Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“Giardini d’amore in danza”: l’eterno anelito del cuore e lo scandaglio interiore dell’anima – “Le Parc” al Teatro dell’Opera di Roma e “Il giardino degli amanti” al Teatro Alla Scala di Milano

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La mia cara amica Marina, preziosa firma del Padiglione, ha recentemente assistito al balletto Le Parc, oltre che a Il giardino degli amanti. Ha pensato quindi di impostare il suo articolo su questa duplice visione dell’amore ispirata dalle musiche del medesimo compositore e da una simile ambientazione.
E’ un racconto un po’ lungo, ma merita di essere letto e assaporato sino alla fine, per cogliere quelle sfumature di sentimento e di stile che solo un’anima sensibile riesce a ritrovare in sé e riprodurre con le parole.
Ma ora lasciamo parlare Marina, e ascoltiamola…

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Le Parc
Teatro dell’Opera di Roma – Domenica 8 Maggio 2016
con
Eleonora Abbagnato e Stéphane Bullion
Coreografia di Angelin Preljocaj – Musica W. A. Mozart
e
Il Giardino degli amanti
Teatro alla Scala – Domenica 17 aprile 2016
con
Virna Toppi e Roberto Bolle
Coreografia di Massimiliano Volpini su musiche di Mozart

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In due meravigliose domeniche primaverili di aprile e di maggio, l’una romana e l’altra milanese, si dispiegavano alla mia conoscenza della danza nuovi orizzonti, tanto belli quanto inaspettati, per le nuove profonde emozioni che avrebbero saputo donarmi. Un paio di pomeriggi trascorsi in due dei più importanti teatri lirici italiani, con storiche compagnie di danza, e ancora, con due tra gli interpreti italiani più famosi oggi nel mondo della danza internazionale – Eleonora Abbagnato e Roberto Bolle – mi avrebbero consentito di essere partecipe e testimone di creazioni e interpretazioni artistiche molto intense.
Due balletti, Le Parc e Il giardino degli amanti, l’uno su coreografia del francese Angelin Preljocaj, l’altro creato dall’italiano Massimiliano Volpini, che presentano elementi ed assonanze comuni – a partire dalla sapiente musica di Mozart che li ha ispirati e dal luogo del giardino in cui sono ambientati e si dipanano le storie, i percorsi introspettivi e i viaggi del cuore che vi vengono narrati – ma anche ciascuno con molte peculiarità sue proprie, sia per le caratteristiche originali degli spunti e stili coreografici in essi presenti che, soprattutto, per le più marcate differenti modalità di rappresentazione delle sensazioni interiori che intendono trasmettere ed evocare con la danza.
Chi un po’ mi conosce sa già che non potrei non iniziare anche stavolta il mio racconto con qualche riferimento a citazioni letterarie che trovo confacenti a entrambi i balletti, anche se la visione avvenuta successivamente di Le parc le rende forse ancora più attinenti alle sensazioni interiori ricevute e al messaggio che personalmente ho saputo cogliere in questa seconda creazione e che la danza, come sempre accade, ha tramesso prepotentemente al mio animo. Stavolta unirò insieme pensieri diversi tra loro: di uno scrittore francese, di un regista russo e di un poeta portoghese; queste citazioni, infatti, pur così diverse tra loro, rispecchiano tutte insieme il significato che io ho colto in queste due coreografie e che il tema trattato nei due balletti – in modo più introspettivo in Le parc e con impronta più giocosa e lieve, ma egualmente intensa, ne Il giardino degli amanti – ha voluto lasciare all’interpretazione dello spettatore:

Non racconterò qui la nostra storia. L’amore ne ha una solamente, sempre la stessa. L’avevo conosciuta e me n’ero innamorato, tutto qui. E avevo vissuto un anno nella sua tenerezza, tra le sue braccia, nelle sue carezze, nel suo sguardo, nelle sue vesti, nelle sue parole, avviluppato, legato, incatenato, in tutto quanto veniva da lei, così completamente che non sapevo più se fosse giorno o notte, se ero vivo o morto, se ero sulla terra o altrove.” (Guy de Maupassant)

In verità il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l’uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando.” (Andrej Tarkovskij)

“E se tutti noi fossimo sogni che qualcuno sogna, pensieri che qualcuno pensa?” (Fernando Pessoa)

Una piccola ulteriore premessa che vorrei anteporre al racconto di entrambe le rappresentazioni coreografiche a cui ho avuto il privilegio di assistere, è che, nascendo tutte e due sulla musica immortale di Mozart, non si può non evidenziarne subito la sua imprescindibilità nell’ispirazione creativa. La drammaturgia delle composizioni prescelte riveste un ruolo e un valore fondamentali nel consentire che la trasposizione in danza dei sentimenti espressi arrivi immediatamente allo spettatore, anche se con differenti modalità nei due balletti, per le ben distinte partiture musicali che ne sono alla base, l’una orchestrale e l’altra esclusivamente da camera; le musiche prescelte danno così un’impronta diversa alle due creazioni, consentendo, nella prima, di percorrere quello che ho definito un vero e proprio scandaglio dell’anima, nella seconda, conferendo all’opera coreografica un lieve e armonioso respiro che allieta e rigenera l’animo in una sinestesia di emozioni, colori, note tutte sapientemente fuse assieme.
Ma procediamo con ordine, partendo dalle sensazioni ancora molto vive e suscitate doppiamente in me dall’opportunità di aver potuto assistere per due successive volte alla rappresentazione romana di Le Parc (ebbene sì sono tornata subito a rivederlo!), per poi arrivare a quelle, anch’esse rimaste impresse indelebilmente nel mio animo, del balletto scaligero Il giardino degli amanti.
Sinceramente non avrei pensato mai che sarei potuta restare così colpita da un balletto con una coreografia di ispirazione moderna come quella di Le parc di Preljocaj; di solito rimango sempre molto ancorata alla predilezione per i balletti della tradizione classica, alle straordinarie coreografie del passato, ai passi a due sulle punte che caratterizzano tutti i più famosi capolavori della danza classica e le nuove creazioni coreografiche, pur se belle, interessanti, significative, difficilmente però riescono a coinvolgermi così come può farlo un titolo di repertorio; talmente, invece, mi ha “parlato” questo balletto del coreografo francese che ho desiderato subito intensamente di rivederlo una seconda volta per ripercorrere quel viaggio interiore nei sentimenti e nelle emozioni che quella creazione in danza e la musica sublime di Mozart ti conducono fluentemente a fare, tenendoti quasi per mano, e suggerendoti il cammino più profondo da seguire all’interno del proprio io.
Non avevo voluto leggere nulla su questo balletto prima di assistervi proprio per lasciarmi guidare nelle sensazioni che ne avrei ricevuto esclusivamente dalla rappresentazione teatrale e dall’interpretazione che ne avrebbero dato gli artisti; infatti, solo dopo averlo visto per la prima volta, sono andata a documentarmi meglio sull’origine dell’opera coreografica, sulle sue fonti di ispirazione, sul bagaglio culturale dell’autore che l’ha creata, che si sente e percepisce davvero tutto essendo stato in gran parte trasfuso in questo balletto.

Angelin Preljocaj

Angelin Preljocaj arriva in Francia alla fine degli anni 50 del secolo scorso nel ventre di sua madre scrittrice, rifugiata politica albanese. Si forma con la danza classica e poi, nel corso degli anni, si dedica prevalentemente alla danza contemporanea, studiando per un periodo a New York con Merce Cunningham per poi tornare in Francia e fondare una sua compagnia di balletto a Montpellier. Nel 1994 l’Opéra de Paris gli commissiona la creazione del balletto Le parc, consentendo così l’ingresso in uno dei templi dalla danza classica e all’interno di una delle compagnie di danza più prestigiose e antiche al mondo, di un coreografo contemporaneo, della nouvelle dance come alcuni amano definire questo genere di coreografia contemporanea. Egli si avvicina quindi a quel mondo, sino ad allora rigidamente e tradizionalmente classico e poco incline a nuove sperimentazioni, con molto rispetto e forte empatia: lui stesso ha affermato spesso in sue interviste di compenetrarsi sempre molto con la compagnia di ballerini con cui viene in contatto per lavoro, cercando di comprenderne al massimo la formazione, gli stili, le caratteristiche anche culturali del loro paese d’origine. E difatti con Le parc, opera coreografica creata per due celebri Etoile della danza francese, Laurent Hilaire e Isabelle Guérin, egli sa perfettamente mescolare e fondere insieme tradizione e innovazione, fornendo al balletto una formidabile base e struttura classica che consente ai danzatori di mettere in evidenza la loro impostazione accademica e i loro virtuosismi tecnici, aprendo, però, al contempo, i loro fisici a gesti, a passi e movimenti più moderni, veloci, energici e dinamici, ma sempre molto belli, leggiadri, fluidi e soprattutto fortemente espressivi ed evocativi.
La struttura del balletto è lineare e molto ben articolata: esso si divide in tre atti che vengono rappresentati senza interruzione sulla note di famose partiture mozartiane con brevi intermezzi musicali moderni creati da musiche elettroniche e da altri effetti sonori che aprono e chiudono i vari atti lasciando poi subentrare soavemente gli adagi, gli andanti e i concerti mozartiani che delineano perfettamente le varie fasi dello sviluppo coreografico; una ulteriore particolarità, coreograficamente molto bella del balletto, è quella di far terminare ogni atto con un pas de deux dei protagonisti su un concerto per pianoforte e orchestra di Mozart.
Non si assiste in Le parc allo svolgimento narrativo di una vera e propria “storia” d’amore ma si ripercorre il nascere e il crescere di un “sentimento” d’amore attraverso tutte le sfaccettature delle sensazioni interiori provate dai protagonisti: nel progressivo guardarsi, scrutarsi, incontrarsi, avvicinarsi, scegliersi, resistersi per poi finalmente abbandonarsi l’uno all’altro, l’itinerario – a volte delicato, a volte forte – percorso dal cuore sarà sondato in tutte le sue più imprevedibili e intime sfumature.
In questo viaggio all’interno di quegli stati d’animo contrastanti che possono provarsi nell’avvicinarsi sempre più alla persona che ha, prima, solo sfiorato, e poi colpito nel profondo la nostra anima, il coreografo fa sentire tutta la sua formazione culturale e l’influenza della letteratura francese del XVII e XVIII secolo a cui il balletto vuole rimandare riprendendo gli scritti più famosi della corrente letteraria del “preziosimo” francese o quelli successivi ad essa ispiratisi, da La princesse de Clèves di Madame de La Fayette a Les liaisons dangereuses di Chordelos de Laclos, sino alla maggiore fonte di ispirazione per questa sua creazione coreografica rappresentata dal romanzo Clelie-Histoire romaine di Mademoiselle de Scudery.

Clelia

Copertina del libro Clelia di Madame de Scudéry

Questo romanzo, in particolare, rimarrà celebre perché in esso l’autrice inventerà la “Carte de Tendre”, una immaginaria mappa geografica della tenerezza e del corteggiamento che ha il compito di guidare il cammino, non privo di pericoli e ostacoli, per poter giungere all’amore e conquistare quella tenerezza del sentimento a cui ogni uomo aspira. Il viaggio dei sentimenti attraverso questa carta della tenerezza fatta di città, fiumi, laghi e mari tratteggia itinerari allegorici che rispecchiano i sentimenti di innamoramento, passione, tormento, resistenza e, a volte, anche indifferenza, noia, inimicizia, risentimento, che percepiremo tutti raffigurati nel balletto (“Osservate dunque, vi prego, come bisogna andare anzitutto da Nuova Amicizia a Compiacenza, poi al piccolo villaggio che si chiama Sottomissione, e a quell’altro molto piacevole che si chiama Piccole Cure… Procedendo bisogna passare per Sensibilità, quindi andare a Obbedienza e poi, infine, varcare Costante Amicizia che è senza dubbio il cammino più sicuro per arrivare a Tenerezza su Riconoscenza. Ma attenzione: prendendo un po’ troppo a destra o a sinistra ci si può smarrire: perché se all’uscita di Grande Intelligenza si andasse a Negligenza, e poi, seguitando a sbagliare, a Incostanza, e poi di là, a Tepidezza, a Leggerezza, a Oblio, invece di trovarsi a tenerezza su Stima ci si troverebbe al lago dell’Indifferenza, con le su fredde acque stagnanti. D’altra parte se, all’uscita di Nuova Amicizia, si prendesse un po’ troppo a sinistra e s’andasse a Indiscrezione, a Perfidia, a Maldicenza, o a cattiveria, invece di trovarsi a Tenerezza su Riconoscenza, si giungerebbe al Mare di Inimicizia, in cui tutti i vascelli fanno naufragio. Il fiume d’Inclinazione si getta in un mare detto di Pericoli, al di là del quale vi sono quelle che definiamo Terre Incognite, perché non si sa cosa vi si trovi…” passo tratto da Clelie di Madame de Scudery).

Carte de tendre

La “Carte de Tendre”

Altrettanto fondamentali nella struttura coreografica del balletto sono le figure dei quattro giardinieri, che sono le guide di questo viaggio, una sorta di moderni Cupidi rappresentati in abiti moderni, in maglietta e pantaloni neri, con dei grembiuli di pelle marrone e occhiali da sole scuri che assomigliano più a delle mascherine di sicurezza come quelle che indossano gli operai in fabbrica; essi sono il trait d’union tra i vari atti del balletto e avranno il compito di condurre i due amanti l’uno verso l’altro e soprattutto di accompagnare la donna nel suo cammino interiore alla ricerca del sentimento d’amore, conferendo alla trama una dimensione atemporale che travalica l’originaria ambientazione settecentesca dei personaggi.

Nobile

L’entrata in scena nel primo atto di un nobile signore del Settecento (ph. Teatro dell’Opera)

Il primo quadro del balletto si apre dunque proprio con loro: dopo la melodiosa ouverture musicale dell’orchestra che subito ci immerge nella sublime atmosfera della musica mozartiana, il melodioso adagio dalla Sinfonia n. 36 in do maggiore K 425 “Linz”, il sipario si apre sui quattro giardinieri che danzano in un giardino assai simbolico e molto poco bucolico: si sentono i versi degli uccelli, il fruscio del vento e vi sono altri effetti sonori che accompagnano le loro danze in cui essi stessi sembrano mimare figure di volatili, ma la scenografia che si mostra all’alzarsi del sipario al pubblico è inaspettatamente moderna, gli alberi e le siepi sono rappresentati da tre piramidi in metallo che svettano sul fondo del palcoscenico e ai lati vi sono dei pilastri verdi in acciaio e legno che ricordano quasi un ambiente industriale contemporaneo. Mentre i giardinieri escono di scena compare avanzando un classico signore dell’aristocrazia settecentesca e poi via via gli altri personaggi, uomini e donne, che, trascinandosi dietro le loro sedie, si siedono, si scrutano e iniziano le loro danze con varie schermaglie amorose.

I 4 giardinieri

I quattro giardinieri (ph. Teatro dell’Opera)

Una particolarità molto bella e volutamente significativa del modo di rappresentare il mondo femminile è che anche le donne in questo primo atto sono in abiti maschili, con le classiche marsine e i pantaloni a coulottes, a rappresentare quasi una loro voglia di modernità e di sfida e, soprattutto, un atteggiamento di paritaria importanza nella conduzione del gioco amoroso e della seduzione, come già quella passata letteratura francese di allora, con i seguaci del movimento della cosiddetta “società preziosa”, aveva voluto evidenziare con un’impronta di femminismo ante litteram. Le giacche lunghe degli uomini con i colletti alti, i gilet e gli jabot al collo e alle maniche delle camicie, i pantaloni corti legati al ginocchio ricordano subito i nobili della corte di Luigi XVI e sono molto belli da vedere anche e soprattutto in dosso alle danzatrici che hanno i capelli legati in una lunga coda di cavallo, così come venivano portati anche dagli uomini nobili che in più erano ornati da parrucche con piccoli boccoli.

Gli uomini e le donne nel I atto

Gli uomini e le donne nel primo atto (ph. Teatro dell’Opera)

Iniziano così le danze di reciproca conoscenza fatte di giochi di sguardi, di scherzi, di piccoli pettegolezzi sussurrati all’orecchio dell’amica, in cui gli uomini e le donne iniziano a scrutarsi, e quasi già a scegliersi, fino a sfidarsi, dopo aver energicamente e rumorosamente battuto le loro sedie in terra, in quel simpatico gioco di corse e spostamenti da una seduta all’altra, per non restare soli in piedi senza possibilità di risedersi, che porterà all’incontro dei due protagonisti. L’uomo, infatti, scalzerà velocemente dalla sedia su cui si era appena appoggiata la donna alla fine della sua corsa, per prenderne il posto, ma in quel preciso momento in cui la solleverà bruscamente dalla seduta incrocerà anche il suo sguardo.
Si chiude così, con questo imprevisto e insolito incontrarsi, il primo atto, suggellato in danza dal primo dei pas de deux dei due futuri amanti appena conosciutisi, sulle note del bellissimo andantino in si bemolle del concerto per pianoforte e orchestra n 14 di Mozart: i due danzano prima una alla volta, poi vicini, ma non ancora insieme, non si toccano, solo si sfiorano, si studiano e i loro movimenti – a volte sfalsati tra loro a volte allontanandosi l’uno dall’altro e correndo all’indietro con la testa e il busto inarcati en arrière – rappresentano bene come tra di essi vi sia solo un avvicinamento e come tra loro rimangano ancora molte resistenze, proprio perché quella totale compenetrazione reciproca che è propria dell’amore dovrà ancora attraversare molte fasi prima di poter essere raggiunta; soprattutto la donna appare circospetta e quasi sconcertata da questo iniziale corteggiamento e dal finale tentativo di bacio dell’uomo che continuerà a danzare da solo roteando in circolo mentre lei lentamente si allontana da lui lasciandolo al centro del palcoscenico.
Ho trovato veramente molto bello e intenso questo adagio, così delicato e anche colmo di nascente passione e di tormentato sentimento allo stesso tempo: tutti i movimenti, i gesti, rappresentano perfettamente quel che l’incontro dei due ha fatto scaturire, un sentimento forte, forse sconosciuto o mai provato prima così intensamente, ma proprio per questo molto restio a esternarsi e colmo di dubbi, resistenze, ripensamenti, contrasti interiori, a cui, nonostante ciò, non si potrà ormai più sfuggire, perché i sentimenti d’amore sgorgano così prepotentemente all’improvviso e non c’è niente che li possa dominare nel cuore, anche se la ragione tenta di frenarne l’impeto e la manifestazione esteriore.
Questo era anche un po’ il tema del romanzo La princesse de Clèves di Madame de La Fayette, in cui si narra la storia di Mademoiselle de Chartres, una delle donne più affascinanti della corte di Enrico II di Francia, che sposa un nobile che stima ma non ama e che condurrà tutta la sua esistenza nel tormento interiore del sentimento di amore che nutre invece per il duca di Nemours, conosciuto solo dopo il matrimonio; nonostante la profondità di questa reciproca passione, ella però le resisterà anche dopo la morte del suo sposo, al quale aveva in ultimo confidato con sincerità questo suo sentimento, volendo rimanere ferma nella sua promessa di fedeltà, sino a ritirarsi in un convento dove morirà dopo aver condotto una vita umile e caritatevole. Anche questa storia, tutta incentrata sullo scandaglio dei sentimenti provati dalla protagonista che inaugurerà il filone del romanzo psicologico della letteratura francese che avrà altri successive importanti espressioni in famosi libri come la Manon Lescaut dell’Abbé Prévost e nella Madame Bovary di Gustave Flaubert, si riflette molto nella ideazione del balletto che evidenzia più volte le resistenze interiori della donna nell’arrivare ad abbandonarsi al suo amato.

Pas de deux

Il primo intenso pas de deux dei due protagonisti alla fine del primo atto (Eleonora Abbagnato e Stephane Bulino) (ph. Teatro dell’Opera)

Inizia il secondo atto, anch’esso aperto dalla danza dei giardinieri che eseguono perfettamente all’unisono movimenti molto energici, con gesti veloci e decisi e andamenti circolari e rotatori che ricordano il meccanismo automatico di moderni macchinari ed evocano altresì il concetto del trascorrere del tempo, su un effetto sonoro che sembra richiamare quello dei rumori delle apparecchiature di una fabbrica (sono bravissimi in questo pezzo i quattro ragazzi del corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma Giacomo Luci, Alessio Rezza, Antonello Mastrangelo, Marco Marangio).
Segue poi una scena deliziosa in cui compaiono figure femminili, stavolta in sfarzosi abiti settecenteschi, con le gonne ampie e gonfie per i sottostanti larghi panier caratteristici dei vestiti delle dame della corte di Versailles, che sorridono, conversano ridendo tra loro e sembrano quasi pattinare sul palcoscenico tanto i loro passi piccoli e veloci scivolano nascosti sotto i loro lunghi abiti; improvvisamente una di loro cade leziosamente a terra in preda ad un vezzoso svenimento, le altre compagne la raggiungono e la aiutano a risollevarsi facendole un po’d’aria fresca intorno sventolandola con le mani, ma, nel mentre sono intente a prodigarsi per l’amica, poco più in là un’altra di loro ugualmente sviene e tutte nuovamente le si avvicinano e la circondano rincuorandola, e così accade per un’altra di loro ancora, finchè, alla fine, dopo essersi disposte tutte in fila l’una accanto all’altra alla ribalta del palcoscenico, sporgendosi in avanti e guardando verso il pubblico con espressione un po’ sorpresa e un po’ attonita, svengono di nuovo tutte assieme cadendo delicatamente a terra. Un rimando colto anche questo alle leziosità delle dame settecentesche raccontate nelle storie delle letterate “preziose” che spesso descrivono i loro languidi comportamenti, e che dimostra ancor più come in questo balletto ogni gesto, ogni quadro, ogni movimento, ogni scelta coreografica sia frutto di un’accurata ricerca e del vasto bagaglio culturale del coreografo.
Subito dopo inizia la parte dedicata alle rappresentazione delle tenerezze e della effusioni amorose tra le coppie formatesi e degli altri sentimenti contrastanti che l’innamoramento porta con sé, dall’euforia, all’ardore, al senso di sottomissione, alla felicità. La donna protagonista ricompare in scena stavolta indossando un magnificente abito rosso, con le caratteristiche ornamentali proprie della moda aristocratica femminile settecentesca: attraversa nel silenzio il palcoscenico con aria assorta, esegue dei meravigliosi port de bras, si sdraia sul palcoscenico sembrando voler riposare, si rialza e lascia la scena alle altre danzatrici stavolta libere dagli orpelli e in vezzose sottovesti che danzano, innamorate e allegre, sulle note del famoso allegro da Eine Kleine Nachtmusik K 525 di Mozart; rientra in scena la dama protagonista che le osserva e gioca con loro ritornando ad assumere un’aria spensierata e leggera, per poi lasciare di nuovo la scena all’entrata degli uomini che avanzano in ginocchio andando carponi, in segno di sottomissione, verso le loro amate.

Abbagnato

Eleonora Abbagnato nel suo magnificente rosso abito settecentesco (ph. Teatro dell’Opera)

Le coppie di uomini e donne danzano scambiandosi effusioni amorose ciascuna ai piedi di una delle colonne verdi di legno e metallo che compongono la scenografia. In primo piano vi è anche il protagonista maschile che, non tradendo la sua natura di nobile libertino dell’epoca, amoreggia scambiandosi tocchi leggeri e sensuali, baci e carezze, con una delle ragazze, così come fanno, abbracciandosi, anche tutte le altre coppie. Le donne poi scappano via e uno degli uomini vorrebbe subito seguirle e incita gli altri amici a farlo, talmente è infervorato dal suo sentimento e anelerebbe proseguire in quelle effusioni che sembra quasi essere impazzito e insiste più volte affinchè i compagni lo accompagnino nella ricerca delle amate, ma uno degli altri uomini per farlo desistere da questo troppo ardente intento gli dà lui scherzosamente un bacio per calmarlo, quasi a volergli dire: “guarda ti bacio io purchè la finisci!” L’anima più scherzosa della balletto si inserisce sempre molto bene e finemente tra le parti più riflessive della coreografia, fornendo alla trama brevi e puntuali intermezzi molto piacevoli che catalizzano l’attenzione del pubblico.
Così sin qui il secondo atto è allegro e scanzonato, la coreografia è leggera e trasmette tutta la bellezza, felicità e spensieratezza del sentimento appena nato tra le coppie; dopo la danza di quattro uomini innamorati che sta a simboleggiare l’ebbrezza e la soddisfazione della conquista sino allo stordimento finale in cui anch’essi svengono esausti a terra per le emozioni provate, rientra in scena la donna, questa volta anche lei in sottoveste e bendata, guidata dai quattro giardinieri che la circondano e la liberano poi dalla fascia che le copriva gli occhi; l’hanno silenziosamente condotta dall’amato che torna in scena danzando con lei il secondo pas de deux, conclusivo dell’atto.
L’adagio è molto delicato, in esso i due si guardano e stavolta danzano insieme e si toccano anche se la donna mostra ancora resistenza, spesso rimane ferma ad osservare il suo partner mentre lui le volteggia intorno corteggiandola e mostrandole tutto il suo ardente desiderio; lei, però, ancora una volta lo respingerà, battendo più volte la sua fronte sul petto di lui al fine di farlo indietreggiare nei passi e così anche nel sentimento che le manifesta. Con la donna che nuovamente se ne va lasciando l’uomo solo e immobile al centro del palcoscenico a seguirla innamorato solo con lo sguardo, si chiude la seconda parte.

Il sogno

La scena del sogno che apre il terzo atto (ph. Teatro dell’Opera)

Il terzo atto inizia con la rappresentazione di sentimenti stavolta di segno diverso, dall’atteggiamento di resistenza si passerà infatti alla raffigurazione simbolica del viaggio interiore nella propria coscienza compiuto nel sogno dalla donna, per poi arrivare a quella degli stati d’animo della noia e dell’indifferenza provati dalle altre coppie, e, infine, all’abbandono finale all’amore dei due protagonisti.
E’ bellissima e suggestiva la dimensione onirica rappresentata ed evocata all’apertura del terzo atto: in un’atmosfera notturna, molto bella scenograficamente per le luci del color blu notte che avvolgono e irradiano la scena e con le stelle lucenti di bianco che campeggiano sul fondale, la donna appare sdraiata a terra su un fianco, dorme al centro del palcoscenico; entrano in scena i giardinieri che la sollevano e la portano in braccio sulla base di effetti musicali che sembrano scandire i rintocchi di un orologio e conferiscono la suggestione di essere immersi in una dimensione atemporale. Questa parte coreografica del sogno è una intuizione e creazione davvero meravigliosa e la danza dei quattro giardinieri con la donna, che la sollevano e la fanno volteggiare tra le loro braccia, facendole fare delle giravolte su se stessa prima all’indietro e dopo in avanti, passandosi da uno all’altro quel corpo leggero avvolto nell’incoscienza del sonno, è bellissima; rappresenta così intensamente l’atmosfera surreale del sognare e quella degli infiniti diversi stati d’animo che noi tutti proviamo durante il sonno che fa sentire a tutti di essere totalmente immersi in un momento onirico.

Il sogno della donna

Il sogno della donna sorretta e guidata dai quattro giardinieri (ph. Teatro dell’Opera)

I moderni cupidi cercano di ridestare la donna poggiandola in piedi ma lei lievemente si lascia ricadere su di loro, sorretta prima da uno poi dall’altro, ma, in quel dormiveglia, sono loro che in realtà la guidano e la aiutano a riconoscere quel sentimento che prova nel cuore e che il suo spirito sopito anela. Nonostante rintocchi immaginari scandiscano una successione temporale, c’è e si respira in questo quadro un’atmosfera di magica sospensione del tempo, gli occhi degli spettatori non riescono a staccarsi dai volteggi sognanti e inconsapevoli di questa donna che sta compiendo inconsciamente il suo percorso interiore verso l’amore, procedendo lentamente e a piccoli passi, con i piedi sorretti dalle mani e dai piedi stessi dei suoi angeli custodi, verso l’amore.
Il rimando al tema del sogno, spesso presente nei balletti, è qui molto più intellettuale e assume quasi un significato filosofico, volendo l’autore chiedersi se non sia forse la nostra stessa vita e l’amore che proviamo null’altro che un sogno, un’utopia, una creazione della nostra mente (“E se tutti noi fossimo sogni che qualcuno sogna, pensieri che qualcuno pensa?”: ecco perché il famoso interrogativo dell’autore portoghese si presta bene a descrivere questo balletto).
Lo stesso Preljocaj in un’intervista spiega la sua stessa idea dell’amore che oggi non è tanto quella piuttosto scettica di un’invenzione irrazionale o di un’ideale irrealizzabile, ma quella invece voluta e creata, di volta in volta, dagli amanti stessi, i quali, non appena iniziano la loro storia d’amore, non fanno altro che dar vita a una loro propria personale opera d’arte.
Mentre i cinque danzatori escono di scena, le colonne al centro del palcoscenico salgono verso l’alto scoprendo le dame che erano al loro interno che, nuovamente vestite in abiti settecenteschi, continuano a danzare avvolte anch’esse nel blu della notte stellata, non mostrando però più euforia e allegria, bensì noia, malinconia, indifferenza, seguite poi dalla danza degli uomini e del protagonista maschile ancora immersi nella suggestione notturna del sogno.
E’ davvero molto particolare poi il pezzo che precede il terzo e conclusivo pas de deux dei protagonisti: sulle note sublimi dell’adagio dalla Serenata “Haffner ”in re maggiore K 250 di Mozart, le coppie entrano in scena con una trovata coreografica molto suggestiva: gli uomini, infatti, trascinano dalle braccia le donne sdraiate a terra, entrando una alla volta ciascuna delle coppie da una delle quinte sulla destra del palcoscenico, in progressione e in modo sfalsato tra loro e le donne supine roteando via via su se stesse, creando un quadro coreografico che mi ha ricordato – per l’effetto visivo molto bello – quello di una delle più famose coreografie classiche di Marius Petipa, vale a dire quella della lenta e graduale entrata in scena delle ballerine nella scena del Regno delle Ombre de La Bayadère.
Le sette coppie rappresentano ora gli stati d’animo prima dell’indifferenza e apatia delle donne che sono tirate dagli uomini i quali cercano di ritrovare in esse l’iniziale ardore dei sentimenti che potrà far raggiungere nuovamente l’estasi dell’amore. Mentre le coppie escono lentamente di scena con le donne portate sulle spalle dei loro cavalieri a testa in giù, avanza l’uomo che sembra cercare tra di esse il volto della sua amata che, invece, gli riapparirà di lì a poco non appena giratosi e alzato lo sguardo: la donna ancora una volta accompagnata dai quattro giardinieri è avvolta nel suo elegante e raffinato abito rosso. I giardinieri la spogliano lasciandola in una candida sottoveste bianca ricamata con i lunghi capelli sciolti sulle spalle.
In questo crescendo di effetti suggestivi si chiude la fase onirica dell’atto per tornare ad una dimensione reale e più moderna, non più ambientata nel tempo della corte settecentesca ma in un contesto contemporaneo di un uomo e una donna dei nostri giorni, proprio a rimarcare l’identità e l’eternità di un sentimento che travalica secoli, epoche, mode, costumi, essendo caratterizzato da assolutezza, universalità e infinitezza atemporale. I due amanti finalmente danzano un pas de deux ricco di gestualità e di espressività sensuali proprie dell’amore e sinanche dell’erotismo sempre interpretate delicatamente e con immensa grazia.
La musica è disarmante: le note struggenti del celebre concerto per pianoforte e orchestra n. 23 in la maggiore K 488, eseguite con lirismo e perfezione dalla pianista Incoronata Russo, non lasciano scampo allo spettatore che, inebriato dall’ascolto della musica e dalla bellezza di questa coreografia finale, sente scaturire nel suo animo tutta la profondità del sentimento raffigurato in danza e magnificamente suscitato dalla prorompente bravura degli interpreti.
Non si può descrivere a parole l’intensità di questo passo a due, talmente è impalpabile, evanescente e perfetta la bellezza dei movimenti; non credo che nessun altro pas de deux di una coreografia di ispirazione contemporanea, danzato senza punte e con i movimenti più morbidi e meno impostati propri della danza moderna, abbia mai fatto su di me lo stesso effetto. Delicato e passionale allo stesso tempo, fatto di sguardi rapiti, di carezzamenti del corpo, di movimenti fluenti e morbide prese, di soffici flessioni del busto e sinuose torsioni della testa, culmina in quel famoso bacio in cui la danzatrice, sollevate le sue braccia attorno al collo del partner lo bacia sulle labbra e, con la schiena inarcata e le gambe unite sollevate lentamente all’indietro a 90 gradi, volteggia abbracciata all’amato, rimanendo saldamente unita alla sua bocca e creando un effetto di volo e di abbandono mai ideato prima in danza in modo così bello e intenso.

Il bacio

Il bacio (ph. Teatro dell’Opera)

Questo bacio oltre a essere quello più lungo della storia del balletto, dato che le labbra dei due amanti rimangono congiunte lungo tutti i numerosi e vorticosi volteggi che l’uomo fa fare roteando su se stesso alla sua partner, è un momento coreograficamente sublime che rappresenta il raggiungimento di quell’apice del sentimento che solo un amore profondo e totale, libero e senza riserve mentali, può far provare a due innamorati. Questa scena ebbe subito molto successo in Francia quando fu rappresentata per la prima volta nel 1994 e valse, assieme a tutto il balletto, numerosi riconoscimenti alla coreografia, come il prestigioso premio “Benois de la dance” e, recentemente, è stata persino ricreata per uno spot televisivo di una nota compagnia aerea di bandiera che nella bellezza ed etereità di questo volo vide la mia miglior pubblicità possibile (e di certo la non meglio artisticamente immaginabile) per l’attività dalla medesima svolta che era destinata a librarsi per l’appunto nei cieli. A differenza però della rappresentazione cinematografica che ritraeva i due amanti volteggiare su un trasparente specchio d’acqua e sullo sfondo di un cielo limpidamente azzurro, nel balletto esso è raffigurato come grigio e nuvoloso, quasi a voler evidenziare il contrasto tra la purezza dell’amore, rappresentata anche dalle vesti bianche dei due amanti, e l’ombrosità, o spesso anche cupezza, del mondo fisico esteriore, specie nei nostri tempi attuali, oscurità che però non possono intaccare la beltà e luminosità intrinseca di quel sentimento.
La bravura dei due protagonisti è elevatissima: le due Etoile dell’Opera di Parigi – due danzatori di ferrea impostazione accademica e di tecnica eccellente e raffinata – mettono in evidenza tutta la scioltezza, l’eleganza, la perfezione dei loro movimenti, sempre delicati, morbidi, intensi, anche se molto laboriosi tecnicamente da eseguire, riuscendo a conferire una sensazione di leggerezza a passaggi coreografici difficoltosi che solo chi possiede una forte e sicura padronanza tecnica può trasmettere. Sono rimasta veramente ammirata dalla loro totale compenetrazione sia nell’individualità interiore dei protagonisti che nello stile coreografico del balletto, che, pur essendo di ispirazione contemporanea, riesce a raggiungere la sua perfezione coreografica proprio grazie all’interpretazione fornitane da danzatori di sicura e forte base classica. Eleonora Abbagnato si è lasciata completamente trasportare dall’animo di questo personaggio femminile, incarnandone tutte le sfumature psicologiche interiori con sensibilità, partecipazione emotiva e intensità, rendendolo ancora più coinvolgente grazie alla bellezza del suo volto e delle sue linee. Anche Stephane Bullion, il protagonista maschile, mi ha subito colpito nell’interpretazione di questo uomo settecentesco, prima libertino e cautamente austero, poi intenerito e rapito dalla profondità di un sentimento mai provato prima: anch’egli è un danzatore elegante, bello nel volto e nel fisico, e si è compenetrato totalmente nell’evoluzione dei moti d’animo del protagonista, risultando molto espressivo e coinvolto dal ruolo. Mi ha subito ricordato un’altra famosa stella della danza francese, un ballerino molto noto negli anni ottanta per la sua bravura e avvenenza: Patrick Dupont.
Già alla prima visione del balletto avevo notato una lieve malinconia nello sguardo di questo danzatore che mi aveva emozionato; andandomi poi a documentare meglio sulla sua formazione e carriera, ho appreso che Buìllon, nominato Etoile dell’Opera di Parigi nel 2010, già da qualche anno sta combattendo una propria personale battaglia contro un cancro che lo ha colpito nel fisico alcuni anni fa e che, al momento fortunatamente regredito, lo ha costretto ad affrontare in passato pesanti terapie e lunghi periodi di cure in ospedale. Pensavo, quindi, mentre lo osservavo danzare per la seconda volta, alla forza interiore di questo ragazzo, così bravo e affascinante, che, pur provato nell’animo e nel corpo, non ha mai mollato per un solo attimo il desiderio di tornare sul palcoscenico e riflettevo, al tempo stesso, su quanta determinazione e coraggio deve a lui aver donato proprio la danza che ha rappresentato e rappresenta, per lui come per molti altri, un faro, una luce, una medicina molto più potente delle altre, nei momenti bui attraversati.
E’ così, dunque, con i due amanti che avvolgono i loro colpi rotolandosi a terra e si stringono in abbracci sempre più avviluppanti, tanto da far sembrare loro stessi un unico corpo e un’unica anima, che termina questo meraviglioso adagio e anche il balletto, non dopo però la finale ricomparsa in scena dei giardinieri, che, sul sottofondo delle urla dei bambini festanti nel parco e dei cinguettii degli uccelli, eseguono la loro ultima danza, volgendo verso il cielo prima, ad una ad una, le dita delle loro mani e poi infine il loro sguardo.
Tantissimi applausi hanno accompagnato questa introspettiva rappresentazione in danza dei sentimenti voluta da Preljocaj: una messa a nudo di moti dell’animo e di emozioni che conferisce a questo balletto un respiro così profondo e colto da non poter non suscitare forti emozioni nello spettatore.

Curtain call

(ph. Marina Sarchiola)

La bellezza di questo balletto sta nel messaggio di amore che vuole trasmettere: anche se non c’è nulla di nuovo nel raccontare l’amore tra un uomo e una donna, come sembrerebbe dirci Guy de Montpassant nella sua citazione di apertura, in realtà, ogni volta e in ogni epoca, l’uomo, quando ama, è destinato a creare e provare qualcosa di nuovo, di inesplorato e ancora inespresso, di bello e di sublime, come ritiene lo stesso coreografo allorquando afferma che ogni storia d’amore è una piccola opera d’arte. Ma è solo attraverso il viaggio simbolico dentro noi stessi che riusciremo a trovare gli itinerari che ci condurranno alla scoperta della nostra anima e dei nostri sentimenti.
Ciò perché ciascuno di noi ha ancora oggi – dopo secoli di storia, di letteratura, di evoluzione del pensiero filosofico e artistico – qualcosa da dire, da provare, da esternare, da esprimere e raffigurare, essendo i sentimenti umani avulsi da ogni categoria spazio-temporale e proiettati verso l’eterno. Che storie d’amore siano state vissute nelle sontuose corti aristocratiche del settecento o che oggi rinascano e ricrescano nelle moderne periferie di una metropoli, tra semplici uomini e donne dei nostri tempi, esse continuano a rappresentare la bellezza, profondità e trascendenza di sentimenti che possono elevare lo spirito dell’uomo in una dimensione superiore e senza tempo. E se Madame de Scudéry poteva a ragione sentire e scrivere che solo “quando si comincia ad amare si comincia a vivere”, con il percorso interiore ideato in danza da Preljocaj, questo metaforico viaggio – che ci conduce attraverso i misteriosi itinerari interni dell’animo umano alla scoperta del senso e del fine stesso della vita e verso la sua fondamentale ragione di essere – ci viene svelato in tutta la sua intrinseca bellezza e nel suo profondo significato.

Con Eleonora

Marina con Eleonora Abbagnato (ph. Marina Sarchiola)

Un bel messaggio offerto dalla danza che non tradisce mai le aspettative di chi sa apprezzarne il valore quando le creazioni e le interpretazioni sono di altissimo livello, così com’è accaduto, parimenti, per il secondo balletto ispirato al tema del giardino e ideato sulla musica di Mozart a cui ho potuto assistere prima in televisione e poi in teatro.

Giardino

In attesa de Il giardino degli amanti (ph. Marina Sarchiola)

Infatti, la nuova produzione coreografica di Massimiliano Volpini per il Teatro alla Scala, Il giardino degli amanti, era stata presentata in prima mondiale nella serata del 9 aprile 2016 e trasmessa in diretta televisiva su Rai 5 e aveva visto protagonisti, nel ruolo di “Un Uomo”, Roberto Bolle e, in quello di “Una donna”, Nicoletta Manni; nell’ultima replica dello spettacolo, a cui avevo avuto finalmente l’opportunità di assistere “live” in teatro, si era avvicendata nel ruolo di protagonista femminile la danzatrice Virna Toppi.
Anche se, come è stato ben detto, la danza inizia là dove le parole finiscono – proprio perché la magia di questa espressione artistica sta nel linguaggio del corpo e dell’anima che non potrà essere mai tradotto in parole nello stesso modo e con l’intensità con cui solo può essere percepito, in tutta la sua ricchezza e bellezza, nel momento in cui viene rappresentato – il cercare di trasmettere con la scrittura, almeno in una minima misura, tutto quello che lo spettacolo teatrale ha saputo far arrivare incisivamente al proprio animo, è un impeto che sento spesso crescere in me ispirata dalle emozioni del balletto. E così è accaduto anche per Il giardino degli Amanti!
Veicolando, infatti, sulla carta emozioni, sentimenti, passioni narrate in danza attraverso l’interpretazione di drammi, leggende, fiabe – o anche di allegre storie ideate per importanti partiture mozartiane, come nel caso del balletto di Massimiliano Volpini – sento di non lasciar andare via le sensazioni ricevute, di trattenerle e imprimerle dentro di me per sempre.
Per questo era prevedibile che anche questa nuova coreografia, creata per la colta musica da camera dei quartetti di Mozart, in occasione delle celebrazioni per il 225° anniversario della sua scomparsa, suscitasse in me grande interesse e meraviglia, caratterizzandosi per originalità e delicatezza, soavità e briosità, leggerezza e solidità classica allo stesso tempo.
Alle coreografie briose di Volpini la musica colta di Mozart aderisce lieve: e questo, credo, sia stato soprattutto lo spirito e l’essenza del balletto nell’ideazione coreografica che ha ispirato il suo artefice. In una sua intervista, lo stesso autore aveva spiegato la peculiare genesi della sua coreografia, precisando di aver prima creato la storia del balletto e poi di avervi adattato le varie partiture musicali di Mozart (tutte di musica da camera) che il precedente Direttore del Corpo di ballo della Scala gli aveva commissionato di coreografare.
Pertanto, il lavoro artistico del coreografo è stato davvero particolare e pregevole: già l’idea stessa, infatti, di creare un balletto esclusivamente su musica da camera costitutiva una sfida impegnativa e certamente di non facile e scontata realizzazione e riuscita. Ciò sia per le peculiarità della musica da camera stessa, che, a differenza di quella orchestrale sinfonica, può risultare non immediatamente intellegibile da un pubblico non esperto (anche se penso che il genio musicale di Mozart sia in grado di avvolgere e soggiogare qualsiasi orecchio anche quello meno avvezzo all’ascolto di aulica musica classica), sia per la difficoltà di costruire una trama e un intero balletto che aderissero bene a quelle note e che, con movimenti fluidi e leggeri, rendessero il finale risultato coreografico bello, coinvolgente e gradevole per lo spettatore.
E così è stato: le storie dei personaggi delle opere mozartiane con cui i due giovani innamorati protagonisti, un uomo e una donna dei nostri tempi, vengono a contatto, perdendosi nel giardino – labirinto (e vedendosi così immersi improvvisamente in una fantastica dimensione settecentesca ai medesimi prima sconosciuta), si dipanano molto bene nello svolgersi dinamico del balletto, essendo frutto di sensibili intuizioni artistiche del coreografo.
L’idea stessa del giardino-labirinto, pur riprendendo l’antico tema del mito classico del percorso labirintico, e svelando l’impronta colta anche di questo balletto alla pari del precedete descritto, si connota di una dimensione molto originale e di un bel impatto visivo, anche grazie alle meravigliose scenografie realizzate e ai bellissimi e colorati costumi ideati da Erika Carretta. Naturalmente il giardino qui assume le sue tradizionali connotazioni bucoliche rappresentate da siepi, cespugli e arbusti brillanti di verde, che sono quindi molto più tradizionali e lontane dalle forme geometriche e astrattamente moderne di Le parc.

labirinto

Il labirinto de Il giardino degli amanti (ph. Teatro Alla Scala)

Gli spunti coreografici originali sono davvero tanti e tutti ben versatilmente ideati e collegati: dai movimenti corali molto fluidi, dinamici ed energici, ai passi a due dei protagonisti (quello iniziale con la benda sugli occhi della ballerina e quello finale del romantico ritrovarsi dei due giovani, entrambi molto delicati e creati perfettamente sulle armoniose linee classiche degli interpreti); dall’assolo di Roberto Bolle che duettando elegantemente con la sua giacca la rende magicamente animata, alle varie parti dei personaggi mozartiani interpretate dai solisti, come quella frizzante e scherzosa del Don Giovanni o quella, austera e leggiadra, della Regina della notte, dalle altalene che, anche qui oniricamente, calano dall’alto ai cespugli e alle siepi che ruotano e si intrecciano tra loro, svelando di volta in volta nuovi incontri e personaggi, tutto riesce a creare un’ atmosfera raffinata di incanto che è frutto di un lavoro di ricerca accurato e di un esperto stile coreografico.
Ecco quindi come le assonanze tra le due creazioni siano molteplici anche se ciascuna poi riflette molto il bagaglio culturale e di formazione artistica del suo autore che vi imprime una personale chiave di lettura del sentimento dell’amore, rappresentandolo con due stili coreografici distinti: con le punte per le danzatrici e con movimenti più classici nella coreografia di Volpini, pur se anche se in essa ritroviamo molte aperture a movimenti moderni e leggeri e anche un adagio a piedi nudi della protagonista femminile nell’iniziale passo a due della benda, mentre molto più marcata è l’ispirazione contemporanea nello stile di Preljocaj, anche se, come ha già scritto, la base di forte ossatura classica dei passi non viene mai abbandonata ma solo arricchita da movenze più morbide, fluide e meno impostate e da gestualità più decise.
Non può negarsi che l’aver creato su Roberto Bolle il ruolo del protagonista di questo secondo balletto abbia dato una particolare luce e un valore aggiunto alla coreografia; la particolare personalità che egli sa sempre dare ad un nuovo personaggio e la sua forte capacità scenica, anche se più lieve e meno preponderante in questo caso, fanno sì che il contributo artistico personale dato all’opera sia senza dubbio rilevante. La forza del balletto, però, sta proprio in questa sinergia, nella fusione di grandi espressioni artistiche – quella coreografica e creativa da una parte, quella interpretativa dall’altra, e quella musicale di Mozart su cui entrambe si muovono – che ha conferito al giardino degli amanti una connotazione di bellezza e di armonia che ne ha fatto un soave, prezioso cameo.

Curtain call 1

Virna Toppi e Roberto Bolle (ph. Eleonora Bartalesi)

Anche le due protagoniste femminili, Nicoletta Manni e Virna Toppi sono state, in pari modo, efficaci nell’essere artefici del successo della nuova produzione di Volpini (così come tutti gli altri simpatici interpreti, dalla sempre perfetta ed elegante Marta Romagna al brioso, aitante e scanzonato Claudio Coviello, insieme a tutti gli altri bravi solisti): mentre la giovane prima ballerina della Scala ha saputo incantare il pubblico con la bellezza delle sue linee e la perfezione dei suoi movimenti classici accompagnati da un’espressività matura (molto ben resa nell’iniziale fluente e leggiadro passo a due della benda sugli occhi), la seconda altrettanto brava interprete ha colpito il pubblico per una genuina freschezza e partecipazione, risultando sempre precisa nell’esecuzione e coinvolgente nell’interpretazione.
Potrei sicuramente affermare, prendendo a prestito una figura retorica della letteratura, che questo balletto rappresenta una sinestesia di sensazioni, vale a dire una fusione in un’unica sfera sensoriale delle percezioni di sensi distinti: da quelle uditive sublimate dalla note raffinate di Mozart, a quelle visive incantate dalle mille sfumature dei colori dei costumi e delle scene di questo magnifico giardino, sino ad arrivare a quelle più intime delle emozioni interiori suscitate dalla danza.
Il risultato è stato quello di aver saputo creare ed evocare coreograficamente quelli che ho denominato “giardini danzanti di felicità”: un dedalo di emozioni, note, colori, movimenti, passi in cui si intrecciano i percorsi di antichi e nuovi sogni.

Virna Toppi e Roberto

Virna Toppi e Roberto Bolle (ph. Marina Sarchiola)

Un sentito grazie va quindi al Maestro Volpini per aver accettato ed essersi cimentato in una sfida importante e, a tutti gli interpreti e ai musicisti, per questo bel connubio di personalità e sensibilità artistiche, oltre che per la ricerca di nuovi orizzonti da far esplorare alla danza, che è arte antica e classica ma sempre aperta a nuove creazioni purché rispettose della sua grande tradizione e bellezza.
In un messaggio al tanto da me ammirato Roberto Bolle – inviato il giorno dopo lo spettacolo su twitter, come sono solita fare dopo aver assistito a un suo balletto, sia per esprimere qualche mia impressione o commento sulla rappresentazione, sia per ringraziarlo di avermi resa partecipe di una interpretazione artistica ogni volta bella e intensa – avevo riportato un passo tratto da una poesia di Marguerite Yourcenar che ancora una volta prenderò a prestito, arricchendo le numerose citazioni di questo mio scritto, per cercare di far percepire, soprattutto a chi non la conosca a fondo, quanto l’arte della danza sia importante:
Non saprai mai che porto la tua anima come una luce d’oro che rischiara i passi;
che un po’ della tua voce suona nel mio canto”.
Penso che questi versi rappresentino le migliori parole da dedicare a un grande Artista come Roberto Bolle (e con lui a tutti i grandi interpreti della danza di oggi e del passato che ho avuto la fortuna e il privilegio di veder esibirsi in teatro interpretando i tanti magnifici ruoli ideati o rappresentati nei balletti), per esprimere tutta la mia gratitudine per quello che egli riesce a trasmettere attraverso la meravigliosa Arte della danza e per far comprendere come la danza stessa – attraverso un interprete unico come lui – possa essere davvero, oltre che un fantastico strumento di comunicazione di emozioni e di divulgazione di significativi messaggi culturali, anche proprio una guida, un faro, una luce, una linfa (e per alcuni finanche una medicina, come abbiamo visto essere per l’Etoile francese protagonista di Le Parc) per elevare lo spirito e renderlo più forte e sensibile, per riempirlo inoltre di quel concetto di bello a cui l’animo dell’uomo da sempre tende e aspira, per caricarlo di quella energia e di quello slancio che occorrono per affrontare quel nostro percorso di vita che spesso ci pone di fronte a difficoltà, ostacoli, prove di coraggio.
Ecco perché attraverso la visione in teatro della meraviglia di un balletto si può davvero testimoniare di aver partecipato a una condivisione di sentimenti, a una comunione di spirito, a un incontro di sensibilità affini che sentono di aver condiviso profondamente qualcosa di prezioso, di unico, di irripetibile che rimarrà impresso nella memoria per sempre e che ciascuno porterà dentro di sé proprio “come una luce d’oro che rischiara i passi”.
E’ questo che rappresenta per me da sempre la danza. E oggi mi rendo conto sempre di più, col passare degli anni, che quella passione che tante persone, giovani e meno giovani, condividono con tanto eguale entusiasmo, non potrà mai spegnersi, né affievolirsi, nei loro animi; chiunque, infatti, abbia avuto la fortuna e il privilegio di avvicinarsi alla danza, anche solo come spettatore, non scioglierà mai il legame con questa Arte. Quel desiderio di rientrare in teatro e di assistere nuovamente ad un balletto, oppure solo di rivederlo un’ennesima volta in un dvd, o di rileggere e risfogliare un libro fotografico dedicato alla danza, pervaderà sempre chi ha vissuto almeno una volta dal vivo le emozioni uniche che essa sa trasmettere.
Ogni nuova volta che si entrerà in contatto col mondo della danza, esso ci farà scoprire nuovi orizzonti, lascerà affiorare in noi sfumature interiori mai percepite prima in egual modo, ci condurrà a provare inedite sensazioni.
E i coreografi Preljocaj e Volpini, con il loro pregiato artistico intento, hanno colto nel segno!
> Marina Sarchiola <

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