Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

Storia della danza in pillole – La danza nelle avanguardie (parte I): La danza meccanica futurista – Parte seconda

futurismo

Le proposte di Marinetti non esauriscono, comunque, il dibattito futurista intorno alla danza, che risulta ben più complesso e articolato sia pure all’interno della dominante meccanica.
Pensiamo, ad esempio, alla posizione assunta da Prampolini già nel 1915 con il manifesto Scenografia e coreografia futurista, in cui egli ipotzza un evento spettacolare nel quale, eliminata la presenza umana, l’azione sia affidata ad architetture elettromagnetiche mobili e in trasformazione, così da creare una danza di suoni, luci e colori a carattere astratto. Ed è quanto, appunto, farà di lì a poco Balla inscenando Feu d’artifice per Djagilev nel 1917.
La danza futurista si muove così tra queste due polarità: da una parte la coreografia astratta proposta da Prampolini e dall’altra il corpo moltiplicato dal motore auspicato da Marinetti, che troverà di volta in volta formulazioni diverse intercettando la poetica della marionetta e quella del manichino.

Depero

Depero, Costume per il giocoliere mandarino per Le chant du rossignol

Tributario di quest’ultimo versante è soprattutto Depero, contattato da Djagilev per le scene e i costumi di Le chant du rossignol previsto per la stagione del 1917. Per questo balletto Depero aveva ideato una serie di costumi rigidi, contrassegnati da dettagli sorprendenti e bizzarri che occultavano completamente il corpo del danzatore e ne condizionavano i movimenti, rendendoli secchi e sincopati come quelli di una marionetta. Il danzatore perdeva così ogni connotazione umana, riducendosi ad animare dall’interno, come una sorta di motore, l’involucro plastico.
L’invezione di questi costumi fu probabilmente all’origine della precipitosa ritirata di Djagilev che, pur mostratosi di larghe vedute nei confronti di Balla, non se la sentì di sacrificare ulteriormente il virtuosismo tecnico dei suoi ballerini.
Intorno agli anni Venti, il rilancio dell’estetica meccanica in campo internaizonale, conseguente all’avvento del Costruttivismo, porta i Futuristi a recuperare la poetica del manichino ripresa e sviluppata in questi anni in diversi contesti europei.
Gli esponenti più significativi di questa tendenza sono Paladini e Pannaggi, oltre a Depero con il suo Aniccham 3000, un balletto del 1924 che narra la vicenda di due locomotive innamorate del capostazione.
Negli stessi anni nell’Unione Sovietica, dove è in atto un grande rilancio delle proposte futuriste, Foregger dà vita ad una serie di danze meccaniche dove i danzatori ispiravano le loro dinamiche ai ritmi dei congegni industriali con un processo di totale spersonalizzazione del linguaggio espressivo del corpo.
Superata la metà degli anni Venti, la poetica macchinista entra in una fase di declino, accantonando sia la tematica della marionetta che quell ad essa correlata del manichino. L’ultimo balletto meccanico fu realizzato da Pannaggi al Teatro degli Indipendenti nell’aprile nel 1927.

Thais_bragaglia_1918_06

Enrico Trampolini, Scenografia futurista per il film Thais

Enrico Prampolini, partito da un’impostazione teorica rigorosamente astratta, mitiga nel tempo il suo rigore ed è l’unico tra i Futuristi a mostrare una certa apertura nei confronti del nuovo vocabolario della danza moderna, tendendo a recuperare la figura del danzatore all’interno della pantomima, genere verso il quale convoglierà la sfera dei suoi interessi operativi.
Il filo conduttore dei suoi spettacoli è il tema di fondo del Futurismo, la celebrazione della civiltà meccanica, in cui viene tuttavia eliminato ogni rivestimento che alteri le sembianze umane: la neutralizzazione del protagonismo del danzatore è affidata al coordinamento di tutte le componenti sceniche, che riassorbono in un rapporto solidale la presenza umana. L’interpretazione è così affidata alla stilizzazione del gesto e dei movimenti che ritmano lo spazio adattandosi alla geometrizzazione delle figure che abitano il cavo teatrale.
Con gli spettacoli della pantomima Prampolini celebra il canto del cigno della ricerca futurista. Siamo alle soglie degli anni Trenta e il mutamento dello scenario politico e degli schieramenti culturali segnati dall’esigenza di un “ritorno all’ordine” non lasciano più spazio alle sperimentazioni dell’avanguardia che, d’altra parte, ha esaurito la sua carica eversiva.

Riadattato da Storia della danza occidentale, di Silvana Sinisi
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Questa voce è stata pubblicata il febbraio 15, 2016 da in Danza, Storia della danza con tag , , , , , , , , .
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