Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Frida Kahlo attraverso lo sguardo di Leo Matiz: la mostra alla Galleria Ono di Bologna

fridakahlo

«Non ho mai dipinto sogni. Ho sempre dipinto la mia realtà»
Frida Kahlo

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La mia cara amica Velia qualche giorno fa ha visitato l’interessante mostra fotografica che la città di Bologna ha dedicato a Frida Kahlo e al grande fotografo Leo Matiz: ecco il suo racconto.

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Si può descrivere un’artista attraverso gli occhi di un altro artista?
Questa è la domanda che mi sono posta domenica scorsa davanti a “Frida Kahlo. Fotografie di Leo Matiz”, in mostra alla galleria Ono Arte Contemporanea di Bologna fino al 28 Febbraio, quando, complice un amico giunto apposta da Milano per vedere l’esposizione, mi sono trovata di fronte alla porta d’ingresso della galleria d’arte come un curioso cortocircuito semi filosofico.
La risposta mi si è parata davanti quando sono entrata e ho notato le immagini di Leo Matiz (1917-1998), fotografo colombiano e leggenda del XX secolo, sull’artista messicana Frida Kahlo. Queste fotografie, alcune ai sali d’argento, altre al platino, offrono una straordinaria gamma di toni di bianco e nero che rivelano incredibili dettagli sull’ambiente circostante, la personalità e l’abbigliamento della pittrice.

Matiz

Leo Matiz

A oltre cinquant’anni dalla morte, Frida Kahlo è un mito per generazioni di persone. Ma, prima di essere un mito e prima ancora di essere un’artista superba, è stata una Donna: intensa, passionale, che ha vissuto in modo pieno la vita sia nella gioia che nel dolore.
Leo Matiz ha rappresentato tutto questo. Con l’occhio acuto e sensibile del fotografo, attraverso la sua reflex, si è immerso nell’atmosfera intellettuale e artistica del Messico degli Anni Quaranta e ha catturato le scene semplici e indimenticabili della pittrice e del marito, il grande Diego Rivera. Attraverso questi scatti si entra nell’intimità di Casa Azul a Coyoacàn dove l’artista nacque nel 1907, anche se preferiva dire di essere nata nel 1910 (anno della Rivoluzione Messicana), e dove visse tutta la vita con il compagno.

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Le immagini di Leo Matiz: Frida Kahlo e Diego Rivera nella loro casa

Ragazza emancipata, decisa e fiera, Frida visse l’arte come un passatempo, fino al 17 settembre 1925 quando, al rientro da scuola, l’autobus su cui viaggiava fu travolto da un tram. A causa dell’incidente la ragazza riportò la frattura della spina dorsale in diversi punti, della gamba sinistra e delle costole. Un’asta metallica le lacerò il corpo lasciandole ferite indelebili interne ed esterne. A sua madre, appena ripresa conoscenza disse: non sono morta e, per di più, ho qualcosa per cui vivere; questo qualcosa è la pittura. Durante la convalescenza, che le impose di rimanere confinata a letto per tre lunghi anni, l’arte diventò valvola di sfogo e occupazione privilegiata. Si fece agganciare uno specchio al letto a baldacchino e, attraverso un apposito dispositivo su cui appendeva la tavola di legno per dipingere, la sua immagine divenne il soggetto preferenziale per i suoi ritratti. È celebre la sua frase: dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio.

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Nel 1928, tornata ormai a una vita quasi normale, la pittrice incontrò per la seconda volta il grande pittore Diego Rivera, e lo sposò lo stesso anno. L’amore tra Frida e Diego fu passionale e travolgente, e la loro arte si contaminò e si espanse. La loro relazione fu totalizzante diventando quasi mitica nella sua unicità fra tradimenti, separazioni e riappacificazioni.
Perché dovrei essere così sciocca e permalosa da non capire che tutte queste lettere, avventure con donne, insegnanti di “inglese”, modelle gitane, assistenti di “buona volontà”, le allieve interessate all’”arte della pittura” e le inviate plenipotenziarie da luoghi lontani rappresentano soltanto dei flirt? Al fondo tu ed io ci amiamo profondamente e per questo siamo in grado di sopportare innumerevoli avventure, colpi alle porte, imprecazioni, insulti, reclami internazionali – eppure ci ameremo sempre… Credo che dipenda dal fatto che sono un tantino stupida perché tutte queste cose sono successe e si sono ripetute per i sette anni che abbiamo vissuto insieme e tutte le arrabbiature da cui sono passata sono servite soltanto a farmi finalmente capire che ti amo più della mia stessa pelle e che, se anche tu non mi ami nello stesso modo, comunque in qualche modo mi ami. Non è così? Spero che sia sempre così e di tanto mi accontenterò. Amami un poco, io ti adoro, Frida. (1935)

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Benché da queste parole si evinca che Rivera fosse fedifrago, egli era altrettanto geloso, ma alla Kahlo non mancarono amanti di entrambi i sessi, tra cui Lev Trockij, che la coppia messicana ospitò e con cui la pittrice ebbe una relazione di qualche mese.
Di questo rapporto così particolare se ne avvalse anche Leo Matiz cogliendone la loro capacità narrativa della storia di un Messico assolato e lontano, fatto di rivoluzione e di guerra e al contempo di gioia e speranza, del quale Diego ne dipingeva “la bellezza umile” e Frida “l’equivalente interiore”.
Sempre più prolifica e conosciuta nel 1941, Breton, il padre del surrealismo, propose alla pittrice una mostra a Parigi. In questo anno particolare, considerato per lei l’anno del cambiamento, Frida raggiunse un’indipendenza economica e sentimentale che le permise di maturare una piena fiducia in se stessa. Nei dipinti di Frida, però, non c’era solo il Surrealismo, ma anche altri numerosi riferimenti, sia nel passato come Bosch per le curiose fantasticherie o Bruegel per il moralismo, che nel suo presente grazie a tutti i pittori, fotografi e artisti che aveva incontrato nella vita. Tutti fattori, questi, che contribuirono a rendere la pittura di Frida Khalo autonoma rispetto a qualunque corrente. Come pezzi di un puzzle i frammenti di se stessa si fusero con la cultura messicana che fece da sfondo a tutta la sua arte.

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In questi termini i suoi autoritratti, che ancora oggi ammiriamo, sono la rappresentazione di una metamorfosi sia del corpo quanto dell’anima. Essi rappresentano l’accettazione del dolore e diventano arte universale, comprensibile e partecipata.
Per questo motivo negli scatti di Leo Matiz, non c’è solo l’amore o l’arte della Kahlo, ma anche il dolore che dal maledetto giorno dell’incidente non l’abbandonerà mai. Nelle immagini del fotografo si può scorgere il vero volto, profondo e spontaneo, della grande pittrice. Attraverso i suoi scatti geniali si ha quindi una testimonianza visiva del suo carico di bellezza e disperazione e di un’epoca che solo la fotografia ha il potere di sospendere nel tempo.
Prima di concludere, spenderei un paio di righe per una curiosità a proposito di Casa Azul e degli oggetti in essa contenuti.

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La dimora di Diego e Frida ora è un museo per desiderio dello stesso Diego Rivera. La casa dove la coppia visse dal 1940 fino alla morte della pittrice, avvenuta nel 1954, fu donata dal maestro al popolo messicano affinché fosse aperto al pubblico e l’anno dopo essa fu trasformata in museo al fine di ospitare le opere non solo della coppia, ma anche di altri grandi artisti messicani. Per volere di Rivera, solo la stanza da bagno rimase chiusa per quindici anni dopo la morte di Frida. In essa il pittore aveva ammucchiato una grande varietà di oggetti personali della moglie e solo nel 2004 il Museo è riuscito a inventariare tutto quanto. Tra questi oggetti, spiccano per originalità artistica i busti decorati che la pittrice era costretta a portare in seguito all’incidente e gli abiti che, ancora oggi, possono essere interpretati come strumento di propaganda politica in quanto Frida sceglieva abiti messicani delle società matriarcali dell’Istmo di Tehuantepec.

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In conclusione, uscendo dalla stessa porta attraverso cui ero entrata, il mio cortocircuito semifilosofico ha forse trovato la risposta: sì, si può descrivere un’artista attraverso gli occhi di un altro artista, ma perché questo avvenga è necessario che entrambi siano due giganti immortali perché la profondità di un gigante può essere colta solo da un gigante.

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Fonte: catalogo della mostra “Frida, fotografie di Leo Matiz” Galleria Ono Arte Contemporanea

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Questa voce è stata pubblicata il febbraio 22, 2016 da in Fotografia, Mostre, Velia racconta con tag , , , , , , , .
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