Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Chernobyl e Degas nella regione dell’assenzio: come l’arte può essere metafora di una tragedia

-L'Absinthe-,_par_Edgar_Degas_(1876)

Edgar Degas, L’absynthe ou Dans un café

“Trent’anni dopo, cosa resta della tragedia senza fine di Chernobyl?”, “30 years later: Chernobyl disaster could trigger more cancer”, “I martiri di Chernobyl e la presunzione dell’uomo”, “Chernobyl trent’anni dopo, un mondo rimasto immobile”, “How the Soviet Union stayed silent during the Chernobyl disaster”, “Chernobyl, il drammatico verdetto il giorno dell’anniversario”.
Questi sono solo alcuni dei titoli che da qualche giorno compaiono sulle testate giornalistiche di tutto il mondo per ricordare l’immane catastrofe nucleare di Chernobyl: 26 Aprile 1986, un altro giorno a partire dal quale “nulla è stato più come prima”.
Anche il Padiglione desidera ricordare questo episodio drammatico della vita di noi tutti, e lo fa in un modo particolare, nello “stile” che gli è più congeniale, grazie a Velia, che mi ha trasmesso questo scritto.

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A volte l’arte diventa metafora della tragedia. Trent’anni fa a Chernobyl si consumò una delle più grandi catastrofi della storia umana. Noi oggi vogliamo ricordare le vittime, la loro umanità, con uno scritto di Luca B. che ci mostra come tutto questo fosse già stato rappresentato molto tempo prima in un quadro di Degas.

La Polesia evidenziata in una mappa dell’Ucraina

La Polesia, la zona dove venne edificata la centrale di Chernobyl, è una regione paludosa che si estende dall’Ucraina del Nord fino ai margini meridionali della Bielorussia. Prima dell’incidente, la maggioranza della popolazione abitava in villaggi rurali e conduceva una vita basata sull’agricoltura e l’allevamento. Non era, e tutt’ora non è, una zona particolarmente ricca; di città non ce n’erano molte e una delle poche e degne di nota era Chernobyl. Il suo nome, tradotto dall’antico ucraino, significa assenzio, e probabilmente gli fu attribuito per via delle numerose piante che ancora oggi crescono sporadicamente in questa zona.
A una quindicina di kilometri da questa cittadina, l’URSS, con l’intento di dare un nuovo impulso economico all’area, procedette alla costruzione del complesso della centrale nucleare e alla fondazione del centro urbano di Pripyat. Ma il disastro del 1986 avvelenò le nuove speranze, i terreni e le popolazioni della Polesia.

L’abitato di Prypjat con la centrale sullo sfondo

Chernobyl fu letteralmente l’assenzio che alterò le menti della popolazione, danneggiandone non sola la salute fisica, ma anche quella psicologica. Uomini e donne cominciarono a soffrire di depressione e ansia, dovute alla paura di vivere in zone contaminate. I loro sguardi rassegnati probabilmente non erano molto diversi da quello della bevitrice d’assenzio di Degas.
Anche lei guarda un punto vuoto, conscia della propria infima condizione di prostituta, avvolta da un senso di fatalità e impotenza. Coloro che vivevano nella zona d’alienazione e chevennero evacuati nei giorni successivi all’incidente, erano in totale 116.000 persone. Essifurono smistati in grandi case popolari, in contesti sociali molto diversi da quelli in cui vivevano prima. Inoltre, i cittadini diventati vicini degli sfollati erano intimoriti da queste persone che provenivano da zone contaminate e temevano ripercussioni sulla loro stessa salute.

L’area di Chernobyl

Così si eresse un muro tra gli evacuati di Chernobyl e coloro che avrebbero dovuto forzosamente ospitarli, una barriera simile a quella tra la bevitrice d’assenzio e il clochard seduto di fianco a lei. Per essendo l’unoafianco dell’altra, le due parti sono lontanissime. Questa distanza, così simile a quella tra il clochard e la donna, generò un forte stress negli evacuati dalla zona di esclusione, tanto che in molti preferirono tornare nella propria casa d’origine, nell’area pesantemente contaminata, piuttosto che restare nel luogo dove erano stati trasferiti.

Le conseguenze del disastro hanno reso le zone rimaste abitabili della Polesia ancora più povere di prima, a causa della forte contaminazione del suolo e del bestiame, principale fonte di sostentamento di quell’area. La bassa condizione sociale e la povertà sono la ragione di una dieta insufficiente per mantenere un buono stato di salute, inoltre in quei luoghi la frustrazione trova triste conforto nell’abuso di alcol e tabacco. Non è un fatto insolito che l’utilizzo di queste sostanze nocive sia comune quando la povertà e la depressione dilagano: è così nella Polesia dei giorni d’oggi ed era così nella Parigi della seconda rivoluzione industriale di Degas. Il danno psicologico subito dalla popolazione è grave, tanto che il fatalismo e la rassegnazione inibiscono una qualsiasi risposta positiva alla vita, distruggendo in partenza una qualsiasi forma di ripresa. Anche semplici aiuti esterni in questo caso non sono sufficienti, poiché il vittimismo diffuso impedirebbe la formazione di progetti volti amiglioramenti provenienti dalla popolazione stessa, nonostante l’arrivo di finanziamenti. Il danno sociale creato dal disastro di Chernobyl è forse ancora più grave delle malattie portate dalle radiazioni.
Chernobyl, ossia l’assenzio, è stato esattamente la realizzazione della profezia del XVI secolo: “l’erba amara produrrà frutti di morte”.

 

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 26, 2016 da in Arte, Velia racconta con tag , , , , , , , .
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