Il padiglione d'oro

… è sempre un qualche meraviglioso silenzio che porge alla vita il minuscolo o enorme boato di ciò che poi diventerà inamovibile ricordo … (A. Baricco)

“Siamo definitivamente l’istante che non muore”: la travolgente “Cinderella” di Mauro Bigonzetti al Teatro Alla Scala

cinderella (1)

Sono felice di ospitare nuovamente, dopo parecchio tempo in verità, la mia cara amica e “sister” Marina, che ha assistito assieme a me e alle altre “amiche di danza” alla recita di Cinderella dello scorso 15 Gennaio.
E’ valsa la pena aspettare: le parole di Marina sono evocatrici delle tante emozioni di quella serata, costituiscono un bellissimo ricordo per tutte noi che le abbiamo condivise e possono essere una piacevole e intensa lettura per chi, invece, non c’era.
Ancora una volta…grazie Mary, e a presto!
**********
Ritorno a scrivere, dopo un po’ di tempo, sui miei tanto amati argomenti di danza.
Desidero farlo per tre importanti ragioni: la prima, perché ci tengo molto a offrire un mio piccolo tributo personale a degli Artisti che stimo e ammiro profondamente; la seconda, perché quando si provano delle belle emozioni è giusto che la memoria di esse non rimanga solo scolpita nel proprio intimo essere ma venga anche condivisa, sia con chi ha saputo suscitarle che con chi ama, leggendo di esse, farsene partecipe attraverso la propria affinità di sentimenti; la terza, perché ho sentito in me crescere l’esigenza di tornare a vedere un balletto della tradizione classica come “Cinderella” in una coreografia nuova, essendo sicura che la chiave di rivisitazione scelta dal coreografo non mi avrebbe delusa, anzi entusiasmata.
E così è stato!
Sempre presa da mille impegni quotidiani, nei quali a volte ci si inviluppa forse più del necessario, non ero certa di riuscire a ritornare (dopo un anno dal “Lo Schiaccianoci” di Nacho Duato del dicembre 2014) al Teatro alla Scala per questa nuova produzione affidata al coreografo romano Mauro Bigonzetti. Sino all’ultimo, però, ci avevo sperato molto e creduto fortemente, anche perché desideravo mantenere una promessa fatta a una persona molto cara e, in fondo, anche a me stessa. E, inoltre, non potevo perdermi questa sorta di “reunion” di eccellenze artistiche nate nei maggiori Teatri d’Opera italiani, quelli di Roma e di Milano, dalla cui interazione non avrebbe potuto che scaturire qualcosa di molto bello, unico e speciale.
Così, trovati i biglietti in extremis, mi sono messa in cammino per questo nuovo, anelato viaggio verso emozioni interiori che solo la danza, con i suoi migliori interpreti, da sempre mi sa dare; un cammino che mi ha portato nel corso degli anni all’incontro con Artisti unici, dalle sensibilità rare; un incontro anche e soprattutto di anime, di volta in volta foriero di inattese, grandi emozioni che non pensavo potessero ogni volta così profondamente riemergere in me.
Ecco, sarà dunque un po’ questo il tema conduttore del mio racconto: l’Incontro!
Quello con la Danza, l’Arte, la Musica, il Teatro e, tramite essi, con compagni di viaggio, amici, artisti, e, ancora, grazie a loro, con un mondo interiore e un afflato trascendente che la vita quotidiana a volte smarrisce o mette da parte per poi lentamente ma prepotentemente riaffiorare in tutta la sua bellezza e ricchezza.
Desiderando, poi, come di solito mi piace fare, iniziare il mio ricordo in parole delle sensazioni vissute nella eccezionale serata di danza al Teatro alla Scala con una citazione letteraria, riporterò subito dei versi in cui – per quelle strane coincidenze significative che accompagnano spesso lo scorrere della mia vita – mi sono imbattuta recentemente, e che, secondo il mio sentire, sono la definizione migliore di questo balletto e di come io, da spettatrice, l’ho interpretato interiormente:

“Il nostro incontro ci ha lasciato fuori,
dallo spazio, dal tempo e da noi stessi.
Siamo definitivamente l’istante che non muore.”
(Alejandro Jodorowsky)

Polina e Roberto

Polina Semionova e Roberto Bolle provano Cinderella sotto lo sguardo del coreografo Mauro Bigonzetti

L’immagine che queste parole descrivono è, in fondo, il fulcro della storia di “Cinderella” e, secondo me, rappresentano perfettamente anche l’apice della coreografia di Bigonzetti, nella creazione della quale il momento dell’incontro tra il Principe e Cenerentola nel II atto del balletto – tratteggiato in modo talmente evocativo da assumere un significato che va molto al di là del fiabesco e del romantico – segna l’inizio di quella sospensione dal tempo che solo l’Amore e la rappresentazione artistica di esso possono creare.
E così io l’ho percepita, come cercherò di esprimere in parole, concentrandomi stavolta più che sulla descrizione di come si sono susseguiti gli atti, le scene, le danze, i passi a due e gli assoli degli interpreti, come altre volte io stessa ho preferito fare, su tre aspetti fondamentali e imprescindibili di questo balletto: 1) la potenza espressiva della musica di Prokofiev; 2) la straordinarietà creativa della nuova coreografia del Maestro Bigonzetti immaginata e realizzata su di essa e ad essa totalmente aderente; 3) la bravura e la bellezza interpretativa dei due protagonisti, Polina Semionova e Roberto Bolle, sui quali quella coreografia stessa si plasma a tutto tondo, risultando forgiata alla perfezione sui loro fisici e trasfusa idealmente nei loro animi dalle idee sapienti e intuizioni geniali del coreografo.
Non si può, quindi, nello scrivere del balletto “Cinderella”, non partire proprio dalla sua partitura musicale. Prokofiev ha creato la sua opera nel corso degli anni tragici della seconda guerra mondiale e si sentono proprio, nelle diverse parti di cui essa si compone, le influenze del periodo drammatico in cui fu ideata: i toni a volte inquieti a volte melodiosi sono, comunque, sempre caratterizzati da timbri molto potenti che richiamano subito alla memoria anche le musiche del suo famoso capolavoro “Romeo e Giulietta”. Trovandomi, peraltro, seduta in un palco di platea ho potuto godere a fondo oltre che dell’ottimo ascolto della musica anche di una visione privilegiata dell’orchestra diretta dal Maestro Michail Jurowski e poter osservare, di tanto in tanto, come gli orchestrali e il Direttore la abbiano interpretata con tanta passione e vigore è stato un vero spettacolo nello spettacolo.
Ecco allora come ho potuto ben percepire la particolarità di questa orchestrazione che, pur essendo stata creata per rendere in musica, e poi in danza, una fiaba, quella di antiche origini di “Cenerentola”, è talmente vibrante e forte da conferire alla storia e al balletto uno spessore più profondo e intimistico, più reale e meno fiabesco. E’ infatti una musica che parla da sola e che, come ha detto lo stesso coreografo Bigonzetti in una sua intervista, delinea perfettamente i momenti, le scene, i personaggi della storia e i loro caratteri ed evoca essa stessa dei movimenti corporei, il che rende spontaneo il creare dei passi di danza alla medesima aderenti, anche se poi la ricerca stilistica fatta dal coreografo è stata, allo stesso tempo, molto originale e creativa. Se Balanchine affermava che “dance is music made visible”, il Maestro Bigonzetti potrebbe ben dire che la Sua “Cinderella” è la trasposizione moderna più classicamente e rigorosamente aderente alla musica di Prokofiev.
Ed eccoci arrivare – allora – alla strabiliante coreografia di questa “Cinderella”, così come ho ben donde di poterla definire: in questi giorni, infatti, in cui mi ritagliavo del tempo per poter scrivere su di essa, mi sono imbattuta nella lettura di varie recensioni del balletto e, ovviamente, come accade per tutto ciò che è nuovo e originale, si sono formate diverse opinioni al riguardo, alcune più critiche, altre molto più entusiastiche. Al di là delle impressioni soggettive che ciascuno può averne riportato, quel che vi è più da rimarcare, secondo il mio modesto parere, è la rigorosa classicità di questa coreografia, pur nella sua prorompente modernità, dinamicità e innovatività.
Ricordando che il Maestro Bigonzetti è nato, ha vissuto e si è formato all’interno del Teatro dell’Opera di Roma, respirando da sempre il rigore e la disciplina che la scuola di ballo prima e la compagnia di balletto dopo gli hanno trasmesso, con tutto il bagaglio culturale delle esperienze proficuamente ricevute nel corso degli anni dai grandi interpreti – maestri, coreografi e danzatori – conosciuti in quel Teatro in periodi di grande fulgore della danza classica, non si poteva immaginare in alcun modo che la sua versione di “Cinderella” potesse stravolgere i canoni tradizionali del balletto. E, infatti, così non è stato: voler vedere in ciò che Egli ha creato qualcosa di diverso da un balletto formalmente classico è, secondo me, una prospettiva errata e preconcetta perché, anche nelle sue innovazioni più originali, anche in quelle in cui ci si spinge un po’ più in avanti nella creatività personale, la struttura tradizionale del balletto è preservata con grande rispetto e totale aderenza sia alla musica che a una impronta e struttura classica di tutte le parti di esso.
Soffermiamoci allora un pochino di più su questi caratteri, per così dire, “innovativi” della coreografia di Bigonzetti, ripercorrendoli lungo i tre atti del balletto.
Innanzitutto, la caratterizzazione grottesca ma anche molto simpatica e divertente, oltre che di forte impatto visivo, dei personaggi delle sorellastre e della matrigna che, nel primo atto del balletto, hanno un ruolo preponderante, proprio in virtù dell’impostazione scelta da Prokofiev che incentra sulla descrizione musicale di esse la parte iniziale della partitura del balletto.
Da una loro visione inizialmente statica – le tre “megere” sono infatti unite da un unico abito-armatura dal quale emergono le loro teste colorate e cotonate con delle espressioni facciali esasperate e buffe, quasi a formare un blocco indivisibile con cui si intende sottolineare il loro granitico legame egoistico e la loro inscindibilità di intenti gretti e di meschine insensibilità – si passerà alle loro divertenti danze, molto difficoltose tecnicamente, in cui i passi tipicamente classici sulle punte uniti a movenze molto più moderne, sciolte e veloci, insieme alle loro sempre esplicite espressioni mimiche facciali, fanno delle loro variazioni e dei loro movimenti a tre dei veri piccoli capolavori.

sorellastre
Sono bravissime, nelle parti delle sorellastre, Antonella Albano e Virna Toppi, e superbamente scenica è Denise Gazzo nel ruolo della matrigna, ruolo che sa incarnare con una forza e potenza espressiva davvero eccezionali, rendendo perfettamente tutta l’altezzosità e supremazia psicologica sulle figlie di questo personaggio. I loro caratteri, con l’ausilio dei costumi, delle parrucche colorate e gonfie, del trucco perfettamente esasperato, emergono in modo ben definito e deciso dalla coreografia di Bigonzetti che ne fa delle co-protagoniste dei due interpreti principali, affidando loro passi e gesti di grande impegno sia dal punto di vista tecnico che espressivo. Persino nel momento dei saluti finali non perderanno questo loro fantastico “imprinting”, continuando a impersonare scherzosamente il loro ruolo goffo e svanito le sorellastre, e altero, tronfio e superbo, la matrigna.
Un’altra bella e peculiare innovazione del balletto è data dagli effetti visivi realizzati grazie alle creazioni video e alle luci dello scenografo e video designer Carlo Cerri che sa creare, già al termine del primo atto, un’atmosfera molto suggestiva nel momento dell’entrata in scena della fata madrina e delle fate delle quattro stagioni con i loro cavalieri. La scelta del coreografo anche qui è stata ben decisa e lineare: nessuna scenografia si è voluta ricreare materialmente sul palcoscenico, nessuna presenza di oggetti od orpelli bensì solo la bellezza della musica, davvero melodiosa e struggente al momento dell’ingresso della fata (interpretata dalla brava Martina Arduino) e l’effetto suggestivo delle video-scene proiettate sul palcoscenico che evocano il passaggio e l’alternarsi delle stagioni.

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Una visione d’insieme molto bella che sa trasmettere, più di ogni altra manieristica e ricca scenografia, tutta la delicatezza, eleganza, armonia, etereità e leggiadria di questa scena (ho peraltro letto che la famosa danzatrice Galina Ulanova, prima interprete del balletto, per la quale lo stesso era stato creato, si fosse lamentata del fatto che Prokofiev avesse affidato al personaggio della fata la melodia che accompagna il suo apparire in scena e che apre, come introduzione, il primo atto del balletto, in quanto, per la sua bellezza e struggente melodiosità, avrebbe desiderato che fosse danzata invece dalla protagonista Cenerentola).
L’impatto forte dato al primo atto del balletto dall’impronta data a queste particolari caratterizzazioni interpretative di sorellastre e matrigna, è però compensata dalla delicatezza della creazione coreografica per la protagonista della storia, Cenerentola, che sin da subito emerge molto chiaramente. La Cinderella voluta da Prokofiev e quella creata da Bigonzetti hanno uno spessore di malinconia, umanità e di sensibilità molto profonde: la ragazza pronta, per amore e per rispetto del padre (personaggio ben interpretato da Christian Fagetti), ad accettare le prepotenze di sorellastre e matrigna, tende spesso a tristemente isolarsi nel mondo dei suoi pensieri e dei suoi sogni, ma è anche una giovane attiva, perseverante, attenta ai bisogni altrui, disponibile ad aiutare chi è in difficoltà, come accade con l’ascolto e il soccorso offerto alla anziana mendicante (che poi si rivelerà essere la fata) che invece le sorellastre deridono.

Polina Semionova
Polina Semionova è una perfetta Cinderella già in queste sue prime apparizioni: delicata, lieve, malinconica, generosa, sognatrice, bella. E nel suo povero e modesto abito grigio la sua bellezza, esteriore e interiore, è ancor più in primo piano, grazie alle sue linee perfette e ai suoi lunghi capelli lisci e sciolti, trattenuti da una semplice mezza coda. Una bellezza che sarà esaltata al massimo quando, per andare alla festa da ballo al palazzo del Principe, la fata madrina le regalerà un magnifico abito da sera color rosso corallo con sfumature rosa e fucsia, costituito da un corpetto e da un gonnellino corto davvero delizioso, che pur volendo conferire una connotazione in chiave più moderna del costume di scena della protagonista, nulla toglie alla sua finezza, grazia ed eleganza. Del resto, dal tocco magico del Maestro Maurizio Millenotti, non poteva scaturire niente di più incantevole.

Fata e Cinderella
Si chiude così il primo atto di “Cinderella”, lasciando lo spettatore con la sensazione che qualcosa di molto bello e particolare si stia svelando ai suoi occhi e che un crescendo di emozioni dovrà ancora arrivare dritto al cuore.
E, infatti, nel secondo atto del balletto si troverà l’apice dei moti dell’animo, di quelle sensazioni di stupore, sentimento e magia che tale versione coreografica sa creare magnificamente.
Innanzitutto, in esso assistiamo all’arrivo in scena del Principe, Roberto Bolle, nel suo costume di pelle da alcuni definito un po’ modernamente dark, ma, di certo, altrettanto principesco e ricercato, ingresso che è subito salutato dall’applauso del pubblico che segue con attenzione ogni suo passo e ogni sua espressione, come quelle ironiche di disgusto che mostrerà, con sicura determinazione e sottile piglio, alla sola vista delle sorellastre e della matrigna.
L’ingresso in scena di un’Etoile della danza come Bolle è sempre un momento molto atteso ed emozionante sia per chi, come me, lo segue da tanti anni nelle sue diverse e sempre eccelse interpretazioni, che per il pubblico che per la prima volta assiste ad un suo balletto e lo vede così improvvisamente riempire il palcoscenico con la sua forte e unica presenza scenica. Tutti gli spettatori che hanno anelato di poterlo veder danzare almeno una volta nella vita ricorderanno per sempre la sua prima entrata in scena nel balletto come qualcosa di molto emozionante. Che Egli, infatti, sia il Principe romantico e felice voluto dalla trama di una favola o quello più intenso richiesto da una storia d’amore eterno come quella di Giselle, che Egli interpreti un personaggio letterario come Onegin o Des Grieux o Armand, un ruolo tragico come Romeo o passionale come Don Josè nella Carmen, vedere entrare in scena Roberto Bolle è come calarsi immediatamente nella storia narrata dal balletto tanto egli sa incarnare profondamente il suo personaggio, facendone propria ogni sfumatura interiore ed eseguendo con perfezione, precisione ed eleganza ogni passo richiesto dalla coreografia.
E anche in questo caso Roberto Bolle offre subito agli spettatori l’idea della connotazione che il coreografo vuole dare al suo personaggio: in un messaggio scrittogli su Twitter subito dopo lo spettacolo, evidenziavo come il ruolo del Principe sia stato sempre innato a Roberto, in quanto a lui congegnale per la bellezza ed eleganza di forme e di stile della sua danza e a lui connaturato per la nobiltà e profondità d’animo che deve poter esprimere, ma anche sottolineavo come, in più, nella coreografia di Bigonzetti, Egli vi sappia donare ironia, vitalità, modernità e passione.
Queste caratteristiche più contemporanee sono messe subito in risalto, oltre che dal bel costume di scena di color nero, con degli stivali alti in pelle che slanciano ancor di più la sua figura imponente sul palcoscenico, dalle lampanti espressioni che ci regala nel commentare le buffe e impacciate movenze delle sorellastre e nel simpatico e potente “lancio” della matrigna al di fuori dalla ribalta per ben due volte dopo che aveva tentato di imporsi con protervia e prepotenza al centro della scena.
E così, tra un assolo del Principe e una bella danza d’insieme eseguita all’unisono con i quattro aitanti amici cavalieri sino alla briosa danza di festa eseguita con tutto il corpo di ballo, si arriva al momento clou del secondo atto e di tutto il balletto, quell’attimo dell’incontro che ferma l’istante e il respiro per sempre. Il modo in cui viene reso coreograficamente dal Maestro Bigonzetti, con una maestria e un’intuizione davvero geniali con le quali riesce a trasfondere in danza l’effetto della sospensione del tempo che solo lo scoccare dell’Amore può determinare, è quello di immobilizzare tutto e tutti tranne i due protagonisti nel momento in cui essi magicamente si vedono. In quell’incontro, infatti, tutto si ferma, non esiste più tempo, né spazio, né movimento; tutto ciò che fino ad un attimo prima vorticosamente e velocemente ruotava tutto intorno ora si arresta: esistono solo Amore e Bellezza.

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Solo il Principe e Cinderella, infatti, si muovono in scena e, nel loro incrociarsi di sguardi, continueranno a danzare insieme, avvolgendosi l’un l’altro in un suggestivo adagio che suggellerà il loro innamoramento.
E’ un momento bellissimo della coreografia di Bigonzetti che darà il via poi ad altri passi a due dei protagonisti, in cui entrambi i danzatori mostreranno tutta la loro assoluta simbiosi interpretativa e la loro versatilità nell’eseguire passi di sicuro rigore tecnico alternati a movimenti di più morbido stile contemporaneo, senza che venga mai ad essere attenuata minimamente l’estrema raffinatezza, finezza e precisione delle loro splendide linee classiche.
Entrambi gli interpreti principali sono perfetti, belli, eleganti: i loro passi a due rapiscono lo sguardo dello spettatore che non sa staccare gli occhi dai loro fluidi movimenti in cui esprimono tutto il loro sentimento e anche la loro passione. È già la musica di Prokofiev, infatti, che mira a rendere i protagonisti del balletto meno fiabeschi e molto più umani e ancor più la coreografia creata dal Maestro Bigonzetti esalta questo loro aspetto di moderna gioventù, di romantica e spontanea passionalità.
Solo lo scoccare della mezzanotte – reso visivamente con l’apparire di una linea rossa che si espande sino a far intravedere la fata che cadenza, con il progressivo elevarsi della sua gamba, l’avvicinarsi dell’ora della fine dell’incantesimo – interromperà questa magnifica atmosfera di sospensione temporale e di magia mai arrestatasi sin dal momento dell’incontro dei protagonisti.
Nel tentativo di trattenere la sua amata Cinderella, il Principe la solleverà davanti a sé avvolgendola da dietro tra le sue braccia e stringendola in alto in un ultimo abbraccio e nel momento in cui Cinderella, scendendo dalla presa e liberandosi da quell’abbraccio, tenterà di fuggire, involontariamente le sfilerà la gonna rossa che sola rimarrà tra le sue mani.
Quanto avevo temuto, in verità, questo preannunziato momento: “Come” – mi chiedevo – “Cinderella non perderà la fatidica scarpetta di cristallo? Addirittura perderà la gonna?!” E come sarà reso coreograficamente tale gesto, come si riuscirà a far sì che questa tanto desiderata innovazione di un momento fondamentale della storia sia altrettanto bella e suggestiva di quella tradizionale e non appaia invece esagerata o troppo dirompente?
Questi dubbi e interrogativi si sono subito dissipati con la visione di quel rapido attimo in cui, con molta naturalezza e spontaneità, la leggera gonna di Cinderella scivola lievemente dal corpo della ballerina per rimanerne sfilata tra le mani del Principe: un bell’effetto reso in modo molto naturale con un gesto coreografico garbato e originale allo stesso tempo.
Ancor più umani e reali appariranno Cinderella e il suo Principe nel terzo e ultimo atto del balletto. Il Principe, infatti, nel mostrare tutta la sua disperazione e il suo tormento per non riuscire a ritrovare il suo perduto amore, si lascia consolare e sorreggere dai suoi quattro amici cavalieri: molto bella è la parte in cui più volte sta per accasciarsi senza forze a terra, sconsolato e desolato, ed è subito sorretto dall’intervento amichevole e di conforto dei cavalieri che lo sostengono. Cinderella, invece, nel suo assolo di struggente malinconia, tornata alle sue normali occupazioni e alle difficoltà quotidiane e disperando di poter coronare il suo sogno d’amore e di vita, esprime tutta la sua commovente sensibilità.

Cinderella-di-Mauro-Bigonzetti-ph-Brescia-e-Amisano-Teatro-alla-Scala-2-4
Il Principe, trovata infine la casa di Cinderella grazie all’aiuto della fata apparsagli sotto le spoglie della mendicante, avrà ancora un momento di umano sconforto e poi di rabbia nell’assistere al tentativo, rozzo e impacciato, delle due sorellastre di farsi entrare, la prima dal basso, la seconda dall’alto, ma entrambe vanamente, il prezioso e avvitato gonnellino di Cinderella; ne seguirà ancora delusione per poi prorompere invece la speranza e la gioia, allorquando il padre della ragazza, con un gesto nobile ed un moto autenticamente amorevole, condurrà da lui la figlia sino ad allora trascurata e le farà indossare l’abito del ballo, facendola così finalmente riconoscere agli occhi improvvisamente riaccesi di lui e a quelli invidiosi e increduli di sorellastre e matrigna.
Anche in questo finale, tutti i personaggi acquistano maggiore umanità, con tratti comportamentali modernamente attuali che sono ben delineati nella coreografia: dal gesto generoso del padre che assume così un connotazione più benevola e positiva di quella originaria, a quelli di sincera amicizia e pronta vicinanza dimostrati dai cavalieri, dall’aiuto ancora una volta offerto dalla povera mendicante, per arrivare sino ai subdoli, estremi e insistenti tentativi finali delle sorellastre di infilarsi a forza quel capo d’abbigliamento non adatto alle loro goffe fattezze. Così come sono umani e reali la tristezza e la nostalgia iniziali di Cinderella e i mutevoli stati d’animo del Principe che si trasformano più volte ed evolvono dalla disperazione per la perdita dell’amata, al ritrovato entusiasmo nell’intraprendere la ricerca di lei con fiduciosa determinazione, dal quasi ribrezzo per i miseri tentativi delle sorellastre di far credere di essere loro la misteriosa fanciulla, sino alla rabbia per la loro inutile ostinazione nel cercare di indossare l’abito, alla delusione per il fallimento creduto e poi finalmente all’euforia per l’avvenuto ritrovamento dell’amata: tutti tali molteplici e mutevoli stati d’animo e comportamenti sono espressi e trasmessi perfettamente dalla coreografia, che affida alla bravura dell’interpretazione dei protagonisti il delicato compito di far arrivare allo spettatore l’insieme di tutte queste emozioni interiori e il loro progressivo evolversi e trasformarsi.
Il finale del balletto con il passo a due romantico, ma anche travolgente, dei due protagonisti nel loro intenso ruolo di giovani innamorati finalmente ritrovatisi, riporterà ancora una volta alla luce il tema dell’incontro, di quell’attimo che non morirà mai, avendo suggellato un amore eterno.

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Commozione e applausi a non finire per tutti gli interpreti al termine di questo bel balletto reso attuale e rinverdito da una coreografia giovane, moderna, vitale, dinamica, energica e, al contempo, profondamente e devotamente classica, frutto della rigorosa formazione accademica, dell’esperienza internazionale maturata e della multiforme e feconda creatività del suo autore geniale.
Non potevo quindi che esprimere al Maestro Bigonzetti, all’uscita dal Teatro, tutta la mia ammirazione per questa creazione che mi è piaciuta davvero tanto, confidandogli anche di essere venuta dalla sua Roma proprio perché non potevo e non volevo perdermi il frutto di questo fantastico connubio di eccellenze artistiche.
E, naturalmente, quante cose avrei voluto dire anche a Roberto Bolle! Quando sono riuscita ad avvicinarmi a lui, già da qualche minuto contorniato da tanti ammiratori, solo poche parole di ringraziamento e di stima, spontanee ed emozionate, alla fine sono riuscite ad uscire dalla mia bocca. Si sa… quando ci si trova al suo cospetto l’ormai famoso “Effetto Bolle” si fa sentire sempre fortemente, anche se si è avuta già occasione tante volte di poterlo incontrare, ed è comunque difficile ricordare, per l’emozione e l’ammirazione, quel che si voleva dire! Per cui, dopo averlo salutato affettuosamente e avergli chiesto una fotografia (che con la gentilezza che da sempre lo contraddistingue mi ha fatto allegramente fare insieme a lui), l’ho osservato rituffarsi nell’abbraccio caloroso del suo pubblico e delle altre care amiche amanti della danza, come la cara Manuela che conosco ormai da tempo, che lo seguono con assiduità e affetto nelle sue esibizioni per tutta l’Italia e per il mondo.
Nella concitazione del momento dei saluti a Roberto e alla elegante sorella Emanuela, sempre disponibile a fare quattro chiacchiere con me a commento degli spettacoli, mi sono lasciata sfuggire – un po’ come avvenuto per la gonna di Cenerentola in scena – la bellissima Polina Semionova che, quando ho visto, era già distante da me e pronta ad allontanarsi con i suoi amici e colleghi artisti. Son sicura però che avrà sentito lo stesso tutto il nostro entusiasmo e affetto e che Roberto le avrà riferito di quanto la ammiriamo come danzatrice sempre perfetta, bella e intensa in ogni ruolo.
Ci tengo, da ultimo, a sottolineare l’importanza, anche in questo piccolo rito finale dei saluti agli interpreti e in particolare a Roberto dopo lo spettacolo, del tema dell’incontro.
Il desiderio di salutare e incontrare un Artista come Roberto Bolle alla fine di una sua esibizione è per me, come penso per le altre sue devote ammiratrici, oltre che un gesto d’affetto, di amicizia e stima, anche un voler partecipare in prima persona a quel che di bello, memorabile e imperituro in quella serata di danza si è creato.
In quel balletto e in quella storia che si è appena vissuta, interpreti e pubblico si ritrovano vicini: si sono trasmesse reciprocamente delle emozioni, si sono sentite delle affinità, le anime di più esseri si sono sintonizzate su un unico canale di elevazione dello spirito e di affinamento della sensibilità. Si è partecipato ad un evento culturale e artistico irripetibile, prezioso, unico.

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Tutto quello cui si è assistito rimarrà un ricordo straordinario e incancellabile della nostra vita e l’aver condiviso una parte del nostro cammino con persone eccezionali, l’aver lasciato con un saluto, un complimento o un semplice ma commosso ringraziamento, una piccolissima parte di se stessi ad un Artista, il quale si avverte a propria volta essere parte del proprio percorso di vita, è un’esperienza che nutre e rigenera la vita stessa e gratifica sia lo spettatore che l’interprete. Per questo non se ne può fare a meno e, per questo, quel poter dire “c’ero anch’io” è fonte di tanta gioia e soddisfazione.
Una volta scrissi che gli ammiratori di Roberto Bolle non sono solo dei fan ma dei veri e propri “philoi” che lo accompagnano nel suo percorso artistico. Ed è proprio così, perché il legame che Roberto ha saputo creare, con la forza comunicativa sua propria, col pubblico è qualcosa di veramente speciale, unico, particolare, essendo riuscito a far sì che in molti si sentissero avvinti alla sua danza da un filo invisibile che non potrà più recidersi e mai spezzarsi. Forse solo Nureyev, da quel che ho letto su di lui e sulla sua complessa personalità, aveva avuto in precedenza questo magnetico potere. Ma Roberto, oggi, lo ha reso più spontaneo e diretto, grazie al suo animo e cuor gentile che si manifesta nella sempre generosa disponibilità e nel suo sorriso spontaneo.
E’ così che grazie alla Sua danza e all’Arte che tanto amiamo,
siamo definitivamente “l’istante che non muore”!

Marina Sarchiola

(ph. Teatro Alla Scala)

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