs, la danza “è la madre di tutte le arti, eruzione di forze represse, estasi del corpo che fa l’uomo partecipe dell’aldilá, del mondo dello spirito e di Dio”.
Vedendo Giselle fluttuare nell’aria, lei ormai spirito, pura essenza, sorretta amorevolmente da Albrecht, chi non ha immaginato, direi quasi sentito fisicamente, di volare nello spazio come lei? Perdere quella zavorra che è il nostro corpo e diventare pura essenza, essere solo la parte più nobile di noi stessi.
Molti definiscono la danza una poesia senza parole. Condivido pienamente, perché quando la danza è a questi livelli ci si sente davvero pervadere da un senso di pace, da quel senso del divino e dello spirito a cui si riferisce Sachs: tutto si estranea intorno a noi, ogni problema terreno si eclissa davanti a tale immensa, divina bellezza.
Non posso non soffermarmi un attimo sui due protagonisti, assolutamente unici, magistrali, emozionanti, la loro simbiosi è ormai perfetta.
La leggerezza e l’eleganza della Zakharova non hanno eguali in questo ruolo. Il suo port de bras è straordinario, così morbido, fluido, di un’eleganza non comune, il suo allongé così esteso quasi come se le braccia non avessero una fine, i suoi enchaînements sono così perfetti, come quegli entrechats, gli arabesques o i ballonnés dove sembra quasi che i piedi, come diceva Yvette Chauviré, abbiano “l’apparenza di un respiro” perché, aggiungeva, «il virtuosismo di Giselle consiste nel rendere invisibile la tecnica. .. far dimenticare la carnalitá dei piedi, sempre troppo umani».
In questo la Zakharova è assoluta maestra.

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(dal web)

E poi c’è la nostra amata Etoile. Il suo Albrecht credo proprio raggiunga la perfezione.
Per me questa era la quarta Giselle con la coppia Zakharova-Bolle e devo dire che ogni volta Roberto supera se stesso.
Nel I atto quanto delicata ma non affettata è la dimostrazione del suo desiderio, quanto perfetta è la sua pantomima e la gioia che esprime mentre balla con Giselle.
Ma l’optimum lo raggiunge nel II atto non tanto per quei trentacinque entrechats-six, che peraltro in pochissimi eseguono in tale quantità anche tra molti ballerini più giovani di lui, quanto per la meravigliosa struggente nostalgia che esprime in quegli iniziali abbracci persi nel vuoto, in quello sguardo rivolto verso l’orizzonte, disteso a terra ormai esausto, alla ricerca di quella pace interiore che anche Giselle cerca con lui, stringendolo a sé e protendendo insieme la mano verso l’infinito.
E quanta emozione mista a tristezza quando alla fine lui la solleva, in un abbraccio figurato, immaginandosi di cullarla un’ultima volta con amorevole dedizione prima che lei si eclissi per sempre.

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(ph. Marco Brescia)

C’è una tale tenerezza nei suoi gesti, una tale commozione nel suo sguardo da rendere il suo Albrecht unico e senza pari, almeno nell’odierno panorama coreutico, e direi senz’altro uno dei primi cinque migliori di tutti i tempi.
In tutto questo sta il fascino indiscusso di un balletto unico come Giselle, al cui confronto tante creazioni odierne impallidiscono e cadono velocemente nell’oblio.

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