Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

L’eterna bellezza di Giselle torna alla Scala con Roberto Bolle e Svetlana Zakharova

locandina

E’ un fine settimana imbronciato e piovoso quello che accoglie l’ultima recita di Giselle, che chiude la stagione ballettistica scaligera 2015/2016. Ma per noi amiche #ledivine il sole splende sempre nella nostra gioia di incontrarci e di condividere insieme risate, momenti dedicati alla cultura e alla passione che ci ha fatto conoscere: la danza.
Con questo spirito euforico e per nulla inficiato dal cielo grigio, la sera di venerdì 14 siamo di nuovo entrate nel tempio storico della danza, quel Teatro Alla Scala che toglie sempre il fiato anche dopo tanti anni di frequentazione, con i suoi velluti rossi, gli stucchi dorati e le splendide luci. Quella sala traboccante di bellezza e di storia dà ogni volta l’impressione di accoglierti per un Gran Ballo, che viene proposto sul maestoso palcoscenico dal Principe della Danza.

scala
“Perché ancora Giselle?” Se lo chiedeva la Signora Ottolenghi, perché Giselle esercita sempre lo stesso immutato fascino dal 1840. Io non me lo chiedo, poiché la risposta è ogni volta davanti ai miei occhi e nel mio cuore: due ballerini tra i migliori al mondo, un Corpo di Ballo eccellente, un atto bianco che non smette mai di incantare e commuovere, una trama ormai conosciuta a memoria ma, proprio per questo, ancora più amata e apprezzata. E poi, riprendendo le parole pronunciate da Jovanotti nel corso del suo dietro le quinte de “La mia danza libera”, la sensazione netta e profonda di assistere a un qualche cosa di molto antico, collegato a quanto c’è di più sacro nell’arte, e al contempo sempre moderno; l’impressione di vivere una cosa assoluta, fuori dal tempo e dallo spazio.
Insomma, Giselle incarna la danza classica e il suo richiamo di splendida Sirena continua ad essere irresistibile per noi, moderni Ulisse, alla ricerca perenne della bellezza.
Non mi dilungherò sulla trama o sulle notazioni stilistiche; di Giselle ho ampiamente scritto in articoli precedenti, per alcune delle recite cui ho assistito (sono qui… https://ilpadiglionedoro.wordpress.com/2012/03/03/giselle-18-febbraio-2012-milano-teatro-alla-scala/ https://ilpadiglionedoro.wordpress.com/2015/04/12/svetlana-zakharova-e-roberto-bolle-per-una-giselle-che-fa-ancora-sognare-teatro-alla-scala-9-aprile-2015/. E per chi si volesse addentrare nella versione moderna di Mats Ek https://ilpadiglionedoro.wordpress.com/2012/01/15/una-giselle-da-pazzi/ )
Solo alcuni appunti e qualche curiosità.

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(ph. Teatro Alla Scala)

La coppia Zakharova-Bolle è ormai una certezza, sia per quanto concerne l’abilità interpretativa che la sintonia di movimento. Ma ogni volta c’è qualche cosa in più, una maturità anagrafica e di esperienze di vita che inevitabilmente portano ad aggiungere note di carattere inespresse in precedenza.

La divina Svetlana mantiene inalterata la sua regalità: la sua è una contadina principesca, naturalmente elegante, ma con sfumature di umanità e fragilità ancora più accentuate e drammaticamente composte nella scena, sempre toccante, della pazzia. Resta unica nella leggerezza dei suoi grands jetés, nell’altezza dei développés, nella precisione di ogni passaggio e di ogni aplomb. Nell’atto bianco la sua presenza sulla scena è precisamente quella di una Willi eterea, impalpabile, dalla grazia ultraterrena, pur restando umanissima e reale nel suo amore al di là del tempo e dello spazio.

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Svetlana Zakharova, Giselle, II atto

atto-ii

Giselle e Albrecht al cospetto delle Willi, atto II

Anche l’Albrecht di Roberto è raffinato ed elegante nell’aspetto e nella tecnica, ma ancora più profondo e intimo rispetto ad anni fa nella consapevolezza del dolore causato e nel pentimento. Non si può non amarlo comunque, anche nella levità del suo inganno di Giselle, e ancor più nella possanza e bellezza dell’angoscia espressa nel secondo atto: è una partnership perfetta la sua, nella fermezza delle prese, nella leggerezza delle elevazioni, nei composti trentaquattro entrechats-six che sembrano infiniti, come sembra infinita la condanna imposta da Myrtha di danzare fino alla morte.

Il Corpo di ballo si è dimostrato ancora una volta eccezionale, sia nel primo che, in particolare, nel magico secondo atto, in cui la danza delle Willi non smette mai di incantare.
Ottimo anche l’accompagnamento dell’orchestra, diretta dal Maestro Patrick Fournillier, che ha già accompagnato lo stesso balletto sia al Piermarini, che in tour a Parigi e in Cina.

Solo un paio di appunti. Il primo riguarda il “cattivo” Hilarion, interpretato da Marco Agostino in modo non indegno, ma a mio parere alquanto lontano dalla rudezza e irruenza accecata dalla gelosia egregiamente incarnata dagli storici Vittorio d’Amato e Mick Zeni.
Il secondo si riferisce alla Myrtha di Virna Toppi, secondo me poco incisiva e non del tutto in grado di immedesimarsi appieno nel personaggio di implacabile dispensatrice di morte agli uomini traditori del più puro sentimento d’amore (e anche qui ho in mente le protagoniste delle recite passate).
Anche la scena finale di Albrecht che accompagna Giselle verso la tomba è stata, in questa edizione, un po’ meno toccante rispetto alle scorse edizioni. Qui Giselle semplicemente se ne è andata dietro le quinte lasciando Albrecht solo col suo dolore. Ricordo invece quanto fosse d’effetto il principe che accompagnava la fanciulla portandola fra le braccia e lei scompariva lentamente in una botola sotto il palcoscenico, mentre Albrecht, in ginocchio sul proscenio, lasciava cadere a terra un fiore bianco mentre si chiudeva il sipario. Insomma, la scena era più romantica. Certe cose forse non andrebbero cambiate.

curtain-call
Come sempre applausi scroscianti e miriadi di flash hanno accolto gli artisti nelle loro uscite al termine dello spettacolo, applausi che si sono prolungati ben oltre l’accensione delle luci in sala.
E, come sempre, si è ripetuto il rito dell’attesa dei nostri beniamini, rito che, da piacevole incontro, si sta però sempre più trasformando in una lotta corpo a corpo per la maleducazione della maggior parte delle persone alle quali, mi viene da pensare, non importa un bel niente della bellezza e dell’arte con cui sono appena venute a contatto, ma che vogliono solo impossessarsi a qualunque costo di un autografo da esibire agli amici per poter dire “Io c’ero”.
Mi sento molto “vecchia” nell’affermare questo, e nell’esserne convinta, ma sono anche felice di aver vissuto momenti di gran lunga migliori, più umani e di maggior vicinanza con gli artisti, cosa che si sta ormai perdendo.

selfie

“Roby, il selfie lo fai tu che sei più bravo?” Grazie!!! (foto insieme ad Eleonora)

Ma veniamo ora a una piccola curiosità, scoperta leggendo l’articolo di Silvia Poletti nel libretto di sala di Giselle.
Abbiamo tutti notato che in questo balletto compaiono spesso i fiori, i quali hanno una loro propria simbologia. L’attribuzione di un significato simbolico a fiori e piante risale all’antichità, ma è soprattutto nell’Ottocento che venne in gran voga l’uso di comunicare attraverso di essi sentimenti e pensieri. Dunque l’uso dei fiori nei balletti dell’epoca non solo incarna una tendenza molto popolare, ma “vanno intesi come un ulteriore mezzo espressivo per ribadire la precisa simbologia morale dei personaggi”.
Ecco allora che la margherita sfogliata da Giselle per sincerarsi sulla fedeltà del suo innamorato simboleggia la purezza e l’innocenza del primo amore e si rifà “a un modo di divinazione popolare legato alla leggenda di Margherita di Provenza, la quale, in attesa del ritorno dello sposo prigioniero dei saraceni, staccava ogni giorno un petalo da una margherita e alla sua liberazione gli consegnò tutti i petali, conservati a testimonianza della sua fedeltà e del suo amore.”
Myrtha, la regina delle Willi, deve il suo nome alla pianta di mirto che, fin dalla mitologia latina e greca, rappresenta l’universo femminile e l’amore coniugale, ma assume anche un significato funebre, rappresentando l’oltretomba e i defunti. Ecco che tutte le Willi hanno acconciature di rami di mirto a simboleggiare il loro essere spose fantasma.

myrtha

Adele Dumilâtre nelle vesti di Myrtha in una litografia londinese del 1843

Quando Myrtha evoca lo spirito di Giselle, lo fa brandendo un ramoscello di rosmarino. Anch’esso racchiude in sé una particolare simbologia: rappresenta infatti la fedeltà, ma soprattutto l’idea di immortalità e rinascita. E, infine, i fiori che sono diventati l’emblema di questo balletto: i gigli, che Albrecht porta sulla tomba della fanciulla morta e che Giselle, durante la sua prima apparizione , lancia all’amato per dimostrargli la sua presenza sovrumana. Questi fiori rimandano ancora una volta al tema della purezza e dell’amore incontaminato che può rivelarsi più forte della morte.

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Albrecht-Roberto Bolle con i gigli per Giselle (ph. Brescia e Amisano)

(ove non segnalato, foto e video sono personali)

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